La formazione della scrittrice, 19 / Antonella Sbuelz

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di Antonella Sbuelz

[Questo è il diciannovesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Antonella per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

Antonella_SbuelzSe chiudo gli occhi, risento la sua voce.
Ha un timbro profondo, un po’ roco, e il risucchio di certe consonanti – la casa che diventa hhasa, la coca cola hhoha hhola – a volte mi fa ridere un po’. Imito, senza riuscirci, quell’aspirazione di fiato. Ci provo di nuovo. Mi arrendo.
Non ho più di cinque o sei anni, ma Bruno non mi parla mai trattandomi come una bambina. Sembra sempre dare per scontato che alla fine capirò quello che dice. A volte io capisco, a volte no. Però già ascoltarlo mi piace. Lui legge. Legge per me. Anche adesso che il sole è troppo forte e il traffico del primo pomeriggio sembra smorzato dall’afa e il tempo attorno a noi scivola, informe, come gli orologi di Dalì.

…Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio…

Tempo: la fine degli anni Sessanta. O forse l’anno è il Settanta.
Luogo: il centro di Firenze. Un vecchio palazzo in via Cavour. Nell’appartamento al piano sopra abita Giovanni Spadolini, e quando lo incontriamo per le scale lo zio mi dice Un uomo di cultura. E io allora penso alla cultura come a uno speciale materiale: la plastica dura delle bambole, il cuoio del sellino della bici, la pelle di uomini distinti che si incontrano sui vani delle scale.
Facciamo un passo indietro.
Personaggi: una bambina un po’ triste, una coppia di vecchi zii. O meglio, di vecchi prozii: Bruno e Licia. Niente figli, tanti libri, un lucherino. E di là, nella sua cameretta, la quasi centenaria nonna Bianca, candida come il suo nome e più fragile del lucherino. Ogni estate aspettano me, la nipote più grande, in regalo: un mese che trascorriamo insieme. E io ci sto da dio, coi vecchi zii. I vecchi hanno sempre tante storie e poca gente disposta ad ascoltarle. A me piacciono, invece, e le ascolto. E poi, siamo quasi sempre in giro: piazze, musei, molte chiese ( dove Bruno, primo mistero, non si fa mai il segno della croce).
E gelati e pasterelle fuori pasto (a casa: strictly forbidden). 😦
Poi: visite alle città vicine con vecchie corriere traballanti (gli zii non hanno la patente), l’incursione allo zoo di Pistoia, la mostra di Henry Moore al Belvedere, il biliardo la domenica mattina in un bar di Piazza Signoria, le lanterne di carta oscillanti come effimere lingue di fuoco alla festa delle rificolone: la zia che canticchia stonando, io seduta sulle spalle alte di Bruno: una timida papessa assisa in trono che si sente finita in paradiso.
E gelati e pasterelle fuori pasto (a casa: strictly forbidden). 😦
Zoomiamo sulla storia di famiglia, o perlomeno dentro un suo spaccato. (Ho un debole per le microstorie. Vari miei libri partono da lì).
Licia – sorella di mio nonno – è arrivata a Firenze a sedic’anni per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Quasi uno scandalo, al paese. Suo padre, severo e benestante, non deve averla mai mandata giù. (Di Licia ho parlato in un romanzo, Il movimento del volo: ed è questo che Licia ha sempre fatto, fino ai suoi lucidissimi novantatre anni: non ha mai smesso di spiccare il volo al di sopra di sogni e convenzioni. Sbatteva il muso, si spaccava i denti e poi era pronta a ripartire).
Bruno è sobrio, colto e distratto: alla piccola azienda di famiglia ha sempre preferito la pittura, la musica e la letteratura. E infatti l’azienda di famiglia affonda nel giro di poche stagioni, quando Bruno la eredita dal padre. Però lui non sembra pentito, né frustrato, né mortificato. Trova un altro lavoro, scrive, legge.
Come adesso, che sta leggendo a me.

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.

Ballatetta fa ridere, e io rido. Che cosa può capire una bambina di cinque, sei o forse sette anni delle terzine di Dante, dei versi di Guinizzelli, delle poesie di Cavalcanti? Perché, con serena incoscienza oppure con intuito temerario, è questo, che zio Bruno legge a me.
Probabilmente io non colgo nulla, se non qualche scheggia qua e là. Eppure lo ascolto, ammaliata. Il segreto sta tutto nel ritmo.
Sta tutto nell’incanto delle rime, nell’incantamento della musica, nell’incatenamento di assonanze avviluppate alle allitterazioni. Il ritmo si fa ipnosi, e poi magia. E io ascolto, irretita per sempre. Dall’esigenza del ritmo – respiro profondo e segreto che cuce alla voce testa e cuore – non saprò liberarmi mai più.

Qual è la caratteristica più importante per una traduzione ben riuscita? Mi ha chiesto vari mesi fa John Gatt, rigoroso traduttore inglese della mia Greta Vidal.
La fedeltà al ritmo originale, al respiro profondo della storia, gli ho risposto senza esitare.

Non so se sia vero, ovviamente. So solo che è vero per me. E so che lo sento, a sei anni, con assoluta certezza: il ritmo batte sincrono col cuore, spegne il traffico giù sulla strada, allontana tristezze e paure. Anche le storie lo fanno, come i libri dentro i quali sono scritte. Anche i libri combattono crociate contro il buio che a volte senti dentro, contro il ricordo dell’ago che contiene la fiala di morfina per combattere il dolore terminale.
E’ per questo che mi piace questa casa: qui siamo avvolti dai libri.
Io ho imparato a leggere da poco, ed è stato subito amore. Leggo come per saziare una gran fame, con ingordigia, in modo compulsivo: una vera bulimia delle parole che mi provoca un senso di colpa da vizio inconfessabile e segreto. (A volte, a notte, leggo di nascosto, quando in casa dormono tutti. Ma prima avvolgo in una sciarpa scura la lampada sul comodino. Così, con la luce offuscata, non rischio di svegliare mia sorella. In compenso si corrono altri rischi: lo comprendo dall’odore di bruciato che una notte si spande dalla sciarpa assieme a un accento di fumo. Getterò di nascosto la sciarpa e passerò a una pila, più discreta, sottratta a mio padre in garage).
In casa non ci sono molti libri, esclusi quelli delle enciclopedie che mio padre ha acquistato per noi. Ma le enciclopedie hanno un difetto: esibiscono la voglia di istruirti, non hanno il pudore discreto di una storia che ti ammalia a poco a poco, avvolgendoti leggera come schiuma oppure invadendoti con forza e prendendo possesso di te, senza quasi darti il tempo di proteggerti né di alzare uno scudo di difesa.

Altro? Mi ha chiesto il traduttore. Si era a lungo occupato di Svevo, e l’aveva colpito l’assonanza tra i nostri due cognomi: Schmitz e Sbuelz.
Altro, per le buone traduzioni?
L’empatia. Gli ho risposto. L’empatia.

“La grande letteratura” scrive Pamuk ne La valigia di mio padre, “non parla delle nostre capacità di giudizio, ma della nostra abilità di metterci nei panni di un altro.” Vale a dire l’empatia.
L’empatia che può ispirare un libro io l’ho scoperta intorno ai sette anni.
La faccenda era andata in modo strano. Il primo giorno di scuola la maestra ci aveva condotti ai piedi di un grande cartellone appeso in mezzo alla parete. Sul cartellone, una montagna grigioviola come le Alpi oltre alla finestra. Sulla sommità della montagna, un’aquila – o forse era un falco – sembrava sormontare la sua vetta in una spumiglia di nubi.
A guardarla così, stretti vicini – venticinque seienni intimiditi, con rigidi fiocchi blu o rosa – nessuno immaginava il suo segreto. E cioè che sotto i fianchi ripidi di quella montagna grigioviola si nascondeva un cuore di magnete, mentre venticinque calamite – una per ogni bambino – erano già lì, incollate al muro, come cozze ordinate su uno scoglio e restie a schiodarsi dalla base. La montagna era percorsa, in filigrana, da un reticolo di ascisse e di ordinate.
In verticale rocce da scalare, in orizzontale i nostri nomi.
Ogni dieci meritato sul quaderno ti dava diritto a uno scatto, nell’ascesa sul piano cartesiano disegnato sopra la montagna: così superavi la marmotta, seminavi il cerbiatto e la ghiandaia, guardavi la volpe negli occhi e infine ti appollaiavi in cima.
La montagna sembrava digiuna del cataclisma didattico e ideologico che aveva investito il mondo della scuola. Ne era digiuna anche la maestra. Non credo avesse letto Don Milani.
“Per chi arriva in cima c’è un bel premio!” ci promise assestandosi gli occhiali.
E così, senza scrupoli didattici né sottigliezze psico-pedagogiche, ci consegnò con fervore a una spiccia scalata dei voti e a una rude competizione.
Se riesco a bruciare le tappe nell’arrivare in vetta alla montagna con la misteriosa pancia di magnete è solo per un semplice motivo: in quel primo anno delle elementari conta soprattutto la lettura, e quando leggo io mi sento a casa. Scrollandomi di dosso ogni pensiero, mi assesto bene fra una riga e l’altra come il ragazzino sulla luna nel logo della Dreamworks. Io però pesco parole, e storie, e da lì non vorrei scendere più.
(Poi arriverà la matematica e le mie prestazioni crolleranno, dando vita a un doppio binario di schizofrenico profitto fra il versante umanistico del mondo e quello che esige altri rigori).
L’ultimo giorno di scuola mi rigiro il pacchettino fra le mani. Il premio è avvolto in carta rossa. La maestra me l’ha porto senza fronzoli: il Friuli è una terra essenziale, poco propensa alle effusioni.
A casa scarto il pacchetto. Contiene un libretto, e questo è un bene.
Ma la storia che propone NON è un bene.
Riassumo.
Da una parte una bambina esile, riflessiva e piuttosto solitaria, con una precoce propensione a immaginare altre realtà e con un’insana tendenza a trascrivere il suo fantasticare. Una ragazzina saturnina, sempre a mollo in fondo ai suoi pensieri.
Dall’altra, in agguato dentro un premio, La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen.
L’avete presente, non è vero?
Esiste una fiaba più triste? Un finale più devastante? Una bambina più sola e disperatamente abbandonata della piccola fiammiferaia che muore nel gelo della notte dopo la sua triade di visioni esplose come fuochi artificiali? E’ un Capodanno albino e indifferente: dai vetri delle case ricche, e calde, si intravedono tavole imbandite e candele sui pini addobbati. Lei stringe nella mano intirizzita un ultimo fiammifero ormai spento. Io stringo il suo libro, annientata.
A metà tra terrorismo psicologico e sevizia pseudo culturale, quel libretto mi brucia fra le mani come un fiammifero extra. Una specie di bis inatteso.
E intanto io mi accorgo di qualcosa. Lo so che non mi trovo in Danimarca, ma in un lembo di colline del Friuli (Tricesimo, appena a nord di Udine). E lo so che non è affatto inverno: siamo appena agli inizi dell’estate. E non sono da sola per strada: dondolo piano sopra un’altalena, all’ombra di un pino spelacchiato, nel cortile della casa dei miei nonni. Eppure, leggendo quella fiaba, provo tutto a un tratto freddo anch’io. Ricordo con nitida certezza di aver sentito un piede assiderato. Ricordo di aver cercato il sole, spostandomi a leggere più in là. Non conoscevo il suo nome, ma avevo scoperto l’empatia.
“Senti” ha scritto la Szimborska “come Mi batte forte il TUO cuore.”
Ci sono libri belli e libri pessimi. In proposito, ognuno ha la sua idea. Potremmo parlarne all’infinito. La buona narrativa è molte cose, ma in mezzo a quelle molte cose secondo me ne deve stare una: sapersi calare nell’altro. Assumere il suo sguardo e la sua voce, abitare le sue stesse ossessioni, i suoi sogni, le sue paure, i piccoli tic di ogni giorno oppure le grandi utopie. Vivere dentro un’altra identità – almeno ogni tanto, per strada – è una buona palestra del cuore e un percorso da trekking per la testa. Scrivere implica uscire da sé per riuscire ad entrare in altro, e in altri.
E’ strano, ma è proprio in quei momenti che io ridivento più me stessa: proprio mentre tento di sfuggirmi, di dare voce e corpo ad altri io.
Resterebbe da dire anche altro.
Come nasce una passione, nell’infanzia? Chi la nutre, chi la cura o la contrasta? E come si evolve in urgenza, in autentica necessità? E chi ha scritto che la letteratura è l’infanzia finalmente ritrovata? Forse è stato Bataille. Sono d’accordo con lui. La trovo una bella definizione.
Ho incominciato a scrivere a otto anni. Siccome abbondava di rime, quello che sgorgava dalla penna io lo chiamavo poesia. Poi sono passata alle fiabe: le scrivevo per mia sorella Michela. Poi racconti via via più dilatati, personaggi che esigevano più spazio, spazio che esigeva più respiro. Il primo romanzo concluso è nato più o meno con mia figlia, benché sia uscito qualche anno dopo. E dentro i romanzi la storia, ma soprattutto quella più sommessa: la storia delle pieghe e delle ombre, la storia cacciata come polvere negli angoli sotto i tappeti, la storia dei tanti senza voce – anonimi e anonime chiunque – che fanno da semplici comparse sopra il palcoscenico del tempo.
(Nel frattempo, ininterrottamente, proseguiva il primo amore: la poesia).
Tutta la mia storia familiare abbonda di retroscena storici, di nodi privati dentro quelli collettivi. Forse è inscritto nel DNA di terre di confine come questa: migrazioni vicine e lontane, guerre appena dietro casa, violenti strappi identitari, profuganze dopo Caporetto, ricostruzioni – e non soltanto fisiche – alla fine di un violento terremoto, tensioni particolarmente acute durante gli anni della guerra fredda).
Insomma, microstorie e controstorie. Spesso ignorate, o rimosse. Anche nel mio dottorato mi sono occupata di rimosso: Giovanna Zangrandi, scrittrice. (Ma anche giornalista e partigiana. Praticamente rimossa. E sono grata a Marco Praloran – uno degli italianisti più raffinati del panorama letterario e mio primo relatore a Losanna, assieme a Niccolò Scaffai – per aver creduto nella mia ricerca. Ora Marco non c’è più, e ci manca: ci manca, il suo entusiasmo intellettuale.)
Resterebbe da raccontare, ancora, dei libri più amati o più importanti. E’ una domanda che ti fanno spesso. A Fiume come a Milano, a Roma come a San Daniele del Friuli. A che libro mi sento più legata? A quale devo di più? Mi imbarazza sempre, la domanda. Da quale partire? Mi chiedo. E già avverto i sensi di colpa. Perché ogni selezione implica tagli, e dunque porta con sé l’idea stessa dell’esclusione.
Perciò non parlerò delle mie letture: sono sempre state tante. Continuano a essere tante. Richiederebbero una storia tutta loro.
Chiuderò con qualche verso, invece. Per coerenza, o per necessità. Perché mi piacciono le strutture circolari. Per ritornare al punto di partenza: al chiuso di una stanza, a quella voce.. E perché, come scrive Davide Rondoni nella prefazione alla mia ultima raccolta, “la poesia mette a fuoco. Strenuamente, con delicatezza o violenza sorprendenti.”
I momenti di grazia dell’infanzia sono un incanto irripetibile, ma in fondo la poesia fa proprio questo: si sforza di riportare in vita quel paradiso perduto.

Andiamo, allora,
che qui il mare è vasto,
più vasto di quel mare fatto rogo
dopo l’incendio della Paganini
che arde e schianta prore a sonni e nave
e libera terrori senza nome:

e attorno fiamme e grida e l’onda dura
che ti aggredisce e che tu infine domi
come il cavallo a dondolo bambino
e tu bambino – in foto – in groppa a lui

Io l’ho saputo donna – già lontana –
chi fu che ti salvò dal mare, allora,
dall’orrido di gorghi a forza nove
dal cielo squadernato in rosso e nero

E in questo sole ch’è di aprile, il primo,
sento il calore in raggi di carezze
come carezze sopra la tua pelle:
ché si fecero curve di Toscana
colline di Maremma
creta buona
i corpi delle donne sul tuo corpo
il fiato del respiro nel tuo fiato:
si fecero anse d’Arno a primavera
– i polpastrelli alghe, i palmi rive –
le mani senza oriente né occidente
delle puttane dolci di Durazzo
che allora ti raccolsero alla riva
e infine
      si disposero
         a presepe
al fondo del furore della guerra
nel chiuso di un bordello tutto crepe

Ma quando mi leggevi di Acheronte
– del traghettare ombre e rabbia e orrore
dal ciglio a un altro ciglio di dolore –
la voce ti sgorgava dal passato
e ti strappava sillabe di vuoto
che io – bambina – appena raccoglievo:
e ti tremava, viva, la memoria

La sento solo adesso – scusa, padre –
la sento solo adesso, l’eco vera

A volte serve il senso di una vita
– tutti gli errori, tutta la miseria –
per penetrare il senso di una storia.

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17 Risposte to “La formazione della scrittrice, 19 / Antonella Sbuelz”

  1. Sara Says:

    E ma che bella!
    Questa la stampo.

  2. Nadia Bertolani Says:

    L’infanzia raccontata mi è stata dolce, la lettura moltiplicata in letture mi ha dato la mano, la poesia, devo dirlo nonostante sia consapevole dei formidabili agguati della retorica, mi ha commosso. La pagina intera mi ha fatto conoscere chi non conoscevo. Grazie.

  3. Marina Giovannelli Says:

    Ho sempre ammirato, e invidiato, la capacità di Antonella di ‘accompagnare’ le storie con passo lento, quieto, senza forzare e senza indugiare, con il ritmo che è e dev’essere quello e proprio quello.
    E’ l’empatia che genera questa capacità, verso gli altri e anche verso i tanti aspetti del sé riconosciuti e acquisiti con affetto?
    Dice Adriana Cavarero che solo gli altri possono raccontare la nostra storia ma mi pare che Antonella la smentisca…

  4. antonella sbuelz Says:

    Ringrazio sia Sara che Nadia per l’attenzione e il tempo che hanno dedicato all’immersione in momenti d’infanzia e di adolescenza che – naturalmente – hanno un senso soprattutto per chi li ha vissuti, e che diventano più significativi se riescono ad accendere echi in chi li esplora.

  5. Bruno Chiaranti Says:

    La piccola fiammiferaia ha terrorizato generazioni di innocenti. Il resto , bellissimo. Un caso? Due Antonelle, tutte due formate da Dante da bambine, a centinaia di chilometri di distanza, in città l’una, l’altra in boschi lontani e sperduti.
    E’ la Sua poesia la nostra comunanza?

  6. VDM Says:

    “Vivere dentro un’altra identità – almeno ogni tanto, per strada – è una buona palestra del cuore e un percorso da trekking per la testa. Scrivere implica uscire da sé per riuscire ad entrare in altro, e in altri.”
    Ecco, questa frase rimane vera anche se al posto di “scrivere” ci si mette “leggere”.

  7. antonella sbuelz@gmail.com Says:

    Difficile rispondere a Marina, se non per dirle grazie, Un grazie non di forma, ma di sostanza. Grazie per le sue parole e per la sua capacità di lettura -che poi si trasforma anche in capacità di scrittura- sempre empatica, attenta, mai banale, Capacità formate alle palestra di tanto pensiero di genere, ma non solo.
    Interessanti anche le osservazioni di Bruno, a cui ricordo che la distanza fra me e Antonella Bukovaz ( e qui per il momento mi riferisco alla distanza geografica, ma potrei parlare anche di altre distanze) in realtà è minima: il Friuli collinare e quello delle estreme propaggini, protese verso il confine, rinviano a un DNA culturale e umano che ha certo molto sommerso in comune.
    Grazie a entrambi: davvero.

  8. Leda Palma Says:

    Se esiste

  9. Leda Palma Says:

    Se esiste un dio degli scrittori e dei poeti, un dio laico, ha sicuramente nel cuore Antonella Sbuelz quando ci regala una “quietudine” così tenera, dolce e nello stesso tempo profonda, questa capacità di osservare e -dire- con meraviglia di parole, di camminare nel tempo, avanti e indietro, di avvicinarci al “respiro profondo della storia”.
    Ho l’impressione di imparare a leggere insieme a lei, a scrivere insieme a lei, ad amare insieme a lei tutte le cose viventi, ad attraversare luoghi, situazioni anche nodose, che soffocano, con grazia e leggerezza, che lavano dentro, fanno pulizia, chiarezza…
    “Andiamo, allora,
    che qui il mare è vasto,”
    il mare della scrittura è vasto ed è ossigenante immergersi in quello di Antonella, così sorprendente e ricco. Leda Palma

  10. antonella sbuelz@gmail.com Says:

    Che dire, Leda? Grazie di cuore per queste parole.

  11. Michela Sbuelz Says:

    le cose che scrivi sono storie di casa, cose vissute, raccontate e sentite molte volte… ma sempre diverse, ogni volta con una profondità nuova, avvolte da un’aura di musicalità e forza insieme… la memoria non si perde, viene trasmessa, diventa dono per gli altri, empatia.
    Dettagli apparentemente insignificanti osano esistere e danno alle tue righe una magia fatta di particolari, un quadro minuzioso e mai banale.
    Ognuno ha il dovere di provare ad essere fedele a se stesso, tu lo fai con il ritmo delle parole portando musica fra le parole…

  12. Donatella Savonitto Says:

    Cara Antonella,

    ho letto rapita la tua storia di formazione letteraria. Ho sentito l’incanto della tua voce narrante che ipnotizza con la sua disarmante freschezza e insieme indica al lettore la via della introspezione. Grazie per questo dialogo autentico a distanza.

  13. Elena Granatelli Says:

    Ecco, Antonella, ho letto con incanto e struggimento, con ammirazione e con un senso di profonda immedesimazione. La mia prima lettura è sempre ingorda, tutta d’un fiato, ma ora salverò sul PC il tuo scritto, lo rileggerò, ci ripenserò, Frase per frase, un poco alla volta. La storia della piccola fiammiferaia, per esempio, che sotto forma di cartone animato trasmesso la vigilia di Natale ha devastato in un certo senso l’infanzia mia e di mio fratello ma è stata anche uno dei piccoli frammenti che ci hanno resi ciò che siamo. E la frase sui libri e sul buio… quante volte i libri sono stati l’unico antidoto al buio… Grazie, Antonella

  14. Laura leita Says:

    Frammenti di vita, di ricordi, di emozioni e sogni….la magia del racconto e la maestria del narratore…ed ecco che mi immergo nella tua storia.
    Grazie Antonella!

  15. Carla Manzon Says:

    Bello, nostalgico, importante riflessione su come nascono le passioni in noi. Brava Antonella!

  16. fabiano zaina Says:

    Uno scorrere fluido attraverso la memoria, con squarci ironici, a volta esilaranti, descrizioni essenziali, precise, affettuose, un assieme di immagini dove entrano, figure insolite, cenni “moderni” (come quel delizioso bimbo che pesca appoggiato alla luna di dreamworks), empatia a pacchi che ti trasmette sentimenti profondi, quella vaga malinconia di cui si sente la presenza, la allegra e anche commovente immagine di quella bimba che ascolta parole sconosciute di cui non comprende appieno il senso , ma che la trascinano inesorabilmente verso il suo destino di raccontare storie, e poi, il ritmo, ecco, il ritmo meraviglioso del racconto, che trasforma la prosa in sonorità armoniosa, tutto questo, cara Antonella, tu ci regali a piene mani…dobbiamo esserti grati.

  17. antonella sbuelz@gmail.com Says:

    Grazie a Fabiano Zaina per l’attenzione, la profondità e l’empatia con cui mi ha letto.

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