Mancano due giorni

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Mancano due giorni all'avvio del nuovo gioco poetico in vibrisse

Mancano due giorni all’avvio del nuovo gioco poetico in vibrisse

3 Risposte to “Mancano due giorni”

  1. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 20 marzo 1997 – « Tènere le distanze »: in questo breve motto di mia, non faccio per vantarmi, invenzione, che è soprattutto un calembour cioè a dire un gioco di parole cioè un gioco e come tutti i giochi è un po’ buffo, un po’ puerile, un po’ scemo – un po’ « tènero »: fa sorridere, fa « tenerezza » – si afferma che, a differenza di ciò che spesso si crede, le distanze sono « tènere ». « Tènere » significa in questo caso il contrario di odiose, dolorose, o addirittura strazianti; come in un film sentimentale « tenerezza » è sinonimo di dolcezza, benevolenza, forse, chissà, amore. Che la « tenerezza » stia nella distanza non è oggi una cosa facile a capirsi. Per esempio, che in quel breve intervallo che separa la lettura della frase « tènere le distanze » dalla sua piena comprensione – capirla non è difficile, ma ho notato che non tutti ci riescono subito e, in un primo momento, dato che leggono « tenére le distanze » hanno l’aria di volersi adombrare come se avessero ascoltato un insulto e solo dopo un po’ capiscono il trucco cioè lo scherzo cioè che è tutta una questione di accento -, in quell’attimo di spaesamento che fa sentire chi legge un pochino stupido, un po’ troppo « distante » dall’oggetto della sua lettura, cioè dal senso delle parole che cerca di decifrare, come se non fossero sue ma solo di un altro – quello che le ha scritte – e tali fossero destinate a restare negando così lo scopo stesso della lettura che è la comunicazione di un pensiero, la comprensione di quello che un altro ha in mente, la solidarietà fra due estranei, il contatto fra due perfetti sconosciuti – e allora, come farebbe un miope, chi legge non vede di meglio che cercare di ridurre questa distanza malevola e si avvicina, o, come minimo, inforca gli occhiali -, che in quel contenuto spavento che è connaturato comunque sempre, io credo, all’atto della lettura, alla decisione di leggere, ci sia qualcosa di « tènero » sembra effettivamente difficile da dimostrare. Eppure io penso che sia così. Quello che penso è che la « tenerezza », per non dire l’amore, è almeno altrettanto « tenersi » lontani che avvicinarsi, restare a una certa distanza, a quella certa distanza, dalla quale, come quando si scatta una foto, si distinguono bene i contorni della figura che si sta inquadrando, e ciò che, un po’ più vicino o un po’ più lontano, appare nebuloso, confuso, sgradevolmente vago, il volto, il corpo si precisa in tutta la sua confortante esattezza, si illumina di ciò che le è proprio e che, l’abbiamo sempre saputo, ci piace. Per quanto è doloroso sgranare gli occhi per cercare di riconoscere qualcosa che è troppo irrimediabilmente lontano, oppure doverli chiudere di fronte a qualcosa che, troppo vicino, ci appare innaturalmente, spaventosamente enorme, strano, quasi deforme, così è un immenso piacere guardare qualcosa che amiamo là dove è giusto che stia, come amiamo che sia, prossimo ma non assillante, nelle sue proporzioni reali, nella sua « tènera » estraneità. Tutto questo l’ho pensato sfogliando su un antico fascicolo di «Paragone letteratura» (n. 20, agosto 1951) un conosciutissimo racconto di Calvino: L’avventura di una bagnante, che anche io, come molti da allora hanno fatto, avevo già letto in quella raccolta dei suoi racconti che si chiama Gli amori difficili. Leggerlo così, su una carta francamente gialla, dentro un libretto dalla copertina austeramente verde – un cauto assennato verde degli anni Cinquanta -, leggere la data: « 1951 », pensare che allora, in quell’estate remota, io avevo sei anni, e, se leggevo, non leggevo di certo Calvino, tutto questo istituisce fra me e questa storia una distanza che non avevo previsto. Quello che sta accadendo, penso, è esattamente questo: un cinquantatrenne legge qualcosa scritto quarantasei anni fa da uno che aveva venticinque anni quando lui ne aveva sei. Quello che di seguito penso è che, capire veramente di che si tratta, in queste condizioni non può essere facile. Ma questo è solo un esempio, perché la verità è che, quando si legge, non si capisce mai davvero ciò che si legge. Anzi, io penso che il piacere del leggere è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere. Si legge per sentirsi un po’ fessi – fesso chi legge, come dice l’antico graffito? No: chi legge non è così fesso, se legge avrà pure le sue ragioni, il suo tornaconto, ci troverà il suo gusto. Che sia la « tènerezza »? Bisognerebbe pensarci su. Per intanto, poiché la comprensione piena, l’intelligenza integrale, la celebrata chiarezza sono tutte almeno improbabili – di questo sono sicuro -, è bene che ci sia qualcos’altro a portata di mano – o di occhio, o di orecchio -: la « tènerezza », forse. “.

  2. maria rosa Says:

    Accabarra, è stato difficoltoso leggere per intero il tuo scritto.Anche perchè, ormai l’ho capito, hai l’abitudine di prendere solo lo spunto offertoci da Giulio, per partire per la tangente offrendoci in lettura tuoi scritti pregressi che spesso si distanziano molto dai temi proposti.
    Stavolta invece sono abbastanza d’accordo con te. D’accordo sul concetto di “distanza tenera” che accresce il desiderio nell’aspettativa dell’accadimento prossimo ma ancora non dato. Come nell’innamoramento quando l’attesa produce l’emozione e prepare il campo verso l’apertura all’altro/a. Nel leggere, tu dici, il piacere “è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere.” Sono d’accordo anche su questo. Come nell’amore, ciò che l’altro/a ci comunica è filtrato sempre attraverso i nostri modi di intendere e di essere.E’ in questa luce che interpretiamo l’altro.
    A volte però prendiamo anche delle cantonate. Grandi cantonate. Occhio!

  3. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1983] – le guance così rosse / la svizzera tedesca / beata donna che / cantonata abitare / il san gallo. “.

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