Desperate publishers

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Mutatis mutandis, l'editoria sopravviverà

Mutatis mutandis, l’editoria sopravviverà

di giuliomozzi

Care persone che mi intervistate sul futuro del libro come se io ci avessi la sfera di cristallo, e poi vi incazzate se le risposte che vi offro non soddisfano il vostro desiderio di sentirvi dire da me esattamente ciò che si sente dire al bar, una volta per tutte vi dico (prendete nota):

– la domanda “se il libro digitale soppianterà il libro di carta” mi pare una domanda sbagliata (semmai, bisognerebbe domandarsi quali tipi di “libri” possono avere migliore esistenza nel digitale che nella carta, eventualmente evolvendo fino a diventare cose tali da non poter essere più chiamate “libri”: pensate alla differenza tra l’enciclopedia comprata a rate, la Garzantina e Wikipedia);

– il presupposto (presente in tante domande) che l’attuale crisi dell’editoria “tradizionale” sia causata dall’editoria digitale e/o dal “fenomeno del self-publishing” (è curioso come alla parola “self-publishing” sia quasi sempre accoppiata la parola “fenomeno”) è un presupposto sbagliato: oggi come oggi, in Italia, gli unici a far soldi con l’editoria digitale e con il self-publishing sono gli editori “tradizionali”.

– sarebbe sensato casomai domandarsi quali tipi di produzioni editoriali possono effettivamente risentire, in positivo o in negativo, della (lenta, in Italia) espansione dell’editoria digitale e del “fenomeno del self-publishing“. Vogliamo riflettere sul fatto che l’unico successo mondiale (mondiale, ma unico) proveniente dal magico mondo del self-publishing è costituito da una trilogia di pornazzi nati come fan story di Twilight? Vogliamo riflettere sul fatto che l’unico editore seriamente compromesso dal “fenomeno del self-publishing“, a tutt’oggi, sembri essere Harlequin? (Vedi The New Yorker:

Harlequin Books Limited—now Harlequin Enterprises—was founded in 1949 in Canada as a small printer, packager, and distributor of books. In the nineteen-fifties, Harlequin started reprinting titles from Mills & Boon, a British publisher of popular romance novels. In 1972, Harlequin acquired Mills & Boon, and soon was synonymous with the romance novel. By 2012, romance novels were a 1.5-billion-dollar-a-year business that made up nearly seventeen per cent of fiction sales. But, for the past several years, Harlequin’s sales have declined as people have started getting their romance from erotic—and often self-published—e-books instead of grocery-store paperbacks. Last week, News Corporation announced it would acquire Harlequin from its parent company, Torstar Corporation, for about four hundred and fifteen million dollars—not much more than Harlequin’s revenue last year. Harlequin will become a division of News Corp.’s HarperCollins Publishers).

E vogliamo o non vogliamo, piuttosto, fare un’indagine su se e quanto l’avvento del “fenomeno del self-publishing” abbia danneggiato le case editrici specializzate in Autori a Proprie Spese?

– il presupposto (presente in tante domande) che i cambiamenti in corso stiano tutti nella produzione dei libri è un presupposto miope se non addirittura cieco: i grandi cambiamenti sono in corso soprattutto sul fronte della distribuzione. Pensate a quanti titoli mette in vetrina una qualunque cartolibreria, e immaginiamo un confronto con la “vetrina” di un negozio digitale. Ecco l’apertura di Amazon, qualche giorno fa:

amazon_vetrina_1

Nessun libro, a quanto pare. Facciamo scorrere la pagina:

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Lasciando perdere l’attrezzeria da cucina, la domanda è: che differenza c’è tra questa “vetrina” e la vetrina di una cartolibreria? E tra questa “vetrina” e la vetrina di una libreria? E poi: che differenza c’è tra navigare dentro le varie sezioni di Amazon e girellare in una libreria (piccola, media, grande, indipendente, di catena eccetera)? E’ qui che sta cambiando tutto: già l’assortimento delle librerie è negli ultimi anni molto diminuito (di quanto? Non lo so; se qualcuno lo sa e ha voglia di dirlo: grazie), il progresso dei negozi in rete porterà, paradossalmente, a una maggiore reperibilità anche di libri difficili da reperire e – contemporaneamente – all’incremento della sproporzione di visibilità tra “libri di massa” e “libri non di massa” (o, addirittura, “libri per pochi o pochissimi”).

– io possiedo libri di carta vecchi di tre secoli e (con una certa cautela) posso leggerli. Che cosa si può profetizzare circa la durata dei libri digitali (e degli apparecchi per leggerli)? Basti pensare che fino all’altro ieri il formato considerato ideale per pubblicare libri in edizione digitale era il Pdf: oggi chiunque possieda un lettore digitale tascabile sa che i suoi vecchi libri in Pdf potrà leggerli solo stampandoseli (o a video: comunque non su un supporto tascabile).

– resta la grande domanda sui lettori digitali: resistono alla sabbia e alla crema solare? Ovvero: sono adatti ai “libri da ombrellone”? In questi giorni Sperling & Kupfer ha mandato in libreria alcuni “libri da ombrellone” dotati di comoda custodia in plastica:

sperlingPochette

Siamo difronte a un gesto disperato, a un’idea pubblicitaria come un’altra, o allo svelamento del vero punto debole del libro digitale?

– Ecco: di cose come queste (se si vuol parlare di editoria, e non di letteratura), care persone che mi intervistate, bisognerebbe parlare.

Ho trovato la fotografia qui.

21 Risposte to “Desperate publishers”

  1. Francesco Genovese Says:

    Ah : il profumo della carta, lo spacchettamento dal cellophane.
    Certo se una cosa scritta è buona ( che poi tutto e’ buono basta che ci sia qualcuno che ne trovi piacere a leggerlo) leggila come vuoi.
    Io per esempio abito al secondo piano e non prendo mai l’ascensore: ecco un caso in cui l’ascensore non ha ucciso le scale. Certo, se devo salire con i sacchi della spesa magari ci penso.ad usarlo

  2. Andrea D'Onofrio Says:

    Giulio il pornazzo non è l’unico. C’è Metro 2033 di Gluchovskij che è un successo mondiale.

  3. acabarra59 Says:

    “ 12 ottobre 1988 – « Leggo sul Venerdì numero 41, pagina 44, accanto alla fotografia della signora Feltrinelli: “ Inge Feltrinelli nella libreria milanese che quest’estate ha inventato la formula dei « volumi venduti a peso » “. Devo precisare che la formula ” volumi venduti a peso “ non è una trovata feltrinelliana in quanto la casa editrice Gutenberg (Ave, Manuciehri, Tehran, Iran) da più di 25 anni segue ininterrottamente questa formula e con pieno successo. – Darnsh Radpur – Roma » (Lettera al direttore, anni Ottanta) “.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Ma quella di Gluchovskij è tutta un’altra storia. Se non altro perché
    – comincia nel 2002, quando l’ebook di massa è ancora un pio desiderio e l’autopubblicazione sostanzialmente non esiste;
    – comincia (e prosegue) come storia cooperazione narrativa;
    – i numeri sono ben diversi: diciamo che Gluchovskij ha avuto forse un centesimo del successo del pornazzo; e una buona metà di quel successo l’ha avuto alla periferia dell’impero cultural/letterario/editoriale (cioè: non in lingua inglese). In Italia il pornazzo è uscito per Mondadori, Gluchovskij per Multiplayer.

    La cosa che i due casi hanno in comune è: si tratta di narrativa di genere (nel caso di Gluchovskij, eccellente).

  5. Milo Busanelli Says:

    L’ebook reader “resistente ad acqua, polvere e sabbia” esiste già e si
    chiama Aqua (sì, senza c) di Ibs. Qui:
    http://www.ibs.it/speciali/pocketbook-touch.asp
    Anche se non l’ho mai provato…

  6. LiveALive Says:

    Uno dei post più intelligenti che ho letto sull’argomento.

    Personalmente, uso gli e-book per saggistica e testi di studio, il cartaceo per romanzi e testi di piacere. Il motivo è soprattutto il prezzo: non solo per prepararsi bene su un argomento sono necessari in genere un gran numero di testi (per scrivere un racconto western ho letto 21 saggi sull’argomento… Ok, potevo fermarmi prima), ma alcuni di questi hanno pure prezzi folli (per i testi giornalistici di D’Annunzio ho dovuto spendere circa 80 euro, ma ci sono pure testi che costano il doppio… Per D’Annunzio lo faccio, ma solo per lui). Inoltre qui la possibilità di ricercare specifiche frasi è realmente utile.
    Per i romanzi, però, non ce la faccio a leggerli in digitale. Perché, non lo so neppure io: a logica verrebbe da dire che il formato digitale ha tanti vantaggi (non occupa spazio, si possono ricercare parole, ci sono dizionari incorporati, c’è pure la possibilità di prendere appunti o aggiungere della musica), eppure non ce la faccio a leggerli per piacere…
    È un qualcosa che pare illogico, ma forse non lo è realmente. Per esempio, ecco un articolo interessante:
    http://www.technologyreview.com/view/513766/this-is-your-brain-on-e-books/
    Ne avevo trovato anche un altro, mesi fa, che però ora non ritrovo più… Si parlava di come per il lettore fosse importante avere la percezione del progresso di lettura, mentre un testo digitale dava l’idea di leggere un testo infinito (ecco perché ora si mettono numeri di pagina, barre percentuali, checkpoint e quant’altro). Non è logico ma è così: girare pagina è una soddisfazione immediata, come premere un tasto di un pianoforte.

    Si sente in giro, ogni tanto, che gli editori sono danneggiati dal digitale e fanno di tutto per ostacolarlo. Qui si dice che gli unici che guadagnano davvero con il digitale sono gli editori tradizionali, e si è detto tutto. L’idea dell’editore che fa di tutti per non passare al digitale mi sembra semplicemente illogica.
    A tal proposito è interessante anche il formato flipback. Pare che Mondadori abbia dichiarato che l’idea dietro è un formato intermedio tra ebook e cartaceo (io sapevo che era un brevetto con tutt’altro scopo, però…), e per questo si è detto che è una mossa estrema per non passare al digitale. Mi sbaglierò, ma a me sembra l’esatto contrario, cioè un mezzo per abituare il pubblico cartaceo all’esperienza digitale.

    Segnalo anche un altro articolo, che dice le cose che si dicono di continuo:
    http://www.ebook-reader.it/news/in-inghilterra-gli-ebook-i-libri-cartacei/
    Se il digitale supererà il cartaceo, non me ne importa molto. Piuttosto vorrei della carta di qualità.
    Sinceramente, se uno mi dice “tra digitale e cartaceo, a parità di prezzo, prendo il digitale” io non ci credo. Quindi se uno si compra il digitale per risparmiare, lo trovo giusto, ma almeno se devo spendere di più per la carta non vorrei le copertine che si staccano. E poi ho una passione per certe edizioni di lusso, quelle con la copertina in pelle, il titolo in oro, le pagine spesse e le illustrazioni di Alberto Martini (la versione di Martini della Commedia è migliore di quella di Dorè, per me).

  7. Rita Says:

    E’ vero, la carta è sempre la carta, nessun ebook reader potrà , per quanto sofisticato sia, sostituire il fruscio o l’odore delle pagine di un libro; credo però che questo valga, soprattutto, per chi, come me, ha letto per la maggior parte della sua vita su carta. Un ragazzo di oggi , mio figlio, per esempio, che legge moltissimo e che ha 20 anni, legge al 90% su digitale, che sia testo scolastico (ormai hanno quasi tutti il cd allegato) o altro . E gli piace, nonostante abbia imparato a leggere su carta e abbia amato libri e fumetti cartacei fino alla prima media, anzi, lo preferisce. La situazione attuale, è assodato, vede comunque la crescita di vendite su digitale e il calo drastico del cartaceo. Certo paragonare questo momento a quello in cui le trascrizioni amanuensi vennero soppiantate dai libri stampati, forse, è un po’ eccessivo; sono però certa, che anche in quel momento, qualcuno ha detto che “niente può sostituire il profumo dell’inchiostro, la delicata trasparenza della carta fatta a mano, la perfezione della grafia, eccetera” . Non so se anche il critico momento economico mondiale possa essere importante, certo è che un libro, oggi, costa 10-18 euro, mentre lo stesso libro, in digitale , costa la metà e, a volte, meno, ma so che è sicuramente il motivo che può far propendere una madre a cercare una bancarella dove le mutande costano meno comunque, anche se le regalano il libro. Io, se voglio comprare su cartaceo qualcosa che so avere, per me, un certo valore letterario, per la maggior parte, vado per i libri usati oppure se proprio voglio una novità di cui ancora non so granché, e questa costa “troppo” , vado per il digitale. Sono, come tantissimi, ormai, una lettrice ibrida che va verso il digitale, come i pesci che lasciarono le acque primordiali per adattarsi all’ossigeno della terraferma preistorica. Spero di non soffocare sotto una montagna di ebook che tra dieci anni non potrò aprire.

  8. acabarra59 Says:

    ” Venerdì 1 agosto 2014 – A me piacciono molto i biscotti Doemi – Doemi sta per D’Onofrio Emilio, li ho scoperti venendo in Puglia d’estate – sono tipo le Campagnole del Mulino Bianco o gli Ottimini di Divella, ma, lo giuro, sono molto più buoni. A Roma prima li trovavo alla Sma di Ponte Milvio, ma da un certo momento in poi non più. Così ho scritto a Doemi chiedendo dove avrei potuto trovarli. Non mi hanno risposto niente, in compenso mi scrivono per dirmi tante cose di cui non mi importa niente. Oggi mi hanno fatto sapere che nel prossimo ottobre appariranno spot Doemi all’interno di Affari tuoi e L’Eredità. State contente umane genti al quia… “.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Rita, scrivi:

    …La situazione attuale, è assodato, vede comunque la crescita di vendite su digitale e il calo drastico del cartaceo…

    Ma non c’è relazione tra le due cose.
    La caduta libera del libro di carta è da mettere in relazione con
    – la generale contrazione dei consumi,
    – l’assorbimento di tempo da parte di altri media.
    Il libro digitale si fa strada a fatica, ma davvero a fatica (in Italia); e al momento è decisamente marginale.
    Se la vendita del libro di carta passa in tre anni da 100 a 70, e quella del digitale passa da 0 a 3, è chiaro che non si può (ancora, vabbè) parlare di transizione dalla carta al digitale; e soprattutto che il calo di questo e l’incremento (lento) di quello non possono essere messi in relazione.

    (Ah: in questo momento i libri di carta che sono davvero in picchiata sono i tascabili. Al punto che alcuni editori stanno ridisegnando le loro collane tascabili, per fare dei “tascabili-non-tascabili”, di prezzo non basso ma medio eccetera. Vedi l’esperimento mondadoriano, riuscito, dei “Numeri primi”).

    Poi dici, Rita, secondo me molto bene:

    Io, se voglio comprare su cartaceo qualcosa che so avere, per me, un certo valore letterario, per la maggior parte, vado per i libri usati oppure se proprio voglio una novità di cui ancora non so granché, e questa costa “troppo” , vado per il digitale. Sono, come tantissimi, ormai, una lettrice ibrida…

    Ecco: un lettore “ibrido” ha bisogno appunto di un mercato editoriale “ibrido”.

    Pensa solo a questo, Rita: man mano che le biblioteche di famiglia di trasferiranno dalla carta al digitale, e tenendo conto che vi saranno sia nuovi acquisti sia acquisti “di sostituzione” (è un fenomeno già degno di attenzione, ne ho solo sentito parlare in convegni; diciamo che in Italia qualcuno ipotizza un mercato futuro all’80% di nuovi acquisti e 20% di sostituzioni, con progressivo incremento della quota di sostituzioni – numeri da prendere con le pinzissime; nella musica la sostituzione è stata pressoché completa, ma il paragone è da prendere anch’esso con cautela), vi sarà una correlata immissione nel mercato del libro usato di basso prezzo (libri “usati”, non “antichi”) di notevoli quantità di volumi. Per la felicità dei lettori che preferiscono la carta…

    LiveALive, in una frase dici una cosa importante:

    …Se il digitale supererà il cartaceo, non me ne importa molto. Piuttosto vorrei della carta di qualità…

    Possiamo immaginare (è solo un esercizio) un mercato fatto così:
    – narrativa e saggistica di massa di medio livello: sempre più in digitale (i libri da ombrellone, i libri che tutti leggono eccetera).
    – narrativa di massa di basso livello: misto.
    – editoria per l’infanzia: misto, con trasformazioni importanti dell’oggetto libro.
    – editoria per lettori forti: edizioni digitali fatte bene (in Italia ancora mancano, secondo me), edizioni cartacee con caratteristiche di qualità (la carta, il colore…).
    – editoria da studio: carta con estensioni (eserciziari, come minimo) (tu, LiveAlive, sei anomalo rispetto alle statistiche).
    – editoria da scuola: niente libri, solo “materiali”.

    Eccetera.

    Possiamo anche immaginare questo: la “ibridicità” non riguarda solo l’oggetto libro, ma anche l’ogetto “supporto”. Con un lettore semplice e tascabile si possono leggere certi libri e non altri. Per un romanzo il mio Sony che sta in tasca va benissimo; non va bene affatto per, che so, un saggio di storia dell’arte con illustrazioni, o un testo di studio con molte note.
    A lungo andare, non si produrranno libri in tutti i formati per tutti gli strumenti in grado di leggerli, bensì libri diversi per formati diversi. Perché la scelta di un certo strumento (semplice lettore, lettore con internet, tablet, telefono eccetera) è una discriminante sul piano culturale, sociale, economico.

    Milo: grazie per la segnalazione. Noto che Ibs, prudentemente, parla di acqua, sabbia e polvere; ma non di crema solare.😉

  10. Marco Amato Says:

    Salve Giulio,
    La seguo da parecchio, però credo che il tuo pensiero sul self-publishing non sia legato alla realtà. Forse a quella italiana sì, ma altrove si è molto più avanti. Negli Stati Uniti il self-publishing di qualità si è già affermato e vende parecchio. Numerosi autori americani vivono di sola scrittura, cosa che non potrebbero mai fare se fossero legati all’editoria tradizionale. Si parla di Royalty del 10% (se va bene)con gli editori e il 70% di Royalty sugli ebook per gli autopubblicati. Un recente studio negli Usa, dimostra che gli scrittori Indie guadagnano il 40% delle Royalty destinate agli scrittori. Cioè i grandi autori dell’editoria tradizionale, dell’intera torta portano solo il 60% dei guadagni. È chiaro, vendono molto di più, ma intascano un gramo 10% dalle vendite. Un idiota indipendente che vende 10 mila copie equivale a uno scrittore che ne vende 70 mila. I dati sono molto interessanti, chi vuole approfondire qui lo studio: http://authorearnings.com/report/july-2014-author-earnings-report/ e qui scrivo.me che riporta la notizia in Italia http://www.scrivo.me/2014/08/05/le-sorprendenti-statistiche-del-self-publishing/.

    Il mercato dei self-publishing in Usa è maturo, le classifiche di Amazon sono piene di autori indipendenti, dove in settori come rosa, fantasy e gialli superano gli scrittori tradizionali. Il prezzo basso e scritti di qualità giocano la differenza. Solo per fare nomi, scrittori come Hugh Howey, JA Konrath e decine e decine di altri, stanno dimostrando e ne parlano nei loro blog che un nuovo modello di editoria si sta affermando. Autori dinamici, presenti sui social network, imprenditori di se stessi.

    Potrei andare avanti su tutte le strategie possibili. Ma è inutile. Chi ha i suoi pregiudizi non capirà. La storia ci racconta che avviene sempre così. Il nuovo sostituisce il vecchio e il vecchio lo rifiuta e se ne rende conto solo quando il suo mondo è finito. Un solo esempio è evidente. Non si può paragonare l’editoria tradizionale al self-publishing. La prima ha una tradizione consolidata di un secolo. La seconda è nata nella sua forma attuale da appena 5 anni. E’ come se un adulto facesse una corsa con un bambino. Vuoi vincere facile? Aspetta che cresca però. Non sappiamo cosa succederà fra 10 o 20 anni. Nessuno può saperlo e sarebbe stupido predirlo. Ma di certo oggi è in atto una trasformazione. I bambini di oggi nascono con touch screen in mano. La cosa può piacere o meno. Questi ragazzi, questi uomini, questi prossimi lettori avranno una visione diversa da quella nostra.

    Che poi in Italia il mercato non sia ancora maturo convengo. Ma un fuoco si sta alimentando sotto la brace. Aspetta solo la scintilla giusta che dia inizio delle polveri. Il Self publishing in Italia aspetta che i primi modelli di successo si affermino. Staremo a vedere.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Marco, io parlo della situazione italiana. Che è differente da quella statunitense per una quantità di ragioni. Se non altro perché qui in Italia l’offerta di libri (stampti) è ovunque. La densità di punti vendita dei libri è ancora – nonostante l’attuale crisi delle librerie, non solo le indipendenti – incomparabile. Una semplice cartolibreria che tenga i 20 titoli più venduti del momento è un “presidio” di valore significativo.

    Nel tuo ragionamento (e anche quello dello studio che citi) ci sono, secondo me, delle falle.

    Ad esempio: che a un autore pubblicato da un grande editore venga il 10% di diritti è una cosa dubbia. A me, che sostanzialmente non vendo un picchio, Mondadori dà il 15%. Non posso parlare di altri contratti perché sono vincolato alla riservatezza. Ma dico che un’ipotesi che “pialli” tutti sul 10% è irrealistica.

    E’ sciocco notare con stupore che per la non-fiction il prezo sembra meno importante. E’ sempre stato così.

    E’ vero che l’autopubblicazione ormai va su tutti i generi. Ma la dominanza di certi generi, e in particolare delle serializzazioni, non può essere liquidata come dato di poco rilievo. Come ho detto e ridetto: l’edizione digitale è più adatta a certe opere e meno ad altre, e l’edizione in carta è più adatta a certe opeer e meno ad altre.

    L’editoria “tradizionale” ha qualcosa di più di un secolo. Ma l’editoria “tradizionale di massa” ha abbastanza di meno di un secolo.

    Sulla qualità delle opere ho qualche dubbio. Seguo attentamente (perché è il mio mestiere) il mercato italiano, ma vedo una qualità media (dico: media) degli autopubblicati non bassa: bassissima.

    Aggiungo: i grandi editori italiani hanno fatto delle grandi sciocchezze. Quasi tutti, ad esempio, si sono lanciati a proporre collane di piccoli libri digitali a prezzo bassissimo (ma in realtà, in proporzione al numero di battute, a prezzo altissimo). E nessuno ha ottenuto risultati economici accettabili.

    L’apologia dello scrittore “imprenditore di sé stesso” dimenica, secondo me, una cosa: che gli scrittori disposti a diventare imprenditori di sé stessi (“dinamici, presenti sui social network…”) sono solo una frazione degli scrittori esistenti.

    (A me, per esempio, già mi scoccia dover fare pubblicità ai miei corsi, tanto che faccio i salti mortali per fare almeno delle pubblicità divertenti; se ci fosse un’azienda che se ne occupasse, sarei molto felice).

    Poi ci sono tutte le dinamiche ancora non misurabili. Dicevo prima con Rita, scherzando ma non troppo: quale sarà l’impatto della grande massa di libri usati (prevalentemente libri di massa) che si riverseranno sul mercato quando l’acquisto digitale diventerà (ed è già in parte) un acquisto di sostituzione anziché di novità? Non ho nessun dato, ma ho memoria – non li ho sottomano, e non so se potrei pubblicarli avendoli sottomano – certi dati sul libro usato scolastico di qualche anno fa. Le case editrici specializzate stimavano il mercato dell’usato attorno al 20%, nonostante il gioco (folle) delle finte nuove edizioni eccetera.

    Scrivi:

    Chi ha i suoi pregiudizi non capirà.

    Quali sono, secondo te, i miei pregiudizi?

    (Ah: ieri, in spiaggia, un po’ ho letto – col lettore digitale in tasca – e un po’ ho passeggiato. Nella mia zona – e questo dato ovviamente non ha nulla di scientifico, è solo suggestivo – ho visto molte persone con un libro di carta in mano; nessuno con un lettore digitale; molti con smartphone, ma non avevano l’aria di star lì a leggere; nessuno con iPod, forse troppo prezioso da portare in spiaggia).

  12. Marco Amato Says:

    Ciao Giulio,
    Ti seguo da tempo perché sei formidabile nel tuo stile pacato e schietto. Convengo con te su molte cose.
    La prima, la scarsa qualità del self-publishing attuale. Molti sempliciotti pensano che scrivere un romanzo sia arrivare al punto finale. E pubblicano.
    In realtà lo status operandi dell’autore Indie richiede dei passi che non sono per nulla semplici. Ogni autore in self-publishing deve cercarsi un editor professionista, con cui rivedere il testo, un correttore di bozze che fa questo di professione e un grafico esperto in copertine di libri. Non ci sono sconti, chi vuol fare da solo deve ricalcare la prassi editoriale.
    Io ad esempio, che sono molto scrupoloso, ho già finito il romanzo. Lo sto sottoponendo a un’attenta revisione-riscrittura. Sto costituendo un gruppo di lettura per cogliere pareri esterni e apportare miglioramenti. Passerò poi all’editor, le bozze e via discorrendo. Il mio libro deve essere un prodotto editoriale perfetto. Poi che la storia possa piacere o meno quello è un dato spesso opinabile. Credo che la mia storia funzioni bene e abbia degli aspetti di novità interessanti. Vedremo.
    Io andrò in self-publishing. E ti spiego pure perché. Al momento è la migliore opportunità per uno scrittore esordiente.
    Quanti sono gli scrittori esordienti in Italia ogni anno? Migliaia. Chi ha la fortuna di accedere ai grandi editori? Pochissimi. La maggior parte finisce fra editori medi e piccoli. Gente onesta e operosa si intende, ma cosa succede realmente?
    Metti che un editore medio decide di pubblicare il mio scarabocchio. Firmiamo un contatto di edizioni da 5 a 20 anni. Io tirerò al minimo, lui al massimo. Poi il mio libro viene sottoposto a editing, io e l’editor ci rompiamo le nocche e poi correzione di bozze, copertina e si comincia.
    Ora un contratto di edizione con un autore esordiente di un editore medio difficilmente supererà le 5 mila copie minime di stampa. Ma se i conti non sono opinabili in Italia ci sono più di 5 mila librerie. Almeno una copia per ciascuna? Figuriamoci. Verrà distribuito nelle più grandi se hai fortuna. In Italia ogni anno si pubblicano 36 mila nuovi libri, in tutti i generi. Quindi i poveri librai dovrebbero ritrovarsi con 3 mila nuovi libri da piazzare ogni mese. È possibile? Certo che no. Il libraio fa una selezione a monte. Qui il ruolo della casa editrice e più ancora del distributore è fondamentale. Ti chiami Mondadori sfondi i muri, ciccio edizioni no. Quindi io povero esordiente ancora prima dell’esame del lettore non so quale sorte avrà il mio libro. Mettiamo il migliore dei casi. Il libraio ci mette lì in bella evidenza. Quanto tempo può stare un esordiente in evidenza? Statisticamente i libri che vendono parecchio in evidenza non stanno più di sei mesi. Poi retrocedono per fare spazio ai nuovi libri. Il lettore vuole le novità, è ovvio. Io povero esordiente non sono fortunato. Nessuno mi conosce, vendo poco, e il libraio mi rispedisce indietro. L’editore che nel frattempo deve pubblicare i nuovi autori, prende i miei libri e li mette in magazzino. Risultato? Un esordiente ha più del 90% di possibilità di fare flop a prescindere. Ma nel frattempo che l’editore ti pubblica mette in gioco una possente campagna marketing. Che consta sostanzialmente in recensioni amiche sui giornali e sul web e il periplo di librerie ben disposte con gli esordienti per presentazioni iper affollate di 15 persone a volta. Siccome questo marketing, studiato apposta per te scrittore, funziona poco, e l’editore non può insistere con il tuo libro, perché deve promuovere i nuovi esordienti e non. Mettiti il cuore in pace.
    Questa dinamica studiata da molti Indie in America, viene chiamata la regola dei sei mesi. Hai sei mesi massimo per poterti affermare. Scaduti quelli il libro finisce nell’oblio. Anche se sei bravo, in questo meccanismo, emergere è molto difficile. Ma cosa succede adesso? Tu credi nel tuo libro, vuoi insistere. No. Hai ceduto i diritti di edizione. E finché i libri staranno in magazzino tu non potrai fare nulla sulla tua opera.
    Vediamo il mondo al rovescio, col “fenomeno” del self-publishing come giustamente hai demolito il termine.
    Io finisco il romanzo. Mi finanzio editing e tutto il resto e pubblico il libro. I diritti sono interamente miei. Posso fare quello che voglio. Lo pubblico su Amazon. Vedo che non funziona, lo tolgo, lo correggo, faccio una nuova versione e lo ripubblico. (Casi accaduti realmente in Usa). Non solo gioco sul prezzo. Lo avevo troppo alto? Lo abbasso per farmi conoscere. Sfrutto i social network e via dicendo. Passano sei mesi e non sfondo. Ma il mio libro è sempre lì. Poi d’improvviso dopo 18 mesi entra in un circolo virtuoso, il passa parola si diffonde, scali le classifiche di Amazon, qualche giornale ne parla e via, una strada inaspettata. Non è meno improbabile di affermarsi su di un ipotetico scaffale di un libraio.
    Tu dici che gli scrittori non sono disposti a fare marketing. È vero. Pubblichino con l’editore e finiscano nell’oblio con loro. Io preferisco giocarmi le mie possibilità in prima persona.
    Da questo punto di vista rivedo molto Beethoven. Noi tutti lo osanniamo per le sue grandi opere. Ma pochi sanno la battaglia di Beethoven nel suo tempo.
    Tutti i musicisti prima e contemporanei a lui, erano dei parassiti che dovevano vivere sotto un protettore, a cui dovevano gli inchini e grazie di cuore. Bach, Haydn, lo stesso Mozart. Tutti alla mercé di mecenati capriccioso. E se non piacevi più un calcio nel sedere e al tuo destino. Mozart morirà povero perché non aveva più un nobile a dilettarsi di lui. Beethoven no. Lui lottò strenuamente per essere libero. Voleva vivere con i proventi della sua stessa musica. E ci riuscì, spaccando il mondo e creando i presupposti del diritto d’autore. Magari questa è la nuova era dello scrittore che si autodetermina.
    Insomma, la libertà di fallire con le proprie mani, non ha prezzo.

  13. Marco B Says:

    Marco A, se hai studiato il fenomeno del self-publishing statunitense avrai anche notato che non è la qualità del prodotto a vendere e che anche lì i flop sono molteplici. A questo va aggiunto che le molteplici pratiche di autopromozione (dai giveaway ai “like”) sono un ulteriore fallimento. Lo sono anche perché si approccia con mente vecchia il mondo nuovo, si pensa all’utilizzo di un social media prima ancora di concepire una qualsiasi strategia digitale di comunicazione. Il marketing è un lavoro da professionisti e la facilità di accesso a un mezzo, o i suoi costi contenuti, non lo rendono automaticamente accessibile a tutti ma semplificano soltanto l’accesso ai mezzi che il marketing utilizza (o può utilizzare).
    Al di là di ques’ultimo inciso e tornando al self-publishing statunitense ci accorgiamo che molti degli indie authors che vendono milioni di copie stampano per lo più robaccia seriale (molta rosa) con volumi fotocopia dopo essere riusciti a crearsi un loro pubblico (con un approccio smart, e in questo caso dimostrando sì di avere abilità marketing seppure non professionisti). Questo non toglie che questi autori siano stati abili imprenditori di se stessi, malgrado la scarsità del loro prodotto sono stati capaci di collocarlo sul mercato, hanno individuato la giusta nicchia, formata da palati grossolani, e continuano a vendere a loro la medesima robaccia.
    Tu come ti collochi?
    Stia lavorando sulla qualità del prodotto, hai detto, però in quello che hai scritto non sono riuscito a cogliere un’analoga sensibilità all’aspetto più commerciale per poter collocare con successo quel tuo prodotto. Lasci l’impressione di voler ripercorrere strade note (le varie sfumature dei giveaway, coupon premio, like e ia dicendo) e di non aver realmente riflettuto sulla creazione di una tua precisa strategia digitale (con tutto ciò che questo comporta anche in termini di know-how) per essere imprenditore di te stesso di successo.

    Mi scuso per questa lunga tirata, forse fuori contesto, ma l’osservazione di Giulio, quando affermava che gli scoccia di fare pubblicità, non è cosa che va letta superficialmente e gli va data tutta la giusta rilevanza.
    Poi, sul self-publishing c’è tanto che si può dire e questo non riguarda solo il modo tradizionale di concepire un libro, quando questo potenzialmente diventa è sempre più multimediale e lo può essere pure in un ambito strettamente narrativo.

  14. Il fu GiusCo Says:

    @Amato – va bene tutto ed è perfettamente condivisibile (faccio in modo identico con la poesia da quindici anni), ma c’è un punto fermo a tutto il discorso: quello che lei scrive e con tanta efficiente determinazione promuove, vale letterariamente qualcosa? Potrebbe non importargliene nulla, beninteso, ma il succo di fare questo discorso sul blog di Mozzi si riduce a questo. Se io vado a comprarmi il libro di Marco Amato su Amazon trovo una cosa di valore (= rapportabile ai grandi classici) o un pacchetto di caramelle? Non mi risponda di andarmi a comprare il libro per valutare da me perché sa bene, da indie, che non è l’approccio giusto, indie per indie si trova di meglio a prescindere e a gratis. Saluti ed in bocca al lupo.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Marco Amato, scrivi delle cose un po’ curiose. Ad esempio:

    …Ogni autore in self-publishing deve cercarsi un editor professionista, con cui rivedere il testo, un correttore di bozze che fa questo di professione e un grafico esperto in copertine di libri. Non ci sono sconti, chi vuol fare da solo deve ricalcare la prassi editoriale…

    Ma un “editor” è – per definizione – uno che lavora in un’azienda editoriale, e il suo lavoro consiste nel decidere che cosa si pubblica e che cosa no (una volta si chiamavano: “direttori di collana”).

    A meno che tu non ti riferisca a quelle persone che si presentano come “editor indipendenti”: che, in Italia, sono quasi sempre – per la mia esperienza – (a) professionisti di scarso valore (b) interessati solo a spillar quattrini agli aspiranti autori.

    Se tu ti presenti a un “editor indipendente” col tuo romanzo, Marco, e gli domandi di farti l’editing, lui te lo fa. Anche se ritiene che il tuo romanzo sia una schifezza. Basta che tu poi paghi. Il suo è un lavoro completamente privo di rischio: lui può lavorare bene o può lavorare male, no problem: ha già incassato da te.

    …Quanti sono gli scrittori esordienti in Italia ogni anno? Migliaia. ..

    No, migliaia no. Forse qualche centinaio. Se vuoi farti un’idea più precisa, prova a leggere il volume curato da Michele Rak Mercato e romanzo (non ce l’ho sottomano qui, altrimenti avrei estratto un po’ di dati).

    …Ora un contratto di edizione con un autore esordiente di un editore medio difficilmente supererà le 5 mila copie minime di stampa. Ma se i conti non sono opinabili in Italia ci sono più di 5 mila librerie. Almeno una copia per ciascuna? Figuriamoci. Verrà distribuito nelle più grandi se hai fortuna. In Italia ogni anno si pubblicano 36 mila nuovi libri, in tutti i generi. Quindi i poveri librai dovrebbero ritrovarsi con 3 mila nuovi libri da piazzare ogni mese. È possibile?…

    Ecco, Marco: qui c’è un tale concentrato di errori e di ingenuità, che non si saprebbe da che parte cominciare. Allora:
    – qualunque contratto di edizione indica un numero minimo di copie di stampa bassissimo; e, va detto, lo indica solo perché c’è una qualche norma di legge o qualcosa in giurisprudenza che rende tale indicazione obbligatoria. In realtà, sarebbe stupido indicare in contratto un numero minimo di copie di stampa: perché il numero delle copie che saranno stampate per il lancio del libro dipende dalle prenotazioni che saranno raccolte in libreria.
    – le librerie in Italia non sono “più di 5 mila”, se intendiamo per “libreria” un negozio nel quale si vendono prevalentemente libri. I “punti vendita del libro” saranno forse cinquemila, contando anche gli angoli di certi uffici postali dove hanno un girello con i libri, lo scaffale del pizzicagnolo di provincia dove s’impolverano due tre bestseller dell’anno prima, eccetera. Le librerie propriamente dette sono poche, e tra l’altro in continua e veloce diminuzione. Feltrinelli – che è la più grande catena italiana, e che è in crisi dura – fa qualcosa di più di metà del mercato: più di un libro di carta su due si vende in una Feltrinelli. Gli spazi nei centri commerciali si stanno riducendo (negli ultimi due anni le vendite sono precipitate più lì che altrove). In questo momento, parlare di 1.200 librerie è già ottimistico.
    – di queste librerie, una parte è costituita da librerie specialistiche (librerie universitarie, librerie per professionisti, librerie religiose, librerie antroposofiche, librerie per ragazzi, librerie dell’usato, librerie a metà prezzo, librerie del viaggiatore eccetera).
    – le novità annue sono non 36 mila ma 50-60 mila. Questo numero comprende anche tutti gli autopubblicati con isbn, le produzioni (notevoli in quantità) degli editori a pagamento, i libri solo digitali, le guide dei piccoli paese pubblicate dal tipografo del paese stesso, i cataloghi delle mostre, i libri scolastici, i libri di testo per l’università, eccetera. Quindi ogni libraio non si trova difronte all’intera produzione editoriale: ma a quella parte della produzione editoriale (a) che viene effettivamente messa in distribuzione, e non quindi i libri degli editori a spese degli autori eccetera, (b) che effettivamente corrisponde alla vocazione della libreria: le Feltrinelli non tengono i libri scolastici, le librerie religiose tengono quasi solo libri religiosi, le librerie per professionisti tengono solo libri per professionisti e così via.
    – la cosa migliore è, al momento, essere distribuiti solo nelle grandi catene, al limite solo nelle Feltrinelli: ciò garantisce all’editore una maggiore sicurezza di un buon rapporto tra distribuito e venduto.

    Eccetera. Vorrei solo farti notare, insomma, che il tuo ragionamento è indebolito da una palese disinformazione sul funzionamento del mercato editoriale. A es. vedo che sembri ignorare la questione della distribuzione (ormai pressoché monopolistica in Italia, dopo la cessione di Pde, da parte di Feltrinelli, a Messaggerie), che è una delle questioni centrali.

    Ed è curioso che tu metta un inciso del tipo: “se i numeri non sono opinabili” proprio quando spari un numero che non sta ne in cielo né in terra.

    Ripeto la domanda alla quale non hai risposto: quali sono, secondo te, i miei pregiudizi?

  16. Marco Amato Says:

    Ciao Giulio,
    Grazie per la cortese disponibilità e la pazienza. Io credo che effettivamente, la mia – passami il termine – polemica, ma che a me piacerebbe etichettare come confronto sulle idee, non serva a granché. Qualche commentatore come me, ha intravisto nel mio atteggiamento una certa arroganza, puntando il dito non sul mio argomentare, quanto sul “vediamo che schifezza verrai a proporre tu”. È evidente che mi sono espresso molto male. Mi spiace.

    Qualcuno sempre dei commentatori mi chiede sulle strategie che ignoro per promuovere il libro. Posso garantire che ci sono e molto rivoluzionarie. Non consistono certo nel cercare l’inutile like. Ma parlarne credo sarebbe troppo eretico.

    La mia intenzione era indirizzata al voler dire: guardate che il self-publishing non si può etichettare solo come roba per scrittori falliti e senza qualità. Altrove esistono realtà ben diverse che prima o poi si imporranno anche da noi. Ad esempio ammiro molto Mondadori e Edoardo Brugnatelli per la loro posizione che in sostanza si riassume: Non sappiamo cosa potrà essere il self-publishing, ma qualsiasi ruolo avrà, noi come azienda, vorremmo esserci da protagonisti. E anzi, facciamo pure un blog per consigliare gli autori indipendenti. Ammirevole lungimiranza.

    Infine Giulio, tu dici che il mio argomentare è pieno di ingenuità. Ne prendo atto e sarà vero, perché chiaramente ammiro e rispetto la tua profonda conoscenza del campo, ché non si può paragonare a quella di un pivello esterno. Quindi ritengo inutile rispondere punto per punto, troppo marchiani sono i miei errori.

    Mi chiedi quali pregiudizi in te ho visto? Ti chiedo scusa, ho letto male tra le righe, non hai pregiudizi.

    Io devo solo concentrarmi sul mio romanzo e su quello che ho intenzione di realizzare col self-publishing per la mia vita. Non devo dimostrare niente a nessuno.

    Magari in futuro avremo l’occasione di riparlare di self-publishing, ma solo come dati di fatto. Un giorno, o l’altro.
    Un saluto affettuoso.🙂

  17. Il fu GiusCo Says:

    @Amato – Perché dovrei darle dell’arrogante? Le ho solo chiesto se ha in mano un ottimo artefatto letterario. Se non ce l’ha, cambia molto poco, lei non deve dimostrare nulla a nessuno e io non do certo patenti di valore letterario. In bocca al lupo.

  18. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1983] – Il « romanzo » del ‘75 comincia così: « Dal giorno del martirio di San Giovanni Battista ». Fallito come romanzo – non c’è racconto di niente – si rivela fin dall’inizio un diario. Del diario ha la compromissione ostentata con il quotidiano in forma di note appunti objets trouvés. E’ una ricerca a partire da una perdita. Prima – nell’ottobre 1973 – c’era stato un altro diario – Il riepilogo -: anche in questo caso si trattava di un bilancio riconsiderazione meditazione sul « già fatto » – anche questo si era concluso con una catastrofe: non avevo trovato niente (o avevo trovato il niente?). Da allora ho continuato a scrivere diari – c’è anche, sempre alla fine del ‘73, un Antinemesi / Ipotesi di diario. Poi quello cominciato nel ‘76. Poi il lavoro su Gadda che, guardacaso, è centrato sul Giornale. Tutto il resto – poesie, racconti, note – si inscrivono in questo ininterrotto rito della scrittura giorno-per-giorno. L’imperativo del nulla dies sine linea, valevole per il mestiere dello scrittore in generale, si è trasformato, perdendo il suo carattere ingiuntivo o comunque epico, in una fisiologia del tot dies tot lineae, regime né della felicità né del dolore ma ormai dell’indifferenza. “.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Marco, non credo proprio che parlare qui delle strategie per la promozione di un’opera autopubblicata sarebbe “troppo eretico”. Se ne è già parlato in altri articoli – vedi, ad esempio questo articolo di Luca Fadda, piuttosto paradossale ma secondo me interessante.

    E non mi sembra che tu sia stato tacciato di arroganza.

  20. Marco Amato Says:

    Ciao Giulio,
    Mi ero ripromesso di non rispondere, ma non chiarire forse sarebbe maleducazione.

    Vedi che c’è, oggi siamo di fronte a numerosi rivoluzioni della tecnica. Cose mirabolanti che vediamo come evidenza già sui nostri telefonini. Oggi con un telefono si fa di tutto, e a volte ci si ricorda in casi sempre più rari di telefonare. È solo un esempio dell’evoluzione tecnica, attiva su numerosi campi.
    Dentro questa evoluzione tecnologica rientra anche la vetusta categoria dello scrittore? Direi proprio di sì.

    Pertanto è inutile sviscerare teorie che qui sarebbero etichettate come “eretiche”.

    La più grande ed evidente. Può uno scrittore oggi, che sia bravo e che abbia un mercato a partire dalle 5 mila copie vendute (meglio da 10 mila) vivere di scrittura? Cioè facendo lo scrittore a tempo pieno. Oggi con l’editoria tradizionale in Italia sono pochissimi eletti a poterci riuscire. Perché si scrive un libro ogni x anni e le vendite devono coprire la tua sopravvivenza per lunghi periodi. Ecco. La risposta è sì, è possibile vivere di scrittura. Numerosi Indie ci riescono e molto bene. Cambiano le regole e le logiche. Ci sono strategie da applicare. Frequenza di pubblicazione, uso dei social media, margine sul prezzo. Potrei enuclearti dati e esempi già applicati in Usa, Uk o Germania solo per citare i mercati più evoluti degli ebook. Ma lasciamo totalmente perdere, sarebbe inutile. Ti potrei parlare dell’internazionalizzazione del self-publisher, ma qui non si salverebbe nemmeno un redivivo Giordano Bruno.
    A questo punto, mi preme solo puntualizzare alcune cose, visto che mi hai tacciato con non curanza di ingenuità ed errori. Che errori non sono proprio.

    L’ingenuità dell’editor te la rispedisco al mittente, non ti offendere. Quello che ti ho detto io è la prassi nei mercati evoluti del self. Ok secondo te In Usa Uk, Germania, esistono migliaia di “fesseristi”? Potrei citarti decine di nomi di editor italiani, che conoscerai anche personalmente, che non sono direttori di collana, ma si occupano di editare testi. Penso che saprai (e lo sai) che la crisi nell’editoria è tale che molti lavori, anche di editor vengono precarizzati e esternalizzati. Ci sono editor in giro bravissimi, con curriculum invidiabili, che etichettare come scrocconi è un offesa a loro e non a me.

    Hai sottolineato i miei dati delle novità editoriali come errati quando è evidente la differenza di scrematura dei dati stessi.
    Mi tratti da sempliciotto sul numero di libri minimi (perché se a un autore stampano meno di 5 mila libri cosa stampano a fare? Non ci sarebbe la massa critica. E se questa è la pressi il povero scrittore sta solo a perdere tempo a pubblicare con un editore). Ti orpelli sul numero di librerie e cartolerie, e la bottega del pizzicagnolo Don Peppe il Pappone .

    Ma sei entrato nella sostanza del mio ragionamento, che metteva anche in dubbio la distribuzione? Io in quel commento ti dicevo che oggi un esordiente potrebbe avere più opportunità nel self-publishing che con il piccolo e medio editore. Senza nulla togliere a questi professionisti, gli editori piccoli e medi, che ammiro, e che spesso sfornano libri di ottima qualità. Io dico che può esserci un’altra strada, una via diversa, una nuova opportunità moderna in cui l’autore può perfino autodeterminarsi.

    È evidente che tu hai portato la discussione a un livello di dialettica in cui ogni mia affermazione viene ridicolizzata. Sul quel terreno io non posso, ne voglio competere. Io ho detto la mia. Se a te non interessa perfetto, non cambia nulla.

    @ Il fu GiusCo
    La ringrazio.

  21. Giulio Mozzi Says:

    Marco, scrivi:

    …Potrei citarti decine di nomi di editor italiani…

    E citali, dunque.

    …se a un autore stampano meno di 5 mila libri cosa stampano a fare?..

    La tiratura media, in Italia, è scesa sotto le 5 mila copie nel 2001. Da allora non è più risalita. Certo, è un dato molto grezzo. Diciamo che oggi un editore medio, in Italia, cerca di fissare il punto di pareggio (quello sotto al quale ci si rimette, sopra si guadagna) attorno alle 3.000 copie.

    …Ti orpelli sul numero di librerie e cartolerie, e la bottega del pizzicagnolo Don Peppe il Pappone…

    No, non “mi orpello”. Dico solo che in Italia non ci sono proprio le 5.000 librerie di cui tu parli. Un piccolo editore, che punti a essere presente non dappertutto ma lì dove può effettivamente vendere, oggi può darsi come obiettivo la presenza in circa 200 librerie (100 di catena e 100 indipendenti).

    Ti consiglio, per un po’ di dati freschi e bene organizzati, la lettura di: Voltare pagina?, di Paola Dubini, ed. Pearson.

    Non ho nessuna intenzione di ridicolizzarti, Marco. Ho visto che nel tuo ragionamento usavi alcune informazioni che mi parevano sbagliate, e l’ho detto.

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