La narrazione originaria

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di Luciano Curreri

Simone Gambacorta, nella breve e calibratissima quarta di copertina, presenta bene La narrazione originaria (Galaad, 2014, € 5) di Michele Toniolo: “Un saggio che trova nella maschera del racconto il pretesto per esplorare un altrove di densità, un’oltranza di scrittura”. La riflessione di Toniolo, in effetti, è intensa e ha i suoi esiti migliori – almeno a mio avviso – nella giustificazione della stringata testualità, delle pochissime parole, per un uso intimo e lirico che è inizialmente teso verso l’altro e l’alto, quasi come in certo laudario di Iacopone. C’è un figlio che getta a un padre – “in grembo” (in seno a materna, significativa espressione che accoglie l’incipit del testo) – una manciata di parole che hanno il potere di uccidere il primo e incatenare il secondo. Poi, il movimento narrativo, nutrito di rinvii di natura saggistica, dai profeti biblici a Bonhoeffer, da Blanchot a Benjamin, procede anche e soprattutto verso un “sé” che non abusa delle parole degli altri perché le deve riferire, per l’appunto, a sé stesso: altrimenti, ci si chiede, “a che scopo leggere?”. Ma usare le parole degli altri non è pratica deresponsabilizzante, come in tanta chiacchiera conformista o in quell’attualissima prosa critica e narrativa dei nostri giorni.

Oggi, in effetti, a suon di citazioni, siam diventati quasi tutti dei Ponzio Pilato. Quando invece dovremmo, in seno alla necessità di poche parole (e anche di “una sola parola per necessità”), cogliere la responsabilizzazione somma cui sottometterci, prendendo atto di una innocenza che non è più, dal momento che “scrivere è entrare nella colpa”. E tale colpa matura, suggerisce sempre Gambacorta, “nel segno e persino nel nome della morte; e della comunione nella morte”. Insomma, si cerca un’identità nuova nel luogo che il figlio ha scelto per il padre, nel suo morire e nel rendere la morte esperienza di comunione, fino a che il padre è il figlio e il figlio è il padre. Forse l’unico modo per intuire davvero un passaggio di consegne spirituale – sicuramente e volutamente anacronistico – ed evadere quel morire di ognuno come singolo, nonostante si sia convinti, con Derrida, che è ogni volta unica la fine del mondo.

Ma si ha il tempo di credere all’origine di questa narrazione nella morte quando siamo nella morte? Benjamin ci dice che “l’autorità che è all’origine del narrato deriva dalla morte”. Ammesso e non concesso che si possa e soprattutto si voglia enunciarle in questo modo, noi riusciamo a scrivere le parole del grande pensatore tedesco rendendoci conto che non sono più completamente quelle che noi scriviamo col e nel suo nome quando siamo nella morte? Dovremmo, allora, dismettere la partigiana autorità e/o la ricerca della verità a tutti i costi e provare piuttosto a frequentare modestamente una soglia – un’origine – che offre, come dire, la compagnia di una certa conoscenza, di una narrazione che subito scompare generandone un’altra. Certo, più che l’origine, e il ri-trovarsi in quella, conta lo smarrirsi e lo spogliarsi infinito di corpi-parole, e quel po’ di coraggio che ci vuole – necessariamente – per restare sulla soglia – anche per una sola parola – e quindi provare ad imparare il vero andare verso gli altri, leggendo, scrivendo, con una buona dose di paura e una parca scorta di ratio; una ragione non bloccata, proprio perché leggera, dai soliti aut aut.

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