La pipa (Le cose che ci sono in casa, 55)

by

di Claudio Mercandino

[Le regole del gioco sono qui].

M’appare non cercata, a tradimento,
col corpo suo di radica ordinaria
un po’ odorosa di camino spento
ed il bocchino fatto ad “esse”, e l’aria

sospesa ed enigmatica di quella
che l’estro di Magritte rese famosa,
pipa-non pipa, oggetto che favella:
“Io non son io, tu guardi un’altra cosa”.

E infatti questa pipa dal colore
bruno, cui il tempo consumò il respiro
lasciando una scia lieve dal sentore
di fumo freddo, pipa che rimiro

lisciata da un calloso polpastrello,
segnata al dente da altri umani denti,
dall’annerito e ruvido fornello,
allude ad altre vite, a volti assenti.

Ci penso e la rivedo tra le dita
del giovanotto, viso fiero, in posa,
che guarda dalla foto un po’ ingiallita,
dai bordi frastagliati: luminosa

è la giornata in riva a quel torrente
sulle cui ghiaie, prati minerali,
la bicicletta regge, sorridente;
simboli adulti: il fumo ed i pedali.

Mai lo conobbi, quel sorriso, e resta
di lui soltanto questa pipa spenta
che, uscita da un cassetto, in me ridesta
ricordi che non ho, e me ne sgomenta:

chissà se gli era in tasca anche quel giorno
che un lampo comandato dal destino
la vita sua bruciò, e senza ritorno
per lui fu dalla fabbrica il cammino…

Ma, or che la guardo meglio, scopro un graffio,
di quel dolore quasi allegoria,
un piccolo memento, un epitaffio:
la cicatrice d’una nostalgia.

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