Note di lettura: “Quartiere non è un quartiere” di Luciano Curreri

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di Luigi Preziosi

E’ possibile che una delle declinazioni della scrittura della memoria più adeguate a questi nostri anni sia piuttosto vicina alle forme espressive con le quali Luciano Curreri caratterizza il suo Quartiere non è un quartiere, da poco uscito presso Amos Edizioni. Per quanto la nostalgia per ognuno di noi abbia molti volti, spesso uno di essi prevale, e regala le impressioni dominanti di un periodo preciso della nostra vita: uno di essi in particolare Curreri raffigura, con partecipi cesellature nei particolari minimi, quello della nonna Dolenes, che corrisponde a quel passato che si dipana nel particolare segmento della vita situato tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. La nostalgia è per Curreri anche evocazione di luoghi, tutti racchiusi in un perimetro di pochi chilometri intorno al sobborgo di Portomaggiore vicino a Ferrara chiamato Quartiere, dove maggiormente si addensa la memoria dei giorni di straordinaria contiguità spirituale con la nonna.

Nulla di etereo e di conclusivamente spirituale, nei ricordi di Curreri, cose visi paesaggi sono colti in una materialità immediata e disarmante, a tratti probabilmente anche deformata per essersi depositata nel ricordo adulto attraverso le sensazioni sorgive del ragazzino che le registrò, e neanche così tanto tempo fa. Ma la materialità della memoria è apparente, serve a dire altro, proprio come il diffuso ed acceso espressionismo accentuato dall’uso di forme slabbrate, disarmoniche, a volte discorsive all’estremo serve per enfatizzare l’intensità della nostalgia, evocandone paradossalmente il significato più intimo e personale.
Certo vengono in prima considerazione le suggestioni legate alla vita di campagna, ai rapporti umani più certi e più veri che si sapevano stabilire nelle piccole comunità, che a loro volta consentivano, molto più di oggi, il libero dispiegarsi delle personalità più sincere come quelle di Dolenes. Ed allora ecco le gite in bicicletta di un gruppo di ragazzini, che nelle loro scorribande fuori porta si immaginano indiani a cavallo in un nostrano far west. O ancora, le gare del salto del fosso “per la lunga”, che si concludevano con un tuffo nel canale e con grandi risate, e i giochi inesauribili di un’età in cui “non ci si chiedeva mai che cosa fare”, le serate chiuse nel buio estivo a raccontare i film visti alla nonna, e a coltivare un’intimità sussurrata e confidente, un ”buon modo per stare insieme” (che è poi questo che importa, alla chiusura dei conti). Talvolta, gli scampoli della saggezza elementare e profonda con cui la nonna affronta i chiaroscuri della quotidianità, da “Signore, insegnategli, e se non volete insegnargli, uccidetelo” ad “amaro Iddio, dolce il caffè”, insegnano la tolleranza del saper attendere l’”uscita alla distanza” di doti non ancora mature, ma che si paleseranno con gli anni, o alleviano il senso di leopardiana solitudine che punge nel buio di notti in cui nessun dio risponde.
Ma oltre l’apparenza, evidente al punto da destar sospetti, ed indurre a cercare altro, il libro di Curreri accoglie desideri e aspirazioni che sfiorano profondità estreme dell’esperienza di vivere, che parlano e dettano a chi scrive una sorta di appunti per un viaggio già fatto ed ancora da fare. La memoria non è soltanto restituita sulla falsariga della mozione degli affetti, o del richiamo sentimentale, ma si offre come spunto per riflessioni capaci di superare le increspature dell’emozione molto umana dell’evocazione del passato. Scrive Curreri:” io non c’ero quando l’ho scritto e penso di averlo scritto “di” e “da nascosto” anche da mia moglie, la persona con cui comunico di più al mondo”. Scrivere è dunque atto necessitato, quasi automatico, urgenza in qualche modo irrefrenabile, spina ben dissimulata nella carne. Ben lontano da languidi riecheggiamenti nostalgici di un buon tempo andato ovvio e rassicurante, Quartiere non è un quartiere a ben guardare rivela la sua natura di indagine su se stesso che l’autore intende compiere senza infingimenti e a volte dolorosamente. L’esperienza dello scrivere si trasfigura in “un volo corto ma potenzialmente infinito, che trattiene il riso di Tutti e la vita di mia Nonna, per sempre, in aria, nell’aria”. E nella potenziale infinità di quel volo trova spazio anche il senso amplissimo attribuito al ricordo (“non so se per amore del ricordo, ma essere innocenti è il primo passo per porger ascolto alla morte”), evocazione della morte e al tempo stesso pratica esorcizzante nei suoi confronti, ma anche aspirazione a quell’innocenza, che in fondo è anche nostalgia di un nuovo e diverso inizio.

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