Alessandra Sarchi, “L’amore normale”

by

di Claudio Vergati

[C’è tempo fino al 23 maggio per partecipare al gioco che ho proposto qui. gm].

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Ricevi in regalo una copia di questo romanzo

La prima volta che ho sentito parlare de L’amore normale di Alessandra Sarchi è stato grazie a Giulio Mozzi. Sul suo blog Vibrisse ne diceva un gran bene e aveva anche organizzato un simpatico giochino in cui regalava copie del libro.
Ma non mi ha convinto.
Giorni dopo, una mia amica giornalista che vive dall’altra parte del mondo, una tosta che va a fare i reportage col casco e il giubbotto antiproiettile, su Facebook postava un commento in cui diceva che da anni non leggeva un libro così di valore scritto in italiano e se ne augurava la traduzione in inglese e francese.
Tralasciando l’ipotesi di essere vittima di un astuto complotto letterario, avevo due pareri autorevoli e indipendenti.
Allora l’ho comprato.

Ma ho una pila di libri sul comodino e mi sono imposto di leggerli in rigoroso ordine di acquisto. L’ho lasciato lì.
Mia moglie, orfana di libro, come dice appena ne finisce uno, l’ha preso e letto. Bello, è stato il commento quando lo ha terminato.
Ora, mia moglie usa quell’aggettivo con particolare parsimonia. Quindi, incuriosito, come un cavaliere ad un ballo con la sua dama, ho preso con garbo la mano di Alessandra Sarchi, le ho fatto sopravanzare Benni, Perec, Camilleri, Coetzee, Paolini, Selasi, Pontiggia e una serie di saggi sul cinema italiano degli anni trenta e mi sono immerso nella lettura.
La storia è quella di Laura e Davide, una coppia borghese di ultra quarantenni, con due figlie, l’adolescente Violetta e la bambina Bettina. Laura ha da poco affrontato una battaglia, vinta, contro un cancro al seno. Sono una coppia serena, normale appunto, incastrata nella routine di un matrimonio che dura da quasi venti anni. Laura incontra Fabrizio, un suo ex fidanzato dei tempi della scuola. Davide conosce Mia, una giovane bibliotecaria che lo aiuta in una ricerca medica. Entrambi tradiscono il proprio partner, alla ricerca di sensazioni nuove, che li allontanino dal percorso già definito delle loro vite.
Una storia che abbiamo sentito tante volte raccontare, a partire da Le affinità elettive, citate all’inizio e alla fine del libro. Che ha avuto epiloghi tragici o farseschi in innumerevoli libri o film che appartengono al nostro immaginario collettivo.
Ed è proprio nella seconda parte del libro che la Sarchi fa uno scarto rispetto alla consuetudine.
Infatti, Laura e Davide decidono di partire con tutta la famiglia e di portare i propri amanti con loro nella casa al mare dove ormai da anni trascorrono le vacanze. Tutti insieme appassionatamente. Lo fanno per vigliaccheria, perché sono incapaci di prendere una decisione drastica che muti o lasci inalterata la loro esistenza. Non sanno abbandonare la sicurezza della vecchia vita ma non riescono a rinunciare all’ebbrezza della nuova. Vogliono essere, come dice uno di loro, “una famiglia felice, una coppia affiatata, più due amanti”.
La riunione, così simile ai consessi dei film di Ozpetek, non farà che esacerbare gli animi, mettendo a nudo le debolezze dei protagonisti. Fino a quando non saranno gli amanti stessi, diventati le vittime di questa messa in scena, a scegliere per loro mettendo Laura e Davide di fronte ad una scelta. Quando un evento improvviso ma non inaspettato nel finale lascerà presagire il ritorno ad una nuova normalità.
Lo stile della Sarchi è molto bello. Colpisce l’esattezza delle parole. Fa piacere leggere un romanzo in cui siano presenti termini come “edulcorata”, “conflagrazione”, “altana”, “tramestio”, “apostrofe”, “insulto esogeno”, “cogente”, “falange oplitica”, “transustanziazione”. Mai parole difficili, ma esatte, che danno l’idea della cura che la scrittrice ha dedicato ad ogni frase.
La storia è raccontata utilizzando alternativamente i punti di vista di tutti i protagonisti in una maniera simile a come è stato fatto recentemente da Andrea De Carlo in Villa Metaphora o Catherine Dunne in Quel che ora sappiamo. Qui traspare una imperfezione del libro. Le voci dei diversi attori sono soffocate da quella dell’autrice. La Sarchi tenta di differenziarle (Davide usa termini medici e scientifici, Bettina parla per i suoi nove anni) ma si ha l’impressione che il narratore onnisciente entri prepotentemente nei flussi di coscienza dei personaggi e li faccia parlare sempre con la sua voce. Che comunque è una bella voce e quindi si ascolta affascinati.
La domanda finale potrebbe essere: ma in tutto questo dov’è l’amore normale?
Beh, l’amore normale è quello che viviamo quotidianamente, fatto di piccoli compromessi, di bugie, di dolori, di rinunce. Ma è anche l’amore normale, in questo senso normale perché inevitabile, di Davide e Laura verso le proprie figlie che poi sarà il collante che servirà a riunire i pezzi sbrecciati delle porcellane distrutte.
In Davide questo amore si palesa nei continui riferimenti al progresso della specie e alla trasmissione dei geni da una generazione all’altra. Ma è Laura che ce lo palesa perfettamente in una delle pagine più toccanti del libro:

Quando Violetta e Bettina erano molto piccole mi sdraiavo spesso con loro, leggevamo una favola prima di dormire, oppure parlavamo. All’inizio stavano vicino a me. Mi toccavano un braccio o una gamba, poi quando il sonno arrivava si staccavano, ma a quel punto era difficile per me andarmene dal letto, anche se avevo ancora parecchie cose da fare. Mi aggrappavo a una specie di beatitudine semplice, molto semplice. Ero convinta che emanassero una sostanza magica, che ti fa innamorare e ti tiene attaccata.

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13 Risposte to “Alessandra Sarchi, “L’amore normale””

  1. davide calzolari Says:

    articolo interessante,fa venie interesse davvero,per il libro suddetto,dico

    Però,da sopra:

    “Lo stile della Sarchi è molto bello. Colpisce l’esattezza delle parole. Fa piacere leggere un romanzo in cui siano presenti termini come “edulcorata”, “conflagrazione”, “altana”, “tramestio”, “apostrofe”, “insulto esogeno”, “cogente”, “falange oplitica”, “transustanziazione”.

    ..siam sicuri che nel 2014 un romanzo italiano di distingua e-o necessiti di parole come “conflagrazione”, “insulto esogeno”,”cogente”, “transtunstazione”? (passino le altre,indicate sopra,ok..)

  2. Paolo Says:

    Claudio, concordo pienamente con la tua osservazione in merito alla precisione, all’esattezza espressiva. Non solo a livello prettamente linguistico o filologico, nella scelta e nell’uso esatti della parola. Vi sono immagini, sfumature, brevissime descrizioni o trasposizioni, piccoli aggregati di parole, di quelle che ogni scrittore compone a modo suo, le quali non sono mai troppo elaborate o ardite, ma, nel pieno rispetto di un ritmo dilatato e sobrio, e in accordo con il complessivo effetto musicale del narrato, restituiscono qualcosa di veramente unico, ricercato, giunto nel tempo a perfetta maturazione (mi viene in mente la descrizione del sorriso di Mia alla sua prima apparizione sotto gli occhi di Davide, in biblioteca). Intagli definiti con la precisione di una lama sottile. Preziosi codici narrativi che rivelano il tratto esclusivo dell’autrice.

  3. livioromanoo Says:

    Mi avete convinto. Lo leggo.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Dipende da che romanzo è, Davide, di che cosa parla eccetera.

  5. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 16 maggio 2014 – Non ho letto il libro di Alessandra Sarchi e dunque non posso recensirlo. Naturalmente è colpa mia: io non compro quasi mai libri nuovi, anzi si potrebbe dire che cerco quasi soltanto libri vecchi, soprattutto libri perduti. Per esempio « Giovedì 21 novembre 1996 – Di questa cosa dei libri spariti, perduti o che comunque non si trovano ne so parecchio. Ho cominciato presto a perderli. Come quel Robinson Crusoe in edizione Einaudi che prestai più di trent’anni fa a un caro amico e non ho mai riavuto indietro. Dopo tanti anni nemmeno lo rivorrei: ormai è così, il Robinson ce l’ha lui, e una ragione ci sarà, e comunque meglio lui che un altro. Per esempio quello che mi fregò i Manoscritti economico filosofici alias Gründrisse di quel famoso tedesco barbuto che a quei tempi andava parecchio di moda. Però fece bene perché io a quel tempo mi interessavo solo di una sconosciuta torinese bionda. La scomparsa di un libro può essere più o meno drammatica, ma è sempre un po’ buffa. Perché che un libro non si trovi non significa niente, a meno di non fare i collezionisti cioè i feticisti. Il brutto è quando un libro non si legge, o, se si è letto, non si ricorda più. E a me succede anche questo. Come quel libro che una ventina d’anni fa mi misi in testa di ritrovare, perché ero sicuro di averlo avuto, e il fatto che non riuscissi a trovarlo mi sembrava veramente inspiegabile e a quel tempo decisi anche che significava qualcosa anche a causa del tipo di libro – si trattava delle Affinità elettive – e continuavo a ripassare tutti i libri che avevo, e mi veniva anche il nervoso, ma non l’ho mai più ritrovato e ho dovuto ricomprarlo. Ma il vero brutto è che non mi ricordavo bene che cosa ci fosse scritto e ancora oggi non lo ricordo. E una ragione ci sarà. Poi ci sono anche i libri che è meglio perderli che trovarli anche se si potrebbe altrettanto bene sostenere il contrario e cioè che ogni libro è sempre meglio trovarlo che perderlo. E infatti a un certo punto mi è presa la fissa dei libri, di salvare i libri, e andavo nei mercati delle pulci e li vedevo per terra, come stracci – su qualcuno c’era anche l’impronta scura, melmosa di un tacco, di una suola -, come vermi, come merde, libri belli, libri famosi, libri uguali a quelli della biblioteca del nonno, libri di quando il nonno era giovane, libri di quando la nonna era giovane, libri di quando la mamma era giovane, e anche libri di quando ero giovane io, libri morti, morti giovani, finiti male, caduti a livello delle pulci, libri perduti, e, pieno di uno strano fervore, perturbato e commosso, ne compravo quanti più potevo, salvandoli dalle scarpe, togliendoli dalla strada e da quel mestiere infamante di libri infangati, sputtanati, fin troppo usati. E comunque meglio usati che niente. Comunque dai libri non ci si deve aspettare più di tanto cioè di quello che possono dare quando si leggono. Per questo ogni libro è sempre un po’ una leggenda cioè una cosa che è già stata ma che si deve ancora fare, cioè ancora leggere, e leggerlo è l’unico modo di ritrovarlo e se no è perso per sempre. E comunque è perduto lo stesso, in un certo senso, perché è tipico dei libri di essere fatti per essere perduti, anzi di essere persi in partenza, di essere già stati fatti, di essere già stati scritti cioè di essere già stati letti, di essere, in un certo senso, finiti fin dal principio. Poi ci sono anche i libri che si ritrovano, i libri retrouvés, ma di quelli parlerò un’altra volta. ». Poi vorrei dire che, in mancanza di libro, mi piacerebbe recensire la foto che su questo blog illustra ogni volta le notizie sul libro di Alessandra Sarchi. Si tratta, ho visto, di una foto di Herbert List, del ’59, che si intitola « Giovane coppia ». Infatti sono giovani e sono in due, ma il buffo è che dei due solo lei ci (mi) guarda. Lui ci (mi) volta le spalle – e non è facile dire se si tratti di malacreanza oppure di, per così dire, avvenenza – c’è a chi le spalle piacciono. In generale quello che ci troviamo di fronte è una strana creatura, qualcosa che ha due facce, qualcosa di « bifronte ». Ma quale sarà la faccia della pace, e quale quella della guerra? Ai posteri – stavo per scrivere « postumi » – l’ardua sentenza etc. Più buffo ancora è che nell’impaginazione corrente la foto si riduce alla faccetta molto graziosa della ragazza, cosicché, a chi sia poco informato, lì per lì viene da pensare che la graziosa sconosciuta sia proprio Alessandra Sarchi etc. E comunque può senz’altro essere che il libro L’amore normale sia un bel libro. Il titolo, in ogni caso, lo è. “.

  6. sergio l. duma Says:

    Non metto in dubbio che si tratti di un romanzo valido. Eppure… non mi incuriosisce, sinceramente. Non sono interessato alle storie di coniugi borghesi. Ma io sono psicopatico e ho gusti veramente alieni. Non faccio testo, quindi.

  7. dm Says:

    (“Venerdì 16 maggio 2014 – Quello di acabarra59 è il modo più elegante, dignitoso e antipatico di scrivere ciò che si vuole, sotto a un articolo di un blog, è allo stesso tempo il sistema più simpatico per fare un esercizio in pubblico, accaparrandosi qualche lettore. Infatti scrivevo, «Mercoledì 2 maggio 2014 – Ma chi diavolo è acabarra59? Ed è poi del ’59? Da dove viene quella specie di autismo letterario…? E’ davvero necessario [corsivo mio]. Necessario per lui, si capisce. E da dov’è venuto…? Che scopi ha? bisogna averne paura? Quasi quasi gli scrivo tra un paio di settimane» Oggi, 16 maggio, so che domani gli scriverò: «Sabato 17 maggio 2014 – Questa pagina di diario non esiste. Ho scritto ieri, 16 maggio 2014, in una pagina di diario inventata che oggi, in un’altra pagina di diario inventata, avrei scritto queste cose, queste [corsivo mio]. Perché mai? Per due ordini di ragioni: domani sarò via di casa e, pertanto, non avrò accesso a questo diario. Poi, ma è secondario: volevo assaporare la gioia d’una pagina di diario post datata. Essere [corsivo mio] nel futuro anche per poco, per una frazione di pagina eccetera.» Confermo, sì, confermo quanto scritto «Lunedì 12 maggio 2014 – Ma perché mai la persona che si fa chiamare acabarra59 si cimenta con queste invenzioni diaristiche? Io, s’aprisse il cielo come le acque a Mosè, mai, mai scriverò nel blog di Giulio un commento diaristico inventato.» E vedo all’orizzonte, dalla finestra qui di fianco, una tenue, rosata, imperscrutabile spaccatura fra le nuvole…”)

  8. acabarra59 Says:

    Al caro dm mi preme fare sapere che nel mio diario, a differenza che nei film, “ ogni riferimento a persone conosciute – a luoghi, a date – non è da ritenersi assolutamente casuale “. In secondo luogo che il nome acabarra59 fa un po’ senso anche a me ma dipende da mister gmail.com. Infine, alla domanda ” perché lo faccio? “, che dipende dal fatto che sono un vecchio diarista, nel senso di uno che scrive un diario da tanto tempo e anche nel senso che sono vecchio. Comunque c’è sempre un diario che viene a puntino: “ 12 ottobre 1989 – « No, in tanti casi è necessario e pietoso – conclude Carlotta – scrivere senza dir niente, piuttosto che non scrivere affatto » (Goethe, Le affinità elettive, 1809) “.
    Baci a tutti e scusate, se c’è stato, il disturbo.

  9. dm Says:

    (Il mio era un commento divertito. Buona giornata, a presto.)

  10. Arlen Siu (@paolobruschi) Says:

    D’accordo l’esattezza delle parole (anche se, per la verità, l’inesattezza delle parole in un libro rappresenterebbe un problema non da poco);
    ma definire “insulto esogeno”, “transustanziazione” e “falange oplitica” parole “non difficili”, mi pare un insulto alla facilità.

  11. davide calzolari Says:

    sergio scrive:

    “”Non metto in dubbio che si tratti di un romanzo valido. Eppure… non mi incuriosisce, sinceramente. Non sono interessato alle storie di coniugi borghesi. “”

    al contrario ,personalmente,a me le storie di coniugi borghesi incuriosiscono

    però mi sconvolgono un pò le notabili parole dibattute sopra,non perchè siano così difficili,ma perchè mi paion davvero un pò datate

  12. Paolo Says:

    Violetta, già. Violetta ha diciassette anni (se non erro) e, fra le altre cose, al liceo, studia greco e latino. Violetta ha diciassette anni e scopre il sesso con Guido, un suo compagno di classe. Ora. In un normale pomeriggio (“normale”, già) che i due passano in casa a fare i compiti, versioni di latino (tollo, tollis, sustuli, sublatum, tollere), Violetta ha un orgasmo. Bene. E’ o non è, forse, un po’ troppo chiederle di visualizzare/percepire l’incedere di questa citata “falange oplitica” su gambe e cosce? Bastavano forse “formiche, farfalle, elefanti e serpenti”? In quel “tollere” un marchio del personaggio o dell’autrice?… (E poi: stiamo rovinando la lettura a qualcuno? Meglio rimandare al dopo-contest?)

  13. luigi carrino Says:

    uno dei romanzi peggiori letti quest’anno. vacuo. non basta citare qua e là e tre termini in croce un po’ – ma un po’ – desueti per ‘impazzire di bellezza.
    “Le voci dei diversi attori sono soffocate da quella dell’autrice”: esatto.
    e un difetto – grave – così vi pare talmente cosa da poco?

    luigi r. carrino

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