Le cose che ci sono in casa / Cronaca dei bottoni

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Uno dei manoscritti de L'infinito di Leopardi

Uno dei manoscritti de L’infinito di Leopardi

di giuliomozzi e Alessandra Celano

[Alessandra e io abbiamo discusso per posta, nell’arco di tre-quattro giorni, attorno a un componimento di Alessandra: La scatola dei bottoni. Ci è venuto il sospetto che lo scambio di lettere potesse essere di un qualche interesse per qualcuno. Certo: La scatola dei bottoni, sia prima sia dopo la cura, è quel che è e vale quel che vale; l’Infinito di Leopardi è tutta un’altra cosa. E tuttavia da questa corrispondenza si può forse imparare qualcosa: ad avere, quando si scrive, un po’ di pazienza; a non innamorarsi della prima intuizione; a cercare una forma chiusa (se si desidera una forma chiusa) a forza di lavorare sul materiale e non programmaticamente a priori; a vedere come le parole possano cambiare di posto; a considerare l’oggetto del testo come un vincolo (e quindi come un elemento formale); e forse ancora altro. Dalle lettere abbiamo tolti i convenevoli, nonché tutto ciò che fosse estraneo alla faccenda. gm]

1. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Ho scritto questa cosa per il gioco Le cose che ci sono in casa. Non ne sono molto convinta, né ci ho lavorato più di tanto (mi è venuta quasi di getto). Sta qua, magari poi ci ripenso e butto via tutto, o decido di lavorarci di più, ma intanto voglio mandarla a te, che mi saprai dire.

La scatola dei bottoni

È una scatola rossa
di latta, decorata
con ori e ghirigori.
Doveva contenere dei biscotti
o forse un panettone
portato da Milano
in dono dai parenti.
Contiene centinaia di bottoni
di improbabili fogge e dimensioni,
di anni lontanissimi,
alcuni scoloriti.
Sollevando il coperchio si sprigiona
un odore leggero di tessuti,
di fili e gesso bianco,
l’odore della stanza
che tutti chiamavamo sartoria:
era un laboratorio
ma anche ingresso e sala
la stanza più importante
della casa dei nonni.
(China sul pavimento di graniglia
recuperavo gli aghi
e gli spilli caduti
con una calamita
beandomi di quella meraviglia.)

2. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

Secondo me, ciò che spunta alla fine è la cosa più interessante:

(China sul pavimento di graniglia
recuperavo gli aghi
e gli spilli caduti
con una calamita
beandomi di quella meraviglia.)

Penso che sarebbe opportuna una riduzione a quartina, per far sentire meglio la rima. Trovo che quel “china” sia un po’ una zeppa (e fa un brutto endecasillabo).

Dal pavimento di graniglia
con una calamita
aghi e spilli ricuperavo
beandomi di quella meraviglia.

O anche, probabilmente meglio:

Dal pavimento di graniglia, in ginocchio,
con una calamita
aghi e spilli ricuperavo
beandomi di quella meraviglia.

Dove la rima comunque resta ben sensibile.

E allora, il tema potrebbe essere non la scatola dei bottoni ma l’odore (e la meraviglia):

L’odore della stanza
che tutti chiamavamo sartoria:
era un laboratorio
ma anche ingresso e sala
la stanza più importante
della casa dei nonni.

Dal pavimento di graniglia, in ginocchio,
con una calamita
aghi e spilli ricuperavo
beandomi di quella meraviglia.

E quindi, cercando di togliere un po’ di superfluo:

L’odore della stanza
che chiamavamo sartoria:
laboratorio ingresso e sala

la stanza più importante
della casa dei nonni.

Dal pavimento di graniglia, in ginocchio,
con una calamita
aghi e spilli ricuperavo
beandomi di quella meraviglia.

o anche, e a me pare punto d’arrivo che non cambierei:

L’odore della stanza
detta sartoria:
laboratorio ingresso e sala,

la stanza più importante
della casa dei nonni.

Dal pavimento di graniglia, in ginocchio,
con una calamita
aghi e spilli ricuperavo
beandomi di quella meraviglia.

3. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Ho letto le tue osservazioni e revisioni della scatola dei bottoni. Il mio problema è uno solo: non riesco a sentirmi libera di scrivere senza vincoli, e infatti avevo scritto tutti endecasillabi e settenari (belli o brutti che fossero). Devo fare ancora uno sforzo (enorme) per liberarmi e non so se ce la farò.

4. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

Basta pensare che il vincolo principale è la focalizzazione dell’oggetto.

5. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Allora, Giulio, ho accettato il sacrificio della scatola dei bottoni, benché a malincuore: la scatola rossa è un oggetto che esiste, è in casa (in quella dove c’è anche l’étagère), i bottoni li ho conservati io, sono davvero tantissimi e alcuni molto bizzarri.
E davvero hanno un odore particolare.
La cosa che mi dà da pensare è che io ci avevo provato a “focalizzare l’oggetto” e l’oggetto erano i bottoni nella loro scatola. E allora com’è che poi sono finita nell’odore, e da lì alla calamita? Non sarà che la poesia (compresi i miei tentativi di poesia) si prenda la libertà di trascendere, di deviare, di deragliare? Non può essere che il rigore richiesto ad un testo narrativo (in prosa, intendo) non sia indispensabile per la riuscita di un testo poetico? Non sono domande retoriche, è qualcosa che mi sto chiedendo e soprattutto ti sto chiedendo.
Se riconosco e mi infliggo volentieri le regole più o meno rigide della metrica, non riesco – evidentemente – a trovare un vincolo-guida altrettanto efficace nella focalizzazione dell’oggetto. Può essere pure, banalmente, che ho ancora da capirlo.
E comunque rimane la paura di espormi e di mettermi a nudo, di prendermi interamente la responsabilità di ciò che dico/scrivo, senza l’aiuto del vincolo, senza il trucco di attrarre l’attenzione dell’eventuale lettore sull’aspetto tecnico e/o giocoso (ricordi il discorso sulla contrainte e su Perec e sulla Valduga, che avevamo fatto l’anno scorso sul blog a proposito della forma chiusa delle Lodi?).

Detto questo, una possibile versione che – per ora – sentirei ancora appartenermi sarebbe questa:

L’odore della stanza
chiamata sartoria:
ingresso, laboratorio e sala,
la stanza più importante
della casa dei nonni.

In ginocchio, con una calamita,
dal pavimento chiaro di graniglia
recuperavo aghi e spilli
beandomi di quella meraviglia.

6. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

Se uno ha la febbre, sa che la febbre è un sintomo. Allo stesso modo, quando qualcosa “ti viene in mente”, spesso è solo un sintomo. Scrivendo, e accettando ciò che viene, si va oltre il sintomo.
Così almeno mi pare che spesso accada.
Quanto al dubbio se “il rigore richiesto ad un testo narrativo (in prosa, intendo) non sia indispensabile per la riuscita di un testo poetico”, io direi il contrario.

7. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

La scatola dei bottoni

La scatola rossa,
cilindrica, di latta,
piena di vecchi bottoni,
conserva anche un odore.

L’odore della stanza
chiamata sartoria:
ingresso, laboratorio e sala,
la stanza più importante
della casa dei nonni.

In ginocchio, con una calamita,
dal pavimento chiaro di graniglia
recuperavo aghi e spilli
beandomi di quella meraviglia.

8. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

L’odore che conserva questa scatola
rossa di latta, tra i bottoni, è quello
che c’era in “sartoria”, dai nonni: sala
da pranzo, laboratorio ed ingresso.

Io lì in ginocchio, con la calamita,
dal pavimento chiaro di graniglia
aghi e spilli ricuperavo, ardita
beandomi di tanta meraviglia.

Endecasillabi ABAB ABAB, “scatola: sala” è una specie di assonanza, “quello: ingresso” è un’assonanza in senso proprio.
L’ “ed” è una piccola zeppa per la quale non mi viene, qui per qui, il rimedio.
“Ardita” secondo me si giustifica (vedo come si sente “ardito”, in genere, un bambino quando fa qualcosa che fanno i grandi, o partecipa alle attività dei grandi).

9. Da Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Ardita si giustifica eccome: ero fierissima di quel compito che mi veniva dato (e non ti dico quando mi hanno insegnato a cucire, a dare i primi punti, dei punti lunghi “provvisori”, un’ imbastitura alla mia portata – avrò avuto 6-7 anni -, da fare con la stoffa appoggiata su una sottile tavola di legno sulle ginocchia).
Queste due quartine mi piacciono molto, e confermano quello che provavo a dirti (senza riuscire a farmi capire, credo): il rigore che accetto di rispettare nella forma chiusa, non trova corrispondenze, per me, in altri tipi di vincoli. Avevo fatto uno sforzo per provare a liberarmi dalle restrizioni della metrica e della rima e non riuscivo a riconoscerne altre. E quindi, l’andare libera ha fatto sì che mi perdessi.
Se avessi voluto usare il tuo schema, o uno simile, il risultato non sarebbe stato (credo) tanto diverso da questo tuo, e comunque avrei avuto sicuramente meno difficoltà.

10. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

Adesso però bisogna fare le terzine…

11. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Ci ho provato, ho provato anche a sistemare qualche rima, senza risultati eccellenti ma insomma…

L’odore che conserva questa scatola
di latta, tra i bottoni, è quello stesso
che c’era in “sartoria”, dai nonni: piccola
bottega e poi sala da pranzo e ingresso.

Io lì in ginocchio, con la calamita,
dal pavimento chiaro di graniglia
aghi e spilli recuperavo ardita
beandomi di tanta meraviglia.

Apro e nel mare di bottoni affondo
la mano e frugo, rimescolo e annuso
questo odore leggero e un po’ stantìo.

C’è un bottone perfetto per quel mio
abito démodé: ma sì, lo uso!
Richiudo e mi riporto in questo mondo.

Mi chiedevo se per qualcuno potesse essere di qualche interesse leggere tutti i passaggi che hanno portato dalla mia ipotesi iniziale a questo sonetto. Ma mi pare che, a differenza del gioco delle Lodi, questo delle Cose non sia vissuto, dai lettori/partecipanti, anche come laboratorio.

12. Giulio Mozzi ad Alessandra Celano

“Che c’era in “sartoria”, dai nonni: piccola / bottega e poi sala da pranzo e ingresso”: secondo me quell’ “e poi” sposta su un piano temporale: prima fu bottega, poi sala ecc.

Secondo me bisognerebbe cominciare le terzine con l’ “odore leggero e un po’ stantio”. Ma ci penso un momento. Mi rileggo l’opera completa di Gozzano, e poi ci torno.

13. Alessandra Celano a Giulio Mozzi

Non ho mai, mai impiegato tanto tempo intorno a un solo sonetto. Boh.

L’odore che conserva questa scatola
di latta, tra i bottoni, è quello stesso
che c’era in “sartoria”, dai nonni: piccola
sala-laboratorio-pranzo-ingresso.

Io lì in ginocchio, con la calamita,*
dal pavimento chiaro di graniglia
aghi e spilli recuperavo ardita
beandomi di tanta meraviglia.

Questo odore leggero e un po’ stantìo
– fruga la mano, mescola – l’annuso
nel mare di bottoni e vado a fondo.

C’è un bottone perfetto per quel mio**
abito démodé: ma sì, lo uso!
Richiudo e mi riporto in questo mondo.

* Oppure: “inginocchiata, con la calamita”, ma forse troppi “-ata”, “-ita”.
** Oppure: “Ce n’è uno perfetto per quel mio”, per non usare per la terza volta la parola bottone.

* * *

To be continued….

19 Risposte to “Le cose che ci sono in casa / Cronaca dei bottoni”

  1. Mimmo Pugliese Says:

    Perché sacrificare la bella scatola rossa?
    Secondo me, ogni oggetto che è in casa ( o che manca) non può che evocare storie, ricordi, sensazioni ,riflessioni, paragoni.
    Voglio dire che, pur partendo dalla fredda descrizione di un oggetto, è inevitabile che esso, seguendo l’”arbitrarietà” individuale di rappresentazione e associazioni, rimandi a qualcosa di più articolato e complesso . E ancor di più se con quell’oggetto c’è stato un rapporto quotidiano, costante e protratto nel tempo.
    Diversamente, sarebbe inutile “tesserne le lodi”. Tutti sanno com’è fatta una sedia e quale sia la sua utilità.
    Mi permetterei, invece, di suggerire qualche ritocco alla metrica de “La scatola dei bottoni”.
    Certamente ad Alessandra, non mancano né fantasia né competenza per fare ancora meglio.
    Ho inteso questa “cronaca” solo come una provocazione. 
    Ecco il suggerimento:

    È una scatola rossa
    di latta, decorata
    con ori e ghirigori.
    Doveva contenere
    biscotti o un panettone
    portato da Milano
    in dono dai parenti.
    Contiene dei bottoni
    di improbabili fogge
    e tante dimensioni,
    di anni lontanissimi,
    alcuni scoloriti.
    Sollevando il coperchio
    si sprigiona un odore
    leggero di tessuti,
    di fili e gesso bianco,
    l’odore della stanza
    che tutti chiamavamo,
    oramai, sartoria:
    era un laboratorio
    ma anche ingresso e sala
    la stanza più importante
    della casa dei nonni.
    (China sul pavimento
    di cemento e graniglia
    recuperavo gli aghi
    e gli spilli caduti
    con una calamita
    beandomi stupita
    di quella meraviglia.)

  2. stefaniazan8 Says:

    Interessante il lavoro svolto per questo sonetto.
    È una forma che di solito, a me non riesce bene perchè mi spiace rinunciare a qualcosa che sento importante per il componimento.
    Anche Alessandra rinuncia un po’ alla storia di quella scatola rossa, di latta, che conteneva i biscotti, no, forse il panettone portato dai parenti…
    E perde quel qualcosa che a quella scatola dava vita e quell’odore di ricordi.
    Io ho provato a riscriverla, ma il sonetto proprio non mi usciva.
    Alla fine mi sono arresa a questo:

    Lo conserva ancora, questa scatola
    di latta, rossa coi ricami d’oro,
    – scrigno dei biscotti, o del panettone
    portato dai parenti di Milano –
    l’odore della sartoria dei nonni:
    sala-laboratorio-pranzo-ingresso,
    io in ginocchio a recuperar stupita
    dal pavimento chiaro di graniglia
    aghi e spilli con una calamita.

    È un odore leggero e un po’ stantìo
    – fruga la mano, mescola – l’annuso
    nel mare di bottoni, vado a fondo:
    tra tanti, trovo l’unico perfetto
    per quest’abito démodé. Lo prendo,
    richiudo e ci riporto in questo mondo.

    Proverò ad esercitarmi ancora, ci vuole pazienza, intanto vi seguo nella continuazione, così imparo qualcosa.
    Grazie!

  3. anna maria bonfiglio Says:

    bell’esercizio, utile, didattico, che ci aiuta a ritornare su quello che scriviamo per migliorarci. voglio esercitarmi anch’io

  4. Alessandra Celano Says:

    Mi piace che, dei vostri suggerimenti (grazie!), uno sia tutto in settenari e l’altro tutto in endecasillabi.
    In quello di Stefania andrebbero perfezionati il primo verso che, per essere endecasillabo, dovrebbe diventare

    Ancora lo conserva questa scatola

    e il terzo:

    – scrigno del panettone (o dei biscotti?)
    portato dai parenti di Milano –

    Mimmo, non so in che senso hai inteso il tuo “ritocco alla metrica”.
    Cos’è che non ti piaceva dell’alternanza settenari-endecasillabi?

  5. Alessandra Celano Says:

    Dimenticavo: Stefania, perché “ci riporto” dove io avevo scritto “mi riporto”?

  6. Dante T. Says:

    Io invece consiglio un altro metodo per scrivere una bella poesia (per lo meno e’ il metodo che uso io quando ne scrivo): 1 prendo una poesia che mi piace 2 la spezzetto in diversi pezzettini (come se fossero tasselli di un puzzle) 3 per ogni spezzone della poesia, scrivo una domanda, che sia la risposta dello spezzone della poesia in questione 4 poi penso all’oggetto o alla persona o anche l’argomento, sulla quale intendo scrivere la poesia (magari una persona cara o un argomento interessante) 5 poi seguendo la traccia delle domande in ordine temporale, rispondo a tutte esse visualizzando il soggetto o minimo comune multiplo 6 quando arrivo all’ultima risposta, lascio passare un giorno o due (per metabolizzare le parole scritte)7 la rileggo apportando modifiche varie, per renderla piu’ melodica e orecchiabile… e il gioco e’ fatto.

    Sembra una ricetta per cucinare, ma per me funziona: ovviamente ci vuole un cuoco o una cuoca che sappia cucinare😉

  7. La scatola dei bottoni – Cronaca di un sonetto | Piove sul bugnato Says:

    […] Un mio sonetto, scritto per il gioco poetico Le cose che ci sono in casa che va avanti su vibrisse, era nato come componimento più lungo, nel quale si alternavano endecasillabi e settenari e che è stato poi rimaneggiato più volte da Giulio Mozzi e da me. Il risultato finale lo riscrivo qui, chi avesse voglia di conoscere tutti i passaggi può leggere qui. […]

  8. GT Says:

    La cosa più interessante è che ci siano due persone che hanno la fortuna di parlare di poesia. Che una di queste addirittura parlando di una propria poesia trovi qualcuno che la sta a sentire, e ci disquisisce pure, ci passa del tempo. La cosa sorprendente è che parlando di poesia si dicano cose sensate. Io non so gli altri, ma a me questa sembra la cosa eccezionale, che se mi giro intorno, o anche mi aggiro sul web, ho un bel gettare ami, non pesco mai niente.

  9. Alessandra Celano Says:

    GT: io infatti mi sento molto fortunata, sì.

  10. Bandini Says:

    A me la prima versione piace moltissimo. Sono d’accordo che la cosa più importante sia nel finale, tra parentesi: ma perché la cosa più importante non può arrivare alla fine, come un’epifania?

  11. stefaniazan8 Says:

    Grazie per le correzioni Alessandra.
    Ho messo quel ci intendendo anche quel bottone: un ricordo che riporto in superficie, che fa parte di me e di quel mio abito démodé : il passato che ritorna.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Prendete un giornale.
    Prendete le forbici.
    Scegliete nel giornale un articolo della
    lunghezza che desiderate per la vostra poesia.
    Ritagliate l’articolo.
    Ritagliate poi accuratamente ognuna delle
    parole che compongono l’articolo
    e mettetelo in un sacco.
    Agitate delicatamente.
    Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro
    disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco.
    Copiate scrupolosamente.
    La poesia vi somiglierà.
    Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente
    originale e di sensibilità squisita, benché
    incompresa dalla gente.

    Dante T.: questo è Tristan Tzara.

  13. Alessandra Celano Says:

    Stefania: volevo essere sicura di aver capito.
    Bandini: piaceva anche a me che quella parte rimanesse alla fine, però ho preso la sollecitazione di Giulio come un invito a svolgere un esercizio (del resto, sono stata io stessa a dire, all’inizio, che non ero convinta per niente del primo risultato).
    Ma immagino che la tua domanda sia rivolta soprattutto a Giulio🙂

  14. enrico ernst Says:

    Carissima Alessandra, leggo la tua poesia così. La prima versione intendo. I punti fermi sono troppo… fermi, fissi, narrativi (per così dire). Effetto singhiozzo (vorrebbe la mia mente fluire – di più). Non particolarmente giustificato, l’effetto singhiozzo, dal contenuto della poesia. Mi dico: se fluisse di più sarebbe incantevole (incantata). Poi sento delle “code”: se leggo e rileggo, mi paiono “code stanche”… esempio: subito: “con ori e ghirigori”: questa rima “ricca” (mi scuso – non so se sia corretto il termine, qualcuno mi voglia correggere…) mi lascia un po’ perplesso… la sento un poco fredda… ma per me la “coda” magistra è questa: “portato da Milano / in dono dai parenti”. Mi chiedo: questo allungarsi sulle proprietà del “panettone” fa il “gioco” della poesia (della scatola)? Se dovessi “tagliare” (perché si era capito: io taglierei – non diversamente da Giulio) mi chiederei: più importante il dono, i parenti, Milano? Mi dispiace tantissimo, ma bollerei come meramente descrittivo/informativo: “era un laboratorio / ma anche ingresso e sala”; è una poesia che vuole far desiderare gli ultimi bei versi (belli veramente; sorprendenti!) tra parentesi, e io direi anche che l’ATTESA di quella chiusa, racchiusa, è la polpa della poesia (quindi mi trovo da tutt’altra parte rispetto a una lettura che vuole “solo” o quasi il fuoco, la meraviglia finale)… il finale arriva come l’epifania, la magia insperata, il tesoro dissepolto e… mi chiederò per finire se quell’imperfetto (“recuperavo”) che indica in maniera così netta il passato… mi chiedo se quell’imperfetto sia il verbo più… appropriato? Quello che sento, Alessandra, è che dovresti usare la maglia e poi disfartene – non farla diventare ancora più stretta (mi discosto quindi da Giulio). Per me sei una poetessa che sta cercando l’onda non la geometria del sonetto (Baudelaire). Secondo: lo dico in modo un po’ brutale e ingiusto: poesia non è narrazione. Se no perché poetare e non narrare? Perché?

  15. Giulio Mozzi Says:

    Bandini, la tua domanda contiene (quasi) la risposta:

    Sono d’accordo che la cosa più importante sia nel finale, tra parentesi: ma perché la cosa più importante non può arrivare alla fine, come un’epifania?

    Perché l’epifania – quella cosa della quale si parla solitamente facendo l’esempio di Joyce, per spiegarsi – ha la caratteristica di presentarsi senza “didascalie” che la illustrino. E la prima parte del testo originario di Alessandra è, secondo me, una sorta di “didascalia preventiva”, in quanto contestualizza ecc.

    Si parva licet, tanto per appoggiarsi a un esempio notissimo, ecco “A Liuba che parte” di Eugenio Montale, 1938:

    Non il grillo ma il gatto
    del focolare
    or ti consiglia, splendido
    lare della dispersa tua famiglia.

    La casa che tu rechi
    con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
    sovrasta i ciechi tempi come il flutto
    arca leggera – e basta al tuo riscatto.

    Questa non è neanche un’epifania, è proprio una cartolina. Eppure, zero didascalia. Siamo al limite della comunicazione privata. (A es., l’unico accenno al contesto è nella citazione dell’ “arca” e del “flutto”: l’appartenenza di Liuba al popolo ebraico e la proclamazione in Italia delle leggi razziali).

  16. Alessandra Celano Says:

    Provo a risponderti, Enrico.
    Innanzitutto: poetessa è una parola grossa, lo dico subito così ci leviamo il pensiero.
    E poi: non sei stato né brutale, né ingiusto. Sei anche riuscito a chiarirmi, almeno in parte, cos’è che per me stessa non quadrava in quel componimento, a partire soprattutto dal ritmo singhiozzante, effettivamente abbastanza ingiustificato, e probabilmente imputabile anche ai settenari.
    Provo a risponderti sul resto, sperando di non fare confusione e di riuscire a farmi capire.
    È andata un po’ così:
    – devo scrivere di una cosa che c’è in casa? ok.
    – la cosa è una scatola piena di bottoni
    – la scatola è fatta così e così e conserva bottoni così e così che vengono da QUI
    – (e questa tra parentesi sono/ero io, in un QUI e in una situazione evocata da quei bottoni)

    Per me, per motivi che non so quanto siano validi o condivisibili e quanto abbiano a che fare con la poesia e con il poetare, ma che riguardano un’esigenza di verità, di una specie di onestà autobiografica, è stato evidentemente importante contestualizzare, e definirlo per bene il QUI di provenienza dei bottoni, il luogo dove mi riporta l’odore conservato dalla scatola.
    Dire che la sartoria è anche sala da pranzo ecc. vuol dire che non ci troviamo in un pretigioso atélier, ma in una casa di artigiani (bravissimi, peraltro), in un piccolo paese (si sarebbe capito altrimenti? non lo so; era proprio necessario che si capisse? non so nemmeno questo); quella scatola rossa doveva venire sicuramente da altri luoghi, il panettone lo portavano DA Milano i “parenti”, che non erano DI Milano, ma ci erano dovuti andare a vivere e lavorare. Non credevo di essermi dilungata sulle “proprietà del panettone” ma su quelle della scatola (la Cosa che c’è in casa è sempre lei) e mi era sembrato giusto dire anche da dove – probabilmente – veniva, chiarire in qualche modo la sua estraneità rispetto alla sartoria stessa (dove invece i bottoni che si usavano per gli abiti da confezionare erano conservati, divisi per tipologie, in piccole scatole di cartone).

    La domanda a cui bisognerebbe dare una risposta è, secondo me, questa: il fatto che quelle motivazioni abbiano poi prodotto l’irrigidimento e le “code” che dici tu, sarà dovuto banalmente a mia imperizia o (anche) al fatto che in sé sono estranee alla poesia, e non potrebbero produrre altri effetti, in una poesia, se non quelli?

    Un’ultima cosa su questo: “poesia non è narrazione. Se no perché poetare e non narrare? Perché?”
    Mi è venuto naturale darti ragione senza riserve (le domande retoriche sono sempre frasi a effetto), poi ci ho pensato un po’ e, in realtà, ammesso che attribuiamo lo stesso identico significato al termine “narrazione”, io non credo di essere del tutto convinta che la poesia non possa essere anche narrazione. (E te lo dico da appassionata di non-sense, da innamorata pazza di Toti Scialoja e del Fosco Maraini della Gnòsi delle fanfole.) Voglio dire: estremizzando quella distinzione, non si corre il rischio di poetare senza dire niente? E se non si ha niente da dire, perché poetare? Perché?

    Detto questo, devo riflettere sulla maglia, devo cercare di capire se mi sta meglio stretta o larga. (E peccato che quel laboratorio fosse di sartoria e non di maglieria.)
    Infine, grazie.

  17. manu Says:

    è quasi facile fare una poesia
    basta prendere un pezzetto
    di carta e una matita, è come
    per la terra fare un filo d’erba
    una margherita

    Vivian Lamarque

  18. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, dici:

    …poesia non è narrazione. Se no perché poetare e non narrare?…

    Vàglielo a dire a Omero, Virgilio, Stazio, Boiardo, Ariosto, Tasso, Pulci, Tassoni, Edgar Lee Masters, John Hopkins, Coleridge – e compagnia briscola.

    La riduzione di tutta la poesia alla sola lirica mi pare un modo per buttar via, insieme all’acqua del bagnetto, un’intera colonia estiva di bambini.

    (Lo dico anche per me. Ho appena pubblicato un libricino in versi, dove praticamente non c’è altro che narrazione. Difendo la causa).

  19. enrico ernst Says:

    Certo caro Giulio: mi sentivo veramente ridicolo a fare quell’affermazione… che infatti qualifico come “ingiusta”, ingiusta e un po’ assurda, anche nei confronti della poesia che cerco di scrivere: dove spesso narro. Ma la ribadirei (ti parrò sconsiderato) ancora al cospetto del talento poetico di Alessandra. I punti fermi de “La scatola dei bottoni” delimitano fin troppo dei “paragrafi”, e certi passaggi – credo io, e ho cercato in un commento di indicarli – mi risultano fin troppo narrativi/esplicativi. Poca fiducia nella oscurità e “perversità” della poesia, nella sua irriducibile (alla narrazione) sinuosità… Che poi, ecco, nella poesia di Alessandra, arriva quell’ “io”: quel “china”: quell’azione, alla fine. Ed ecco: la narrazione è scivolata alle spalle: è servita, sì è serviata ma… in un breve giro di versi un intero mondo interiore si dispiega… c’è dell’altro (un “resto”, un “ritrovato”), e quell’altro è in qualche modo “oltre il bordo” della narrazione – davvero “oltre”…
    è – per quel che concerne questa lirica di Alessandra – “propriamente” poesia… è persino difficile dire che cosa sia: cioè: cosa sia a risplendere in quella chiusa tra parentesi…
    Così io la sento: la lirica di Alessandra ha una sorta di candore, di autenticità, anche comunicativa. Chissà cosa succederà quando quell'”io in chiusa” (dunque il suo propirio “lirismo” anche?) uscirà dalla parentesi… non per “conquistare” tutto lo spazio no, ma per darsi il diritto pieno e profondo di dire la sua propria beatitudine (o il suo proprio inferno) “attraverso” scatole di bottoni… mi pare che, questo, non sarà solamente un esercizio, ma un percorso pieno di nuove comprensioni, Alessandra: che sia fecondo…

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