Un figlio

by

di giuliomozzi

Primo pomeriggio. Accompagno mio padre in banca. Entriamo, aspettiamo, lui fa quello che deve fare, usciamo.
Mio padre esce per primo. Mentre aspetto che la bussola si riapra, mi si avvicina un tipo barbuto, con barba e capelli pepe e sale. Potrà avere qualche anno più di me.
“Mi scusi”, dice il tipo barbuto.
“Mi dica”, dico.
“Quello che è appena uscito”, dice il tipo barbuto, “voglio dire, mi pare che siate insieme… E’ il professor Mozzi?”.
“Carlo Mozzi”, dico.
“Sono stato suo allievo”, dice il tipo barbuto. “Negli anni sessanta”.
Mio padre, fuori, si volta e mi guarda. Gli faccio segno che rientri: gli fa sempre piacere scambiare due parole con gli ex allievi, anche se non si ricorda di loro.
“Lei è il figlio?”, dice il tipo barbuto.

“Uno dei quattro”, dico.
Evidentemente mio padre non capisce il mio segno; o attraverso i vetri verdastri della bussola non mi vede.
“So che ha due figli ingegneri”, dice il tipo barbuto.
“Il maggiore e il minore”, dico.
“Poi so che aveva un figlio…”, dice il tipo barbuto: e si ferma.
“Vuole che lo chiami dentro?”, dico, facendo un passo verso la bussola.
“No, no, tanto non potrà ricordarsi”, dice il tipo barbuto. Esita ancora, poi dice: “Aveva anche un figlio scrittore, vero?”.
Mi colpisce quell’aveva.
“Sì”, dico.
“Però non ha fatto molta strada”, dice il tipo barbuto.
“Non molta”, dico.
Vedo mio padre sistemarsi sotto la tenda del fioraio, all’ombra. Mi aspetta.
“Scriveva dei libri così…”, dice il tipo barbuto. Non continua.
“Noiosi?” dico.
“Ecco, noiosi”, dice il tipo barbuto.
“Ciascuno fa quello che può”, dico.
La signora Beretta passa, saluta mio padre, si ferma sotto la tenda del fioraio, all’ombra, a fare due chiacchiere.
“Eh sì”, dice il tipo barbuto. “Però se uno non è portato…”.
“Chi si contenta gode”, dico.
“Ah sì, sì, per carità”, dice il tipo barbuto. “E’ che magari un padre, per un figlio, vorrebbe…”.
“Vorrebbe una vita con meno ubbie per la testa”, dico, “con un lavoro solido, pagato decentemente, e magari di una qualche utilità economica o sociale: o qualcosa del genere”.
“Qualcosa del genere, sì”, dice il tipo barbuto. “Volevo dire…”. Allarga le braccia. “Mah…”.
“Ora devo andare”, dico.
“E lei?”, dice il tipo barbuto.
“Io?”, dico.
“Sì”, dice il tipo barbuto, “lei che fa?”.
“Il ladro di cavalli”, dico.
“Qui o all’estero?”, dice il tipo barbuto.
“All’estero”, dico, e sono con un piede dentro la bussola, “Ma in incognito. Nemmeno mio padre lo sa. Arrivederci”.
Do le spalle al tipo, entro tutto nella bussola, la porta alle mie spalle scorre e si chiude, la porta davanti a me scorre e si apre.

32 Risposte to “Un figlio”

  1. davide calzolari Says:

    godibile😀

  2. Muslu Uaua Says:

    Episodio fondamentale. Come sai, io son una trafficante d’ organi.
    Grazie.

  3. acabarra59 Says:

    ” 21 maggio 1994 – I fratelli Ferrini si picchiavano sempre. Avvinghiati rotolavano fra le aiuole. Erano scoppi improvvisi, terribili, nella quiete delle mattine d’estate. Pesti, sanguinanti, tornavano poi alle loro faccende. Come se niente fosse successo. I fratelli Ferrini erano sei. Io ero figlio unico. Io restavo allibito. ”
    P. s.: il raccontino è molto grazioso. A caval rubato non si guarda in bocca.

  4. Dante Says:

    Forse all’estero (e per estero intendo un altro universo, come la teoria delle Stringhe ipotizza) esiste un te stesso, che fa quello che hai detto al tipo barbuto😉

  5. cletus Says:

    un genio.

  6. ant Says:

    ma che tipo è uno che, quando gli si dice “Faccio il ladro di cavalli”, chiede “Qui o all’estero?”?

  7. davide calzolari Says:

    beh magari è uno fiducioso,e perfezionista, e pignolo🙂🙂

  8. facciascancellata Says:

    Questa è la prima cosa divertente che scrivi, o che ho letto delle cose divertenti scritte da te.
    Non perchè fai una specie di “outing letterario-esistenziale”, con chiusa surreale (inventata). T’immagino più crollare seduto sul marciapiedi, a piangere a dirotto, pensando ai due fratelli ingegneri, e all’altro, fioraio (?) che guadagna di più.🙂
    Neanche per il coraggio d’osservarti, come fosse un altro a farlo.
    Perchè il pezzo è divertente di suo, stile “Tre uomini in barca” (per dire). E poi “bussola” mi ha sorpreso: spesso usi parole della lingua italiana che, pregiudizialmente, attribuisco alle parlate meridionali. Strano.
    Qual è il tuo ruolo nella vita? L’hai capito? Posso dire che, probabilmente, riesci meglio nell’individuare i punti deboli e/o forti delle opere altrui. Oppure, sei un “fenomeno” nell’indicare agli altri il “dover essere narrativo”.
    Purtroppo non hai nulla da dire, t’annoierebbe scriverlo pure. Neanche per soldi lo faresti. Dovrebbero essere tanti. (Almeno un anno di stipendio anticipato?) E dato che in Italia quasi nessuno legge… è pura utopia.
    Sarai un tipo indolente. Un nichilista, o solo con l’alibi che nulla ha senso, in fondo. Tanto vale pensare solo all’unico “ricatto”, a cui non ci si può sottrarre: la sussistenza.
    Scherzi a parte, anzi no, scagliandoli in primo piano, ti consiglio d’ascoltare quel che segue, appena sveglio, mentre fai il caffè. “Riconcilia”. Almeno a me fa quest’effetto. Assieme all’opera omnia di Burt Bacharach.

    P. S.
    Continui a filtrare i miei commenti, come se fossi un “cattivo soggetto”? Chessò, uno “squilibrato”, uno che gode a dire oscenità, alla prima occasione? Mi hai preeso per Abel Ferrara?🙂
    Non ho mai capito quale tasto sensibile devo aver, inconsapevolmente, toccato della tua prsonalità. Hai presente la battaglia navale da bambini? E che avrò detto mai? B12? E ti sarai sentito colpito, mezzo affondato? Non che m’interessi il “filtro” in sè, ma la sua fenomenologia si! Io quel che devo dire, lo dirò sempre, per me. Ma la persistenza del “filtro” m’ispira. Buon proseguimento.🙂

  9. fausta68 Says:

    Bella risposta!!!!😀

  10. elisabetta58 Says:

    la mela marcia! tra mele marce ci si intende!

  11. Giulio Mozzi Says:

    Faccia: filtro i tuoi interventi perché ho notato che con grande facilità dici cose che mi sembrano insultanti. Finché insulti me, non ha importanza. Ma vorrei evitare di pubblicare interventi con insulti ad altri.

    Quanto alla bussola, vedi il dizionario.

  12. facciascancellata Says:

    Giuliomozzi, ti ostini a chiamarmi “insultante”, la qual cosa è davvero insultante per me, avendo proprietà di linguaggio adeguata. Usi il termine inopinatamente. Nei dizionari dovranno introdurre la tua accezione, se si diffonderà, secondo il tuo uso.

    Non è che debba dirti sempre la mia!
    In effetti, sono solo un po’ tardivo, cioè, solo dopo questa tua risposta, mi sembra di averlo finalmente inteso. Ora do la eco della tua replica: “Vai via vai via!”. Questo com’è? Insultante? Ironia?

    Sarà per una prossima esistenza, quando parleremo forse un linguaggio più comune, e sarà finalmente possibile comunicare senza più pregiudizi, Ti sei sbagliato su di me, e non c’è verso di fartelo arrivare.

    Tolgo il disturbo, a tempo indeterminato. E adesso le mie ultime parole famose (sempre non insultanti):

    Il tuo mondo s’è fatto più piccolo, ora.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Nessuno ti manda via, Faccia. Poiché mi è già successo di avere grane legali per cose scritte non da me nei commenti, cerco di tutelarmi. Pubblicherò sempre i tuoi interventi che non mi sembrino insultanti verso persone diverse da me.

  14. amanda Says:

    tu guarda ogni tanto leggo cose scritte da un ladro di cavalli e neanche lo sapevo

  15. RobySan Says:

    …pensando ai due fratelli ingegneri, e all’altro, fioraio (?) che guadagna di più.

    Ciufole! Un ladro di cavalli realizza guadagni strepitosi.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Però è un mestiere pericoloso, Roby.

  17. acabarra59 Says:

    ” 13 agosto 1987 – L’assessore all’ambiente Athos De Luca – secondo Repubblica viene da Siena – propone che il Palio lo corrano, invece dei cavalli, gli atleti. Dice anche – dice Repubblica – che in passato lo correvano i bisonti. Forse voleva dire bufali, anzi bufale. “.

  18. Lettore Says:

    Frequento da poco il blog di Giulio Mozzi e, dato che vivo all’estero da un’eternità, non ho molta familiarità con i siti italiani dedicati alla letteratura. È una realtà che ho scoperto solo qualche mese fa e che sto osservando con attenzione e anche con una certa curiosità e sorpresa.
    Quello che più mi sorprende sono i commenti e il tono da “primadonna” incompresa e offesa di molti commentatori. A volte poi i commenti non hanno, apparentemente, niente a che vedere con il tema dell’articolo commentato, tanto che mi sono anche chiesto se si trattasse forse di un gioco “creativo” di cui solo io non conoscevo ancora le regole.

    In una recente intervista ai fondatori della scuola di scrittura creativa Omero pubblicata sul sito “Sul romanzo” ho letto che molti partecipanti ai corsi della scuola sono stati mandati dai loro psicologi e psichiatri ad imparare a scrivere in modo “creativo”. E così mi è venuto un dubbio… Non è che gli stessi psicologi e psichiatri hanno cominciato da qualche tempo a indirizzare con sempre maggior frequenza i loro pazienti anche verso il blog di Vibrisse?

  19. andrea barbieri Says:

    La prima volta che chiesi di Mozzi scrittore, la persona che rispose, Matteo Galiazzo, disse che ti era grato perché gli avevi insegnato il ritmo della scrittura. E’ curioso che comunicasse quella gratitudine a me, ritenendola significativa del tuo essere scrittore. Come dire che nella tua sostanza c’è il fare qualcosa di utile agli altri. La conferma è più d’un decennio di comunicazione sul blog.
    Se chiedessero a me, direi che sei tra i tre scrittori italiani contemporanei che preferisco, e fra questi forse quello che tiene più incollato alla pagina per quella cavolo di atmosfera mozziana (è il modo più preciso di definirla essendo assolutamente tua propria).
    Noioso? Io la penso diversamente.

    Poi certo, servono anche gli ingegneri. Ma quel signore tua sorella non se la filava in quanto femmina?

    [Il discorso vale anche se si trattava di fiction dall’inizio alla fine.]

  20. virginialess Says:

    Anni fa visitai la sughereta di Alà dei Sardi ( perita poi in un incendio). Qualcuno chiese di cos’altro vivessero gli abitanti. Il prete che ci guidava rispose: “Di abigeato.”

  21. acabarra59 Says:

    “ Martedì 19 marzo 1996 – Mi fanno gli auguri. Non perché mi chiami Giuseppe, ma perché oggi è « la festa del papà ». Io papà, padre, babbo, non voglio negarlo, lo sono: ma non mi ci sento. Non perché mi senta figlio, quello no, non mi è riuscito quasi mai. Facciamo zio. (Quando è la festa dello zio?) “.

  22. Giulio Mozzi Says:

    Il commento firmato “lettore”, che appare qui sopra, è pubblicato (e non cassato) unicamente per l’edificazione di colui che si firma “Facciascancellata”. Mi pare sia un ottimo esempio di commento insultante.

  23. deborahdonato Says:

    Lo ammetto, il mio psichiatra mi ha prescritto dose giornaliera di vibrisse. Ma se scopre che rubi cavalli….

  24. antonella sbuelz@gmail.com Says:

    Piccola domanda per Giulio. Ho già inserito Vibrisse fra le letture ( in forma un po’ alternativa ) consigliate per l’estate ai miei ragazzini di biennio. Credo che questo racconto funzionerebbe bene per parecchi di loro ( per brevità, ritmo, umorismo pensoso, ma soprattutto per alcuni degli spunti che offre). E allora, appunto, piccola domanda: potrei usarlo anche in forma cartacea in classe, o come testo integrativo al materiale estivo? Fammi sapere, per favore. E grazie per questa lettura.

  25. Lettore Says:

    Considerando l’attività che svolge Giulio, immagino che i visitatori e commentatori di Vibrisse siano, per la maggior parte, aspiranti scrittori – più o meno incompresi – o esperti di letteratura.

    Quando viene pubblicato un testo letterario sul sito io mi aspetterei da loro la capacità di articolare in uno o due pensieri compiuti e comprensibili le proprie reazioni emotive o intellettuali alla lettura del testo. Un commento non è un SMS o un twett e non è quindi necessario concentrare tutto il proprio acume in 160 caratteri. Chi non ha proprio niente da dire non è obbligato a commentare, potrebbe starsene zitto e leggere quello che scrivono gli altri. Chissà che, leggendo i commenti, non venga poi anche a lui o a lei qualche idea interessante e degna di essere comunicata a tutti. Da chi si occupa di letteratura mi attenderei inoltre anche la capacità di distinguere tra la persona dell’autore e la figura del narratore, anche se il narratore si chiama di cognome Mozzi come l’autore (ma non Giulio di nome).

    Dato che la maggior parte dei commentatori che mi ha preceduto ha rivolto la propria attenzione all’autore piuttosto che al testo ho pensato che, in via eccezionale, si potesse inserire anche un commento sui commentatori.

    Per quanto riguarda poi le mie considerazioni su alcuni pazienti in cura psichiatrica che frequentano i corsi di scrittura creativa o i blog di letteratura, io non ci trovo proprio nulla di “insultante”. Essere psicolabili e soffrire di disturbi psichici è, secondo me, un ottimo presupposto per diventare grandi scrittori!
    Mi scuso comunque per l’intromissione e tolgo il disturbo.

  26. davide calzolari Says:

    non credo che quassù siano tutti aspiranti scrittori-al max come tanti italiani,in molti avran provato a scrivere qualcosa,ma direi che solo pochi sul totale avranno mandato un testo finito di una certa consistenza a giulio mozzi

    “”Essere psicolabili e soffrire di disturbi psichici è, secondo me, un ottimo presupposto per diventare grandi scrittori!”””

    è un vecchio mito romantico questo:per contro ma esistono legioni di scrittori con acume,briosi,simpatici e senza problemi (sopratutto tra quelli che vivon davvero di scrittura!)

  27. Giulio Mozzi Says:

    Antonella: fa’ l’uso che vuoi di questo racconto. Grazie.

    Anonimo Lettore, scrivi:

    Considerando l’attività che svolge Giulio, immagino che i visitatori e commentatori di Vibrisse siano, per la maggior parte, aspiranti scrittori – più o meno incompresi – o esperti di letteratura.

    Questa è una ipotesi. Qualcuno è in grado di dire se è vera o no?

    Peraltro, penso che sarebbe bene distinguere tra “visitatori” e “commentatori”. Così a occhio, la mia impressione è che siano gruppi piuttosto diversi. So di avere fedelissimi lettori che non commentano mai, e vedo che qualche commentatore che non sembra aver letto ciò che commenta.

    Scrivi anche:

    Da chi si occupa di letteratura mi attenderei inoltre anche la capacità di distinguere tra la persona dell’autore e la figura del narratore, anche se il narratore si chiama di cognome Mozzi come l’autore (ma non Giulio di nome).
    Dato che la maggior parte dei commentatori che mi ha preceduto ha rivolto la propria attenzione all’autore piuttosto che al testo ho pensato che, in via eccezionale, si potesse inserire anche un commento sui commentatori.

    Dicevi nel primo intervento: “Frequento da poco il blog di Giulio Mozzi”. Per questa ragione – presumo – non hai colto la sostanza di un gioco che dura da diversi anni. Cominciai nel 2002 a pubblicare brevi storie con un protagonista mio omonimo e professionalmente simile a me. Il gioco tra identificazione e disidentificazione di quei due (me stesso e il personaggio) dura da allora (c’è anche un libro). Fingere di non cogliere la differenza è un modo di partecipare, giocosamente, al gioco.

    Quando viene pubblicato un testo letterario sul sito io mi aspetterei da loro la capacità di articolare in uno o due pensieri compiuti e comprensibili le proprie reazioni emotive o intellettuali alla lettura del testo.

    Una “reazione alla lettura del testo” può essere, appunto, quella di continuare lo scherzo: chiedendo conto a me di ciò che il personaggio dice e fa. Di questo tenore sono i commenti di Muslu Uaua, di acabarra, di elisabetta58 e altri.

    Convengo sul fatto che un commento non è un tweet, ma potrei ribattere che un commento non è un saggio (o, esagerando, che un commento non è un aspirapolvere: affermazione della cui verità sono certissimo).

    Direi che deliranti (nel senso etimologico) sono qui solo gli interventi di colui che si firma Facciascancellata: che è indubbiamente (vedi la prova) un aspirante scrittore. Ma una rondine non fa primavera.

  28. LiveALive Says:

    Un paio di domande:
    1- Mi interrogavo su quel continuo “disse”. Ipotizzavo che servissero a rendere il dialogo più chiaro, visto che un lungo scambio senza Tag potrebbe confondere. L’usare solo “disse”, inoltre, non diminuisce la trasparenza come fa magari il dialogo di Stevenson. C’ho azzeccato o la scelta di indicare il “disse” per ogni battuta ha un altro motivo?
    2- So che spesso si consiglia di eliminare i verbi di percezione, con l’intento di ridurre la distanza lettore-personaggio. Noto che tu hai preferito “vedo mio padre sistemarsi sotto la tenda…”, forma che nel resto del testo non mi pare tu abbia usato. Come mai quel “vedo”?

  29. Nadia Bertolani Says:

    Vibrisse è una giostra divertente, a volte un tiro a segno, a volte montagne russe, spesso un carosello. Io leggo e mi diverto. Ma preferisco non partecipare, potrei pentirmene. (Tanto per rispondere al sondaggio: quanti lettori di Vibrisse sono sedicenti e millantati scrittori sull’orlo di una crisi di nervi?)

  30. giornivariabili Says:

    pezzo fantastico

    (e mi sa che faccia è tipo un “serial killer”, temo…)

  31. dm Says:

    Si può essere serial anche senza ammazzamenti. E, ohibò, siamo serial, serialissimi. Ci sono anche – disponibili a tutte le ore, solo nei giorni seriali – certi serial looser

  32. Giulio Mozzi Says:

    LiveAlive: i continui “dice”, “dico”, “tipo barbuto”, eccetera, serve a fare di questo testo un testo ossessivo. Tutti i miei testi di questo tipo sono ossessivi, hanno sempre il medesimo contenuto, eccetera.

    Nel libro nel quale ho raccolte molte di queste storielle c’è una postfazione nella quale scrivo tra l’altro.

    Si dice che chi scrive un diario privato lo fa per cercare risposte alla domanda: «Chi sono io?». Non so se questo che si dice sia vero, ma più volte persone che da tempi più o meno lunghi scrivono un diario privato mi hanno raccontato di avere intrapresa una lettura del loro diario e – scoprendo l’estraneità di pagine e pagine intere, di mesi e anni interi eppure senza ombra di dubbio da loro stessi scritti – di essersi domandati: «Chi ero io?», e quindi: «Chi sono io?», e, inevita-bilmente, «Chi sarò io?».
    Per compilare questo libro io ho riletto tutto il mio diario pubblico, e la domanda che mi è rimasta e vi consegno è un’altra: «Chi è lui? Chi è quest’uomo che sembra non saper praticare alcuna comunica-zione se non sotto il segno del sadismo reciproco?».

    La ripetizione ossessiva fa parte di questo gioco sadico. (Magari ti domanderai: “Ma allora, questa è letteratura perversa?”, e io risponderei: “Be’, magari sì”).

    Il verbo di percezione, in questo caso, serve a gestire la posizione dei personaggi nella scena: uno di qua, l’altro di là della bussola.

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