Alessandra Sarchi, “L’amore normale”

by

di Sandro Campani

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L’amore normale è un libro da leggere e da sottolineare, perché è scritto con cura e dedizione. Alessandra Sarchi è una scrittrice che scava, scava nella vita dei suoi personaggi, e tutto quello che riesce a estrarre e ripulire, anche le minuzie, cerca di illuminarlo con una luce di verità. Scava alla ricerca della profondità, della precisione, nello sforzo di dire esattamente, e nel modo più nitido e completo, proprio la cosa che vuol dire. Questo per me fa la differenza fra un libro che lascia un segno e un libro inutile. Non l’argomento, né la trama, ma questo atteggiamento verso i fatti, le cose e i sentimenti.
L’amore è normale: i suoi accidenti, i sussulti, i sensi, la routine, le rotture e le riappacificazioni, l’opprimersi a vicenda, l’illudersi, l’avanzare pretese sugli altri, tutte le sfumature dell’amore con cui ci si tormenta sono normali, miliardi di persone le hanno vissute prima di me, eppure in quel momento mi sento unico, e vorrei parlarne con tutti. Alessandra Sarchi riesce a raccontare questa normalità in modo che non sia mai banalità, e a dar conto, lavorando sul dettaglio, delle sensazioni dei suoi personaggi, della loro sensibilità – ogni cosa in questo libro è raccontata dall’interno, e questo ha a che fare soltanto in parte con l’uso della prima persona e delle voci multiple – senza mai trastullarsi con gli stereotipi o le metafore vacue. Non scrive per stupire. Ha maturato un grandissimo controllo della sua lingua. Devo essermi segnato forse sei o sette punti (brevi frasi, o espressioni, o soltanto un verbo) in cui ho sentito qualcosa di stonato (per esempio, un tragitto che “si snoda”, una figlia che “emana vibrazioni telluriche”, o uno sguardo che si punta addosso come “una sciabolata”: dopo anni e anni di telecronache di calcio su Mediaset, la “sciabolata” è diventata una di quelle parole inutilizzabili per una metafora, logore e urticanti, ma non è detto che Alessandra Sarchi guardi le telecronache Mediaset, e perciò la colpa è mia, che non sono più vergine rispetto a quella parola).

Per dire cos’è lo stile di questo libro, ricopio un pezzetto fra quelli che ho sottolineato con ammirazione. Il marito descrive una carezza fatta dalla moglie all’amante, arrivato quella sera poggiando la valigia ai piedi delle scale “come se chi l’aveva depositata lì non sapesse con certezza se era per restare o ripartire dopo poco”:

L’immagine della valigia, messa in quella posizione in quel posto, ha avuto fin dall’inizio un che di sinistro per me, una specie di pena di cui non ho capito il senso fino a quando non ho visto Laura appoggiare una mano sul braccio di Fabrizio che stava parlando con Mia.
Da dietro, gli ha messo il palmo sul gomito e ha fatto lungo l’avambraccio una specie di carezza, ma breve. Conosco questo gesto. Così si chiede scusa, implicitamente, a una persona che amiamo per la situazione che stiamo imponendo o che malgrado tutto si è creata. Un gesto dilatorio che promette risarcimento in un tempo non troppo lontano, per aver sopportato chiacchiere e possibili fastidi. Il messaggio sottinteso è: più tardi riceverai ben altre carezze, più tardi tutto questo sarà una sciocchezza in confronto. Ma anche: non ti sono di sufficiente ricompensa per sopportarlo?

Alessandra Sarchi ama tutti i personaggi del libro, se ne prende moltissima cura, e questo fa sì che nessuno di loro diventi uno stereotipo, pur agendo in una scena in cui il rischio di diventarlo era molto alto. Questa è un’altra grande qualità de L’amore normale. (Tipico di un libro che raccontasse lo stesso intreccio sciattamente, per esempio, sarebbe il personaggio che ricalca costantemente lo stereotipo e costantemente fa autoironia sul sentirsi proprio uno stereotipo, lui che mai l’avrebbe immaginato – Ogni volta che un personaggio in prima persona parla così, mi sembra che si stia dando da fare per giustificare l’autore, invece che per esistere in quanto personaggio.)

Un’altra cosa che mi ha interessato molto de L’amore normale è l’uso della voce multipla: otto personaggi raccontano la loro parte della storia in prima persona, passandosi il testimone. Mi interessa molto perché sto per scrivere una storia basata sullo stesso espediente, perché alcuni fra i libri che ho più cari lo usano, e perché mi piace passare il tempo arrovellandomi sull’imitazione delle voci, sull’uso di certi marcatori stilistici anche stupidotti per differenziarle, su cosa sia utile davvero e cosa invece solo trucco superfluo, se l’uso di voci multiple non rischi di diventare un modo per svicolare dall’affrontare i miei limiti. Bene, qui ne L’amore normale mi sembra che tutto funzioni senza complicare troppo le cose: i personaggi che di volta in volta parlano (Laura, Davide, Mia, Violetta, Fabrizio, Bettina, Letizia, Giovanna) sono adulti di entrambi i sessi, donne giovani, adolescenti, una bambina, ma la voce è sempre quella dell’autrice, senza scossoni né particolari cambiamenti di tono. Se apro il libro a caso e non cerco appigli nel contesto, posso anche non riconoscere immediatamente la voce del personaggio che sta parlando. Questo non significa che non ci siano i dovuti accorgimenti, ci mancherebbe: Bettina, che è la bambina, parla coerentemente con lo sguardo di una bambina. Ma questi accorgimenti sono ridotti al minimo, a quello che è sufficiente, come se Alessandra Sarchi non avesse bisogno di certe sovrastrutture mentre si sta concentrando su altro. Ecco, la differenziazione fra i vari personaggi mi sembra non stia nella lingua che usano, ma nel loro sguardo. E funziona. Questo mi ha fatto pensare molto e mi ha confortato.

Per ultima, tengo la cosa che non mi ha convinto pienamente: la chiusura – con tutti gli attori riuniti su una scena della quale ognuno è ospite più o meno spaesato – è per me la parte debole del libro. Si avvertono quei punti, tormentosi, in cui sembra d’esser costretti a scrivere paragrafi interi solo per sciogliere i fili, per spiegare e rendere credibile un ingranaggio della trama (ho quest’impressione a pag. 177, 185, 190, per esempio). Avevamo imparato a conoscere i personaggi da soli, nell’accadere libero dei fatti; ora che si trovano forzosamente insieme, alcune interazioni fra di loro sono un po’ meccaniche, “chiamate”.
La riunione avviene in un ambiente completamente diverso da quello quotidiano urbano e sminuzzato dai gesti consueti; avviene nella sospensione della vacanza, in un mondo “primitivo”, e questa è una scelta azzeccatissima. Però il passaggio non mi sembra abbastanza forte, e l’influenza stordente e arcana dell’ambiente sui personaggi (come se una volta riuniti facesse un gran caldo e il frinire delle cicale impedisse loro di sentire la propria voce, e la sera, ritrovandosi in casa per quegli aperitivi o quelle cene, a ognuno toccasse osservare gli altri un po’ stranito, chiedendosi quale sia il loro mistero, la motivazione che li ha spinti lì) – ecco, il finale l’avrei voluto un po’ più staccato, potente, misterioso. Mi viene in mente il sapore, anche se c’entra poco, de L’invenzione di Morel (il film, più che il libro).

Ps: che bello leggere pagine sull’arte scritte in questo modo (nel caso di questo libro, due quadri, Penelope e Ulisse del Primaticcio e La danza di Matisse, più qualche pittura rupestre); una meraviglia.

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