Alessandra Sarchi, “L’amore normale” (un dialogo)

by

di Andrea Cremaschi

[C’è ancora pochissimo tempo – fino al 23 maggio, dopodomani – per partecipare al gioco che ho proposto qui. gm].

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Qualche giorno fa è passata a trovarmi un’amica che non vedevo da tempo. Non è un’assidua lettrice, tutt’altro per sua stessa ammissione. Ma ha notato subito la copertina in bianco e nero del libro appoggiato sul tavolino basso del salotto, immagino attratta dalla fotografia di una giovane donna che pur parte dell’abbraccio di un uomo sembra ipnoticamente avulsa dalla coppia, persa nel distaccato sguardo verso qualcun altro. “L’amore normale…”, mi dice con inflessione dubbiosa declamando il titolo, “ma esiste davvero una normalità in Amore? Non esiste forse solo tutto il resto, l’irriproducibile stranezza delle sue singole forme?”

Rispondere a questa domanda è parte delle intenzioni dell’ultimo libro di Alessandra Sarchi, edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big: indagare sulle declinazioni della (vita di) coppia e scoprire se nonostante l’unicità che crediamo riservata ai nostri sentimenti non si tratti in realtà di transitare umilmente su percorsi già battuti infinite volte da altri (“assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte persino volgare”).

Racconto alla mia amica i punti fermi della trama. Laura, insegnante alle prese con l’aver superato i quarant’anni, è sposata con Davide, attraente medico dall’aspetto “maturo e sano” insieme al quale ha messo al mondo due amate bambine, Bettina, la più piccola, e Violetta, liceale prossima alla maggiore età. Il giorno del loro diciassettesimo anniversario di matrimonio comincia facendo l’amore, ma distrattamente, senza la profondità necessaria ad agganciarli nell’estasi entusiasta degli inizi che possono solo ricordare. Dispersi nell’individuale sentirsi radicati al presente pieno e indaffarato, i loro corpi invece di consumarsi nell’amore si usurano dal semplice essere abitati. Laura, operata da poco per asportare un tumore al seno, si guarda allo specchio cercando tra i punti della sutura “una consolazione, un risarcimento”, e troverà entrambi nell’incontro fortuito con il suo ex Fabrizio che non rivedeva da anni. Quest’ultimo, nonostante “due famiglie, due mogli, una figlia naturale ed una acquisita” decide di continuare a vedere Laura, curioso della piega che questa accelerazione potrebbe imprimere al futuro e dell’ebbrezza di inscenare quel che avrebbe potuto essere (“eppure coltiviamo quella cosa pericolosissima che si chiama possibilità”). Davide nel frattempo è rapito dal profumo di limone della pelle di Mia, ventiseienne bibliotecaria precaria, impigliata negli stadi incerti di un’esistenza che le offre solo risposte a tempo determinato quando la sua giovane impazienza richiederebbe soluzioni definitive e certezze. Mia cerca una rivincita sulla vita che soprattutto ultimamente prende senza chiedere e si solidifica nella scoraggiante prospettiva che ci sia un futuro, ma che non sia dissimile da un presente prolungato, senza miglioramenti plausibili, in cui lottare serve solo a non retrocedere. Il prestito di un libro ufficialmente non disponibile e di un ombrello per affrontare il temporale consegna a Davide il pretesto per tornare, per restituire una gentilezza e per non deludere un’ammiccante fiducia. Davide, che di biochimica se ne intende, sa che “negli individui evoluti non smette il desiderio per la vita o il desiderio, semplicemente” e cede con misura crescente al dolce imprevisto dai lunghi capelli fluenti.

“Si, fino a qui mi pare davvero tutto nella norma, niente che non abbia già sentito. Oltre al semplice vedersi o rivedersi faranno dell’altro… o no?”, dice la mia amica.

Si, a questo punto le due coppie si baciano “come si baciano gli sconosciuti”. Tutti e quattro sono brave persone, onesti borghesi ragionevolmente giustificabili, e perciò scelgono luoghi pubblici per congiungere le loro labbra dato che non c’è niente di cui vergognarsi. Il tradimento non assume le sembianze di sconvenienza sociale o di immorale trasgressione, ma è solo l’occasione per mettersi alla prova, per porsi altre domande. A volte una presenza estranea ad un nucleo non rappresenta un pericolo, persino le cellule, spiega Davide, talvolta “decidono di incorporarla” per esporsi volontariamente ad un contagio che può portare i benefici del potere di scambio. E così dai baci si passa all’amore, quello di brividi e sudore, come dovrebbe essere la vittoriosa resa ai sensi.

“Quindi se non si vogliono nascondere cosa fanno, si confessano?”, incalza la mia amica.

Un pretesto giunge dalla mostra del Primaticcio: Davide e Laura si soffermano sul quadro in cui Ulisse rientrato ad Itaca narra il suo viaggio a Penelope. I due sul bordo del letto quasi non si riconoscono per quanto passato li separa e devono cercarsi l’uno negli occhi dell’altra, raccontarsi per parole la tentazione dei Proci e il tradimento con Circe per rimettersi in pace, per rimettersi in pari. Laura vorrebbe che la rivelazione accadesse per caso, eviterebbe volentieri una celebrazione plateale di purificazione della coscienza. “Meglio il silenzio, meglio che ognuno se la veda fra sé e sé, per capire cosa succederà, cosa deve succedere”. Ma sarà lei, prendendo in prestito il pc portatile di Davide, a leggere nelle sue email il nome ricorrente di Mia, la scoperta velenosa di un’intera altra vita altrove, di una storia d’altro amore fatta di incontri, di dettagli, di parole, che invece di pareggiare lo scontro mette in moto l’inaspettata decisione che segue le ovvie confessioni reciproche. Sullo slancio dell’ira iniziale la separazione sarebbe stata l’evoluzione più conveniente, ma il senso di responsabilità verso le figlie (“dopo tutto, sono la cosa più solida che ci unisce”) e un’inattesa rassegnazione all’evidenza dei fatti suggeriscono a Laura un rischio creativo per provare a conciliare un doppio amore che tira in quattro direzioni diverse.

“E mi pare di intendere che i personaggi non torneranno al loro posto iniziale. Sono curiosa… come pensano di cavarsela?”, chiede la mia amica sempre più impaziente.

In un esperimento controllato condito da un tocco di tragico melodramma Laura e Davide decidono di non rinunciare a trascorrere le vacanze estive insieme alle figlie nella casa di Giovanna, amica di famiglia da lungo tempo. Ma verranno raggiunti da Mia e Fabrizio, nonché da Guido, il fidanzato di Violetta. La partita è a carte scoperte, solo non è chiaro lo scopo del gioco. I vari personaggi si muovono per acrobazie di ostentata naturalezza come sullo sfondo della ‘Joie de vivre’ di Matisse, in uno stato di accaldata presunta tranquillità pronto a spezzare legami storici e recenti da un momento all’altro. Una copia del quadro cominciata dalla stessa Giovanna rimarrà profeticamente incompiuta: forse il fallimento è insito nel pensare che vivere sia, almeno in parte, continuare a riprodurre la ‘gioia di vivere’ conosciuta in passato senza applicarsi per disegnare la propria nel futuro. Così confluiscono gli amanti e le varie definizioni di matrimonio apparse qua e là nel romanzo: “la forzatura che giustapponeva due persone con la scusa di coniugarle” secondo Laura, “un’istituzione obsoleta o poco ci manca” per Davide, “una sorta di pace armata” il parere di Fabrizio, e “un contratto sociale vincolante, un impegno a riprodursi, a credere nella società” l’esempio di triste inconciliabilità di Mia.

“Quindi questa cattività di certo non nata sotto ottimi auspici alla fine non regge…”, commenta la mia amica.

No, la gestione impaurita del dolore di ciascuno, pur senza l’aggravante delle maschere, non paga. Fabrizio lancia a Laura una mezza proposta di matrimonio, il terzo, magari quello buono, ma non è convinto fino in fondo di poter sfuggire alla serialità dell’errore. E Mia comprende all’improvviso il potere del suo semplice essere giovane e di fronte ad una complicazione non necessaria fugge, “senza fare troppo rumore”, con la stessa attenzione con cui da piccola schiacciava le bolle della carta da imballaggio per non aggiungere inutile clamore al danno.

Non si fa in tempo ad avere un’opinione sulle decisioni e le traiettorie dei vari protagonisti che gli eventi precipitano su un altro frangente e l’attenzione si sposta: Violetta che da poco conosce la pulsione spontanea all’amore fisico si scopre incinta, in un parallelismo con Letizia, figliastra di Fabrizio sua coetanea che nelle prime pagine del libro sceglie l’aborto. Per la serie: non capita sempre agli altri, e in qualche modo tutti se ne dovevano accorgere. I figli diventano grandi e i genitori sono distratti nella ricerca affannosa di espedienti per ritardare la morte e per sentirsi meno soli, e possono solo cedere all’evidenza che l’amore come lo avevano immaginato fa ormai parte della generazione che li segue. Ma il finale è tinto di speranza, come il cielo azzurro uscendo dalla grotta di un sito archeologico scelto per una scampagnata prima di riprendere la quotidianità. E la voglia di vivere incondizionata di Violetta, lei che avrebbe bisogno di aiuto più degli altri, è la lezione coraggiosa che Laura doveva rivedere con i suoi occhi nei gesti della figlia per ricordarsi di non arrendersi al tempo, per non avere più paura di qualsiasi futuro la attenda.

“Insomma… ti è piaciuto questo libro, non ho dubbi. Posso prenderlo in prestito?”, mi domanda la mia amica con lo sguardo di chi si aspetta un sì come risposta.

E’ di certo una buona lettura, che tratta di sentimenti con educazione e che viviseziona elegantemente il tradimento. Le pagine di un libro sono l’unico luogo in cui al giorno d’oggi può ancora succedere questo piccolo miracolo. La scrittura è aderente ai dettagli, lo sviluppo solido e coerente. La scelta del narratore multifocale è funzionale ma non sempre credibile, l’eco della voce dell’autrice è onnipresente e spesso l’immedesimazione non funziona al meglio. Ma i dialoghi sfrondati delle virgolette e il procedere rigoroso del filo del presente cucito con maestria ai pensieri dei personaggi impedisce di sentirsi estranei ai fatti. Uno di questi amori normali può essere davvero la vita di chiunque.

Le piacerà, di sicuro.

“Non sarebbe meglio pensare all’amore come a un felice incidente che continua ad accadere?”

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Una Risposta to “Alessandra Sarchi, “L’amore normale” (un dialogo)”

  1. ivana Says:

    Ottima recensione. Merita una copia del romanzo.

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