La formazione della scrittrice, 14 / Sara Loffredi

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di Sara Loffredi

[Questo è il quattordicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Sara per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. La prossima settimana toccherà a Silvia Cassioli. gm]

sara-loffrediVengo da una famiglia fatta di posti diversi, distanti tra loro. Nasco a Milano trentacinque anni fa ma i miei genitori si spostano subito in Valle d’Aosta, dove vivono i parenti di mio padre, la nonna calabrese, il nonno romano, la bisnonna greca. Quando compio sei anni ci trasferiamo da mia madre, a Brescia, città dove trascorro tutti gli anni della scuola. Sono una brava bambina: le elementari dalle suore, le medie al conservatorio, il pianoforte al pomeriggio. Un giorno non reggo più e decido che non voglio fare il liceo: vuole essere una vendetta stupida verso chi non mi dà attenzione, si rivela la prima scelta autonoma di cui devo gestire le conseguenze. Frequento per cinque anni un istituto professionale per tecnico di laboratorio, mi affascinano le reazioni chimiche, una sostanza che ne diventa un’altra, terreni di coltura dove cresce ciò che non si vede. Non studio niente che abbia a che fare con la letteratura. Leggo molto, ma amo davvero solo ciò che mi fa paura: da Stephen King a Hoffman e Poe. Perdo del tempo? Non lo so. Vedo film, ascolto musica, leggo fumetti. In quegli anni imparo l’attesa e la sensazione che per me esista un altrove.

Finita la scuola nel 1997, il sogno di scrivere si affaccia ma è troppo lontano da quello che ho vissuto fino a quel momento, ai miei stessi occhi rischio il ridicolo. Mi iscrivo a giurisprudenza, dico di voler fare la giornalista, è un modo per ammettere a me stessa che voglio scrivere, ma con la giustificazione di un lavoro “vero”. Il primo anno di università mi prendono a Radio Brescia Popolare: i radiogiornali da leggere, le notizie da andare a cercare, i pezzi da dettare dalle cabine telefoniche perché il cellulare ancora non c’è. Poi la radio chiude. L’anno dopo vado alle selezioni per la Scuola Holden ma non mi prendono e mi convinco di essere fuori tempo massimo, mentre il tempo è ancora tutto davanti a me. Durante l’università faccio mille lavoretti e quando altri studenti mi chiedono che scuola ho fatto prima, glisso. Continuo a leggere febbrilmente, approccio la letteratura senza preparazione, passo molto tempo senza scrivere, poi in poche settimane tiro fuori una storia intera, la bozza di un romanzo. Un giorno capisco che, a dispetto di tutto, tendo a ispirare fiducia. Quando vado a bussare ad una piccola editrice bresciana nuova di zecca, Starrylink, per chiedere di collaborare, ad aprirmi c’è Marisa Strada. Le faccio leggere le mie cose e lei mi dice che ce la farò, ma devo crederci io per prima. Grazie a lei pubblico due romanzi brevi, facciamo presentazioni locali, vendiamo poche centinaia di copie ma per la prima volta mi dico: per pagare l’affitto posso fare altro, ma per me è indispensabile scrivere.

La vita, intanto, prosegue. Dopo essermi laureata nell’aprile 2003, faccio un colloquio in banca e mi assumono: eccomi sistemata. Ma sono sempre inquieta, così trovo un master in ingegneria gestionale e lo frequento nel tempo libero. Perché? Perché voglio reinventarmi, perché sono confusa, perché è gratuito. Imparo tante cose, non è mai detto da dove arrivino le lezioni. Dopo un anno e mezzo di banca, però, scoppio. Quando vado a licenziarmi, il capo mi guarda strano. Ho alternative? Vediamo: un diploma di tecnico di laboratorio, una laurea in giurisprudenza, un master in ingegneria. Non male. Ma vivo da sola e, sempre per la storia della responsabilità e dell’affitto, le alternative le trovo. Per qualche mese sono sia commessa in un negozio di sport che cronista per il Bresciaoggi, quotidiano della città a cui vado a bussare un pomeriggio trovando Marco Bencivenga, un altro a cui ispiro fiducia. Ma, come al solito, rimango divisa a metà.

Nell’agosto 2006 un amico giornalista napoletano, che poi diventerà mio marito, viene a Milano per lavoro e passa a trovarmi a Brescia. Probabilmente c’è qualcosa in sospeso tra noi perché dopo qualche mese mi trasferisco a Milano con lui. La città dove sono nata non la conosco. Il primo anno è difficile. Abituata alla provincia, ai suoi ritmi, ai suoi rapporti, mi ritrovo in una periferia immensa e solitaria dove non conosco nessuno. Dopo aver mandato un milione di curriculum mi chiamano in Giuffrè, la storica editrice giuridica, per un colloquio. “Formazione interessante” dice la responsabile, pensando senza dubbio che sia folle. Ma mi assume, perché come al solito ispiro fiducia. Imparo moltissimo, assorbo i meccanismi dell’editoria professionale, mi piace lavorare lì. Ma dopo qualche anno il mio sogno prende di nuovo spazio, proprio quando Milano inizia a mostrarsi come una città piena di opportunità, di persone da conoscere, di cose da fare. Incuriosita dai racconti che trovo in metropolitana, nel 2009 partecipo a un concorso chiamato Subway letteratura e vinco. Il racconto Non dire falsa testimonianza viene distribuito nel circuito metropolitano di Milano, Roma, Napoli e altre 12 città italiane. Da questo nasce altro: il racconto Come fosse vero viene pubblicato nell’antologia realizzata per l’ottantesimo di ATM Milano; il racconto Fame viene selezionato per il Map Project e pubblicato nel tabloid di una mostra allestita nei musei di arte moderna di Gallarate e Firenze. Inizio a credere che la scrittura possa davvero essere, per me, qualcosa di più di una passione da coltivare al buio. Decido di dare un’opportunità al mio sogno. Leggo tanto. Colmo i buchi della mia preparazione, che ci sono sempre, che mi fanno paura. So di non sapere. Ma leggo, leggo, leggo.

Nel 2011 un collega mi lascia sulla scrivania una copia di un giornale dove c’è la pubblicità della Bottega di narrazione. Mi iscrivo, supero la selezione, mi prendono. Non conosco Mozzi né Dadati. Loro, insieme ai ragazzi della Bottega, fanno un ottimo lavoro. Quello più grande non è sulla mia scrittura, ma sulla possibilità di autorizzarmi a crederci. Ho fame, ho moltissima fame e voglio riuscire. Il mio testo si intitola Le mani della musica e ci lavoro per un anno intero, in ogni istante libero. Quando presentiamo i romanzi agli editori, a dicembre, l’Agenzia letteraria internazionale mi chiede di entrare in scuderia e Rizzoli si interessa al romanzo. Firmo con loro nell’aprile del 2012: Michele Rossi crede fortemente nel libro, Gemma Trevisani mi segue con un editing intenso ma rispettoso del testo. Caterina e la sua storia diventano, quasi due anni dopo, La felicità sta in un altro posto che esce in libreria il 29 gennaio 2014. Una gestazione lunga, durante la quale ce n’è un’altra, quella di mio figlio Edoardo, nato il 14 gennaio 2013.

Ma non ho detto tutto. In Valle d’Aosta, quando ero piccola, mio padre mi aveva insegnato a inventare le storie. Creavamo i personaggi, la trama, l’ambiente e lo facevamo insieme un passo dopo l’altro in montagna, era il gioco che usava per incantarmi quando non volevo camminare. Io non ho mai tenuto un diario e non ho mai creduto di voler parlare di me. Ho sempre desiderato delle narrazioni che mi portassero altrove, che inventassero un altro mondo perché quello che avevo non mi bastava. La capacità di inventare una storia mi è stata regalata in un tempo lontanissimo e devo dire che ha fatto un giro parecchio lungo, ma è tornata, finalmente, a tenermi compagnia.

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4 Risposte to “La formazione della scrittrice, 14 / Sara Loffredi”

  1. Carlo Capone Says:

    Senza togliere nulla agli altri, fu quella che mi colpì di più quandoGiulio pubblicava estratti dei romanzi dei bottegai.

  2. davide Says:

    questo di sara loffedi è l’intervento che più mi ha colpito di tutto il ciiclo,finora

  3. Arlen Siu (@paolobruschi) Says:

    Ispirare fiducia e inventare storie sono due grandi talenti.
    Qualcuno, usandoli male, recentemente è stato spedito in un ospizio vicino a Milano per evitare l’umido delle galere.
    Tu li hai usati bene. Le tue parole rimarranno nel tempo.
    Brava.

  4. Carlo Maria Pozzan Says:

    mi ha propio piasso

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