La formazione dello scrittore, 7 / Vitaliano Trevisan

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di Vitaliano Trevisan

[Questo è il settimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Vitaliano per la disponibilità. gm]

‘Was that, my friend smyled, ‘where “you have your roots”?
No, only where my childhood was unspent,
I wanted to retort, just where I started:

By now I’ve got the whole place clearly charted.

Philip Larkin, I remember, I remember

vitaliano_trevisanMi accade, di tanto in tanto, di non riuscire a dormire. Meglio lasciare il letto subito, prima che i demoni inizino con le loro insinuanti litanie. Una passeggiata notturna, lunga quanto basta perché si stanchino di aspettare. Naturalmente il paese è deserto e discretamente buio, cosa che in fondo apprezziamo, dato che non c’è niente da vedere. In questo posto, per trovarci qualcosa uno dev’esserci nato. Ma se ci è nato, com’è il caso di chi scrive, non è affatto detto che da quel qualcosa scaturiscano ricordi belli e piacevoli.

La formazione dello scrittore. Disagio è la prima parola che mi viene in mente. Molto a disagio. Anzitutto presuppone il fatto di essere formato, idea che non mi piace, specie se in riferimento alla mia scrittura – mia in corsivo non per rimarcarne il possesso, ma, viceversa, perché sono sempre più convinto che essa non sia mia. Al contempo, identificazione dello scrittore nella sua scrittura – corsivo come sopra. A questo punto, non mi è più chiaro chi stia scrivendo di chi.

A disagio anche perché una formazione c’è stata, negarlo sarebbe assurdo. Lo scrittore è formato suo malgrado, e le sue opere, oggetti concreti, che esistono per sé, siano essi libri o testi teatrali, lo confermano. Rileggerli, sentirli leggere, recitare, anche solo ripensarli, mi muove dentro qualcosa. Impressione di aver poco a che fare con l’uomo che li ha scritti, compresi i più recenti. La scrittura di oggi, quella non pubblicata, e dunque l’unica che davvero mi riguardi, di cui l’incipit del presente scritto è un esempio, non è più sorretta da una struttura di riferimenti così solida ed evidente. Certo: Beckett, Bernhard, restano comunque, anche in assenza. Gli studi di questi anni, Machiavelli e Shakespeare in primis, e un progressivo, inesorabile allontanamento, in quanto lettore – sempre “interessato” -, dalla letteratura di trama – romanzo -, si riflettono sulla pagina, questo mi è chiaro, ma, aldilà di singole frasi, sequenze e “rivolti” [*] vari, non hanno consolidato la struttura preesistente, né provveduto a fornire elementi utili a sostituirla con un’altra, ma hanno semmai contribuito, insieme alla vita, a corroderla irrimediabilmente. La tensione narrativa resta, ma non trova più appoggio sicuro. In definitiva: più scrivo, meno mi sento di saper scrivere – e meno sicuro è il giudizio su quanto scritto. Del resto, mi dico, al dunque, davanti al foglio bianco, non è sempre stato togliere il pensiero la tua prima preoccupazione? Pensiero non è sinonimo di struttura, e lo stesso credo che le due cose siano intimamente legate. Quel che è certo è che, al presente, chi scrive, pur continuando a identificarsi nella sua scrittura, non si sente per questo al sicuro in essa – il ricorrere del termine (in)sicuro, nelle frasi che precedono, è significativo.

Un continuo divenire, no, troppo generico, troppo “rassicurante”. Insicurezza è la parola, processo di formazione e insieme risultato.

—-

[*] NdA: Rivolto inteso in senso musicale. Un esempio concreto: Shakespeare, Riccardo III, la vecchia regina Margherita insegna a Elisabetta come rafforzare una maledizione: “Di notte non dormire, di giorno non mangiare. Metti a confronto la felicità passata col dolore presente (…) Rendere migliore ciò che si è perduto peggiora chi fu causa della perdita. Rivolto da opera in corso: No, non potevo continuare di notte a non dormire, di giorno a non mangiare, e di continuo, nella testa, comparare un’illusione di felicità passata alla realtà di un dolore presente. Rendere migliore ciò che avevo perduto mi insegnava solo a maledire meglio me stesso”.

[In alto: fotografia di Sabrina Ragucci (dettaglio)].

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3 Risposte to “La formazione dello scrittore, 7 / Vitaliano Trevisan”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Perchè “corroderla irrimediabilmente”, espressione che connota negativamente il divenire e che parla di un cambiamento assoluto, irreversibile?

  2. acabarra59 Says:

    ” Venerdì 4 luglio 2014 . Quello che vengo a sapere appena mi sveglio – come mi succede spesso è esageratamente presto – è che Francesco Piccolo ha vinto il Premio Strega. Io non so chi sia Francesco Piccolo, ma mi sembra assolutamente giusto. Mi sembra anche ovvio che Scurati abbia perso – non so neanche chi è Scurati. “.

  3. ilcorsarobianco Says:

    L’ha ribloggato su Il Corsaro Biancoe ha commentato:
    Ripropongo un altro autoritratto, questa volta di Vitaliano Trevisan, apparso in estate su Vibrisse.
    La letteratura è sociale o non è. Mi sembra di leggere questo concetto (fondamentale, banale quanto ignorato) nel secondo paragrafo dell’autoportrait di Trevisan, nella difficoltà di sentire ancora “sue” le parole apparse il un testo pubblicato o recitate da un attore, e l’esperienza teatrale credo che abbia inciso in larga parte nel mettere questo concetto in rilievo nel breve scritto, perché il drammaturgo ha l’impressione quotidiana della parola che volteggia nella sala, molto più del romanziere che ogni sera non è dietro le quinte ma nelle librerie a presentare il suo libro.
    I romanzi, le pièces, vanno ad infoltire il numero delle storie di cui la comunità si nutre, di cui è espressione, di cui è causa e obiettivo.

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