Cosa o come insegnare a scuola / I poeti comico-realistici del Duecento

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Spassi medievali. Gennaio nel ciclo dei mesi di Torre Aquila, Trento, nel Castello del Buonconsiglio. Dettaglio

Spassi medievali. Gennaio nel ciclo dei mesi di Torre Aquila, Trento, nel Castello del Buonconsiglio. Dettaglio

di giuliomozzi

Qualche giorno fa domandavo alle signore e ai signori insegnanti: come fate con I promessi sposi? Oggi aggiungo un grado di difficoltà e domando (sempre alle signore e ai signori insegnanti; potendo comunque chiunque intervenire): e con i poeti comico-realistici del Duecento, come fate? Li fate leggere? Non li fate leggere? Che cosa, esattamente, fate leggere? E perché scegliete quello o quell’altro testo? E: che cosa fate, materialmente, in aula? Che cosa fanno, materialmente, in aula, i ragazzi? Quali strumenti di presentazione e analisi adoperate? Quali insegnate ad adoperare ai ragazzi? Che strategie usate per far capire l’importanza storica di quei componimenti? Come presentate (se la presentate) la categoria non so se storico o critica di “poeti comico-realistici del Duecento”? Fate con i ragazzi una riflessione sul fatto che esiste una categoria storico-critica come “poeti comico-realistici del Duecento”? E che cosa ci fate, poi, con questo o quel componimento che leggete in aula? I ragazzi, che cosa producono? Parafrasi? Traduzioni in italiano corrente? Imitazioni? Parodie? Analisi linguistiche? Confronti tra la lingua di questi testi e quella della poesia “illustre”? E: ragionate sulle emozioni di lettura? A voi, i poeti comico-realistici del Duecento, quando tutte le sere ne rileggete qualcuno prima di smarrirvi nel sonno, vi danno delle emozioni? Come fate a comunicare ai ragazzi le vostre emozioni? Come fate se non provate alcuna emozione? Come fate a far dire ai ragazzi le loro emozioni? Come fate a far loro riconoscere nel testo gli strumenti e i modi usati dagli autori per provocare quelle emozioni? I ragazzi riescono a prendere in simpatia i tipi umani che vengono fuori da questi componimenti? Eccetera.
Chi ha voglia di rispondere, risponda (anche a domande che ho dimenticato, sia chiaro) nei commenti. Magari le mie domande non sono quelle giuste. Come sempre, penso che uno scambio tra colleghi possa essere utile.

25 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / I poeti comico-realistici del Duecento”

  1. deborahdonato Says:

    L’ha ribloggato su orlando furiosoe ha commentato:
    Giulio Mozzi, nel suo imperdibile Vibrisse, ha inaugurato una rubrica che mi garba tanto: Cosa o come insegnare a scuola.
    Penso che sia auspicabile creare un dialogo fra insegnanti, che spesso manca colpevolmente in sala professori.
    Questa settimana si parla dei Poeti comici realistici

    P.S. Io ho adorato fin da ragazzina Cecco Angiolieri e, da siciliana, faccio mio il contrasto di Cielo d’Alcamo

  2. Giovanni Says:

    Da alcuni anni la scuola è sotto assedio, minacciata da chi la dovrebbe curare, difendere e governare, ovvero i ministri che si succedono uno dopo e l’altro, e la cui unica preoccupazione sembra quella di tagliare fondi e al contempo, quasi per un paradosso, aumentare il carico di lavoro degli insegnanti e il numero di studenti per classe. La devastante riforma Gelmini, vero è proprio progetto di demolizione della scuola pubblica, è nel pieno della sua attuazione, anche se nessun politico sembra accorgersene. Grazie ad essa, l’insegnamento di italiano è ridotto a quattro ore alla settimana in classi di 30 studenti, e in quattro ore, nel triennio, il docente deve insegnare la letteratura e preparare gli studenti alle diverse tipologie della prova d’esame, due delle quali – il saggio breve e l’articolo di giornale – richiedono numerose fasi di preparazione, per abituare gli alunni alla produzione di testi argomentativi/espositivi con uso di allegati e citazioni. Ovviamente l’insegnante non fa solo lezioni, ma assegna compiti ed esercizi, e interroga. E se vuol fare una buona interrogazione, dando modo agli studenti di localizzare concetti e nuclei tematici, individuare figure retoriche e tecniche narrative, procedure stilistiche e parole chiave, mettere in relazione opere e autori, confrontare diverse interpretazioni critiche; se cioè non vuole ricorrere ai quiz modello televisivo o ai test a risposta multipla, ha bisogno di tempo. Per quanto mi riguarda, in un’ora riesco ad interrogare tre studenti, dunque in una classe da 30 studenti impiego dieci ore. D’altra parte, quando i ragazzi fanno una verifica scritta e porto in classe le correzioni, mi servono almeno due ore per illustrare gli errori. Il lettore che ne avesse voglia, potrà fare un po’ di conti e vedere quanto tempo ha a disposizione l’insegnante per svolgere decentemente il suo programma, considerando che in un anno si svolgono 6 prove scritte e almeno altrettante orali.
    Detto ciò, per potere svolgere decentemente il programma di letteratura italiana si devono fare molti tagli, di conseguenza non insegno i poeti comico realistici, né del Duecento, né del Quattrocento, anche se, collaborando (insieme ad alcuni colleghi delle scuole trentine) ad un manuale di letteratura italiana curato da Claudio Giunta e che sarà pubblicato da Garzanti/De Agostini , ho preparato gli apparati didattici per alcuni sonetti di Domenico Burchiello e per la Novella del Grasso legnaiuolo, che si possono inserire nella tradizione comica. Questo per dire che la linea comica della letteratura italiana è molto interessante e ricca di spunti, seguendola si potrebbero fare molti percorsi sino al ‘900; tuttavia di solito si privilegiano gli autori fondamentali e fondanti del canone letterario, altrimenti si rischia di non arrivare mai alla letteratura del ‘900, che è quella sempre più sacrificata. Ci fossero più ore (ne basterebbero 6 alla settimana), si potrebbero fare dei percorsi tematici di approfondimento, accanto al percorso cronologico.

  3. Cristian Says:

    mi pare che dica bene Giovanni, d’altra parte io a scuola non ho mai sentito parlare di poeti comico realistici del Duecento, non credo di aver perso molto e sinceramente mi sembra un po’ curioso questo interesse per la didattica riguardante questi poeti

  4. acabarra59 Says:

    “ 3 novembre 1990 – In Toscana ci sono ancora i toscani che dicono « dugento » come nei film che si fanno a Roma o nei libri di F & L. [Fruttero e Lucentini, ndr]. “ (Amedeo Oliva, Il diario di un lettore)

  5. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, esiste – come dice Giovanni – una “linea comica” nella letteratura italiana, che va dai cosiddetti “poeti comico-realistici del Duecento” fino – per dire – a Gadda: passando per il Dante più “materiale” (Inferno e certi componimenti come la tenzone con Forese Donati ma anche qualcosa delle “petrose“), per il Burchiello, per il Pulci e per Tassoni, per Merlin Cocai e per Ludovico Leporeo, eccetera. Una linea che in parte si contrappone alla tradizione illustre, in parte la parassita (ossia la parodizza, quindi ne dipende). E’ una “linea” perdente, senz’altro: non per nulla il “grande romanzo italiano” è I promessi sposi e non Le confessioni di un italiano del Nievo; ma non per questo è una “linea” trascurabile. Alberto Arbasino, Pier Vittorio Tondelli, Silvia Ballestra, Enrico Brizzi – tanto per citare un “gruppo” – discendono anch’essi, in parte (e consapevolmente) da lì.

  6. deborahdonato Says:

    Non sono d’accordo con Cristian, perché questi poeti illuminano uno spicchio di mentalità medioevale che uno spirito pregiudiziale, che stenta a morire, dimentica. È il Medioevo ludens, che ci serve a stracciare l’immagine dell’uomo medioevale esclusivamente terrorizzato dall’anno Mille e privo di uno sguardo sulla sensorialità della vita. Credo che siano anche propedeutici – mi si passi il termine forzato – allo studio di Boccaccio. E poi, siamo davvero convinti che siano totalmente estranei al plurilinguismo dantesco? (Vedi commento di Mozzi). Non vi sono molti passi della Commedia in cui risuona l’amore per il “contrasto”, per il lazzo, per la battuta fulminante?
    A differenza tua, Cristian, credo sia una brutta menomazione rinunciare a Cecco Angiolieri e compagni. Fra l’altro, hai presente quanto ridono i ragazzi?
    Provate a far recitare a un ragazzo e una ragazza “Becchin’amor!”.
    Credo che siano molto funzionali anche a laboratori teatrali da fare a scuola.

  7. Bruno Chiaranti Says:

    Ricordo più di quarant’anni fa un premio Nobel trascinare una platea di un palasport al parossismo con la sua analisi di Rosa fresca aulentissima. E’ un caso estremo, allora anche tacciato di blasfemia, ma la materia del “dugento” è viva, non è tutta su sfondo d’oro.

  8. gian marco griffi Says:

    Ma Gadda, a scuola, lo insegnano? O meglio, riformulo: danno notizia che è esistito?

  9. acabarra59 Says:

    “ Domenica 17 ottobre 2004 – Poi mi ricordo che nel fascicolo « Siena nelle lettere e nelle arti » ho letto un articolo di Giulio Caprin in cui si dice che i senesi andavano matti per i fondi-oro, mentre invece i fiorentini preferivano farne a meno perché costavano troppo. “.

  10. enrico ernst Says:

    Questione nella questione: a occhio e croce per insegnare adeguatamente i “comici” occorre (spesso) parlare di sesso (o mi sbaglio?)… parodico, anche, eccessivo (rimontando come i salmoni: si veda la letteratura latina: tutto il “rimosso”, anche di Catullo e compagnia…). Domanda agli insegnanti: come si fa? censura? addomesticamento? imbarazzi? rimozioni vere e proprie?

  11. Giovanni Says:

    @Gian Marco: ci sono mie colleghe del Liceo Classico che, quando ci riescono, ovvero quando con lo svolgimento dei programmi riescono ad arrivarci, affrontano anche Gadda; qualche anno fa hanno anche invitato a scuola Giancarlo Roscioni. A metà gennaio al mio liceo (Scienze Umane e Artistico), il prof. Antonio Daniele dell’Università di Udine, terrà una lezione su Gadda e la Grande guerra.
    @Enrico: chi l’ha detto che a scuola si censura il sesso? E Boccaccio, allora? Ma anche alcune ottave del Morgante di Pulci?

  12. enrico ernst Says:

    @ Giovanni: sì infatti, nessuno lo dice (almeno io, nel mio commento, non lo dico). Mi interessava il “come se ne parla”. La mia era una curiosità “vera”. Devo pur aggiungere che, come autore e redattore di “scolastica”, più di una volta mi sono trovato, insieme a colleghi, a censurare o modificare (ebbene sì!) testi di narrativa (ricordo ad esempio un romanzo della Mancinelli), in uso a scuola, proprio nel merito di passaggi “sessuosi”: perché magari violenza sì, ma rappresentare il sesso, nei testi scolastici (certo magari con differenze tra media inferiore e media superiore), non era – ai tempi nei quali lavoravo “organicamente” per la scolastica – proprio cosa ben accetta… se non è così, bene…

  13. Cristian Says:

    Giulio, Deborah, mi arrendo, però dato che si doveva parlare di didattica e non di storia della letteratura mi sembrano comunque giuste le osservazioni di Giovanni che opera sul campo; quanto poi a Arbasino ecc un libro anni fa della Ballestra l’ho letto, racconti molto diversi tra loro, con personaggi strampalati alcuni, ricordo poco, solo di aver pensato che la Ballestra è una brava scrittrice, che poi dietro ci siano i poeti comici duecenteschi , coglierlo, avendo gli strumenti, o no, cambia poco per un lettore che cerca nei libri le cose della vita e e un certo modo di vederle e quindi un certo modo di raccontarle

  14. silvafilosi Says:

    Da quando ho scoperto i poeti comici del Duecento all’università (nessun prof al liceo me ne aveva parlato), non ho quasi mai mancato di proporli ai miei alunni nel primo anno del triennio, riscuotendo attenzione e interesse. Certo, qualche collega delle più anziane mi guardava un po’ male, perchè così facendo rubavo spazio ai “maggiori”… Ora che son passati più di vent’anni mi sento di dire che a scuola non si può prescindere dai “comici”, perchè altrimenti non si riesce a spiegare la teoria medievale dei “tre stili” e non si riesce a far capire che la letteratura è fatta di “codici”. Insomma: facendo Cecco Angiolieri si capisce meglio la lirica di Guinizzelli, perchè l’uno è il rovescio dell’altro. E poi lo stesso Guinizzelli e lo stesso Dante si divertivano a poetare in stile
    “basso”. Scoprire le regole del gioco con gli studenti è sempre interessante.
    Come farli? – chiedeva Giulio. Sicuramente la tradizionale lettura con parafrasi è non il modo migliore per cominciare. Per ottenere attenzione e suscitare curiosità funzionano meglio la lettura ad alta voce fatta dall’insegnante con brevissime note lessicali oppure la lettura espressiva preparata da due o più alunni (per esempio se si tratta di un “contrasto”). Si trovano su You Tube, cercando con cura, anche interessanti performance teatrali che usano e rimontano i materiali comici della tradizione: dopo un primo ascolto si possono “smontare” con gli studenti, ritrovando nell’antologia i testi originali.
    La rilettura e la parafrasi individuale potranno essere un punto d’arrivo e ,se si vuole, un’occasione per valutare .

  15. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, scrivi:

    …dato che si doveva parlare di didattica e non di storia della letteratura…

    Be’, nel triennio della secondaria superiore si insegna appunto storia della letteratura italiana. Quindi qui si tratta di didattica della storia della letteratura italiana.

  16. Cristian Says:

    già, ma non di storia della letteratura in astratto. Che ci sia un filo rosso che lega i nostri poeti del Duecento a Gadda ecc d’accordo, ma il problema rimane: nell’ economia del lavoro di un anno in una classe devo trattare di questi poeti o no? Giovanni, docente, dice di no, per quanto magari possa concordare col discorso del filo rosso; certo se ritengo opportuno far conoscere i citati poeti il filo rosso indicato potrebbe costituire una traccia didattica interessante che toglierrebbe di mezzo inquadramenti staticamente manualistici
    C’era poi la questione che insomma a livello di letture scolastiche (o per lettori comuni come il sottoscritto) non è che proprio ci serva sapere, se si tratta della Ballestra o degli altri elencati, che dietro si sono quelli là, forse è meglio riflettere su altro.
    Certo tutto è interessante, ma didatticamente parlando semmai è importante far capire che esistono “linee” letterarie che attraversano i secoli, ma questo non credo che si debba fare necessariamente parlando della linea comica indicata. Per cui si ritorna al discorso concretamente didattico: dati i tempi ecc ecc cosa scelgo, a quali contenuti mi appoggio per proporre questioni metodologicamente importanti, se faccio Cecco chi è che non faccio e perché?

  17. Daniela Grandinetti Says:

    Più volte sono intervenuta in dibattiti come questo premettendo che insegno in un professionale, dove gli studenti sono molto diversi. Lavoro sulla motivazione e sul recupero di basi linguistiche fragili in un contesto che l’intervento di Giovanni ha riportato molto bene. Tuttavia parto testardamente dal presupposto (in opposizione completa e solitaria con la didattica del saper fare che prevale nei professionali per cui dovrei insegnare la lettera e il c.v.) che questi ragazzi spesso scelgono una scuola “obbligati” da un contesto familiare (non ci sono figli di medici e avvocati per intenderci), hanno situazioni familiari spesso disastrose alle spalle e mi fermo qui. Io non penso a loro come futuri camerieri, barman, cuochi etc., ma come persone che se adeguatamente supportate potranno fare scelte diverse e la scuola rappresenta una delle poche occasioni (se non l’unica) di incontro con il bello e con la costruzione di un senso critico. Per fortuna nel mio bagaglio ci sono molti attrezzi, tra i quali le tecniche teatrali, quindi sì alla poesia comico-realistica, perché lavoro cercando di catturare la sensibilità di ciascuno. I ragazzi rimangono spiazzati quando accanto all’amore ideale gli si presenta l’irriverenza di Cecco Angiolieri, più consono per molti aspetti alla loro sensibilità.

  18. Carlo Capone Says:

    Andrebbe segnalato anche Il Fiore, un poemetto licenzioso attribuito a Dante da alcuni studiosi (principalmente da Contini, e scusate se è poco). La lingua adoperata dall’anonimo è un misto di volgare e francese.
    Ciò che mi ha sempre incuriosito è l’accanimento di parecchi addetti ai lavori contro l’ipotesi dantesca, quasi fosse una bestemmia che il Nostro si sia potuto dilettare, in età giovanile, con certi scritti. Un indizio del traviamento ce lo dà stesso lui, quando racconta che Beatrice gli ha tolto il saluto. Da cui la ‘consolazione’ con Violetta, e poi Lisetta e poi ancora Petra, presentate come metafore della filosofia, la teologia, eccetera.

  19. silvafilosi Says:

    Anch’io vorrei segnalare: la” Risposta per contrarî ai sonetti de’ mesi di Folgore da San Geminiano” fatta da Cenne da la Chitarra. Li ho trovati in un’antologia curata da Contini e li ho usati in classe: vanno benissimo per far capire ai ragazzi come fare una parodia.
    Suggerisco anche una piccola divagazione, ma sempre nell’ambito del “comico” che porta alla novella, al Novellino, a Boccaccio e oltre: il divertententissimo fabliau (anonimo,tradotto dal francese) de “il villano che andò in Paradiso”. Si presta ad una lettura “teatrale” che si può far fare agli studenti in classe: il successo è assicurato.

  20. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, scrivi:

    …a livello di letture scolastiche (o per lettori comuni come il sottoscritto) non è che proprio ci serva sapere, se si tratta della Ballestra o degli altri elencati, che dietro si sono quelli là, forse è meglio riflettere su altro…

    Ecco: questa è un’affermazione che andrebbe argomentata. Come andrebbe argomentata l’assimilazione delle “letture scolastiche” alla lettura dei “lettori comuni”.
    E’ importante, ad esempio, che la lettrice di romanzi rosa non abbia una percezione storico-critica dei romanzi rosa: altrimenti smetterebbe di leggerli. Ma ciò non toglie senso al leggere, magari occasionalmente, a scuola, con approccio storico-critico, qualche romanzo rosa.
    (E: su che “altro” sarebbe meglio riflettere?).

    Giovanni ha spiegato perché salta a piè pari i poeti comico-realistici del Duecento: nel suo progetto didattico non ci stanno. Silva ha spiegato perché nel suo progetto didattico ci stanno. L’importante è avere dei buoni motivi.

  21. Cristian Says:

    volevo dire semplicemente che l’approccio a un testo non può essere che la comprensione del testo e questo è il compito che sta davanti a qualunque lettore. L’ “altro su cui riflettere” è tutto quanto è connesso con l’approfondimento della comprensione del testo e le riflessioni personali che il testo può suggerire a ogni tipo di lettore.

    Quanto al fare e non fare i nostri poeti, sì, bisogna avere i buoni motivi, e se si fanno, questi buoni motivi devono corrispondere a un progetto didattico coerente ( e questo progetto – a differenza di quello a cui accennava Silva, per così dire sincronico – potrebbe consistere proprio in un approccio storico critico volto a identificare quella linea comica nella letteratura italiana che hai indicato. (Forse c’è stato un errore iniziale nel post: non come fate i poeti ecc. ma: se fate ,come e perché)

  22. silvafilosi Says:

    Sì, è vero che il mio approccio potrebbe essere definito “sincronico” perchè ho parlato, in generale, di “codici” e di stili”…Però ci tengo a dire che il programma che svolgo da anni nel triennio del liceo scientifico è per lo più rigorosamente sincronico. Semplicemente volevo far presente che quella che potrebbe sembrare una digressione -durante il percorso di letteratura medievale-sui comici del Duecento è un utile investimento per l’educazione estetica dei nostri alunni. Non dimentico il “filo rosso” di cui si è parlato e ho tentato spesso di seguirlo (ma è più difficile e, quando l’esame di stato incombe, non tutte le quinte affrontano il comico di Gadda a cuor leggero, specie se sanno che il commissario di italiano non sarà la sottoscritta, ma un esterno). In ogni caso, anche nella prospettiva di una trattazione diacronica del “comico” nella letteratura italiana, che sicuramente condivido, cominciare da Cecco Angiolieri , Rustico Filippi e i loro colleghi mi sembra comunque un buon inizio.

  23. Cosa o come insegnare a scuola / La letteratura occidentale | vibrisse, bollettino Says:

    […] aver discusso su I promessi sposi e sui poeti comico-realistici del Duecento, ora propongo un’altra questione (già da più d’uno sollevata in calce a Manzoni e […]

  24. Cosa o come insegnare a scuola / L’endecasillabo e gli altri | vibrisse, bollettino Says:

    […] riflettendo su questo, gentili insegnanti, e proseguendo il discorso cominciato con Manzoni, i poeti comico-realistici del Duecento e la letteratura occidentale mi viene in mente qualche domanda: dando per scontato che ai vostri […]

  25. Quotidiano “Avvenire”: intervista | L'officina della parola Says:

    […] reali, come realmente esistenti nel mondo. Una cartolina dalle vacanze è più reale di un tema sui poeti comico-realistici del Duecento; e può essere l’occasione per un intensissimo microgioco didattico. Al ministero, al […]

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