Emozionato come uno scolaretto?

by

di giuliomozzi

Oggi (a Milano, presso lo Spazio Melampo di via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17) Giovanni Fiorina, Michela Fregona, Maria Luigia Longo, Ivan Lorenzon, Elena R. Marino, Isabella Nenci, Federica Pittaluga, Bettina Todisco e Clelia Tollot, partecipanti alla seconda Bottega di narrazione (ma Michela è della terza, quella in corso, ed Elena partecipò alla prima) si presentano con il loro lavoro davanti a un pubblico (si spera numeroso e qualificato) di professionisti dell’editoria.
In queste occasioni anch’io, che ho l’emotività di un armadillo, tendo a emozionarmi un po’. Il primo pensiero è per la mia responsabilità. Queste persone hanno scritto, hanno lavorato, hanno studiato. Io le ho fiancheggiate, le ho spinte a farlo, le ho incoraggiate. Loro hanno fatto un investimento di vita, economico, di tempo, davvero colossale. Non è che ci siamo sbagliati? Non è che, forse, certi desideri dovevano essere trattati più criticamente; certe ambizioni dovevano essere smorzate; certi investimenti dovevano essere disincentivati?
Non lo so. In parte non posso saperlo. Si accede alla Bottega per selezione, ma non si può mai essere sicuri. Ci sono anche persone che in un anno, un anno e mezzo di lavoro praticamente non hanno scritto una riga: pur avendo il loro immaginario lì, a portata di mano, o almeno così pareva a me, addirittura diligentemente archiviato e ordinato. Come mai? Ci sono i casi della vita, certo, ma…
E, come tutti, anch’io sbaglio.
Però adesso (sono sul treno per Milano, sono in piedi dalle due e tre quarti di stanotte perché anche la mia vita ci ha i suoi casi, ho messo musica dodecafonica in cuffia per tenermi sveglio) questi pensieri vanno via. Una cosa che ho imparato, in questi anni, è che la determinazione e la pazienza sono tutto. Non si tratta di produrre capolavori, non si tratta di pubblicare a ogni costo e tantomeno di pubblicare a ogni costo con il grande editore di turno. Si tratta di dare il meglio di sé stessi, per poco che sia. Per qualcuno la scrittura è un gioco o un divertimento; per altri è una ragione di vita; per altri ancora (è il mio caso, ad esempio) è una delle cose che si fanno tutti i giorni come lavorare, fare la spesa e cucinare per casa, giocare con i bimbi, conversare con gli anziani genitori, sentire gli amici e così via. Ci vuole pazienza e determinazione perché ciascuno, secondo il suo desiderio e il suo investimento e le sue capacità, ottenga ciò che può
E quindi no, non sono emozionato come uno scolaretto. Sono fermamente determinato e pieno di pazienza.

Stanotte riguardavo il Perceber di Leonardo Colombati e La dissoluzione familiare di Enrico Macioci. Leonardo ha dettagliatamente raccontato (qui) in quale arco di tempo è nato Perceber. La dissoluzione familiare è stata pubblicata in un’edizione suberba, ed è apparentemente caduta nel vuoto. Quanto tempo ci vuole perché un’opera non banale venga composta, venga pubblicata, trovi i suoi lettori? Possono volerci anni e anni; e il fallimento è sempre possibile.
Io sto lottando da dodici anni con un romanzo che vorrei diventasse ineccepibile: perché, all’età che ho, dopo tanti libri di racconti e cose varie, se faccio un romanzo, vorrei che almeno fosse ineccepibile. E quando sarà finalmente finito, l’editore con il quale ho già il contratto lo vorrà veramente? Non è detto. E se sarà pubblicato, troverà i suoi lettori? Non è detto. Già m’immagino l’ufficio stampa al lavoro:

US: “Giulio Mozzi ha finalmente pubblicato il suo romanzo”.
Giornalista: “Urca. Se ne sentiva proprio la mancanza. Di cosa parla?”.
US: “E’ un romanzo ineccepibile”.
Giornalista: “Ah, beh, allora…”.

E quindi? E quindi, determinazione e pazienza. O, come si dice dalle mie parti, muso duro e bareta fracà.

Però: che razza di mestiere, il mio. Ci sono un po’ di persone la cui vita è cambiata perché io ho letto qualcosa e l’ho trovato interessante. Il più delle volte non è cambiata tanto, ma alcune volte sì: è cambiata tanto. Non è sempre cambiata in meglio. Che cosa fece a me Marco Lodoli, telefonandomi il 15 gennaio 1992? Mi disse: ho letto, mi sembra interessante. Anzi no, mi disse addirittura: questa è letteratura. La mia vita è cambiata. Non so se in meglio o in peggio: è cambiata. Tutto ciò che io faccio ora, viene da lì: da quella telefonata, da quel riconoscimento.

Basta. Per i più curiosi, appuntamento a stasera: quando pubblicherò il fascicolo illustrativo (biografie, foto, riassunti, campion di testo) delle opere che presentiamo oggi all’inclito pubblico.

17 Risposte to “Emozionato come uno scolaretto?”

  1. anna Says:

    stamattina leggo il tuo articolo e mi “scatta”l’emozione…….mi piace come lo hai scritto ma soprattutto mi piace come l’ho letto ed alcune parole sono diventate mie….

  2. cleliamaria Says:

    Soltanto…grazie Giulio!

  3. mluigialongo Says:

    Caro Giulio,
    sono sul treno per Milano, con le mie paginette stampate e uno zaino pieno di pazienza, determinazione e tanta emozione. L’emozione di aver lavorato con te, che scrivi parole come quelle che ho appena letto, e di essere certa di aver fatto tutto il possibile per confezionare un lavoro onesto e molto somigliante a quello che sono e che voglio dire.
    Quello che succederá non lo sa nessuno. Vedremo…
    A fra poco!

  4. Stefano Says:

    Mettersi alla prova è qualcosa che si ha sulla pelle, un destino con il quale fare pace prima possibile. Per me è così da sempre. Poi magari una telefonata, una coincidenza (che coincidenza forse non è), ti cambia la vita, oppure no. Finché al mondo ci sarà gente così… Evviva!

  5. giordano boscolo Says:

    In bocca al lupo a tutti. Chi si impegna con determinazione, serietà e pazienza è degno di rispetto. Se poi ne vien fuori anche un bel libro, merita gratitudine.

  6. Michele Montani Says:

    “Il segreto del successo risiede nella costanza con cui si persegue uno scopo” – Benjamin Disraeli.
    In bocca al lupo a tutti.

  7. Magda Guia Cervesato Says:

    Giulio, di recente ho letto qui e attorno a qui noterelle talmente belle da non poter dirne una sopra le altre, qualora mi si chiedesse. Tra una copertina donata in piazza di ieri, l’emozionata determinazione di oggi e i consigli ‘pratici’ trasudanti molo più che editorial competenza di sempre, non posso non lanciare anch’io un sentitissimo in bocca al lupo ai vostri pazienti lavori.

  8. Lidia Says:

    Mi piacerebbe provare le stesse emozioni. Bravi e in bocca al lupo!

  9. Livio Romano Says:

    Io spesso penso che se quel tale giorno del marzo del 1998 non mi fosse arrivata la lettera nella quale Giulio dichiarava “interessanti” i miei racconti: avrei finito giurisprudenza di lì a poco invece che di lì a dieci anni, forse avrei fatto l’avvocato, magari avrei continuato a scrivere articoletti per giornali locali e poi bo’, chissà. Continuando nel gioco delle sliding doors, son sicuro che non avremmo fatto, io e quella che sarebbe diventata mia moglie, la nostra prima figlia, frutto anche del trambusto esistenziale scaturito dall’aver a prima botta ottenuto un contratto con Einaudi. E forse non sarebbero venute neppure le altre due. Pure io, comunque sia poi proseguita la “carriera” da narratore, penso che così è, e così accetto molto volentieri che sia -nel bene e, troppo spesso, nel male.

  10. Laura Angeloni Says:

    Ho letto il tuo racconto con emozione… e immagino la trepidazione di coloro che oggi saranno lì, con le loro parole sudate…
    Per il resto… continuo a vivere con la speranza che un giorno una telefonata o una mail mi cambi la vita, che poi a me basterebbe poco, anche un semplice: dai, coraggio, la stoffa ce l’hai, continua che puoi farcela…
    Non è forse quello che tutti noi sogniamo?

  11. deborahdonato Says:

    Com’è andata?

  12. antonella sbuelz Says:

    Apro Vibrisse. Gironzolo un po’. Poi mi soffermo su questo ultimo articolo di Giulio M., e penso che forse mi sono persa qualcosa. Io non ho mai frequentato corsi di scrittura – creativa o meno, -, né botteghe di narrazione. Tendo a scrivere per necessità: una necessità cresciuta attorno all’istinto e nutrita di letture fameliche. Ma le parole che ho appena letto mi hanno dato una piccola fitta. Rimpianto? Sospetto di sì. Perché dev’essere bello scrivere condividendo. Condividendo emozioni, e parole, e aspettative, oltre all’attesa per quel prodotto finale e per la sua eventuale vita futura. Avere la certezza che altri, attorno a te, trovano un senso profondo nello scrivere, anche se spesso ruba tempo al vivere. Bello, se alla pazienza e alla determinazione si accompagna l’entusiasmo di un gruppo che cresce insieme, dentro una passione comune.
    Spero che l’inclito pubblico abbia gradito. Buona vita alle vostre scritture.

  13. dm Says:

    Ero lì. Ho ascoltato le storie, e le storie delle storie.
    (E alla domanda di un signore con cui ho scambiato due parole per caso, un giornalista di non so quale testata che si chiedeva ma ce ne son tante di cose così? ho risposto guarda, non so bene, ma credo proprio di no).

  14. manu Says:

    daniele, visto che c’eri, che impressione ti sei fatto dei lavori presentati?

  15. dm Says:

    Allora, senza sapere né leggere né scrivere, ti dico Manu che son stato proprio colpito da alcune storie. E se l’impressione, chiedo scusa per la banalità, di verità l’ho potuta ricavare quasi soltanto dai sunti di queste storie fatti a viva voce da autori e relatore, be’, forse faccio bene a essere curioso. (Dei testi ho letto le pagine che ci sono nel documento).

  16. manu Says:

    a me piacerebbe la pubblicazione a puntate in vibrisse di una o più d’una di queste storie. che sia possibile?

  17. manu Says:

    oppure sul bottega/blog

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