La formazione dello scrittore, 4 / Gabriele Dadati

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di Gabriele Dadati

[Questo è il quarto articolo della serie La formazione dello scrittore (parallela a quella La formazione della scrittrice), che appare in vibrisse il giovedì. Ringrazio Gabriele per la disponibilità. Il prossimo ospite sarà Demetrio Paolin. gm]

gabriele_dadatiMia mamma insegnava italiano, storia e geografia alle medie. Ok, anche educazione civica, credo. E latino nei corsi pomeridiani. Io invece ero un bambino con addosso una fifa matta del buio, ed essendo l’unico maschio dopo due femmine avevo una stanza tutta per me. Che la notte, a luce spenta, mi riempiva di angoscia.
Per farmi addormentare mia madre si sedeva ai piedi del letto e attaccava a leggermi un libro. Per lo più si trattava dei libri di epica che le lasciavano in omaggio i rappresentanti degli editori di scolastica, quelli senza il talloncino nel retro di copertina che li denunciava quali “copie fuori commercio”, libri tra le cui pagine i miti degli dei e degli eroi erano messi in prosa, sottratti ai versi della tradizione e resi potabili per i ragazzini. Così le mie fiabe avevano come protagonisti Achille, Zeus, Atena, Poseidone, Ercole e via via tutti gli altri fino a Odisseo, naturalmente. E la mia infanzia finiva per coincidere con l’infanzia dell’Occidente, per così dire.

Mia madre – stremata dalle sue giornate in cui aveva affrontato i ragazzini in classe, aveva tenuto la casa, aveva badato alle mie sorelle, a me e a mio padre, s’era occupata di chissà quante altre cose – aveva una grande pazienza, perché io tra paura del buio, voglia di stare con lei e interesse per le storie la costringevo a leggere anche molto a lungo. Ogni tanto si fermava, rimaneva in silenzio un poco, ma io dicevo: “Sono ancora sveglio”, ed era costretta a riattaccare. Altre volte invece mi dispiaceva troppo e anche se ero ancora bello vispo stavo zitto, gli occhi chiusi, perché potesse allontanarsi. Era un sacrificio, perché mi costringeva ad affrontare la notte da solo, ma era anche il solo piccolo dono che fossi in grado di farle. Venti minuti liberi in più.
Insieme ai miti degli dei e degli eroi sono venuti tanti altri libri, e a poco a poco ho preso l’abitudine di leggere da solo. Non ho ricordi abbastanza puntuali per discernere cosa, a quell’epoca, ho letto e cosa mi è stato letto; quando ho smesso di ascoltare e mi sono impegnato ad affrontare la pagina. So solo che è successo. Tutta qua. E intanto è successa un’altra cosa, senza che lo sapessi. Dentro di me s’è fatta forte la convinzione che i libri, e più in generale le storie, servono a stare con gli altri. Non ti isolano e anzi, al contrario, favoriscono una potenziale intimità con altre persone.
Tra la fine delle elementari e l’inizio delle scuole medie ho incontrato il libro che con tutta probabilità mi ha cambiato la vita, o meglio: che ha messo in moto la mia voglia di agire sulle storie, essere anche dalla parte di chi le amministra, per così dire. Si tratta de I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár. Racconta di due bande di ragazzini che si fronteggiano nella Budapest di fine Ottocento, sostanzialmente giocando alla guerra, con tutti gli episodi del caso. Verso la fine del romanzo l’unico soldato semplice della banda dei “poveri”, Nemecsek, si ammala e muore per una polmonite, dopo aver offerto una grande prova di dignità e coraggio. Fin dalla prima lettura la sua morte mi è parsa straziante e insopportabile. E mi sono convinto che il mio desiderio di vederlo salvarsi sarebbe bastato da solo a cambiare il finale. Così ho letto e riletto il libro (non so quante volte. Un mucchio. Quando lo racconto a qualcuno capita che dica sette come tredici. E sono numeri allo stesso tempo mitici e veri), ogni volta ricavandone l’impressione che l’esito fatale, per Nemecsek, arrivasse qualche pagina più in là. Che dai e dai, leggi e rileggi, ce l’avrai fatta a salvarlo.
Va da sé che non è successo. Ma se c’è un momento individuabile nella mia storia personale in cui ho deciso di fare un primo lavoro di immaginazione (e cioè di intervento su una vicenda per modificarla con coerenza a quanto accaduto ma secondo volontà mia) è stato quello.
Poi è venuto il ginnasio. Lì ho letto ancora di più, e meglio. E lì ho cominciato a scrivere. Mi sono reso conto che la testa ogni tanto partiva a rispondere a domande del tipo “Cosa accadrebbe se?”. E di domanda in domanda costruivo delle trame. Rozze, imperfette, interessanti da qui fin lì, ma delle trame. Dopodiché, si verificava un secondo fenomeno. Vale a dire: continuavo a pensarci. Finché non trovavo tempo e modo di scriverle, mi stavano in testa. Un po’ come la lista della spesa. Sappiamo che dobbiamo comprare alcune cose, ce le ripetiamo e finché non compiliamo la lista su un foglietto di carta ci assillano. Invece poi scriviamo e, frum!, eccole lì, fuori di noi. La testa libera.
Per me è stato così. Non credo di conservare praticamente nessuno dei materiali di allora. Ho la sensazione che si trattasse di cose bruttarelle, anche perché le prime che invece ho, in ordine di tempo, scritte tra fine liceo e inizio università, bruttarelle lo sono senz’altro, e non si vede ragione perché le cose scritte poco prima dovrebbero essere migliori. Tuttavia non importa. Quello che serviva era che cominciassi a mettermici e così ho fatto. Senza, peraltro, desiderare minimamente “diventare uno scrittore”. Cosa che oggi so essere impossibile (di soli libri non si campa, a meno di casi strani), ma che allora poteva anche suonarmi sensata. Scrivevo perché era una cosa che mi funzionava e ho cominciato a far girare i miei testi – nei concorsi, nelle caselle mail delle riviste – perché li avevo lì e un’utilità dovevo pur intravvederla.
Al ginnasio la mia insegnante di tutto – allora c’erano queste insegnanti-polipo che da sole coprivano più di metà del monte ore tenendo la cattedra di italiano, greco, latino, storia, geografia; con le varie riforme, oggi credo che le/gli insegnanti-polipo non ci siano più – si chiamava Maria Alberta Mezzadri e aveva una serie di caratteristiche: un fascino straordinario, fatto di portamento eleganza nel vestire grande cultura giovane età, e un investimento non proprio comune nel suo lavoro. Riportava i temi in classe con commenti lunghissimi, articolati e soprattutto istruttivi. Mi ha dato qualche severa randellata, s’è configurata quale prima vera editor della mia vita. Pazienza se un tema non è narrativa. Lo stesso è retorica e addestramento al suo miglior utilizzo. Il che va benissimo.
Di lì in poi, credo di aver imparato un poco alla volta, occasione dopo occasione, a migliorare i miei testi. Ho avuto la fortuna di trovare dei lettori competenti. Anzi no, non voglio dire fortuna: me li sono andati a cercare appositamente, e questo credo sia un merito, soprattutto per un ragazzino di provincia. Frequentavo le presentazioni di libri, stavo a sentire quello che veniva detto, cercavo interlocutori. I primi due, in ordine di tempo, sono stati Marco Bosonetto e Stefano Fugazza. Marco era un giovane scrittore cuneese appena trapiantato per amore a Piacenza, la mia città. Aveva esordito da Einaudi con Il sottolineatore solitario, un romanzo scoppiettante, molto anni Novanta (se gli anni Novanta sono quella cosa che ha avuto una dorsale Pennac-Benni, tra le altre, al centro), e aveva accettato di leggere cose mie. Aveva accettato anche di uscire con me la sera a bere qualche birra per commentarmele. Poi è venuto Stefano Fugazza, che sarebbe stato il mio maestro in tante cose. Stefano era (non c’è più) uno straordinario storico dell’arte, direttore della Galleria Ricci Oddi di Piacenza, e un lettore molto fine. Non solo mi commentava i testi (stavamo, d’estate, nel balcone più grande di casa sua, un grande appartamento al quinto pianto nel centro di Piacenza: io leggevo ad alta voce e lui guardando i tetti ascoltava assorto), ma ha anche preso a prestarmi e spesso regalarmi libri la cui lettura riteneva fosse per me nutritiva. Di lì in poi avrei cominciato a imparare da altri, anche molto in fretta. Sulla mia strada ci sarebbero stati Fulvio Panzeri, Marco Monina, Giulio Mozzi
Oggi cerco ancora di imparare. Da quasi quattro anni il mio mestiere principale è quello di consulente editoriale (per Laurana, talvolta per PiacenzaSera.it, a tempo perso per qualche altro marchio) e di docente di didattica della scrittura. Smontare e rimontare testi altrui, pur facendolo da una posizione di forza, non è privo di potenziale per la mia crescita di persona e di scrittore. Ho l’impressione di essere ancora all’inizio della mia formazione. Credo che sarà così anche tra una cinquantina d’anni, a occhio.

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4 Risposte to “La formazione dello scrittore, 4 / Gabriele Dadati”

  1. apevasaia Says:

    grazie, questo testo è trascinante. A ogni paragrafo (fino al racconto liceo, eh) ho trovato qualcosa che mi ha fatto pensare “ehi, questo l’ho fatto anch’io”, da ragazza o da madre.
    è bello sapere che sedersi sul bordo del letto e leggere a voce alta le storie del mondo può avere, tra gli altri, anche questo risultato

  2. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1975] – gli eschimesi vivono / un dato numero / di mesi al buio // e non se ne / lamentano // usano / le candele. “.

  3. Carlo Capone Says:

    Una lettura lieve e bellissima. Mi ha rilassato dopo una giornata di inferno causa il guasto nazionale di Wind Infostrada .

    Mamma mia mi leggeva Pinocchio. Me le porto ancora dentro quelle ‘sue’ letture. Essì perchè a seconda del personaggio cambiava voce e intonazione. La fata azzurra risultava un po’ di maniera, Pinocchio deliziosamente nasale, mentre Geppetto, va a capire, mi perveniva come Giuseppe che parla a Maria nella capanna. Chi però li batteva tutti era il vocione di Mangiafuoco, in quanto comico in bocca a una donna ma impareggiabile nella risucita. Sarà per questo che sono un superegoico?

  4. Prelievi e trapianti (ovvero: perché è bizzarro stupirsi di ciò che ha fatto Antonio Scurati) | vibrisse, bollettino Says:

    […] di Gabriele Dadati […]

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