La formazione della scrittrice, 22 / Valentina Cebeni

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di Valentina Cebeni

[Questo è il ventiduesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Valentina per la disponibilità. gm].

ValentinaCebeni“La scrittura salva”: è questo il mio motto. A volte sostituisco la parola scrittura con amore, ma per me, in fondo, sono la stessa cosa. Scrivere è a mio parere uno fra i più sublimi atti d’amore: è un donarsi senza riserve, senza pretendere niente in cambio. È amore puro, se la si vuole vedere in modo romantico.
Io, però, non sono un tipo molto romantico. Amo la solitudine, piuttosto, la mia migliore amica sin da bambina. Sono sempre stata una ragazzina taciturna, solitaria, e nemmeno a dirlo, amante della lettura; adoravo chiudermi in mondi fantastici ai quali avevo accesso solo io, con la mia fantasia, e aspettavo con ansia che alla fine dell’anno scolastico il rappresentante di libri arrivasse con il suo carico di letture per l’estate. È proprio alla scuola, al lavoro incessante di insegnanti che porto nel cuore e che ringrazio ogni giorno, se oggi sono quel che sono. E così, sdraiata sul telo da mare con un libro e occhi e orecchie pronte a captare l’umanità che mi circondava, immaginavo storie. Le tenevo tutte nella testa, per un domani che non sapevo quando sarebbe arrivato.
Ma è arrivato; si è presentato nelle mani e prima ancora nella testa una volta finito il liceo, quando sono stata costretta per la prima volta a guardarmi dentro. Allora le storie sono affiorate dentro di me, tirandomi fuori dalla palude in cui ero finita: ansia, depressione… un esaurimento nervoso che cercavo di nascondere agli altri e a me stessa, che invece la scrittura ha tirato fuori.

Maieutica, l’avrebbe definita Socrate, eppure grazie a carta e penna sono riuscita a partorire le mie paure e i miei desideri: la mia verità, in fondo, il distillato di un’anima che non trova pace.
Da lì a sentire dentro di me crescere prepotente il desiderio di essere pubblicata, di poter dare in pasto al mondo pesi e storie di cui mi volevo liberare, però, il passo è stato breve.
Ho iniziato con il classico invio cartaceo del manoscritto alle case editrici, tutte di prim’ordine, s’intende, e tutte, almeno quelle che hanno avuto la compiacenza di rispondere, in maggior parte con una lettera prestampata, hanno rifiutato il romanzo che avevo loro sottoposto. Da lì nuove angosce, ansie terribili: di non essere all’altezza, di non saper scrivere, di aver sbagliato tutto, mentre una voce insistente nella testa mi diceva di non mollare, che in un modo o nell’altro sarei riuscita a farmi leggere. E aveva ragione.
Prima di approdare alla Giunti, però, sono passata attraverso proposte di editori a pagamento, agenzie letterarie di dubbia serietà e un’altra che invece mi ha aperto gli occhi sul mondo dell’editoria, insegnandomi grazie all’editor Massimo Smith l’importanza della pulitura di un testo. È stata un’esperienza dura, a tratti dolorosa, soprattutto quando si è costretti a rinunciare a parti di testo, di te, che credevi meravigliose e che in realtà erano solo d’ostacolo alla narrazione, ma è un viaggio che consiglierei a ogni aspirante scrittore di intraprendere.
Poi, dicevo, è arrivata la Giunti, la casa editrice che ha creduto in me, ne L’ultimo battito del cuore uscito nell’ottobre 2013. È stato un vero shock, per me, entrare per la prima volta in una casa editrice, l’incontro con l’editor Chiara Belliti, un’amica vera e una madre adottiva per la violenta delicatezza dei suoi insegnamenti, e conoscere l’enorme meccanismo che è l’industria editoriale. Non si è mai preparati per questo mondo, nessun esordiente lo è, come non si è preparati a ricevere i messaggi dei librai che ti chiedono quando scriverai il seguito della storia che ha emozionato i loro clienti, le recensioni entusiaste dei blogger e l’affetto dei lettori. Un affetto vero, profondo, che a volte, quando ti senti ringraziare per aver ricordato a una donna l’amore dell’uomo che ha perso, ti fa piangere come una ragazzina davanti allo schermo del pc.
Non si è pronti a sentirsi circondare di affetto alle presentazioni, a veder scritto il tuo nome su un libro vero, con un Isbn, alle piccole sofferenze causate da giudizi affilati, e quando si è creduto di aver perso tutto, di nuovo, come se fossi ripiombato in una ruota infernale, incontrare sulla propria strada una persona che ti prende per mano e ti dice che andrà tutto bene. Nel mio caso questa persona speciale è la mia agente, Laura Ceccacci, che ha raccolto i pezzetti di una mezza scrittrice impastandoli con il suo ottimismo incrollabile e una dose extra di energia per dare vita a nuove storie.
Perché la vita di un “portatore sano di storie”, così mi definisco, è sempre in bilico, mai serena.
Eppure non cambierei questa vita con nient’altro, anche se le persone non capiscono che questo è un vero lavoro, anche se il tasso nazionale dei lettori è ai minimi storici. Bisogna essere un po’ sognatori e un po’ matti per fare questo mestiere, ma io folle lo sono di natura.
E se poi ho qualche dubbio su di me, sul percorso che ho intrapreso, mi basta rileggere i messaggi dei lettori, i più toccanti per sentirmi di nuovo viva, e sentire che la mia scrittura, seppure in piccolissima parte, ha salvato qualcuno, che il messaggio alla fine è arrivato.
E allora sì che mi sento orgogliosa di essere una scrittrice. O aspirante tale.

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