Alessandra Sarchi, “L’amore normale”

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di Paolo Bonari

[C’è ancora pochissimo tempo – fino alla mezzanotte di oggi 23 maggio – per partecipare al gioco che ho proposto qui. gm].

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Come funzionano i meccanismi di diffusione della fama e di creazione del successo? Arbitrariamente? No. Sa dominarli, ne è beneficiario, dacché il mondo è questo, chi riesce a dare una forma momentanea alle rappresentazioni sociali meno sconvolgenti e che più ci coinvolgono, tanto da metterci di fronte alla nostra identità, a chi siamo, ma anche a chi vorremmo essere: Alessandra Sarchi ha vinto, e del suo L’amore normale si può ribadire la qualifica, propagandata dalla quarta di copertina, di “romanzo dell’amore nell’epoca contemporanea”, senza sorridere.

Che cosa accada alle tante donne che abitano quelle pagine è, innanzitutto, trascurabile, o sarebbe agevolmente riassumibile, perché le scene sulle quali l’avventura si svolge sono interiori, ombre e luci sono quelle psichiche, e poco vento muove quell’aria; più trascurabili ancora, i contributi maschili: che l’autrice esponga una fiera coscienza di genere non è d’impedimento all’andare e ritornare delle alterne voci pensanti che tessono trama e dramma della narrazione, ma fornisce il punto di disequilibrio e lo spioncino dal quale utilmente si potrà saggiare la composizione non simmetrica dei caratteri in gioco: nessun vincitore risulta, ma tante parziali vincitrici: degli scambi quotidiani, delle inevitabili fughe interiori che approfondiscono e complicano le presenti esistenze femminili e che restano, per gli intelletti degli umili maschi, per sempre sconosciute: in interiore mulieri habitat veritas, perché ne sanno una più dell’uomo, queste donne, la cui mente sembra espansa, grazie alla solidarietà di genere, che è acquisitiva e consente loro infallibili processi empatici.

Ma il dramma atteso e temuto o sperato, quello non c’è: una coppia assiste all’inerzia universale che la soggioga e che impone ai membri la distanza e l’abisso, ma non uno che alzi la voce, c’è. Urbanamente, correttamente, si prende atto e non s’intraprende azione, perché il motore è infine immobile, non più alimentabile, e l’estenuazione soppianta ogni volontà: di che cosa, poi? Non di guarire, perché nessun male è diagnosticato né osservabile, e restano certi vizi minuti, nient’altro che vezzeggiamenti travestiti: “Eppure, a turno sembra che ci piaccia essere un po’ malati, sentire l’incertezza, provare a cercare una conferma diversa”. Allora, Georges Canguilhem riposi e nessuno lo disturbi: Il normale e il patologico alludeva ad antinomie remote, a strettoie inutili e scomode, varcate le quali abbiamo a disposizione il presente eterno in cui, per noia, siamo liberi di fingerci normali o malati, con la certezza che, comunque vada, la vita continua – ma non passa, perché è una replica non richiesta.

È il suono, tuttavia, l’allarme, il suono soffuso e, però, udibile di tutto il romanzo, quel trillo che non lo abbandona: devo essere come o peggio dei cani, perché sono capace di far andare le pagine e di prestare orecchio a certe vibrazioni e basta, vagando e ricercando responsabilità, il possessore del fischietto. Per me, quel trillo è borghese e vittorioso, e la connotazione classistica non rechi offesa – ma siamo ridotti così?, e tutti corrono a ripararsi?, a discolparsi? -: preferirei che fosse più acuminato l’altro aggettivo, evocare la vergogna di ogni vittoria, nel caso in cui mi trovassi a poter scegliere gli effetti desiderati di ciò che scrivo.

Quando il Novecento ha potuto, durante i tempi di pace, ha impostato una dogmatica dell’introspezione, quella che lega i quadri del romanzo, laddove sono gli epicentri intimi a presentare sé stessi, attraverso le spire dei propri viluppi – ma il trillo, che inquina il timbro delle voci, sembra standard, impostato. Se riuscissi a decifrare le origini dei suoni, me ne starei tranquillo, ma così non è, e posso esprimere illazioni e delusioni, al massimo: questo romanzo non intacca la lingua che è la nostra, non la stravolge e la legittima, anzi, e non si lascia contaminare da certe ambizioni creatrici, perché ci facciamo capire, in fin dei conti, quando siamo in compagnia di altri, e tanto basti. Conclusione della delusione: tutti parlano e riflettono bene, così come vivono: senza contraccolpi, e tutti sono “realizzati”, fatta eccezione per la “co.co.pro.” di turno, proprio colei che rischia di provocare una sorta di “incidente razziale” con una “ragazza velata” e che avverte tutta la rilevanza dell’attuale conflitto delle generazioni: con una sola mossa, l’autrice riesce a sfiorare il contemporaneo, cosicché “integrazione” e “precariato” collocano il romanzo a ridosso dei nostri giorni, e sviluppano l’itinerario d’obbligo, non conoscitivo, ma rappresentativo – il romanziere come tour operator, facilitatore e guida delle escursioni che sono necessarie, al ritorno dalle quali si potrà conservare un ricordo della realtà. Ciò che è reale non è autentico, a volte, e ciò che è autentico viene de-realizzato, purtroppo: è quel suono un richiamo che mi mette in guardia, anche se nessuna sirena mi stava insidiando, tutto sommato, perché il disincanto del romanzo non è preceduto da alcun incanto: non poetico, non storico.

Tutto scorre, e l’introspezione fallisce quando più servirebbe, nel questionare l’opportunità del quartetto: traditori e traditi, e ragazzi, in una convivenza che si vorrebbe consequenziale, naturale, ma gli anni Settanta sono lontani, finalmente, e non è il caso di replicarli: è di una reduce delle esperienze di quelle “comuni” l’avvertimento. Chi è solo e frequenta la propria coscienza non invoca aiuto, perché farlo equivarrebbe a mettere altri nei guai, a redirigere la violenza su di loro: comunità perfetta e che non può durare. Senza mandarsi al Diavolo a vicenda, nella ricerca della riflessione terminale, risolutiva, e rinviando ogni frattura, ogni decisione – psicologia funzione e finzione della volontà, nell’assenza degli istinti -, si procede, non per “salvare le apparenze”, ma per riplasmare ogni sostanza: l’amore non era vita sperperata e dannata, mai riavuta indietro? Ce lo ricordavamo così. Interruzione del trillo e risveglio onirico: lo riconosco: annunciava l’attuale utopia borghese di reversibilità e compresenza, nella quale si potrà non allontanare nessuno, e gli amanti passati e presenti faranno amicizia e quelli futuri saranno domati – non escludere nessuno, possedere tutti. L’altra borghesia, quella vecchia, la prima, volevano superarla, con l’amore diffuso e non esclusivo, ma non sapevano che era ammazzando i fantasmi che si diventava eroi, cioè uomini o donne tragicamente comuni.

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