La formazione della giovane editor

by

di Alessandra Selmi

[L’amica Alessandra Selmi – che a Milano collabora con diverse case editrici – ha scritto un agile, divertente, e perfino istruttivo libretto intitolato: E così vuoi lavorare nell’editoria (sottotitolo: I dolori di un giovane editor). Col suo permesso ne pubblico qui il primo capitolo. gm].

La passione per la lettura e la legge del contrappasso
Di come l’amore per i libri si tramuta in una condanna all’ergastolo

51KXdGnXSqL._Si possono svolgere molte professioni per caso, ma non si diventa editor per sbaglio. È una cosa che uno si va a cercare. Affronta un certo corso di studi, si specializza in certe discipline, fa determinati stage. Lo vuole, lo vuole con tutto se stesso.
Il motivo? Se chiedi a un editor di tornare indietro con la memoria alle origini e di ripensare al perché è entrato in questo tunnel, molto probabilmente ti risponderà “la passione per la lettura”. Di certo non per la prospettiva di guadagno.
La passione per la lettura. Abbiamo cominciato tutti così, come lettori entusiasti, onnivori, famelici, bulimici.
Io, per esempio, ho cominciato tardi. A diciotto anni avevo letto meno di cinque libri.
Ma poi un giorno ho cominciato a leggere.

Ho iniziato con Un amore di Dino Buzzati, probabilmente perché lo trovai nella libreria di mia madre, molto più probabilmente perché dalla quarta l’avevo scambiato per un libro osceno. La delusione nel constatare che non si trattava di un romanzo osé fu grande, ma mi piacque ugualmente e continuai. Com’è naturale non leggevo niente di quello che mi veniva imposto dai professori. Alla maturità portai I Malavoglia senza averli mai nemmeno sfogliati (tanto, la risposta a tutte le domande era: ’Ntoni) e Le ultime lettere di Jacopo Ortis una riga sì e tre no, ché tanto il senso si capiva lo stesso.
Quando mi liberai dal giogo della scuola canonica, cioè all’università, iniziai a leggere davvero, ripercorrendo quasi per ripicca tutte le tappe che mi ero persa al liceo. I grandi classici e quelle robe lì. Oggi devo ammettere di non aver mai letto oltre il capitolo ottavo de I Malavoglia, ma in compenso c’è stata una fase della mia vita in cui ho davvero apprezzato il Verga romantico, quello di Storia di una capinera – che lasciai per ultimo, visto che a scuola ne parlavano tanto –, Eva, Tigre reale, Una peccatrice. In quel periodo tardo adolescenziale, l’amore andava a braccetto con la tisi, e a me piaceva un sacco. Poi seguì Il marchese di Roccaverdina di Capuana. Poi scoprii D’Annunzio, con Il piacere, ovviamente, seguito a ruota da Il fuoco, L’innocente, Giovanni Episcopo. Il passo verso i Dumas, senza mai aver ben capito chi fosse il padre e chi il figlio, fu breve: La signora delle camelie in un’edizione allegata al giornale “Oggi” con tanto di refuso in copertina (che allora non notai), La regina Margot che fregai a mia madre, Il conte di Montecristo che invece comprai. A ruota venne il Flaubert di Madame Bovary, La bestia umana di Zola, e poi oltremanica, verso L’amante di Lady Chatterley, Jane Austen e compagnia bella.
In pochi anni divenni appunto una lettrice bulimica, che è il requisito numero uno per fare l’editor. Per questo ho scritto, e confermo, che non si può fare l’editor per caso. Ti deve piacere leggere, anzi no, di più: dev’essere una forma di dipendenza come l’alcol, il gioco e il sesso. E il bello è che, a differenza degli altri turpi vizi, questo lo puoi sbandierare con fierezza e una punta di snobismo, specie in un Paese come l’Italia che legge pochissimo. Pensate di trovarvi al pranzo di Natale coi parenti decrepiti uniti e di dichiarare:
a) “Proprio non riesco ad addormentarmi se non mi sono fatta almeno una canna”,
b) “Proprio non riesco ad addormentarmi se prima non mi sono fatta un bicchierino di Gin”,
c) “Proprio non riesco ad addormentarmi se non ho letto almeno una pagina”.
Quale delle affermazioni non farà venire l’ischemia cerebrale alla vecchia zia seduta a capotavola?
Il punto è questo: si inizia tutti come lettori bulimici e fieri, con il beneplacito della famiglia, degli amici, della società.

Alessandra Selmi

Alessandra Selmi

Così un giorno inizi a domandarti perché non dovresti fare di tanta genuina passione un lavoro, un lavoro vero, retribuito. Magari sono gli amici stessi a chiedertelo: ma perché non lo fai di mestiere? Forse lo dicono solo per dirottare i tuoi lunghi pistolotti culturali su qualcosa che non sia il loro sabato sera, ma tu ci caschi.
Mia madre mi ricorda che spesso, da piccola, andavo ripetendo che il mio sogno era campare di lettura e scrittura, e lo dice con gli occhi a cuore: la mia bambina ha centrato il suo grande obiettivo. Grazie mamma, lo direbbe anche se facessi l’operatrice ecologica, ma le voglio bene lo stesso.
Perché io, devo ammetterlo, ero editor ancora prima di sapere cosa fosse un editor. Il mio primo refuso lo stanai in un Harry Potter, il quarto per la precisione (noi editor siamo precisi, anzi pignoli, peggio: pedanti… di più: inutilmente scassaballe): le gambe di uno sgabello passavano da quattro (pag. 154) a tre (pag. 157), e la cosa mi provocò un tale sconcerto che sentii il bisogno di procurarmi un’edizione in lingua originale per verificare se l’errore fosse da imputare alla Rowling o al traduttore. Non vi svelerò il mistero, così sarete costretti a comprarvi il romanzo (noi editor siamo anche disposti a giocare sporco affinché che la gente acquisti libri a tonnellate). Questo aneddoto, comunque, dovrebbe bastarvi per dedurre che non sono mai stata un tipo normale.
È così che sono diventata quello che sono: editor, mezza cieca e con l’ernia del disco.
I primi tempi, potete immaginare la soddisfazione. Mi pagavano per leggere e, anche se adesso so che mi pagavano poco, mi pareva che fosse comunque troppo per non far altro che leggere: la cosa più facile del mondo, la cosa che mi piaceva di più. Se pensi che in miniera c’è gente che guadagna uguale, ma si spacca la schiena…
Dopo cinque anni amo ancora leggere e mi pagano ancora poco, ma tutto ha preso una piega diversa.
Innanzitutto, una delle prime cose che scopri è che c’è una differenza abissale tra quello che ti piace leggere e quello che devi leggere. È un po’ come la differenza che intercorre tra andare alla sagra del tartufo bianco d’Alba ed essere un cane da tartufo.
La seconda cosa che scopri è che esiste una specie di legge di Murphy per soli editor secondo la quale quello che devi leggere, nove volte su dieci, non ti piace. Se ami il noir, ti capitano quindici regency in una settimana; se sei un tipo romantico, ti danno la direzione di una collana di informatica; se ti appassiona il genere fantastico, il destino ha in serbo per te l’opera omnia di uno sconosciuto saggista bulgaro sul cinema indiano del dopoguerra. Peggio: se sei in rotta col fidanzato, ti aspetta un’intera collana erotica con lieto fine incluso nel prezzo.
La terza cosa che scopri è che, anche se ti capita una cosa che ti piace, dopo che l’avrai riletta cinque volte non ti piacerà più. Come, per tornare al punto uno, fare indigestione di tartufi e vomitare tutta la notte.
Finisci dunque a fare proprio quello che volevi, però in ceppi.
È come se l’Universo volesse punirti per ogni volta in cui hai ripetuto: “Amo tanto leggere”. Ah, ti piace leggere? To’, sparati queste 875 pagine su come si pratica la circoncisione nelle comunità ebreo ortodosse. Per domani. Ah, non puoi stare senza un libro in mano? Guarda, ho giusto questo saggio in tre tomi sull’emigrazione in Canada ai primi del Novecento. Per domani. Ah, sul serio sei una lettrice onnivora dalla prima elementare? Allora fammi un riassunto di questo romanzo in 72 capitoli che parla della storia d’amore tra un idraulico di Kyoto e una mondina russa nell’immediato dopoguerra. Per domani.
Spesso penso che vi sia un parallelismo tra l’editor e il pornoattore, due ruoli invidiatissimi e altrettanto sconosciuti. Tesoro, ti va di fare sesso stasera? No, guarda l’ho fatto per tutto il giorno, non ne posso proprio più. Togliete “fare sesso” e mettete “leggere un libro”, il risultato non cambia.
V’è dunque una specie di legge del contrappasso per tutti coloro che si sono avvicinati a questo mestiere con passione e ingenuità e si ritrovano condannati a non fare altro. Parlo dell’editor, non più del pornoattore.
Le conseguenze sono drammatiche.
Innanzitutto, il tempo destinato alla lettura di piacere (il vostro autore o genere preferito) si riduce a un decimo di prima e finite a farlo di nascosto, come la masturbazione.
In secondo luogo, siete così avviluppati nei libri che devono ancora essere pubblicati che non sapete cosa viene pubblicato qui e ora. E quando i vostri amici, reputandovi tuttologi della lettura, vi si rivolgono speranzosi con: hai letto l’ultimo di…? fate delle colossali figure di merda.
Perché, intendiamoci, per quanto siate lettori bulimici e tenuti per contratto a sapere cosa sforna il mercato, è impossibile che abbiate letto tutto lo scibile umano. Rassegnatevi e imparate a millantare.
Infine – terza conseguenza drammatica –, quando qualcuno vi si avvicina con una cosa simile a un libro (dalle pagine gialle all’agenda Moleskine) vi viene un coccolone. Iniziate a soffrire di una specie di sindrome da persecuzione libraria, in base alla quale tutti quelli nel raggio di seicento metri che reggono un plico di più di dieci pagine rappresentano una minaccia per la vostra sopravvivenza.
E sappiate che, non appena si spargerà la voce di chi siete e cosa fate, tutti vorranno farvi leggere qualcosa.
Qualcosa di inedito. Qualcosa che a loro piace molto. Qualcosa che non necessariamente piacerà anche a voi. Soprattutto, qualcosa di lunghissimo.

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19 Risposte to “La formazione della giovane editor”

  1. RobySan Says:

    Il lettore bulimico è quello che legge e poi vomita ciò che ha letto, per poter leggere altro immediatamente dopo? Non ti farò mai leggere nulla di mio, perbacco. Eppoi, ‘sta mania di straleggere e stracorreggere. Insomma!

    P.S.: il periodo che termina con “…in base alla quale tutti quelli nel raggio di seicento metri che reggono un plico di più di dieci pagine rappresentano una minaccia per la vostra sopravvivenza”

    lo modificherei così: “…in base alla quale tutti quelli che nel raggio di seicento metri reggono un plico di più di dieci pagine rappresentano una minaccia per la vostra sopravvivenza”

  2. paolo parigi Says:

    Modificando così ci andrebbero due virgole. Preferisco la versione originale.

  3. manu Says:

    Simpatica, molto! Farò in modo di procurarmi il libro, so già che mi piacerà. Cara Selmi, le devo dire che capisco molto bene quando parla di sindrome da persecuzione … le posso assicurare che ognuno c’ha la sua 😉
    (chissà perchè sto usando le maiuscole)

  4. Pierluigi Lupo Says:

    Piacevole e anche divertente. Alessandra sa dove mettere le parole, come mi piacerebbe farle leggere qualcosa… (tanto per restare in tema “persecuzione”).

  5. ilcomizietto Says:

    Chi invece si occupa di informatica… ecco, ci siamo capiti. 🙂
    Lo metto nei desiderata.

  6. nenna78 Says:

    Oibò! Io pensavo fosse normale, leggendo, diventare dei cani da tartufo… cioè, da refuso.
    Significa che dentro di me non sono un’aspirante scrittrice ma un’aspirante editor, se:
    – non riesco più a leggere il giornale?,
    – ho urlato come una disperata quando ne “Il cacciatore di aquiloni” un tipo portava una maglietta con la scritta “le regole del rock” quando lo capisce anche un bambino che “rock rules” ha un altro senso?

    ps: primo capitolo molto carino; il libro dev’essere uno spasso.

  7. enrico ernst Says:

    quando cercavo i refusi sui barattoli di sottaceti, o le confezioni di cartaigenica… quando in un sottoscala uscivo alle due di notte, slittando sulle rotaie del tram, dopo aver scoperto che Michelle Hunziker, che le stimmate di padre Pio… perché avevo corretto dalle sei di sera centinaia di articoli di magazine e riviste, staccando una mezz’ora solo per un pasto frugale in stanza cieca (ecco appunto!)… quando, all’una di notte… aggiunsi una “m” al cognome di Emma Gramatica…

  8. sergio l. duma Says:

    Bello questo capitolo! A proposito di persecuzione, quasi quasi cerco di contattarla per farle leggere qualcosa di mio :)…

  9. Carlo Capone Says:

    Harry Potter, da bravo maghetto, aveva fatto scomparire una gamba dello sgabello. Ma tu, della magia, non te n’eri accorta, causa quella fame maledetta di tartufo

    Io gli editor che ho conosciuto erano tutti sul triste. Sarà che avevano la fobia di dover correre in bagno da un momento all’altro per via della maledizione del tartufo di Montezuma?

    Scherzi a parte, un pezzo brillante, limpido, gioioso,.

  10. sergiogarufi Says:

    bel pezzo, brava alessandra.

  11. Giuliana A. Says:

    Se dico a tavola che leggo, mi regalano tutti l’ultimo Cohelo a Natale, perché le copertine sono colorate; no, certe brutte abitudini è meglio tenerle per sé.

  12. Alessandra Selmi Says:

    Ciao a tutti! Grazie per i commenti e i complimenti!

  13. sergio l. duma Says:

    Gentile Alessandra,
    Mi perdoni la spudoratezza (ma Spudorato è il mio vero nome e in genere Sergio L. Duma è solo il mio pseudonimo), ma se volessi davvero farle leggere qualcosa come dovrei fare? Naturalmente, non è obbligata a rispondere. Le rinnovo comunque i complimenti per il capitolo!

  14. gian marco griffi Says:

    Lunedì 12 maggio 2014 (cit. Acabarra) – “oggi ero a casa e non avevo voglia di scrivere ma però avevo voglia di far girare le palle a qualcuno, così ho scritto un racconto e l’ho mandato in lettura a Alessandra Selmi. È la storia di un uomo che ogni mese riceve uno stipendio dal governo ma non sa perché, dato che non fa niente; ci impiega 873 pagine per scoprirlo (ho scritto 13 ore di fila), e alla fine non ci riesce. Buon divertimento”.

  15. Alessandra Selmi Says:

    Ciao Sergio, scusa il ritardo nella risposta (mi ero persa le notifiche).
    Se vuoi farmi leggere qualcosa di tuo puoi mandarlo alla mia attenzione, in formato cartaceo, presso la casa editrice Bietti di Milano, corredato da tua breve biografia e sinossi del romanzo.
    Prima di fare questo, ti suggerisco di dare un’occhiata al catalogo di Bietti per capire se il tuo testo può inserirsi in esso. Il catalogo è online, visualizzabile gratuitamente.
    E poi incrocia le dita e porta pazienza!
    In bocca al lupo!
    Alessandra

  16. sergio l. duma Says:

    Ciao Alessandra,
    Innanzitutto grazie della risposta. Ora sto lavorando ancora a un romanzo, quindi c’è tempo. In ogni caso, terrò presente il tuo consiglio. Ancora grazie!

  17. [libro] E così vuoi lavorare nell’editoria | Ilcomizietto Says:

    […] una cosa importante: il primo capitolo dell’opera è qui. Per farvi […]

  18. francescalizzadro Says:

    I miei complimenti Alessandra, oltre che per la sua preparazione, per l’ironia che ha dimostrato di avere nei confronti di una sua stessa passione.
    Come lei amo leggere, come lei dei libri che assegnano a scuola leggo un rigo sì dieci no…
    È da poco più di un mese che ho scoperto di voler diventare editor, oltre che scrivere amo prendere in mano testi altrui, dare loro una forma più appropriata e renderli più realistici.
    Essendo prossima ai diciotto anni, il pensiero di dover selezionare una facoltà universitaria tra le tante mi rende ansiosa. Mi piacerebbe ricevere suoi consigli in merito, su quali studi si basa la sua formazione, oltre che su ricerche autonome?

  19. Alessandra Selmi Says:

    Ciao Francesca,
    ho studiato prima al liceo classico, poi mi sono laureata in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano.
    Tra le due esperienze, però, ci sono stati due anni di Economia e Commercio in Statale, fallimentari dal punto di vista dei crediti formativi, molto utili, invece, quanto a ridimensionamento delle mie aspettative.
    Mi spiego. Io semplicemente non sono fatta per i numeri. E’ facile capirlo perché, come racconto anche nel mio librino, ancora mi incaglio nelle tabelline e qualunque cassiera potrebbe fregarmi sui resti.
    Ciò nonostante, giovane e fresca di diploma, decisi di iscrivermi ad Economia perché, già ai tempi, offriva più opportunità di lavoro. Assillata dalla paura di finire disoccupata (eravamo negli anni Novanta, e già ai tempi negli ambienti scolastici si diceva che le facoltà umanistiche non garantivano un lavoro sicuro…), decisi di fregarmene bellamente delle mie predisposizioni innate, che mi vedevano votata al mondo delle lettere, e versai la mia quota – cioè quella dei miei genitori – dicendomi che, in fondo, per laurearsi bastava studiare duro e che poi, in giorno, uscita di là, avrei avuto maggiori opportunità di scegliere cosa fare della mia vita.
    Ovviamente mi sbagliavo. Furono due anni in cui mi divertii moltissimo, ma conclusi poco. Sul finire, quando ormai iniziavo a essere rassegnata all’idea di gettare la spugna, aprendo il libro di Economia Aziendale mi assaliva una nausea prepotente.
    Ti ho raccontato questo perché l’esperienza fallimentare di Economia e Commercio mi ha insegnato che non esiste una facoltà migliore dell’altra per trovare lavoro, o per fare – come chiedi tu – il lavoro dei propri sogni. Certo, ci sono discipline più richieste di altre, ma la migliore è quella che ti piace.
    E’ la migliore perché, se quello che stai studiando ti appassiona, lo affronti con entusiasmo genuino, con autentica voglia di conoscere: che sono, a mio parere, gli unici motivi per cui uno dovrebbe studiare.
    Poi, dopo, l’opportunità di trovare lavoro e di trovare proprio quello che vuoi tu dipende da moltissimi fattori: un po’ di fortuna, tanto sacrificio, umiltà, la tua capacità di darti da fare, eccetera.
    Ho colleghi laureati in Filosofia, qualcuno in Lettere, altri in Lingue, altri ancora non laureati. Se volessi fare l’editor in ambito scientifico, una laurea in Fisica ti tornerebbe utile.
    Ecco, dunque, il mio consiglio. Non ascoltare i consigli. Ascolta piuttosto il tuo richiamo interiore, che raramente sbaglia. E se sbaglia: amen. E’ un errore tuo e alla fine ti sarà utile.

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