Tre libri su Francesco d’Assisi. Appunti di lettura

by

di Demetrio Paolin

Giotto, I funerali di san Francesco

Giotto, I funerali di san Francesco

Pochi giorni fa, cercando una degna sintesi dei mondiali di calcio, mi è capitato di finire su Rai 1 e di vedere Dario Fo. Mi sono fermato per alcuni minuti e ho riconosciuto il testo che il premio Nobel stava portando in scena: Lu Santo Jullàre Françesco (Einaudi). Mi ha colpito in particolare il prologo dello spettacolo, in cui Fo parla di Bergoglio e della sua scelta di chiamare se stesso Francesco, e giustifica in questo modo il rilancio sia dal punto di vista editoriale che di messa in scena di uno spettacolo del 1999.

A quel punto mi sono trovato a ricordare che nel corso di quest’anno avevo letto altri due libri che avevano come fulcro di narrazione la vita del santo di Assisi. Il primo è il romanzo di Aldo Nove, edito da Bompiani, dal titolo Tutta la luce del mondo, che ha come sottotitolo “Il romanzo di San Francesco”; il secondo è un agile saggio di Alessandro Zaccuri, edito dal Melangolo, Francesco. Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio.

M sono chiesto per quale motivo tre libri, di autori diversi tra di loro, si concentrassero sulla figura di San Francesco; la risposta più ovvia è l’ascesa al soglio pontificio di Bergoglio e la scelta del suo nome. Ho detto più ovvia perché sono i paratesti di almeno due dei tre libri a indicarcelo (il prima citato prologo alla nuova edizione del testo di Fo e il sottotitolo al saggio di Zaccuri); nonostante questa evidenza testuale, io credo che esista un’altra motivazione più sensata, che ora proverò a raccontare, partendo da un assunto.

San Francesco è la nostra lingua.

Ora provo a spiegarmi, cercando di raccontare i tre testi di cui vi ho detto. Il romanzo di Nove ha secondo me una particolarità che lo rende interessante, ovvero il punto di vista della narrazione. A raccontare le vicende di Francesco è un ragazzino, anche questa non è una novità nella narrativa di Nove che spesso ha utilizzato un punto di vista “puerile”. Questa scelta dà al romanzo un’aura di stupore, molto simile se vogliamo a quel sentimento di meraviglia ingenua, ma allo stesso tempo poetica e drammatica, che è presente nei Fioretti.

Il saggio di Zaccuri tocca temi più squisitamente filosofico-religiosi, ma anche in questo caso la lingua ha una sua valenza soprattutto come veicolo di immaginazione, non è un caso che nel saggio lo scrittore milanese faccia un continuo riferimento agli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, visti appunto come un teatro dell’immaginazione.

Nel testo di Fo a colpirmi, rispetto ad altri suoi lavori, è un uso più “filologico” dell’impasto linguistico, una lingua meno scoppiettante (rispetto ad esempio a Mistero Buffo), ma più aderente a quello che poteva essere il dialetto umbro, che Francesco quotidianamente usava.

Credo che la centralità della lingua e dell’immaginazione nella figura di Francesco sia proprio da attribuirsi al fatto che sue sono le prime parole poetiche della nostra letteratura. Se prendiamo il testo del Cantico si nota lo stupore dell’uomo verso il creato, molto simile a quello che l’io narrante di Nove ci racconta di volta in volta; oppure ci colpisce l’immaginazione della morte come nostra sorella, che verrà variata più volte nel corso dei secoli e che nel libro di Zaccuri sarà  il perno della riflessione partendo dall’inquietante e bellissimo quadro di San Francesco che contempla il teschio, di Francisco de Zurbarán. Infine ovviamente la scelta di linguista di pastiche (tra linguaggio “notarile” e basso), ma poetica e funzionale, ben si sposa con la scelta di Fo.

Francisco de Zurbarán, san Francesco che contempla il teschio

Francisco de Zurbarán, san Francesco che contempla il teschio

Cosa voglio dire con questo? Che l’attenzione degli scrittori per Francesco nasce non tanto dalla contingenza politica e culturale, ma da una riflessione molto più profonda, legata alle origini della nostra letteratura, della nostra lingua e del nostro immaginario. Sarebbe lungo elencare exempla di questo tipo di attenzione, ma mi limito a due nomi che diacronicamente stanno agli antipodi e ci fanno capire l’influenza incredibile e inaspettata di questo santo scrittore: D’Annunzio che con Alcyone lavora proprio sulle basi ritmiche e sulle immagini “stereotipate” del Cantico  e dona loro una nuova sensibilità; oppure Tiziano Scarpa e i suoi Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi), dove oltre alla scelta linguistica “umiliata” c’era la volontà di rappresentare una nuova povertà (altro tema francescano).

Francesco rappresenta per gli scrittori lo stupore di nominare per la prima volta le cose. Leggendo il Cantico si ha come l’impressione che prima di allora fuoco, terra, acqua e morte stessa non esistessero, ma fossero concetti oscuri che il suo pronunciarli abbia portato alla luce. In Francesco, quasi miracolosamente, avviene ciò che la Genesi racconta di Adamo, che nominava le cose e esse esistevano.

In Francesco la lingua scritta diventa qualcosa di maieutico: fa nascere le cose, sgrava il creato delle sue bellezze e le porta davanti agli occhi di tutti. Il Cantico è un testo proemiale non solo e non tanto perché viene cronologicamente prima di altre opere letterarie, ma perché fonda il mondo lirico e immaginario che da lì in poi dominerà il canone dell’occidente e lo fa con uno sguardo ricolmo di meraviglia e di paura, con una lingua tremante e barcollante di un bimbo che vede il creato come se fosse suscitato da un incantesimo. L’occhio di Francesco guarda il mondo e lo canta come se ciò che lui vede fosse ancora sub specie aeternitatis; è questa la segreta tensione, che anima ogni scrittore nel suo tentativo di dire il tempo presente e le stagioni in cui gli è toccato destino di vivere.

Tag: , , , , , , , ,

6 Risposte to “Tre libri su Francesco d’Assisi. Appunti di lettura”

  1. fausta68 Says:

    Bellissimo questo tuo post e molto bella la lettura che tu dai sulle motivazioni della coincidenza di tanta presenza di Francesco nella figura di Bergoglio, nei libri e nel lavoro di Dario Fo…..
    Grazie…. come prima cosa vado a cercare il libro di Nove…..

  2. cristian Says:

    queste cose mi fanno venire in mente una poesiola che ho mandato …

  3. enricomacioci Says:

    Bravo Demetrio, molto bello davvero. Suggestiva poi la faccenda della nominazione, questo prodigio così semplice e misterioso.

  4. demetrio Says:

    Enrico: la nominazione è proprio quello che mi interessava mettere in evidenza dei tre testi che ho cercato di leggere.

    d.

  5. Tiziano Scarpa Says:

    Ringrazio Demetrio Paolin per aver menzionato ‘Groppi d’amore nella scuraglia’, un libro che mi è molto caro. Mi fa fin troppo onore a chiamarlo in causa in questo contesto, ma al di là della sua generosità esagerata, penso che quello che dice Paolin sia sensato. In quel libro, al di là della povertà come tema, mi sembra ci sia una lingua “francescana”, nel senso che si cerca di fare esperienza delle cose con una lingua ignorante, illetterata, “povera” di scolarizzazione, in realtà ricchissima di forza espressiva e conoscitiva (non perché l’ha scritta Scarpa, ma perché attinge alla potenza delle lingue centro-meridionali italiane, e anche a echi due-trecenteschi).

    Nella ‘Scuraglia’, tra l’altro, san Francesco viene nominato: Scatorchio si lamenta con “Iddio Patro” perché ogni anno, a Natale, manda sulla terra Gesù, che puntualmente non fa la rivoluzione ma – dal punto di vista di Scatorchio – fallisce morendo sulla croce. “Chist’anno nun ce potevi mannà santo Francisco?”, protesta Scatorchio.

    Finisco questo lungo commento con una confidenza. Due anni fa un committente mi chiese un testo teatrale per ragazzi. Lo scrissi nell’autunno del 2012, consegnandolo al committente a dicembre. I protagonisti sono quattro ragazzi, e Francesco d’Assisi c’entra molto (non voglio svelare di più, ma san Francesco in quel testo è davvero decisivo). E’ un testo ancora inedito, che forse verrà messo in scena in futuro (il teatro non è come l’editoria; bene o male i libri si pubblicano, ma le messe in scena sono complesse e costose, ci vuole molto più tempo per avviarle). Bene: a metà marzo 2013, tre mesi dopo, Jorge Mario Bergoglio sibi nomen imposuit Franciscum. Potete immaginare quanto è stata strana per me questa coincidenza, questa corrispondenza tra il mio (irrilevante e socialmente minuscolo, è ovvio) interesse per Francesco d’Assisi e la sua rimessa in primo piano globale e mediale da parte di un papa.

  6. demetrio Says:

    Tiziano, come dicevo nel commento prima ad Enrico, quello che a me interessava mettere in evidenza era proprio il discorso sulla “lingua”. Quando uscirono i Groppi trovai interessante, per me che venivo dalla filologia e da quel tipo di studi, proprio l’uso della lingua, che nel tuo caso non aveva nulla a che fare con la lingua performativa di Fo (cioè secondo me il tuo debito non è verso Mistero Buffo), ma verso appunto una ricerca linguista ab origine, ovvero trovare una lingua che possa nominare le cose come se fossero la prima volta che vengono nominate.
    Ovviamente non ho potuto approfondire questo aspetto del tuo libro in questo breve articolo, ma il tuo commento mi dà l’occasione di specificare meglio il perché della citazione. (ovviamente sono curioso e aspetto la messa in scena del nuovo spettacolo)

    grazie del commento
    d.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...