Prelievi e trapianti (ovvero: perché è bizzarro stupirsi di ciò che ha fatto Antonio Scurati)

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di Gabriele Dadati

Nel secondo volume di Nynphomaniac, ultimo film di Lars von Trier, a un certo punto Joe – la protagonista sempre più alla deriva di una sessualità sfrenata – mette involontariamente a repentaglio la vita di suo figlio, il piccolo Marcel. Lo lascia infatti solo e il bimbo riesce a liberarsi dal lettino con le sponde e nel suo girovagare per la stanza arriva quasi a sporgersi sul vuoto: se cadesse dalla finestra, morirebbe senz’altro. Per fortuna questo non avviene, anche se si tratta di una delle gocce che concorrono a far traboccare il vaso: Jerôme, compagno di Joe e padre di Marcel, decide di abbandonare la ragazza e di dare in affido loro figlio.

Lo spettatore medio di Lars von Trier di fronte a questa scena ha chiaro un senso di déjà-vu. Una scena analoga infatti apre e motiva Antichrist, suo film del 2009, dove il dramma della caduta dalla finestra e della morte del bimbo di due genitori che stanno facendo l’amore porterà lei a un esaurimento e lui, psicoterapeuta, a cercare di curarla, con esiti disastrosi per entrambi. La canzone che fa da colonna sonora alle due scene, tra l’altro, è la stessa. Lo spettatore medio di Lars von Trier, quindi, al ripetersi di una scena che ben conosce (in Antichrist è davvero memorabile) si trova a mormorare tra sé e sé: “Adesso cade”. E gli viene quasi da chiudere gli occhi, o comunque prova una tensione molto intensa perché sa cosa capita in un film di Lars von Trier a un bimbo in quel frangente. Quando il senso di ineluttabilità viene scacciato e contro ogni previsione il piccolo si salva, quindi, il sollievo è ancora più forte.

Questa autocitazione in Lars von Trier ha un scopo ben preciso. Oddio: è anche un omaggio che fa a se stesso (un atto di “gigioneria”), ma ha, per così dire, un fine, uno “scopo artistico”. Che su di me ha agito – in parte stupendomi, in parte infastidendomi –, che su altri agirà con maggiore o minore intensità, ma che è senz’altro qualche cosa fatto con consapevolezza. E che permette di rispondere alla domanda: “È lecito fare prelievi da una propria opera precedente e impiantare questi prelievi in una nuova opera?” La risposta è: “Sì, tutto è lecito, ci mancherebbe. Poi, però, bisogna entrare nel merito e chiedersi se questo prelievo e reimpianto abbia un esito formale felice. Se, cioè, funzioni”.

Questo esempio serve a dire come nulla ostacoli il fatto che – l’ha raccontato Pippo Russo su Satisfiction – Antonio Scurati abbia operato prelievi testuali dal suo romanzo Il bambino che sognava la fine del mondo (2009) e abbia compiuto trapianti nel suo ultimo libro, Il padre infedele (2013). L’ha fatto lui come non so quanti scrittori della tradizione e contemporanei. Solo stando al Novecento, lo fa a piene mani Gabriele D’Annunzio romanziere (si confrontino le sue Faville del maglio, vale a dire i pezzi per il “Corriere” diretto da Albertini, con certe pagine di prosa ), lo fa con discrezione un poeta come Giorgio Caproni, via via lo fanno in tanti contemporanei compreso, almeno una volta, il sottoscritto o Andrea Carraro che s’è “autodenunciato” su Facebook o ancora Giuseppe Genna passando da Medium a Italia De Profundis nei brani dedicati alla morte del padre o… eccetera eccetera, l’elenco sarebbe lunghissimo. Senza dire che c’è stato un periodo della letteratura italiana, a partire dall’Umanesimo, in cui si reputava che il buon poeta fosse non chi inventava, ma chi sapeva citare e ricollocare sintagmi già usati in una nuova composizione. A partire anche dai propri. – La cosiddetta originalità è un mito piuttosto recente, che nasce più o meno dal Romanticismo maturo e in Italia si rafforza con un certo ritardo, mentre in gran parte della storia della letteratura quello che conta è la ripetizione del modello a patto di eseguirlo bene e di apportare variazioni.

Il punto, quindi, è un altro. Ed è, banalmente: Antonio Scurati, nel fare quel che ha fatto, ha ottenuto un buon esito testuale? Si giustifica dal punto di vista letterario la sua operazione così come si giustifica quella di Lars von Trier e di milioni di altri “autocitanti”? Ed è un punto che, per paradosso, tocca tutti tranne Scurati stesso. Se, cioè, lui è convinto della sua scelta, ha tutto il diritto di uscire di scena. Anzi ne ha il dovere, compirebbe un errore se “spiegasse” i suoi perché. Rischieremmo infatti di ritrovarci il giudizio inquinato dalla sua autodifesa, il che non va bene. I testi stanno là, che chi li legge li giudichi. Gli autori sono quasi nocivi.
Cosa ci si dovrebbe attendere, dunque, da una società letteraria sana? Che chi è incaricato di analizzare e commentare i testi ad uso dei più prendesse in considerazione questa caratteristica dei due romanzi di Scurati e ci ragionasse sopra pubblicamente. Che i critici utilizzassero i loro strumenti e dicessero la loro alla luce della conoscenza storica che hanno dell’uso dell’autocitazione e del gusto che si sono formati in merito dopo letture e letture. Lo stesso Pippo Russo, che ha individuato i passi, avrebbe potuto ragionarci sopra.
“E quindi, il Premio Strega? Scurati è mica in cinquina con Il padre infedele, romanzo che plagia Il bambino che sognava la fine del mondo, con cui già fu in cinquina ma poi perse di un punticino contro Tiziano Scarpa? È possibile che stia lì?” – Ecco, se queste sono le domande la risposta è: certo, è possibile che stia lì, come è possibile che Nynphomaniac di Lars von Trier vinca qualche premio cinematografico o venga proiettato nelle rassegne importanti. Anzi, è bene che questo avvenga, per aumentare la probabilità che questi temi formali vengano sviscerati.

Quello che sarebbe interessante, a questo punto, e che oggi come oggi è l’unica cosa che chiederei allo Strega, è che i voti fossero palesi e motivati. Che ognuno dei 400 Amici della Domenica all’atto del voto lo esprimesse direttamente sul sito del premio allegando una paginetta in cui parla del libro votato, ne racconta i pregi, lo analizza un po’. E che alla fine ci fossero 400 paginette che chiunque può andare a reperire, scaricare e leggere. Se così fosse, una volta scoperta l’autocitazione di Scurati, vedremmo forse in quelle paginette qualcuno che la affronta e ce ne parla, ci spiega se e come ha un valore (o anche dice: sì, questi passaggi di autocitazione non sono granché, ma il romanzo si riscatta per questo e questo e questo motivo). Insomma, chiederemmo un impegno non solo di voto, ma anche di comprensione vera. Il che sarebbe utile ai lettori e chissà, forse porterebbe qualche Amico a gettare la spugna, lasciando spazio a chi ha voglia di fare questa fatica e di prendersi questa responsabilità.

La fotografia in alto è di Serge Bouvet.

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25 Risposte to “Prelievi e trapianti (ovvero: perché è bizzarro stupirsi di ciò che ha fatto Antonio Scurati)”

  1. OgginLibreria #2 | BookBlister Says:

    […] Postilla necessaria avendo letto il pezzo di Garbiele Dadati. Dichiarare l’“autoplagio” per me significa motivare la necessità di una scelta narrativa, […]

  2. Fabio Ciriachi Says:

    Per infoltire l’elenco dei precedenti, ripubblico quanto già scritto a commento di un post di Andrea Carraro: “Tanto per rispondere ai professionisti dello scandalo e dell’indignazione: Claude Simon, grande scrittore francese purtroppo poco letto in Italia, premio Nobel per la letteratura nel 1985, ricorre con una certa frequenza all’utilizzo scoperto di propri materiali scrittòri presi testualmente da precedenti opere. Così fa per la pagina finale de “L’acacia”, identica a quella iniziale di “Storia” (non ho verificato sui testi originali, ma credo che le lievi differenze dell’italiano siano dovute ai diversi traduttori), così è per un episodio de “L’acacia” in cui è descritta la morte di un soldato a cavallo che s’inclina e scivola lentamente al suolo come un soldatino di piombo che fonde dalla base, stesso episodio e stesso paragone utilizzato in “La strada delle Fiandre” e non escludo altre parti che possono essermi sfuggite.

  3. Rossella Monaco Says:

    Anche F. S. Fitzgerald inserì in opere che oggi sono considerate classici della letteratura americana stralci da sue opere precedenti. E lo fece spesso.
    Rimaneggiare o riprendere i propri testi inserendoli in nuove opere credo sia legittimo quando si fa in maniera consapevole. C’è chi lo fa anche attingendo ad opere altrui e lo chiamano “citazionismo”. Quando ho letto il pezzo su Satisfiction, l’ho pensata allo stesso modo di Gabriele.

  4. Fabio Ciriachi Says:

    Dimenticavo: sono pienamente d’accordo con Dadati.

  5. Nicolas Alejandro Cunial Says:

    Non sono molto convinto. Mentre un regista per girare un’azione non ha altro mezzo che la telecamera, uno scrittore ha invece milioni di parole. Ci si può innamorare di una scena o di una azione, ma difendere l’atto di narrarla come si è già fatto piuttosto che reinventarsi mi pare negativo per i lettori. Autocitarsi non è il male, lo facciamo tutti, ma l’autoplagio è ben altra cosa. Qui si parla di brani interi a distanza anche di poche pagine. Un po’ troppo per un autocitazione.

  6. alepeluso Says:

    L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

  7. Antonella Says:

    Io non li ho letti, i due romanzi, e già per questo dovrei tacere. Ma se certo non mi stupisco di citazioni e impli-citazioni, di prelievi e trapianti e anche di personaggi che ritornano fischiettando indifferenza, trovo comunque fastidiosa – perché non trasparente – l’idea che possa bastare una specie di seconda stesura, di parafrasi, per recuperare quel punticino a tutti i costi.
    Poi, le polemiche, le contropolemiche e pure le finte polemiche mi fanno concordare da un lato con Giuliano Pasini (che ha definito tutto questo, e anche altro, “patetico”) e dall’altro con Gabriele, soprattutto nell’ultima parola: responsabilità. Altro che vendite.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Nicolas, scrivi:

    Mentre un regista per girare un’azione non ha altro mezzo che la telecamera, uno scrittore ha invece milioni di parole.

    Riformulo: mentre un regista per girare un’azione ha a disposizione i pressoché infiniti modi di far muovere sulla scena gli attori, uno scrittore ha invece solo la tastiera.

    Ovvero: l’argomento da te proposto mi pare assurdo, perché mette in relazione cose che non ha senso mettere in relazione (ti ricordi Provolino? Quello che sommò alle lire quattro mucche e un contadino…).

    Scrivi ancora:

    Ci si può innamorare di una scena o di una azione, ma difendere l’atto di narrarla come si è già fatto piuttosto che reinventarsi mi pare negativo per i lettori.

    Dove dài per scontato che Scurati abbia agito come ha agito perché “innamorato di una scena o di una azione”.
    Ma questo non è scontato. Scurati avrebbe potuto agire in quel modo per tutt’altre ragioni. Se avesse voluto, ad esempio, mostrare come con i medesimi materiali è possibile comporre più di una storia, ecc. ecc.?

    Scrivi ancora:

    Autocitarsi non è il male, lo facciamo tutti, ma l’autoplagio è ben altra cosa.

    Usare la parola “autoplagio” è un semplice espediente retorico: si dà a una pratica un nome che suoni negativo, e così quella pratica appare negativa. Es.: “Ho proprio voglia di un bel piatto di pasta”, “Non vorrai mica ingozzarti di pasta!”, eccetera. Siamo più vicini all’insulto che all’argomentazione.

  9. Carlo Capone Says:

    L’ha fatto ‘per nascondersi e vedere l’effetto che fa’. Ma poi.
    E’ roba sua è può farne ciò che vuole.
    Mi sembra che la vicenda non meriti altro spazio.

  10. RobySan Says:

    Mi sembra che la vicenda non meriti altro spazio.

    Cioè, il commento che volevo mettere qui non val più la pena di metterlo? Vabbè; tanto, con ogni probabilità, mi sarei ripetuto.

    P.S.: l’espediente retorico cui fa cenno Giulio in chiusura del suo ultimo commento (ultimo fino a ora) è descritto bene nel noto libretto “L’arte di ottenere ragione, esposta in 38 stratagemmi” dell’Arthur Schop. Libercolo utilissimo a riconoscere, appunto, gli stratagemmi che, per fas et nefas, consentono di ottenere l’apparenza della ragione. E per usarli appropriatamente. O, dico io, non usarli affatto (o perlomeno evitare di usarli inconsapevolmente).

  11. Gilda Policastro Says:

    Borges diceva che ciò che non è citazione è plagio, ma tra le due operazioni esiste invece una differenza nell’intenzione dell’autore tanto rispetto al testo che rispetto al lettore. Quando a Melania Mazzucco venne fatto notare che un suo romanzo (anch’esso candidato allo Strega: ciò indigna maggiormente i lettori, visto che è il premio di maggior visibilità->vendita copie del vincitore in Italia) conteneva innesti da Anna Karenina, la sua difesa fu che aveva letto così tante volte quel romanzo da assimilarlo e poterlo restituire sulla propria pagina senza nemmeno più consapevolezza. Lo direbbe Von Trier, della scena del bambino? Quella scena tutti l’abbiamo riconosciuta in Ninphomaniac come già vista, e il motivo è uno solo: l’autore non l’ha dissimulata, ma esibita, ha messo cioè (caratteristica ineludibile della citazione) le virgolette. Dadati stesso lo dice: la scena è pressoché identica e lo sottolinea l’utilizzo della colonna sonora. Cosa cambia? Nulla, perché la dannazione della donna, nei due casi, si compie a prescindere dalla salvezza del bambino. La scena ha un valore simbolico e sollecita il lettore proprio su questo punto: ti ricordi come finiva nell’altro film in cui un bambino si accostava a una finestra in una notte di neve? Si gettava di sotto. Con quali conseguenze? La madre si dannava, ma era già dannata, ineluttabilmente. Quindi nessun respiro di sollievo, mai: possiamo già prevedere che anche se il suo bambino si salva, Joe si dannerà comunque. Il punto è la rete dei significati, il dialogo che un autore stabilisce tra i suoi temi ossessivi (il matricidio in Gadda, se vogliamo aggiungere un altro autore alla lista degli autocitanti o il partigiano “cattivo” in Fenoglio) e il pubblico cui li partecipa. Se il dialogo è aperto, trasparente, onesto, non c’è nessun male ad autocitarsi, lo si è sempre fatto, tutto è citazione (o autocitazione). Il discrimine è quindi la buona fede dell’autore: ci sono nei due libri di Scurati le virgolette (ovviamente non necessariamente tipografiche, ma delle marche di orientamento, come in von Trier: ti ricordi, tu che leggi/vedi, questo topos l’ho già introdotto altrove, questa scena madre l’hai già vista, questo è un mio motivo ossessivo e ritornante)?Avendo letto entrambi i libri al momento della loro uscita, quindi a distanza di alcuni anni (gli stessi intercorsi tra Antichrist e Ninphomaniac, peraltro) non ho riportato dalla lettura dei brani sul sesso mercenario di Scurati l’evidenza di un dialogo da parte dell’autore con la propria opera precedente e con i propri lettori ma piuttosto un’impressione di ostentata banalità/magniloquenza nella costruzione delle immagini relative al sesso (tema peraltro sempre assai impervio, in letteratura). Tra l’altro l’autore introduce nelle sequenze incriminate piccoli cambiamenti o sostituzioni di termini: anche questo dato microtestuale mi induce a pensare che non si trattasse del ripetersi di una scena madre, come in von Trier funzionale alla messa in evidenza di un motivo particolare, ma solo di stanco riciclo, per difetto di immaginazione e trascuratezza stilistica. E di quest’ultima affermazione mi assumo ovviamente tutta la responsabilità critica, teorica, idiosincratica.

  12. Marco Candida Says:

    Ma l’autoplagio avviene tra le pagine 165 e 174. Nove pagine. E ci sono sostituzioni qua e là, non è proprio un copia e incolla pedissequo… E’ abbastanza per un attacco così squalificante? E poi l’autoplagio non è nemmeno chiaro come e quando si configuri… E poi va valutata la centralità dei capitoli. Sono capitoli fondamentali? Hanno una rilevanza artistica fondamentale nell’impianto generale dell’opera? Cioè, se Manzoni scrive un nuovo romanzo e a pagina tot effettua un plug-in dell'”addio ai monti” questo ha sicuramente un peso maggiore rispetto a qualche capitolo di passaggio (sempre che nei Promessi sposi ne esistano, di capitoli “di passaggio”…). A questo punto bisognerebbe prendere tutto il corpus di opere di Scurati leggerlo e fare raffronti. Se c’è solo quel passaggio, be’, mi sembra eccessivo fare un attacco del genere. Se c’è altro, allora la questione cambia. In fondo si è solo fatto un raffronto tra “Il bambino che sognava la fine del mondo” e “Il padre infedele” e si sono individuate nove paginette ma Scurati è autore di una quindicina di romanzi circa. Se su, mettiamo, duemila pagine scritte se ne trovano cinquanta che si somigliano “in modo allarmante” possiamo veramente considerare un autore un drittone-pigrone? Non credo proprio. Allo stato attuale, a parer mio, le accuse vanno riformulate meglio.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Gilda, una buona domanda mi pare questa: il romanzo nuovo di Scurati, alla lettura fatta prima del riconoscimento delle autocitazioni, ti era sembrato un buon romanzo?

    Se la risposta è “Sì”, direi che la questione è chiusa.

    Se la risposta è “No”, direi che la questione è ugualmente chiusa.

    Ricordo che quando lessi per la prima volta certi romanzi di Georges Perec (Les choses, Un homme qui dort) non mi resi minimamente conto della quantità di citazioni che essi contengono. Però mi affascinarono.

    Però quando lessi (molto più tardi) La vie mode d’emploi, trovai molto bello il ritorno – a volte letterale – di situazioni o di porzioni di testo che avevo già incontrate in quei primi romanzi.

    Ovviamente quelle “citazioni” non erano indicate da nessuna virgoletta. Ma ormai sapevo che Perec lavorava così: e d’altra parte, in La vie mode d’emploi, la tecnica “centoniana” di costruzione è ben evidente anche al lettore ingenuo.

    Io mi domando: che relazione creano, quelle “riprese” (basta cambiare il nome alla cosa, e già sembra cambi tutto…), tra i due romanzi di Scurati? E da questa relazione, viene della bellezza?

    (Nota: lessi, più per interesse al tema che per altro, il precedente; non ho letto l’attuale).

  14. sergiogarufi Says:

    condivido le obiezioni di gilda.

  15. Antonella Says:

    Appunto a Perec mi riferivo utilizzando il termine “impli-citazione”. Anche se Perec, nel post scriptum di VME, pur senza entrare nel dettaglio – il che rende giustizia alle citazioni implicite senza virgolette – precisa che “il libro contiene delle citazioni” etc etc e si autoinclude nella lista degli autori impicitati.
    Dovremmo forse chiedere a Scurati se ha letto Perec.

  16. Holden Says:

    Qui si fa teoria, e questo senz’altro è positivo per un discorso teorico (appunto), ma mi pare che la cosa serva solo a svicolare il problema di fondo, che Dadati non coglie: il regolamento dello Strega prevede la presentazione di un romanzo inedito, e questo contiene parti già edite (e, come giustamente nota Golda Policastro, in modi che difficilmente si armonizzano con le raffinate analisi teoriche sul riutilizzo che si suggeriscono nell’articolo). E questo è un fatto: poi, se vogliamo saltare la parte pratica e limitarci alla teoria, va bene, ma allora in quel caso il discorso è un altro.

    IMHO, ovviamente.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Holden: se tu avessi ragione, l’opera d’arte della quale riporto qui una fotografia scomparirebbe.

    Marcel Duchamp, Fontana

    Marcel Duchamp, Fontana

  18. Holden Says:

    Perché? Hanno presentato pure quella al premio Strega? Perché io parlavo di quello.😉

  19. Holden Says:

    Però, a ripensarci, bravo Giulio: trovo sia un’immagine piuttosto appropriata al soggetto di cui si discute, in effetti.🙂

  20. Carlo Capone Says:

    RobySan, quando nell’ormai lontano mezzogiorno scrivevo che la vicenda non merita altro spazio, mica mi riferivo a qualcuno in particolare? tu, come tutti, potete parlare quanto volete, ci mancherebbe. Io nell’operazione di Scurati non ci trovo nulla di sorpeendente, se non il fatto che uno scrittore affermato in tutta evidenza si sia stufato di scrivere e dunque immaginare. Questo sì mi interessa, vale a dire: perchè l’ha fatto?

    Mi spiego meglio. Di una supernova che esplode sappiamo tutto, di uno scrittore che a un certo punto fa ciò che ha fatto il nostro, niente de nada. Perchè? perchè? perchè?

  21. Ian Saiin Says:

    L’ha ribloggato su Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbioe ha commentato:
    Da Vibrisse, di Giulio Mozzi.
    Confesso che mi ha fregato con “prelievi e trapianti”. Fregatura felice.

  22. sergiogarufi Says:

    Io, se volessi difendere Scurati, più che al ready made di Duchamp (che si chiama ready made mica per niente) mi appellerei a Bolaño e alla modularità delle sue storie.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Sergio: d’accordo. Ma a me interessava solo far notare alla persona che si firma “Holden” che la sua opinione aveva una conseguenza difficile da gestire.

    E non si tratta nemmeno di “difendere Scurati”. Neanche Dadati, mi pare, lo “difende”: cerca di mostrare che la questione è stata mal posta, e di porla in un modo che gli sembra più corretto.

  24. Holden Says:

    Scusa Giulio, commentando con WordPress l’intestazione del commento viene – come saprai – automaticamente indicata con il nome del blog, da cui il nome “Holden”: mi chiamo Luca Pantarotto.

    Per il resto, il tuo argomento mi pare improntato alla consueta capziosità con cui, per svicolare dall’oggetto di una discussione, si procede a piccoli scarti argomentativi in seguito ai quali, senza nemmeno accorgersene, si finisce per parlare d’altro. E io ti stimo per la maestria con cui da sempre adoperi questo metodo qui sopra, sul serio.😉

  25. #OgginLibreria 2 Says:

    […] Postilla necessaria avendo letto il pezzo di Garbiele Dadati. Dichiarare l’“autoplagio” per me significa motivare la necessità di una scelta narrativa, […]

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