La formazione dello scrittore, 2 / Mario Benedetti

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di Mario Benedetti

[Questo è il secondo articolo della serie La formazione dello scrittore (parallela a quella La formazione della scrittrice), che apparirà in vibrisse il giovedì. Ringrazio Mario per la disponibilità. L’ospite della prossima settimana sarà Tullio Avoledo. gm]

Mario BenedettiDove sono nato? In un capoluogo di provincia, Udine. Poi sono vissuto in un paese della pedemontana tra Cividale e San Daniele del Friuli. Lì quasi tutte le strade erano non asfaltate e senza fognatura. Dalle frazioni di montagna giungevano i bambini per andare alle Elementari e avevano il passo di chi sa unicamente arrampicarsi o scivolare, con il corpo che perde peso. Erano strani e stavano per conto loro. Ricordo che da un ragazzo universitario, fatto eccezionale, di quelle borgate dopo qualche anno avevo ricevuto un libro per metà illustrato, il romanzo La nausea di Sartre ma non so quale edizione fosse. I cortili che davano sulle vie avevano orti con anatre, galline, letame. C’era una segheria, la pesa pubblica, boscaioli, contadini. Come nel romanzo I ragazzi della via Pal. Da qualche casa uscivano i lamenti di un anziano, di un coetaneo, e di loro si parlava a bassa voce. Non so se ricordo prima Ferenc Molnár o Cesare Pavese: qualche poesia di Lavorare stanca che raccontava della vita di paese. Bei temi in quinta elementare, mi diceva la maestra, uno sulle screpolature che avevano i palmi delle mani di mio padre, e poi la lettura di un racconto commovente di David Maria Turoldo, le prose brevi di Ivan Turgenev e le lettere della Povera gente di Dostoevskij. Certo, Delitto e castigo, anche questo fornito di illustrazioni. Nessuna fiaba. Ricordo alcuni disegni di Alfred Kubin e il passare pomeriggi a rifare le poesie di scuola: Pascoli, Leopardi. Maldestre imitazioni.

A otto anni la prima degenza in ospedale. Nella camerata, i più grandi avevano tanti libri ed uno leggeva un manuale di filosofia. Chiedevo in disparte muovendo gli occhi di averne uno sul mio letto: arrivava, lo sfogliavo, erano parole difficili e quello di filosofia era senza sentimenti. Un giorno una camera da tre era vuota, buia, un letto non c’era più. Un ragazzo era morto, la stanza era buia e senza alcun rumore. Forse ho imparato lì il silenzio, il silenzio che arriva quando è interdetta qualunque possibilità di parlare: solamente una sorta un ascolto. Ma ascolto di che cosa? Ho scritto qualche riga per la prima volta. Ricordo la sirena che chiudeva la giornata degli operai e mi faceva andar giù in strada con le mie immagini, provavo una strana malinconia. Questa la mia formazione, la mia formazione a strappi, senza continuità fino agli otto, undici anni come una vita a flash, a scorci.

Nel 1976 a Palazzo Maldura, nella città di Padova, seguivo le lezioni di Silvio Ramat a cui devo tutta la mia riconoscenza. Sempre poesia. Imparare a riconoscere l’accostamento di parole della stessa gravità e della stessa leggerezza, parole simili per il timbro, parole di uno stesso registro. Seguire l’insieme dei rimandi interni. Avere in mente la struttura complessiva del testo in tutti i suoi aspetti: Rebora, Ungaretti, il Primo Novecento, ecc. Ci portava a prendere qualcosa in un caffè a volte, come alle celebri Giubbe Rosse ci si diceva. In quell’anno ricordo un seminario su Heidegger, chiamato “L’accecamento”, tenuto a Filosofia da un giovanissimo Franco Volpi: la nostra attenzione ha sempre un campo visivo circoscritto, invalicabile, e non possiamo uscire da questa casualità a cui dobbiamo semplicemente acconsentire. Terribile. Avevo ventun anni.

Forse non avevo raggiunto al meglio il piano simbolico, ero inconsapevolmente un lacaniano di sinistra (allora avevo letto l’autore francese Octave Mannoni) o forse un giovane che soffriva di iperdotazioni psichiche, posso commentare tra il serio e il faceto. Un altro docente a cui devo molto è stato Lorenzo Renzi, le sue lezioni su Noam Chomsky e di filologia romanza. Ricordo tra l’altro un saggio di William Labov, che ho dovuto tradurre dall’inglese per mio conto, sull’apprendimento del linguaggio: mi è servito. Ho cominciato così a scrivere diciamo in proprio. Le prime poesie le ho fatte leggere a Ramat che mi ha permesso di pubblicare a 26 anni una plaquette che subito ho inviato a Milo De Angelis il quale quasi subito mi ha telefonato. Ricordavo il fragore del terremoto avvenuto a maggio del 1976 e poi il grande silenzio, quel silenzio soltanto da ascoltare.

Ramat mi parlava del perché e del come fossi portato a scrivere un diario perpetuo, umbratile ma pure sfrontato nell’esercizio della confessione, ed anche della sua lettura, o mia rilettura, che non dovrebbe servirsi dell’avarizia di un metro eccessivamente analitico e limitato al rilievo dello stile ma dovrebbe interrogarsi sugli oscuri tramiti che avrebbero reso possibile una tale vocazione testamentaria. Pensavo alle sue parole, e mi chiedevo: già, lo stile! La mia formazione è stata anche questo.

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7 Risposte to “La formazione dello scrittore, 2 / Mario Benedetti”

  1. allorizzonte Says:

    Che meraviglia. Commovente.

  2. manu Says:

    imparo. grazie.

  3. Antonella Says:

    Questo articolo è così tanto bello, che mi sono emozionata a leggerlo.

  4. acabarra59 Says:

    “ 1 maggio 1984 – « Durante i lavori di perforazione del tunnel della Jungfrau fu constatato che la formidabile esplosione di 25 tonnellate di dinamite si udiva chiaramente per un raggio di 30 chilometri, oltrepassato il quale non si udiva più niente per una zona concentrica di 14 chilometri. Ma al di là di questo limite ricominciava la percezione per un’altra zona di 50 chilometri. Quello spazio intermedio in cui il rumore muore fu denominato dal prof. Quervain di Zurigo, che fece la constatazione, la “ zona del silenzio “. Nessuno sa spiegare il fatto; ma si ricorda il caso del generale austriaco Daun il quale, al tempo della guerra dei Sette Anni, lasciò senza soccorso un altro generale fortemente impegnato a Liegnitz allegando di non avere intesa la cannonata, percepita pure da altri a distanze assai maggiori; ciò che farebbe credere non essere il fenomeno della Jungfrau isolato. » (Dai giornali di molto tempo fa) “.

  5. Pierpaolo Renella Says:

    già, lo stile. cos’è lo stile? me lo chiedo da anni. invidio chi ha frequentato l’università negli anni settanta

  6. Giorgio Says:

    Grazie davvero a Mario Benedetti e a Giulio Mozzi per questa testimonianza. Riguardo a quella plaquette pubblicata dall’autore ventiseienne, Gabriele Scaramuzza scriveva: «Qualcosa è in gioco, che non risponde tanto a un bisogno soggettivistico di esprimersi, ma piuttosto segna il lento salire alla coscienza di un mondo, in cui soggetti e oggetti indistricabilmente si intrecciano». Oggi, alla luce degli ultimi lavori, possiamo dire che quel mondo inizialmente introiettato e trasfigurato è stato infine ricondotto fuori da sé e mostrato in tutta la sua immedicabilità, aprendo così un orizzonte nuovo, estremo, nell’ambito di una ricerca sempre coraggiosa e coerente.

  7. La formazione dello scrittore, 13 / Giulio Mozzi | vibrisse, bollettino Says:

    […] Sì. E Stefano mi raccontò che con alcuni amici suoi – Mario Benedetti, Fernando Marchiori – stavano per avviare una rivista di poesia, che doveva chiamarsi «Scarto […]

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