Note di lettura: “Soggiorno a Zeewijk” di Marino Magliani.

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di Luigi Preziosi

Una singolare, malinconica ed insieme pensosa geografia dell’anima si delinea nell’ultimo libro di Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk, recentemente uscito in raffinata edizione numerata presso Amos edizioni, impreziosita dalle chine di Marco D’Aponte su bozze di Piet van Bert. Con una scrittura di rara densità espressiva, Magliani, certo uno degli autori più rappresentativi della nostra attuale narrativa, qui sublima l’attitudine, già a tratti manifestata in molte sue prove precedenti, a cogliere e far percepire tutta intera l’imprevedibile profondità che possono possedere i gesti e le cose più comuni: non ciò che si cela dietro di essi, ma la contemplazione di quanto spazio può estendersi dietro di loro, non il nascondimento, il mistero, ma la consistenza, e quindi non lo svelamento di verità occulte, ma una misurata tensione all’apprendimento, alla conoscenza del mondo e quindi di sé stesso.

I fatti raccontati devono dunque essere funzionali a questo lavoro di scavo oltre l’apparenza, che in fondo è la vera ragione di essere di questo testo. L’intreccio è essenziale, esemplare per linearità, e generosamente disponibile alle più diverse diramazioni che l’osservazione dei particolari suggerisce: uno scrittore italiano abita a Zeewijk, sobborgo di Ijmuiden, città olandese affacciata sul Mare del Nord, e del posto in cui vive assorbe ogni possibile dettaglio che lo aiuti a decifrarlo, ma anche che si lasci leggere con gli strumenti che gli appronta una persistente larvata nostalgia della nativa Liguria. L’Olanda dei paesi distesi sulle dune del mare, non quella dei canali e dei palazzi di Amsterdam, gli serve per reinventare per via di contrasto la sua terra, l’impervio lembo di Liguria abbarbicato sui colli tra Imperia e il confine con la Francia (quanto il marino magliani del libro sia l’autore del libro, ovvero quanto sia un suo gemello peraltro solo leggermente diverso, meriterebbe, come per altre prove di Magliani, una trattazione a sé). Tra la prospettiva orizzontale a cui lo sguardo si abitua posandosi sulle coste olandesi e la scabra verticalità del ponente ligure il protagonista intuisce un’insospettabile somiglianza:  “… se giocate un attimo con la scala grafica e provate e a sovrapporre Zeewijk alla provincia di Imperia, scoprirete che hanno la stessa identica forma, la stessa curvatura, gli stessi spigoli…uno crede di essere giunto per caso tanti anni fa, e a smentirlo sono le coincidenze malinconiche delle cose”. Ne deriva l’immagine di un luogo dell’anima composito, che non raduna le caratteristiche dell’una e dell’altra regione, piuttosto si modella su reciproche continue interferenze e suggestioni. Forse anche in questo modo, indirettamente si conferma che, nel momento in cui partono, gli espatriati, senza averne coscienza, stanno già tornando. Ed è di tutti noi lo sbaglio di rileggere i luoghi che ci si sono conficcati dentro, invece di forzarci ad una loro lettura ex novo, che ripulirebbe l’anima da tante scorie.

Nell’esplorazione di Zeewijk il protagonista è guidato dall’amico Piet van Bert, ultimo discendente di una dinastia di urbanisti e politici locali che hanno plasmato il paesaggio urbano per più generazioni, a cui la condizione di flâneur privo di stabili occupazioni offre più di un punto di vista privilegiato. Il paese è costruito sulla sabbia scavata nell’Ottocento per costruire un canale, ed il suo evolversi nel tempo è coerente con questa caratteristica. Nessun edificio è durevole, a Zeewijk, lo scenario urbano muta e si trasforma più di una volta nell’arco di una sola generazione, gli edifici vengono abbattuti e ricostruiti, magari con la stessa finalità ma esteriormente diversi. Gli abitanti di un paese che muta in questo modo non possono non provare il senso della relatività della durata, lo smarrimento dell’amputazione, per il continuo divenire delle cose, in cui rischiano di perdersi anche gli ancoraggi dello spirito. Un paesaggio è fatto di riferimenti fisici: cercare di orientarsi in base alla loro immediata consistenza è anche tentare un itinerario, per quanto provvisorio possa essere, tra le svolte che il destino riserva ad ognuno. La vicenda del protagonista vive allora del colloquio ininterrotto tra le sensazioni generate dai due paesaggi umani e geografici che continuano a suggestionarlo, Liguria e Olanda. Averli vissuti in stagioni diverse segna anche scansioni temporali dell’esistenza, l’estraneità che affiora a tratti rispetto al luogo natio può essere anche distacco dal se stesso di allora, ma può anche marcare un segmento di vita nuovo ed imprevisto. Fin da bambino, in Liguria, il protagonista era individuato in famiglia come scutizusu, curioso, e questa caratteristica gli è a lungo stata restituita come colpa, indebita ingerenza in affari che non lo riguardano, finché la sua sorte di viaggiatore non gli rivela al contrario che “scutizusu è il destino che precede lo scrittore, il collezionista di bizzarrie e compilatore, fin da piccolo, di geografie e di fotografie e di storie immaginate”.

Zeewijk ha una toponomastica riferita ad oggetti celesti, pianeti, costellazioni, stelle (i Levrieri, Venusstraat, Siriustraat, Jupiterstraat, Bellatrixstraat e così via) e marino magliani percorre le sue vie con noncurante sistematicità, convinto com’è che alla minuziosa osservazione dei luoghi segua la comprensione dei motivi che li hanno originati e la spiegazione dei caratteri di coloro che li abitano (il che è proprio della vera flânerie). Per scrivere il libro sull’Olanda commissionatogli da un editore, indugia sul contrasto orti liguri – interni olandesi, colti attraverso le ampie vetrate che nelle città di mare del Nord caratterizzano le facciate delle case. Inizia quindi a comporre una serie di acqueforti di parole, ad imitazione delle Aguafuertes di Roberto Arlt, scrittore argentino maestro nel ricavare dal vagabondaggio nel quotidiano spunti per dipingere meraviglie e stranezze delle vite che pulsano nel caos urbano. Per la costa ligure, invece, riesuma stati d’animo sepolti dal tempo e dalla somma dei cambiamenti esistenziali accavallatisi negli anni, grazie alle insospettabili capacità evocative paradossalmente suggerite dall’aridità di registrazioni catastali, da cui filtrano ricordi e sensazioni del marino adolescente curioso ed avido di capire la vita che gli spalanca davanti, oltre le valli anguste e scoscese della sua terra. Approfondisce così la conoscenza della città e dei suoi abitanti, scrutando sistematicamente attraverso le vetrate, e scoprendo abitudini e relazioni di un’umanità ordinaria e in apparenza passabilmente serena. Riesce anche ad abbozzare un delicato idillio (raccontato con grazia straordinaria) con Anneke, intravista per caso e poi ritrovata dietro una vetrata, studiata nei suoi gesti più comuni, fino ad iniziare, tramite fogli scritti appoggiati ai vetri, un dialogo silenzioso, illuminato spesso dai sorrisi di lei.

Imbastendo eteree corrispondenze di sguardi con chi vive al di là dei vetri, intuisce però anche crepe nell’impersonale appagamento che pervade le vite dei cittadini di Zeewijk, dove spesso “l’angoscia del passante e la paura di essere scoperto stravolge la realtà”. L’assiduo esercizio dell’osservazione dell’intimità altrui acuisce in marino la consapevolezza della relatività dei punti di vista. A Zeewijk ognuno può essere punto di vista di qualcun altro: “passi, e da quel momento diventerai il loro punto di vista, anche se non ti riconosceranno mai”. Ne deriva un singolare corto circuito sotto il profilo della costruzione narrativa, considerando quanto la presenza di un io narrante protagonista (posto che il racconto sia, almeno in parte, autobiografia) possa reagire significativamente nei confronti della dichiarata relativizzazione dello sguardo di chi scrive. La comprensione dell’altro passa anche attraverso la constatazione che la sua diversità è relativa, subordinata spesso all’angolatura dalla quale la si considera. Esemplare è allora la Lezione di Anatomia di Rembrandt, in cui la malformazione della mano del cadavere anatomizzato risulta evidente a chi ammira il quadro, ma nessuno stupore desta tra i personaggi che popolano la scena: a questi la capacità di notare le proprie deformità o anche le deformità di chi sta loro accanto è negata, ma non a chi passa e guarda. Proprio come accade (metafora dell’incompiutezza delle relazioni umane), a chi sta al di là delle vetrate, che può percepire, delle vite che la trasparenza dei vetri gli rimanda, ciò che dall’interno non sempre si riesce a cogliere. Eppure, separato da quelle stesse vetrate che gli consentono di guardare più in profondità, a quelle vite, in misura più o meno netta, continua a restare estraneo.

 

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