L’invenzione della memoria

by

Venerdì 28 marzo alle ore 20.45, a Trento presso il Teatro Spazio 14 (via Vannetti 14), si svolgerà la “serata d’autore” di Giulio Mozzi, con tema L’invenzione della memoria.

Quando in uno scritto in versi leggiamo che un “io” fa certe esperienze, pensa certe cose, prova certi sentimenti, ci viene spontaneo immaginare che quell’ “io” lì coincida, magari sotto il velo non tanto d’una finzione quanto d’un enigma, con l’effettivo “io” dell’autrice o autore del testo. In verità non è sempre così: perché spesso la scrittura in versi (anche quella in prosa: ma lì siamo abituati a pensare a ciò che leggiamo come “finzione”) non mette in scena un “io” autentico, ma ne inventa uno. Dotato di una storia, di una memoria, di un complesso di sentimenti e di emozioni. Una simulazione? Una menzogna? Ma no: piuttosto, per così dire, un “esperimento scientifico” che l’autore ha compiuto sul proprio immaginario.

L’immagine in alto viene da qui.

14 Risposte to “L’invenzione della memoria”

  1. Andy Says:

    Bellissimo.

    Cos’ha esattamente di scientifico l’esperimento (tenendo conto che la caratteristica di un esperimento scientifico è che sia, date certe condizioni, riproducibile)?

  2. Giulio Mozzi Says:

    La riproducibilità, Andy. Ovvero il fatto che, qualunque sia il materiale verbale con il quale si lavora, sia sempre un certo immaginario che salta fuori.

    (Tieni conto, però, delle virgolette. Siamo comunque distanti mille miglia da cose tipo il romanzo sperimentale ecc.).

    Ieri sera, aspettando l’autobus, nel libro di Alberto Bertoni La poesia contemporanea leggo una frase di Milo De Angelis:

    In Tema dell’addio la morte mi ha chiesto di parlare…

    A bordo dell’autobus comincio ad appuntare:

    (Oggi) (ora)
    Mi hai chiesto di parlare, morte,
    mi hai chiesto di parlar d’amore.
    E dal silenzio chiami le parole
    a innamorarsi dell’amato nome.

    A innamorarsi dell’amata voce
    che nel silenzio ormai per sempre giace.
    E rompi, morte, squassi la mia pace
    cui il solo nome dell’amata nuoce.

    Trema il mio cuore per un vano nulla

    In questo petto batte un cuore, un nulla
    che si sprofonda in un eterno sonno.
    che un desiderio di esistenza adùla.
    Guardo la notte, mi offro al vento e sulla
    mia vera sorte non scommetto nulla.

    Non so se me ne farò mai qualcosa, di questi appunti (tutti i giorni prendo appunti, e quasi tutto va buttato via), Fatto sta che da uno stimolo s’è messa in moto una piccola girandola di parole, che per via di assonanze e plausibilità, più o meno intenzionali, comincia a produre un vero e proprio senso. Ovviamente – ovviamente nel mio caso, per me ecc. – le cose più intenzionali sono le più brutte: la sequenza |voce: giace: pace: nuoce| è tremenda, però “rompi, squassi” non mi sembra male; “In questo petto batte un cuore, un nulla” potrebbe essere un decente ultimo verso di qualcosa; “che un desiderio di esistenza adùla” mi sembra abbia un suo piccolo valore. Nella prima quartina, al di là delle quasi-rime e del senso (e al di là dell’introduzione, un po’ zeppesca, di un “oggi” o di un “ora” per trasformare i novenari in endecasillabi) è interessante il ripetersi delle vocali in sequenza, verso per verso.

    In che cosa consiste l’ “esperimento scientifico”? Nel trafficare con i “materiali” verbali, scoprendo che mettendo insieme parole – le parole che “vengono” – per assonanza e plausibilità, cioè per ragioni di suono o di senso, alla fin fine si produce qualcosa che si tiene: ed è in una certa misura ripetitivo (cioè si tiene con le altre cose scritte in passato, e con quelle che si scriveranno in futuro) e in una certa misura imprevisto.

    Ma non è detto che ciò che viene fuori corrisponda a una realtà biografica, ad esempio. Ma non è detto che l'”io” che parla lì dentro sia il medesimo che io mi riconosco o che gli altri mi riconoscono. Ecc.

    Sono riuscito a dare l’idea?

  3. RobySan Says:

    Ti ringrazio per il link alla poesia di De Angelis la quale, tanto per non cambiare, può usarsi per dare una lezione implicita agli improvvisati poeti del sentimento essudante lacrime. De Angelis è di una precisione chirurgica, una profondità e una totale mancanza di autocompiacimento linguistico che, ne il “Tema dell’addio”, emergono con tutta la loro forza. A questo punto, che l'”io” che narra sia di Milo De Angelis o di Giovannino Rampazzi è totalmente privo di importanza, perché: se è di Milo De Angelis, allora lui – il poeta – è stato un maestro a evitare le scivolate autocommiserative (non ce n’è l’ombra) in cui incappano i meno avveduti. Se è di Giovannino Rampazzi, allora il poeta è stato maestro a costruire quell’io e a non farlo “piangersi addosso” pur trasferendo su di esso tutta la drammaticità dell'”addio”. Senza alcuna necessità di specificare di quale tipo di addio si tratti. Il peso dell’addio si riflette sugli oggetti della realtà e li deforma con la sua impronta.

  4. manu Says:

    giulio, produrrai qualcosa di scritto su questo argomento?

  5. Giulio Mozzi Says:

    Non lo so, manu. Ho l’impressione di essere capace di parlare di certe cose, ma non di scriverne.

    Roby: sì.

  6. dm Says:

    La metafora dell’esperimento scientifico mi sembra bella e generativa. Gli esperimenti scientifici possono servire a riconoscere come tale una “scoperta scientifica”. Oppure possono servire a procurare altre “scoperte scientifiche”. Il tutto sulla base di una scienza dell’Io, che non è io; e non è scienza. E possono avvenire “scoperte scientifiche” che pure mettono in discussione la scienza che non è scienza; relegandola all’inappartenenza. Mi sembra bella e generativa proprio perché portata più in là produce di questi paradossi; che forse non sono utili alla comprensione razionale, ma dicono qualcosa delle leggi interiori. E stravolgono intrinsecamente l’idea scientifica dei processi creativi, e a prescindere dalla casualità dell’ìspirazione.

  7. Andy Says:

    Sì, Giulio, hai reso l’idea. Andando avanti nel ragionamento, un certo esperimento scientifico, una volta che le condizioni alle quali viene condotto siano standardizzate, può condurre ad una procedura.

    Procedura attraverso l’applicazione della quale, si conosce già il risultato.

    È questo, almeno in parte, il senso dell’esperimento che proponi? Dischiudere quelle procedure attraverso le quali l’immaginario (la variabile di tutta l’operazione) conduce a quel risultato?

  8. Filomena Di paola Says:

    Esiste la necessità, almeno per me, di vestire i panni di un altro/a, cosa che scrivendo mi accade spesso, a tal punto che qualcuno potrebbe davvero essere indotto ad identificarmi nel personaggio, che in quel caso coincide col narratore o la narratrice. Perché lo faccio, me lo sono chiesta. E credo che la risposta si avvicini molto a quanto hai ipotizzato, Giulio. C’è l’esigenza di vedere la vita, il mondo anche con gli occhi dell’altro, il ricercare attraverso l’empatia di scavalcare il muro invisibile e il corpo visibile di chi non è noi. Non so in base a cosa questo potrebbe essere considerato scientifico, ma l’idea di rendere un’esperienza oggettivamente credibile, di far parlare chi, in qualche angolo del mondo, potrebbe vivere effettivamente esperienze simili, è quel che mi sprona. Leggere e trovare gli altri dentro di me. Forse perché siamo tanti e non siamo nessuno, come insegnava Pirandello. Mettere l’empatia al servizio della scrittura, e attraverso la scrittura giungere nel mondo dell’altro, mi sembra una cosa degna di essere percorsa in tutte le sue fasi. Io almeno ci provo.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Andy: ti ricordo che “esperimento scientifico” ha le virgolette.

    La definizione di una procedura non comporta necessariamente la prevedibilità del risultato. Se la procedura dice che in questa, questa e quest’altra frase devo prendere una decisione, e che la decisione si basa sulla plausibilità del senso che il testo sembra produrre – è chiaro che i risultati possono essere diversi: a es. dove si possa scegliere tra parole equivalenti dal punto di vista dei suoni ecc., ed entrambe producenti un senso “plausibile”, ma sensi diversi. La “plausibilità” è poi un qualcosa di abbastanza vago.

    Lo si vede bene nella parodia. Ne ripesco una mia, vecchiotta (bella o brutta che sia, non ha importanza; anzi no, è sicuramente brutta):

    Questo è l’originale:

    La rana, prima a ritentar la corda
    dallo stagno che affossa
    giunchi e nubi, stormire dei carrubi
    conserti dove spenge le sue fiaccole
    un sole senza caldo, tardo ai fiori
    ronzìo di coleotteri che suggono
    ancora linfe, ultimi suoni, avara
    vita della campagna. Con un soffio
    l’ora s’estingue: un cielo di lavagna
    si prepara a un irrompere di scarni
    cavalli, alle scintille degli zoccoli.

    Eugenio Montale, Mottetti, XVII

    Questa è la parodia:

    La zebra, prima a ritentar l’azzardo
    dello stadio che ha in fossa
    diavoli e leoni, scoppiare di petardi
    fumanti dove brucia i suoi spasimi
    il tifoso deluso, cupo là fuori
    cigolar di tornielli che traggono
    ancora corpi, ultimi ultras, amare
    vite da bar sport. Con un fischio
    l’ora s’estingue: un parcheggio d’asfalto
    si prepara a un irrompere di scarni
    guerrieri, alle scintille dei coltelli.

    Gino Montile, Motteggi, XIII

    Il cambio d’animale e la deformazione calcistica del testo impongono una serie di “spostamenti” nel significato; va conservato grosso modo il metro, va conservata grosso modo la densità allitterativa, eccetera. Le sostituzioni devono in qualche punto almeno apparire metonimiche: “stagno / stadio” (sempre di spazio chiuso si tratta), “soffio / fischio” (sempre un’espirazione è); o costruite su opposizioni “vita della campagna / vite da bar sport”; alcune formule vanno serbate intatte nella forma, es. “un cielo di lavagna” / “un parcheggio d’asfalto”, e divertente è conservare versi interi o mezzi versi: “l’ora s’estingue” (anche se sono 90 minuti…), “si prepara a un irrompere di scarni”, ecc.
    E’ chiaro che ogni scelta di senso si basa sulla “plausibilità”, nel senso che il testo parodico non può smettere di rimandare all’originale, deve echeggiarlo, ma pure deve conservare la propria autonomia.

    Più facile è quando si lavora solo sulla frase, ad esempio (da Saffo):

    Mi par davvero un foto-
    modello o un calciatore
    quell’uomo che ti ha chiesta
    l’amicizia in FaceBook
    e ora sempre ti tagga e ti commenta
    e ti manda i poke e i cuoricini
    e quasi incantata tu
    chatti con lui, un dolce
    sorriso in volto…
    E mi scoppia il cuore, e non so più
    scrivere uno status, le dita
    come fossero spezzate:
    ho un fuoco sottopelle,
    lo schermo mi brucia gli occhi,
    e non sopporto più gli auricolari dell’iPod.
    Sudo freddo, tremo tutta,
    sono grigia come un video spento.
    Quasi quasi mi iscrivo a Seppukoo.
    Non ti sopporto più, davvero!.

    Seppukoo, per chi non lo sapesse, è il sito nel quale si iscrive (se vuole) chi si “suicida” da Facebook. Qui il rimando punto per punto all’originale è addirittura più puntuale, essendo conservato un pezzo importante del senso (la gelosia), ma nessun rapporto di metro o suoni è conservato con l’originale di Saffo, qui nella trad. di Quasimodo:

    Simile a un dio mi sembra quell’uomo
    che siede davanti a te, e da vicino
    ti ascolta mentre tu parli
    con dolcezza
    e con incanto sorridi. E questo
    fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
    Se appena ti vedo, subito non posso
    più parlare:
    la lingua si spezza: un fuoco
    leggero sotto la pelle mi corre:
    nulla vedo con gli occhi e le orecchie
    mi rombano:
    un sudore freddo mi pervade: un tremore
    tutta mi scuote: sono più verde
    dell’erba; e poco lontana mi sento
    dall’essere morta.
    Ma tutto si può sopportare…

  10. Giulio Mozzi Says:

    Filomena: vedi Mariella Prestante.

  11. Filomena Di paola Says:

    Eh, già! La tua Mariella, “incarnazione” collaudata e brillante.

  12. francesco Says:

    A Trento in Via Vandelli (Maurizio?, ex Equipe84) o via Vannetti (Clementino? Letterato italiano del ‘700)

  13. francesco Says:

    qualche anno fa scrissi questa sciocchezza su qualche blog:

    Ognuno sta solo davanti al pc, trafitto da una fascio di e-mail. Ed è subito virus.

    orrenda, vero?

  14. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Francesco. E’ via Vannetti. Ho corretto.

    (Che paura!).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...