La formazione della scrittrice, 16 / Carola Susani

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di Carola Susani

[Questo è il sedicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Carola per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

carolasusaniQuand’ero piccola, alla domanda: cosa farai da grande, rispondevo per inerzia: l’architetto. I miei genitori erano architetti e del loro lavoro mi piaceva tutto tranne il peso della responsabilità nei crolli. Così ho fatto l’architetto di strutture immaginarie. L’inizio della mia formazione si può far coincidere con una notte, era settembre, il 1969; la notte in cui, con sette bambole e sette pupazzi a forma d’animale antropomorfico, rimasi accoccolata sul sedile dietro della Peugeot bianca dai sedili azzurri mentre venivo trasportata dal nord al sud l’Italia, oltre lo stretto, fino in Sicilia. La luna mi accompagnava e le ero grata, ma intanto mi scoprivo a indugiare con la mente su piccole torture, bambini della mia età o poco più grandi che producevano taglietti nei ventri rotondi di bambini un po’ più piccoli. Lasciavo via della Rimembranza, città elettiva del mio più caro amico immaginario, Tano Bilò e dei suoi compagni d’avventura, il Dano e la Dana; non so perché scelsero quel giorno di restare indietro, non so se li cacciai, certo da allora sulla mia strada non li ho più incontrati. Lasciavo la cittadina veneta umile e garbata, incuriosita della sua stessa crescita economica, per andare – dove? Io non ne avevo idea.

Quando all’arrivo scoprii San Martino (anche detto “U pisciu”) un villaggetto di baracche arancione appoggiate senza fondamenta sull’asfalto impolverato, sotto un sole cupo che non avevo mai sentito in faccia e che faceva venir voglia di dormire, mi eccitai. Tutto era nuovo, tutto era mai visto. Le facce della gente erano cotte, gli occhi spesso fessure. Mi avvicinò un bambino in triciclo, si presentò: era Luca, parlava in buon italiano con una cadenza mai ascoltata prima. I nostri genitori facevano parte di un Centro studi per lo sviluppo e la ricostruzione, erano un po’ operatori sociali, un poco agitatori. Ma non voglio qui parlar di loro. Luca aveva gli occhi grandissimi. Dal momento del nostro primo incontro divenimmo inseparabili, cominciammo a guardare insieme tutto quello che c’era da vedere e a parlare; parlammo ininterrottamente per quattro anni: ci interessavano i cani, le zecche, i girini, ci interessavano le bombe inesplose della seconda guerra, ci interessavano i fossili, il tufo, fare i bagni, i ceti sociali, i confini dei fondi, le strutture proprietarie. Era facile incontrarci seduti in terra qui e lì nella campagna, sotto un ulivo o un carrubo, era facile sentirci discettare del ruolo sociale del fascismo e della media impresa nazionale. Nel frattempo certo leggevamo. Abbiamo imparato a leggere e a scrivere quell’anno che ancora non andavamo a scuola, scrivevamo in stampatello maiuscolo, facevamo a gara e Luca era più svelto.

Quello stesso anno arrivò da noi Franco Beltrametti, il poeta svizzero che con Adriano Spatola e Giulia Niccolai fondò TamTam; è stato lui il primo poeta che ho conosciuto, l’ho trovato simpatico e l’ho letto. Era una lettura buona anche per i bambini. La sera, i fratelli grandi di Luca ci raccontavano le storie di Ciciritto e Favetto, credevo le inventassero, ma gliele aveva raccontate la nonna contadina, perché le ho sentite narrare ancora. Il primo libro che ho letto è stato Il diario di Anne Frank; chissà perché non ne ho parlato a Luca. Sapevo dei nazisti, i miei due quarti di ebraicità mi inorgoglivano, m’inorgogliva avere dei morti, m’inorgogliva zia Clara, gentile che aveva meritato due alberi nel giardino dei Giusti d’Israele. Forse non dissi niente a Luca, perché non sapevo come condividere una storia che mi sembrava solo mia. Però quel libro non mi fece pensare ai nazisti, ma ad Anne, a come riusciva a raccontare del nascondiglio e dei miti; e siccome lei lo raccontava il suo spassoso stare al mondo non era andato perso.

Come molte ragazzine che poi da grandi si sono ritrovate a scrivere, durante l’infanzia ho letto molto. All’inizio erano letture soprattutto estive, non libri per ragazzi, quelli (tranne Alice, Pinocchio e Peter Pan) li ho scoperti molto tardi, leggevo i libri che c’erano in biblioteca di mia nonna a Marostica, da Tolstoj a Cassola, a Bassani. Quando mio padre ha cominciato a regalarmi romanzi adatti alla mia età, attorno agli undici anni, è stata una scoperta. Polly Anna mi ha mostrato un’ostinazione a concepire il bene che non mi sembrava possibile, ho intuito il senso e i pericoli dell’edulcorare. Mi sono formata, credo, confrontando: il Veneto e la Sicilia, la letteratura per grandi e quella per ragazzi, la ricerca e la tradizione. Mio padre e mia madre si erano separati, vivevamo ora a Palermo. Avevo quattordici anni e mio padre mi ha aperto un conto in libreria, andavo e prendevo di tutto, carpivo le informazioni dai professori e dai compagni più grandi, leggevo senz’ordine, dalla filosofia alle scienze sociali alla politica (Marramao, Negri, Cacciari, li ho letti in quegli anni senza capirli), ma per mio gusto quasi pornografico leggevo le traduzioni degli autori del decadentismo europeo, mi interessavano le storie di travestitismo femminile, gli amori di Wilde e Rimbaud, ma anche le storie degli amori femminili di Virginia Woolf (il meridiano Woolf me lo regalò mia madre), seguendo signore incravattate da sola ho scoperto Marina Cvetaeva. Di lei mi ha convinto la voce autoritaria e senza scampo.

Quando a sedici anni ho incontrato Francesco Gambaro, redattore di Fasis e poi di Perapprossimazione, mi sono compiaciuta nello scoprire che Marina Cvetaeva non era solo mia. Fasis e poi Peraprossimazione erano riviste di ricerca, di “scrittura non letteratura” dicevano allora i redattori. Animatore ne era Gaetano Testa, con Roberto Di Maio e Michele Perriera fondatore della Scuola di Palermo che aveva aderito al Gruppo 63. Di Fasis e di Perapprossimazione ha fatto parte Fulvio Abbate e da Perapprossimazione viene, ad esempio, Evelina Santangelo. Perapprossimazione è stata la prima rivista su cui ho scritto. Francesco Gambaro metteva mano ai miei testi in un modo che era il contrario dell’editing, o almeno dell’editing come ce l’immaginiamo: ogni volta che nei miei racconti avevo seminato e non colto una occasione, là dove io avevo scritto una frase convenzionale, lui la forzava (mi ricordo certe “circonvoluzioni” trasformate arbitrariamente in “circonvallazioni”). Le sue revisioni erano rivelazioni.

Finite le scuole superiori andai a studiare a Roma. Mio padre era morto nel 1987, scrivevo in quegli anni Il libro di Teresa, un romanzo a pannelli sulla storia della sua famiglia, Francesco Gambaro mi diede il numero di Marco Papa, scrittore e poeta che lavorava e lavora alla Biblioteca nazionale. Di lui avevo letto Le birre sonnambule nell’edizione di Aelia Lelia. Lo chiamai, gli feci leggere i racconti che componevano il mio libro, lui mi mise in contatto con Sandro Veronesi, che all’epoca era segretario di redazione di Nuovi argomenti. E qui, è il 1993, facciamo finta che termini la mia formazione.

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3 Risposte to “La formazione della scrittrice, 16 / Carola Susani”

  1. Bandini Says:

    Una bellissima formazione. Grazie per averla raccontata.

  2. Paolo Says:

    Sempre interessantissimo leggere le pagine di questi quaderni, di questi diari, così personali, biografici, veri, aperti alla curiosità dei nostri voraci sguardi (eloquenti). Prezioso viaggio nell’esperienza della scoperta della letteratura e di una voce che universalmente parla, attraversandoci, singolarmente e in mutua, reciproca contaminazione (gradito accento sulla maieutica dell'”editing”, di quello che vorremmo). Scoperta, elaborazione, visione, scrittura… Scrittura, visione, elaborazione, scoperta… Vita, profondamente attraversata in un inscindibile amalgama fra storia e continuo (sperato) evolvere.
    Grazie.

  3. chiara Says:

    che bello, grazie.

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