La formazione della scrittrice, 20 / Isabella Leardini

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di Isabella Leardini

[Questo è il ventesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Isabella per la disponibilità. gm].

isabella-leardiniLa bambina che non sapeva fare le lettere dritte, alla fine ha scritto una rima sulla sua bandierina per la festa della scuola… E tutti si sono stupiti. Mentre gli altri imparavano a leggere ogni giorno una pagina nuova, leggendo sempre la stessa lei la imparava a memoria, la ripeteva giocando da sola, qualche volta anche solo nella testa, e se voleva, su quella musica riproducibile, poteva metterci altre parole.

Scrivere era un gesto innaturale, una meccanica faticosa e forzata… L’occupazione odiosa delle mie mattine. In prima elementare, su un banco verdeacqua, incapace di fare quello che tutti fanno, la mia mano non seguiva la traiettoria. Le parole mi si rompevano, non ne volevano sapere di diventare convenzione, e le lettere stampate restavano vuoto ghirigoro nero.

La formazione sta in questo prendere forma, nel cortocircuito tra ciò che è innato e ciò che rifiutiamo. Ogni vero talento forse deve passare per un tradimento, quando quello che credevi il tuo più grande alleato all’improvviso ti fa il voltafaccia. Solo gli amori difficili hanno una forma complessa, e si sa, le forme complesse sono le migliori, le uniche in grado di sembrare semplici.

Non è meraviglioso pensare che proprio in ciò che resiste si annidi il destino?

Forse non era dislessia, ma il paradosso di certi figli unici… I bambini che non passano molto tempo con altri bambini, finiscono per fare come i cani che dimenticano di essere cani… ascoltano i discorsi dei grandi con la velocità dei predatori, vogliono un’attenzione alla pari soltanto dagli adulti, e degli altri bambini hanno paura. Sono stata una di quelle bambine che si piantano dal basso al centro dell’attenzione. Alcune lo fanno con il fatto di essere belle, io lo facevo con le parole complicate. Pare che i bambini dislessici abbiano una particolare dote d’udito, è quello il senso con cui fissano le parole nella memoria. Ho accettato la scrittura quando ha smesso di essere codice ed è diventata partitura.

I numeri sono rimasti una lingua straniera, un disegno non saprei riprodurlo nello stesso modo in cui il mio corpo è incapace di fare una schiacciata a pallavolo, ma la musica interna del linguaggio la sentivo con un istinto sicuro.

In realtà la diagnosi non avvenne mai, il pediatra disse che ero troppo vivace, i miei genitori sostengono tutt’ora che ero soltanto pigra, io però so che la poesia è stata la mia lingua madre, la prima cosa che riuscivo a leggere e a scrivere.

Nella lettura sono stata ossessiva fin dall’inizio, ogni giorno in classe loro aprivano quel libro, e anche io, sapendo bene che non lo aprivo alla stessa pagina. Odiavo quelle storielle banali scritte in minuscolo, ci avevo messo così tanto ad imparare a leggere lo stampatello maiuscolo che preferivo andare avanti così, non mi sembrava di sovvertire le regole perché tecnicamente mentre loro leggevano lo facevo anche io. Volevo continuare a leggere solo quello che mi piaceva: su quel libro, in maiuscolo, erano scritte le poesie.

Avevo scelto la mia preferita e ogni giorno io rileggevo quella, parlava di un ragnetto piccolino che si infila in un buchino, e che “senza ago e senza filo una tela si cucì”… Proprio quello che stavo facendo io. E la imparavo a memoria, perché ogni tanto anche dopo la scuola volevo ricordarmela, anche mentre facevo altro. Quell’estate sarei salita in piedi su una cassetta della frutta, e davanti bambini e genitori l’avrei recitata come se lo avessi sempre fatto, o fatto per sempre, nel piccolo festival dei bambini che avevo organizzato io, a fine luglio, nel cortile sul retro della pensione Irene.

Fare una rima per me era molto più facile che riconoscere una doppia; tutt’ora ho meno problemi con la metrica che con l’ortografia, tutt’ora la poesia è la mia unica disciplina, luogo selvatico per eccellenza, in cui però regnano per natura forma e rigore.

La mia prima poesia l’ho scritta per un uomo, e parlava di una donna e del volo degli uccelli.

A settembre ci avevano cambiato libro, cercavo una nuova poesia che valesse per tutta la seconda elementare, ne avevo scelta una ed ero corsa a leggerla a mio padre. Se non mi avesse detto “l’hai scritta tu?” forse il giorno dopo non avrei scritto quella fila di ottonari su mia madre e l’uccellino che vola “nell’immenso immenso cielo”. Quello che scrivevo alle elementari era già la mia poesia: una cosa che arriva quando vuole in mezzo ad anni di silenzio completo.

Nel frattempo trovavo che le antologie scolastiche dei miei genitori avessero un aspetto più serio delle mie, lì avevo trovato un poeta molto più bravo di quelli che ci facevano studiare. Mi ero fissata di nuovo. Amavo il ritmo dei primi 4 versi, amavo il crescendo teatrale, il ripetersi come una ninnananna tremenda, amavo i cavalli che dormian sognando il bianco della strada, e che tutta quell’ansia arrivasse a quella incredibile pausa del respiro, mia madre alzò nel gran silenzio un dito, disse un nome, sonò alto un nitrito. Mi rifiutavo di imparare a memoria una brutta poesia per l’esame di quinta, io volevo questa, anche se non era in programma. In fatto di poesia le gerarchie per me cambiavano, trovavo che ci fosse un’oggettività più forte della maestra, sapevo bene che mi aveva detto che non potevo portarla, avevo anche accettato un altro testo, ma poi mi ero detta che in fin dei conti io stavo imparando a memoria una poesia più lunga, più difficile, e oggettivamente più bella. E così quel giorno davanti alla commissione… “Nella torre il silenzio era già alto”.

Poi il ragnetto si è infilato di nuovo nel buchino, l’adolescenza era già abbastanza difficile di suo, e la poesia è sparita di nuovo dalla mia vita fino ai diciassette anni. Un giorno cercando un romanzo dalla libreria dei miei mi sono caduti addosso I fiori del male, e ho ricominciato. Come tutti ho scritto quando mi sono innamorata, perché in fondo la poesia ha le stesse dinamiche dell’amore. Scrivere era di nuovo l’unica lingua in cui non mi nascondevo e la poesia si svelava come l’unica scelta possibile, di fatto mi stava scegliendo ripresentandosi come un amante che era stato troppo precoce.

All’inizio ho scritto 50 poesie in un’estate, non ne è rimasta neanche una. Poi sono andata all’università, ho incontrato veri maestri, nonni, padri, fratelli maggiori e minori. Da qui inizia una storia di fortuna o destino, che si può intercettare nelle dieci righe di una nota bio ma si racconterebbe in molte pagine. Dico solo che sono una di pochi ossessivi amori, anche in fatto di letteratura: gli autori che ho amato sono miei anche nella scrittura, gli altri che li abbia letti o no cambia pochissimo, li dimentico e li abbandono senza scrupoli. Ho scritto 50 poesie in 5 anni e pubblicato il mio primo libro, è una specie di poemetto per frammenti e parla dell’amore non rivelato e dell’adolescenza che finisce. Poi ho scritto altre 50 poesie, questa volta in 10 anni, sono nel mio secondo libro che deve ancora uscire. Parla di animali che riempiono l’aria, dell’amore assoluto che si compie quando sembrava impossibile, e della giovinezza che finisce. Ogni volta credo sarà l’ultimo libro di poesia che scrivo, ma credo anche che sia l’unico modo in cui si possa scrivere poesia: come l’unica lingua possibile per dire la conoscenza di un limite, come opera sempre ultima, decisiva sull’orlo del silenzio, e nello stesso tempo come una giungla, in cui viviamo secondo le regole della disciplina che ci siamo dati per istinto, senza la certezza che siano quelle giuste, sapendo che la poesia è anche una bestia che c’è quando stiamo male e stiamo male quando non c’è, e che resta comunque incontrollabile fino in fondo.

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6 Risposte to “La formazione della scrittrice, 20 / Isabella Leardini”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Mi dico che è una fortuna che nessuno chieda quale scrittrice “formata” io preferisca. Forse è sempre l’ultima. Fino a quando non ritorno a leggere dalla prima.

  2. non esiste Says:

    dai la leardini no! giulio cosa fai??

  3. Antonella Says:

    Questo racconto è esso stesso poesia.
    Grazie.

  4. Adriana Pillitu Says:

    Davvero, c’è poesia anche nel tuo racconto!

  5. sarah tardino Says:

    Molto bello.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Alla persona che si firma “non esiste”: ho invitato tutte le autrici incluse nell’antologia einaudiana “Nuovi poeti italiani 6”.

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