Altre dieci cose che puoi fare per lavorare sulla tua storia

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di giuliomozzi

[Vedi le prime dieci cose].

1. “Il conflitto, il conflitto”. Tutti ti dicono: “Il conflitto”. Bene: domàndati se nella tua storia un conflitto c’è; tra chi è; e per il possesso di cosa.

2. Non tirare fuori la scusa del conflitto interiore. Con un conflitto interiore non si fa una storia. Vedi il povero Stevenson, che per scrivere una storia palesemente di conflitto interiore s’è trovato costretto a sdoppiare fisicamente il personaggio (parlo de La strana storia del dottor Jekill e del signor Hyde).

3. Cerca di definire il conflitto come conflitto per il possesso di una cosa. Nel romanzetto a tutti noto, ove si parla di promessi sposi, è evidente che il cattivone vuole possedere la ragazza: vuole possederla nel modo fisico, ovvero vuole stuprarla, e vuole possederla nel modo politico, ovvero affermare il suo potere su di lei. E vuole possederla, per l’appunto, perché la considera una cosa. La spalla del cattivone, quello che gli propone la scommessa, vuole invece possedere il cattivone: perché il cattivone, vabbè, è un porco libidinoso, ma la spalla del cattivone (le letture psicoanalitiche sono concesse) è cattiveria pura, è il dovere della cattiveria; il cattivo è cattivo senza metodo, senza continuità, diciamolo: senza particolare impegno, così come gli viene, d’istinto; la spalla del cattivone (che è il diavolo, in sostanza) vuole imporgli metodo, continuità, impegno e lavoro razionale. Il diavolo, insomma, vuole impossessarsi completamente del cattivone, perché lo considera una cosa. Eccetera. E’ chiaro che la ragazza non vuol saperne di lasciarsi stuprare dal cattivone: lei non considera sé stessa una cosa, ma in quella condizione è sospinta dallo stato delle cose. Ed è chiaro che il cattivone accetta per ingenuità la scommessa proposta dalla spalla, per rendersi conto poi che quello che gli pareva inizialmente un piacere (stuprare una bella ragazza) diventa a poco a poco un dovere, una sorta di atto di sottomissione alla spalla, una corveée (per usare il linguaggio feudale).

4. Dato un conflitto, domàndati: con quali strumenti agiranno questo conflitto i personaggi? Perché è l’uso e l’impiego degli strumenti, a fare la storia. Il curato di campagna subisce una minaccia; potrebbe (seguendo il consiglio della sua domestica) scrivere al potentissimo cardinale arcivescovo, esporre il caso, mettersi sotto quella protezione; non lo fa: ha uno strumento e non lo usa. I due poveri giovanotti tentano di avere giustizia, ovvero di usare la legge come strumento, rivolgendosi a un avvocato (e gli va buca, come noto); poi tentano di forzare la legge, mettendo tutti difronte a un fatto compiuto (il c.d. matrimonio clandestino: ma ancora gli va buca). Il fratacchione loro amico, invece, tenta l’assalto morale al cattivone – e va buca anche a lui, com’era prevedibile. Esperiti questi mezzi, resta solo la fuga. Eccetera. E’ importante che tu ti domandi non solo “Quali strumenti?”, ma anche: “Perché questi strumenti e non altri? Quali sono gli altri strumenti immaginabili?”.

5. L’uso di un qualsiasi strumento ha un prezzo. Renzo va dall’Azzecca-garbugli, che ritiene essere un professionista, e si propone di pagarlo con due galline: un prezzo. Poi Renzo e Agnese s’inventano il matrimonio clandestino; Lucia inizialmente inorridisce, non le sembra una cosa moralmente accettabile, poi alla fine accetta: c’è, per così dire, un prezzo morale. Quando fra’ Cristoforo va da don Rodrigo, sa che comunque riceverà un’umiliazione; sa che è umiliante in sé il fatto di dover chiedere umilmente, e con prudenti giri di parole, ciò che dovrebbe essere preteso senz’altro (la giustizia): parte disposto a pagare questo prezzo, anch’esso un prezzo morale, ma quando don Rodrigo arriva a prenderlo per il culo (“Giacché questa persona [Lucia] le sta tanto a cuore, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione”), non ce la fa più e sbotta. E’ importante capire qual è il prezzo dello strumento, e se (e perché, e come) il personaggio che lo usa è in grado di pagarlo.

6. Il possesso di una cosa. “Cosa” può essere anche, ad esempio, il riconoscimento sociale. Quando Eugène de Rastignac lancia la famosa sfida a Parigi (“Paris, à nous deux!”), non vuole altro che riconoscimento sociale, accesso a certi ambienti, eventualmente quattrini (ma i quattrini sono strumentali al riconoscimento).

7. Il possesso di una cosa. “Cosa” può essere il mondo intero (ciò che per il personaggio è “il mondo intero”: per Wilhelm Meister i cinesi o papua sono irrilevanti): nel romanzo di formazione – vado sulle generalissime – abbiamo di norma una persona che ha un problema di intregrazione nel mondo; problema che si risolverà con – appunto – l’integrazione del personaggio (felice o infelice), o con l’espulsione del personaggio (che andrà in depressione o diventerà un ribelle), o con la conquista del mondo da parte del personaggio, o con un “cambio di mondo” (es.: il personaggio che si converte cambia “mondo di riferimento”). Forse è una forzatura, immaginare tutte queste cose sotto il segno del possesso: ma secondo me aiuta a vederle più nitidamente.

8. Il conflitto può nascere perché due personaggi vogliono la medesima cosa, o perché A vuole che B voglia la tal cosa ma B non ci sente (“Tu sposerai Erminia, Gerardo!”, “Manco per il cazzo, paparino!”, ecc.), o perché A e B vogliono una certa cosa ma C e D si opppongono (Romeo e Giulietta, Montecchi e Capuleti), o perché la cosa non è disponibile a essere voluta (“Amami, Alfredo!”, “Ma va là, sciocchina, io amo la Filippa”), eccetera eccetera. Temo che l’elenco potrebbe essere infinito. Un utile esercizio può essere: medita sulle storie che leggi, cerca di vederne tutto il reticolo di conflitti.

9. Il reticolo di conflitti: perché non è mica detto che debba esserci un conflitto solo, tutt’altro: tutte le relazioni tra i personaggi possono essere lette in termini di conflitto. Renzo e Lucia, tanto per fare un esempio nuovo, si amano teneramente; ma le loro personalità sono in conflitto; se il primo vero e proprio scontro tra loro è a proposito del matrimonio clandestino, anche nell’ultima pagina il conflitto, ovvero il diverso approccio al mondo, salta fuori:

Il bello era a sentirlo [Renzo] raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista [a Renzo, appunto], – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

10. E qui il punto dieci ci sta solo per fare dieci. (Trattasi di anticlimax). L’immagine in capo all’articolo viene da qui.

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6 Risposte to “Altre dieci cose che puoi fare per lavorare sulla tua storia”

  1. acabarra59 Says:

    “ 20 giugno 1995 – « Quella gattamorta di Henry Jekyll », pensava, disperato, Hyde. E aggiunse: « Tempi duri per i troppo buoni ». Era affranto. Ripeteva: « Quella jena ». Era sconvolto. “.

  2. Paolo Restuccia Says:

    Da leggere una brillante lezione di Giulio Mozzi

  3. flaviofirmo Says:

    L’ha ribloggato su Flavio Firmo's Blog.

  4. eos27 Says:

    10+10: ottimo modo di “scoperchiare” il meccanismo narrativo!

  5. enrico ernst Says:

    caro Giulio dici: leggetevi i libri di narrativa e “segnate” la rete dei conflitti ecc. sacrosanto! ma non sei per una metodologia anche più smaccatamente autobiografica? del tipo: annotate quali sono i “conflitti” che innervano le vostre vite, o dei vostri “vicini”, amici, parenti… imparate da lì (la natura, le forme dei conflitti)… anche perché è vero che la letteratura si nutre di letteratura ma anche esagerare in tal senso… non è molto sano, no?

  6. dm Says:

    annotate quali sono i “conflitti” che innervano le vostre vite, o dei vostri “vicini”, amici, parenti…

    E’ un ottimo spunto per un metodo dell’osservazione, Enrico.
    Giorni fa, scrivevo nella pagina facebook di Giulio, a proposito di un’eventuale nuova rubrica di scrittori. “Penso che mi piacerebbe trovare in Vibrisse una nuova rubrica sempre a base di scrittori, incentrata sul metodo: metodo con cui si lavora a una narrazione, “metodo cognitivo” con cui si osserva il quotidiano, prima e durante il lavoro di scrittura. E del metodo col quale si trova il tempo per scrivere (se un metodo c’è). E del metodo, se c’è un metodo … con cui ci si relaziona cogli altri scrittori, che anche quello è importante. E del metodo con cui si passa dallo scrivere a tutto il resto, senza fratture. Eccetera. I metodi.”

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