Come mai a questo corso non s’iscrive nessuno?

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Mentre invece pare che i pomodori si vendano benissimo.

Mentre invece pare che i pomodori si vendano benissimo.

di giuliomozzi

La domanda è seria. Ci sono due tipi di corsi che mi vengono continuamente richiesti da chi partecipa ad altri corsi (sempre nell’ambito della scrittura & narrazione ecc.) o semplicemente s’informa:
– dei “corsi sullo stile”,
– dei “corsi di lettura”.
Sui “corsi di lettura”, ormai ci ho messa una pietra sopra. Ogni volta che ho provato a proporne uno, mi sono trovato a tu per tu con un’aula vuota. A Padova, presso il circolo Lanterna magica, tanti anni fa (credo nel 1998) facemmo addirittura questo esperimento: riproponemmo il programma del “corso di lettura”, tale e quale, chiamandolo “corso di scrittura”. E riempimmo l’aula.
Quanto ai “corsi sullo stile”, a lungo ho temuto che le cose andassero nello stesso modo. Invece, a Trento, con le amiche del Teatro Spazio 14, nell’autunno scorso abbiamo osato proporlo: ed è andata.
Il medesimo o programma, proposto a Padova, ha raccolto finora la miseria di tre iscrizioni. Allora facciamo quel che va fatto: facciamo saltare il primo incontro, previsto per l’8 e 9 marzo prossimi, e cerchiamo di raccogliere le iscrizioni sufficienti (almeno otto persone) entro il 29 marzo.
Tuttavia, mi domando: abbiamo sbagliato qualcosa?
E’ sbagliato il programma?
E’ poco chiaro il programma?
Effettivamente l’argomento è poco interessante?
Sono sbagliate (per qualche ragione misteriosa) le date?
E’ sbagliato il prezzo? (Che, peraltro, è sempre il solito: qualcosa meno di 10 euro all’ora).
Lo stile non interessa a nessuno?
E’ un puro caso?
Se qualcuno ha risposte, o ipotesi di risposte: grazie.
Per intanto, se magari qualcuno volesse, il programma è qui sotto.

Corso introduttivo allo stile (non solo letterario)

condotto da Giulio Mozzi
presso Lanterna Magica, Padova, via Euganea 7
www.lanternamagica.org
per informazioni e iscrizioni: info@lanternamagica.org

0. Giorni, ore, costo

Il corso consiste di cinque fine di settimana (si lavora il sabato dalle 10 alle 19, con pausa pranzo; la domenica dalle 9 alle 17.30, con pausa pranzo). Questi i giorni:

sabato 29 e domenica 30 marzo 2014,
sabato 10 e domenica 11 maggio 2014,
sabato 7 e domenica 8 giugno 2014,
sabato 28 e domenica 29 giugno 2014,
un sabato e domenica di luglio da concordare.

Il costo è di 650 euro, a fronte di qualcosa di più di 70 ore di lavoro in aula.

1. Punteggiatura

C’è chi dice che la punteggiatura serva soprattutto a indicare pause e sospensioni del discorso scritto (la virgola è una “pausa breve”, il punto è una “pausa lunga”, ecc.), come se fosse una notazione delle pause che facciamo nel discorso parlato (legate alla respirazione, alle esigenze espressive ecc.). E c’è chi dice che la punteggiatura serva soprattutto a rendere visibile l’articolazione sintattica e logica del discorso scritto, come le parentesi tonde quadre graffe delle espressioni matematiche.
In realtà la punteggiatura fa entrambe le cose, e nessuna delle due fino in fondo. Provate a registrare una conversazione a tavola e poi a trascriverla: vi accorgerete che le pause non hanno nulla che fare con la sintassi e la logica – e assai poco con l’espressività.
D’altra parte, molti dei testi che leggiamo recano una punteggiatura non necessariamente coerente con le intenzioni dell’autore (pensiamo ai testi tradotti da lingue che abbiano un’articolazione sintattica diversa dall’italiano: e non serve pensare al giapponese, bastano l’inglese o il tedesco). Altri testi che leggiamo, addirittura, recano una punteggiatura inventata: né Omero né Virgilio punteggiavano – ma anche Petrarca e Boccaccio avevano un sistema di punteggiatura completamente diverso dal nostro.
La lezione sulla punteggiatura non fornirà regole e regolette: cercherà piuttosto di far sviluppare una sensibilità per la punteggiatura e, soprattutto, per gli effetti di senso che la punteggiatura produce (provate a confrontare: “Luisa lavora, Antonio dorme” e “Luisa lavora. Antonio dorme”: vi pare che le due battute dicano esattamente la stessa cosa?).
Si lavorerà con esercizi semplici e (si spera) divertenti; ci si confronterà con la punteggiatura dei classici e dei contemporanei; si farà qualche approfondimento storico; si getterà uno sguardo nel campo della poesia, dove l’a capo alla fine del verso è un formidabile e specialissimo segno di punteggiatura (confrontate: “Di che reggimento siete, fratelli?” e “Di che reggimento / siete / fratelli”: non è la stessa cosa!).

2. La frase

Chi abbia letto Mary Poppins si ricorderà che a un certo punto vi si parla di “un uomo con una gamba di legno che si chiama Smith”. E qualcuno non manca di domandare: “Come si chiama l’altra gamba?”.
La costruzione della frase, l’incastro e la combinazione delle proposizioni, la collocazione delle parole all’interno della proposizione: di tutto questo si ragionerà attraverso una serie di esercizi di montaggio, smontaggio e rimontaggio di brevi testi esemplari, estratti sia dalla tradizione letteraria sia da opere scientifiche sia dall’attività giornalistica.
Lo scopo, ovviamente, non è di determinare quale sia il modo giusto di fare una frase. Ovviamente lo scopo non è di determinare quale sia il giusto modo di fare una frase. Lo scopo, ovviamente, non è di determinare quale sia, per fare una frase, il modo giusto. Il giusto modo di fare una frase: ovviamente lo scopo non è determinarlo. Non è lo scopo, ovviamente, il modo giusto di fare una frase, di determinarlo. Il modo, determinarlo giusto, di ovviamente, lo scopo non è fare una frase.
L’ultima frase non sta in piedi (e quindi dice la verità: lo scopo non è fare una frase). La penultima traballa, ma riesce ancora a far passare il concetto (sembra una frase trascritta da una conversazione). Le precedenti sono tutte “a norma”: ma hanno pur sempre dei significati, o delle sfumature di significato, un po’ diversi. Si tratta di scegliere quella che fa più al nostro comodo
Alla contrapposizione classica tra paratassi (= tante frasi semplici tutte sullo stesso piano) e ipotassi (= una grande frase complessa che ne include altre) si aggiungeranno altre distinzioni, a volte scientifiche e a volte più emotive: tra prosa analitica e prosa sintetica, prosa lenta e prosa veloce, prosa inclusiva e prosa dispersiva, prosa con variazioni e prosa costante. Tenendo sempre conto che ciascun tipo di testo, ciascuno scopo comunicativo ha bisogno della sua specifica “frase giusta”.

3. Aggettivi e avverbi

“Solo e pensoso i più deserti campi / vo misurando a passi tardi e lenti”. Questo è l’inizio di un famoso (o celebre?) sonetto di Petrarca. Guardiamo gli aggettivi. “Solo e pensoso”: due aggettivi per dire due cose diverse (o distinte?) ma combinate (o intrecciate?), che ci restituiscono un’immagine vivida (o concreta?) del poeta che malinconicamente (o tristemente?) va a spasso in campagna. Ma: “tardi e lenti”: qui la faccenda è diversa (o è un altro paio di maniche?). A meno di essere Usain Bolt o qualcosa del genere, se facciamo passi “tardi” (o calmi?) li facciamo anche “lenti” (o quieti? calmi?). E poi, di quella “lentezza” già avevamo avuto sentore grazie a quel “pensoso” (provate a immaginarvi un Usain Bolt che corre “pensoso” i 100 metri), grazie a quel “vo misurando” che sembra indicare un movimento accurato (o preciso? meditato?) e, appunto, lento: come un compasso (non saranno allora passi compassati?).
Non possiamo cavarcela dicendo che Petrarca aveva bisogno di una parola da far rima con “intenti” (“e porto gli occhi verso terra intenti / ove vestigio uman l’arena stampi”): primo, perché Petrarca era fin troppo (o molto? o: mostruosamente) bravo (o abile? avveduto? esperto?), e in un sonetto nel quale aveva scelto la difficile (l’ardua?) rima in :AMPI non andava certo (sicuramente?) in panico per una rima in :ENTI, che ci son parole a bizzeffe (o in abbondanza?); secondo, perché solo riflettendo un poco (o un po’? un pochino?) ci accorgiamo che non solo (o non soltanto?) il significato letterale (o preciso? banale?)delle parole conta, in Petrarca, ma anche – e tanto – il loro suono: allora l’allitterazione in “l” conterà qualcosa, così come quella in “s” nella prima coppia d’aggettivi…
Il modo più pratico per capire se un aggettivo va bene è: provare a sostituirlo con un altro, confrontare i significati che così si generano. Idem per gli avverbi (che sono, per così dire, gli “aggettivi dei verbi”). E così si scoprirà anche, magari, che l’aggettivo (o l’avverbio) proprio non serviva.
La lezione su aggettivi e avverbi comincerà con alcuni giocosi esercizi e proseguirà con la seriosissima analisi di testi letterari e scientifici; includerà un approfondimento sull’uso dei dizionari (non solo quello tradizionale ma anche quelli dei sinonimi, i dizionari visuali ecc.).

4. Per modo di dire

“Non disponendo di un cavatappi, Kitano recise la carotide della bottiglia con un colpo secco, di taglio, della mano destra”. Si può recidere la carotide di una bottiglia? Sì, certo: visto che la bottiglia ha il collo. Ma…
Ma il collo della bottiglia non è veramente un collo, non è un collo come il mio e il tuo; e non ci ha dentro la carotide. Tuttavia noi diciamo abitualmente “il collo della bottiglia”, senza contare quel tipo che voleva “spezzare le reni alla Grecia”, quell’altro che vuole “tagliare le gambe alla concorrenza”, eccetera eccetera. Si dice “collo”, o “reni”, o “gambe”, in queste espressioni, per modo di dire.
Ecco: la quarta lezione concernerà l’uso delle parole “per modo di dire”. Si partirà dai modi di dire consolidati, dei quali non ci accorgiamo nemmeno (come quelli già citati: che sono, nel vocabolario della retorica, delle catacresi), per arrivare a quelli basati su relazioni e analogie facilmente intuibili (esempio classico: “un mare pieno di vele”, per dire “barche”), a quelli un po’ meno immediatamente intuibili (“Due volte nella polvere, / due volte sull’altar”: Manzoni, Il 5 maggio), per arrivare a quelli quasi inaccessibili, derivanti da associazioni mentali proprie dello scrittore (“In sé da simulacro a fiamma vera / errando”: Ungaretti, L’isola).
Si esamineranno quindi modi di dire diversissimi: alcuni codificati e altri inventivi; alcuni tipici della prosa e altri della poesia; alcuni basati su aspetti visivi, altri su concetti, altri ancora su pure immaginazioni, altri perfino su puri e semplici lapsus. Gli esercizi consisteranno nell’esplorazione del “campo semantico” (che è anch’esso un modo di dire, per indicare “un insieme di parole di una stessa lingua che si riferiscono ad uno stesso gruppo organizzato di significati in qualche modo legati tra di loro” – la definizione è di Wikipedia) e quindi della potenzialità espressive (e anche ornamentali, perché no?) del lavoro di sostituzione e sovrapposizione di significati.
Per tornare all’esempio iniziale: ricordiamoci che una mano non taglia. Anche in quel “di taglio” c’è un significato sovrapposto a un altro (e ricordiamoci che “sovrapporre” un significato a un altro non è come “sovrapporre” una tazza al suo piatto: anche lì c’è una “sovrapposizione” di significati…).

5. Alto e basso (per tacer del medio)

“Faccia”, “viso”, “volto”. Tre parole per indicare una parte del corpo umano, sempre la stessa. Ma queste tre parole dicono davvero la stessa cosa? Anche “muso”, all’occorrenza, può indicare la stessa parte del corpo umano: ma è una parola usata per offendere (“brutto muso”), benché basti poco per trasformarla in una coccola (“ma che bel musetto che ha questo bambino!”). Il “grugno” è propriamente quello del maiale, e tuttavia il malumore può far si che ci s’ingrugni (finché qualcuno, con uno scherzo o una carineria, ci fa “sgrugnare”). D’altra parte, se è vero che c’è gente che ci ha “la faccia come il culo”, non risulta che ci sia chi ha “il viso come il sedere” o “il volto come il deretano”.
Insomma: lì dove ci sono parole diverse per dire quasi la stessa cosa (che differenza c’è tra il maiale e il porco?), c’è spesso una effettiva differenza o sfumatura di significato: ma spesso anche una differenza di tono. Peraltro il tono è legato al contesto comunicativo: posso cominciare con “Ehilà, vecchio porco!” una lettera di cazzeggio a un caro amico (che mi risponderà cominciando con “Miserabil fellone, disonore del genere umano”, o giù di lì): non certo una umile lettera di scuse al datore di lavoro per aver sfasciato l’auto aziendale mentre la guidavo in preda ai fumi dell’acool – e fortuna che le tre allegre signorine che avevo rimorchiato a bordo non si sono fatte niente di male.
L’ultima lezione del corso partirà dalla trattazione dei cosiddetti “registri stilistici” (a partire dalla tradizionale e ormai esausta ripartizione in “basso, medio e alto” o “umile o comico, medio, sublime o tragico”, eccetera), ma finirà col diventare una riflessione sull’uso espressivo della parola e sulla espressività dei contrasti interni al registro (nonché delle contaminazioni tra registri). Se Eugenio Montale apprezzava in Guido Gozzano la capacità di “far cozzare l’aulico col prosastico facendo scintille”, negli esercizi si cercherà di far cozzare il sacro con il profano, il romantico con il porno (“Dimmi che mi ami, Eugenia”, “S, m-reh, t-ah moh t-n to”, “Eugenia, non è educato parlare con la bocca piena”, ecc.), il giornalistico con il sentimentale, e così via.
Dopodiché, il corso sarà finito. L’ultimo chiuda la porta.

81 Risposte to “Come mai a questo corso non s’iscrive nessuno?”

  1. Calembour Says:

    Buongiorno Giulio, io ne farei mille di questi corsi, specialmente con un docente come te. Tuttavia mi trovo in una situazione piuttosto particolare dovendo aiutare mio marito nel suo lavoro, attività che mi occupa otto ore al giorno a cui vanno aggiunti gli impegni domestici e i genitori, ormai anziani.
    Da quasi due anni non ho incarichi di correzione e di editing da parte di editori, ho due testi di scrittori alle prime armi che mi hanno affidato i loro testi quasi gratuitamente.
    Il tempo è poco e le tasse del negozio corrono, così sono schiacciata tra due “amori”, e vince quello che mi dà sostentamento e paga la benzina.
    Questa è la realtà, la nuda e cruda realtà a cui non riesco a sfuggire alla soglia dei cinquanta.
    Ti mando un abbraccio
    Simonetta

  2. LFK Says:

    Io mi tiro fuori per la lontananza. Ma posso proporre la mia idea in merito: lo stile… sai meglio di me quanto l’autore contemporaneo non possa impozzarsi (bello questo termine, me lo segno. Indica l’intrappolarsi da solo in qualcosa da cui difficilmente riuscirà a uscire) in stili predefiniti, nei canoni classici della scrittura creativa. Lo stile è personale, lo stile la vera firma dell’autore in un testo. Quindi cosa c’è da imparare? Tempo fa parlai proprio di quegli autori (o scrittori, chi lo sa?) che non leggono perché poi si inquina lo stile con quello dei libri letti. Molti sono convinti che lo stile sia innato e personale, che non abbia niente a che vedere con regole o punti fermi. Così capita che per crearsi uno stile proprio, l’autore sostituisca la parola “sguardo” con la più diretta “occhi” e una frase del tipo “lo sguardo si posava su ogni oggetto” diventi “gli occhi si posavano su ogni oggetto”. L’immagine è divertente, mi ricorda i disegni che facevo io da ragazzo, con gli occhi salterini per le strade, ma l’effetto è abbastanza comico e con una sola frase è capace di sminuire tutto il resto del testo (il testo in questione non era un capolavoro, però).
    Credo che non sia chiarissimo il nome del corso, ecco cosa voglio dire. Siamo (mi ci metto anche io) tutti convinti di padroneggiare la lingua italiana alla perfezione e potrebbe essere vero, ma c’è ancora qualcuno (molti) convinto (i) che parlare e scrivere siano la stessa cosa. Forse chiamandolo “Corso di marketing stilistico” avreste più successo. Perché credo che il programma (che è davvero molto interessante ma il corso è a Padova) fa gola, eccome.

  3. monica Says:

    anche a me sembra un bel corso, come il corso sulla lettura. forse i poco meno di dieci euro all’ora sono in questo momento tanti per molte borse. prima si poteva rinunciare a qualche cosa, un abito, una pizza in pizzeria, o da asporto, l’automobile, adesso si dovrebbe rinunciare alle sigarette (ed è difficile), forse c’è da pazientare qualche tempo.

  4. susanna busnelli Says:

    Io lo trovo interessante e utilissimo per chi voglia scrivere. Come ti ho scritto qualche settimana fa è la lontananza a bloccarmi. Mi stupisce che chi frequenta con facilità e slancio i corsi di scrittura non veda la grande utilità di un corso sullo stile che ne è, direi, un approfondimento.

  5. Michele Montani Says:

    Forse la frequenza di cinque week-end interi costituisce un impegno che molti non possono o non vogliono sostenere.

  6. Morena Silingardi Says:

    Il programma a me sembra molto interessante, ben descritto (con tono ironico e accattivante, quel tanto che non guasta), accessibile come costo, organizzato opportunamente nei fine settimana: mi sorprende che non si iscriva nessuno.

    D’altra parte, a ben pensare…

    Io vorrei iscrivermi, ma nei fine settimana estivi lavoro.
    Io vorrei iscrivermi, ma abito a Serra (MO), non a Padova.

    E c’è anche chi mi dice:
    Io vorrei iscrivermi, ma d’estate vado al mare di sabato e domenica.
    Io vorrei iscrivermi, ma non compro neppure i pomodori, figurarsi!

    E chi pensa:
    Io non voglio iscrivermi perché so già tutto.
    Io non voglio iscrivermi perché ho paura di sapere troppo poco.

    Dopo le riflessioni, eccoti una domanda e una controproposta.
    Sicuramente hai già pensato, per i tuoi corsi, a un collegamento Skype o simili, ma perché non ripensarci? Certo non sarebbe affatto la stessa cosa, ma potrebbe eliminare il problema distanza e i costi pernottamento e/o viaggio dei partecipanti (es.: ci riuniamo in biblioteca a Fiorano – il gruppo è essenziale, secondo me – e tu stai a Padova; ci parliamo e confrontiamo con te via pc).

    Se invece trovo un buon numero di persone (minimo dieci? Ne servono di più?), verresti da ottobre in poi a Fiorano a proporre lo stesso corso? (pro domo mia: vedi obiezione uno e due).

    Parliamone, io vorrei iscrivermi.

  7. Francesca Says:

    per me la questione è molto semplice: ho rinunciato a priori perchè non essendo di padova e trattandosi di svariati week end, per me è il lato economico a fare la differenza perchè non si tratta più solo di 650 ma di tutto quello che ci va sommato e nonostante mi piacerebbe proprio tanto, ho dovuto fare una scelta.

  8. Maria Luisa Mozzi Says:

    Pubblica un tuo romanzo di successo (successo di copie vendute, successo anche televisivo) e vedrai che si iscriveranno in molti.

  9. claudiosalvi Says:

    LFK, scrivere come uno parla, tu non lo fai? da questo tuo testo io vedo che tu parli senza inciampi. se è così scrivere e parlare in qualche modo in te si somigliano. forse la scrittura costa più fatica, e questo è la ricerca dello stile?

  10. Sabbry' Says:

    Buongiorno a tutti,
    Io soffro di avverbite e virgolafobia, sarebbe utilissimo questo corso per me, ma (avversativo ci vuole la virgola, vero?) mi sono appena iscritta al corso fondamentale di narrazione.
    Se l’anno prossimo proporrai il corso di stile a Milano, io ci sarò!
    Un piccolo suggerimento per il programma: come costruire una similitudine o un paragone efficace. Io produco solo idee turpi, tipo “Stare senza te è come mangiare il pandoro pucciato nella cazzuola” 😉

  11. LFK Says:

    @caludiosalvi: non credo sia la stessa cosa. Un conto è “parlare” commentando un articolo, o scrivendo un articolo di blog, un’altra cosa (secondo me) è riuscire a tenere il lettore sul tuo testo per 100, 200 o anche 300 cartelle. Lo stile ci deve essere, ma va curato. I corsi servono a questo, e questo intendevo dire. Io non scrivo come parlo, o almeno lo spero.
    Ma c’è da dire che io non sono un grande “scrittore”, forse parlo meglio di come scrivo, e il salto verso un livello accettabile di scrittura potrebbe essere proprio un bel corso di stile. 😉

  12. Fulvio Says:

    Se lo fai a Cagliari, io mi iscrivo. Che sia di sabato, domenica o qualsiasi altro giorno della settimana, anche solo per il piacere di sentirti parlare.

  13. Enzo Says:

    Io la butto lì.
    E se tu proponessi un pagamento dilazionato?
    Sai bene che più o meno si tratta di metà stipendio. Senza contare le spese di trasporto, di vitto e alloggio.

  14. Rossella Monaco Says:

    I corsi di scrittura hanno perso il loro appeal, credo sia questo, perché succede un po’ con tutti i corsi. Chi più, chi meno…

  15. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, ma la domanda è: perché certi corsi (ad esempio questo) raccolgono facilmente una quindicina di iscritti; e questo no?

    Le ragioni del tipo: prezzo, lontananza, difficoltà personali eccetera mi pare valgano per quelli come per qusto. Quindi non fanno la differenza.

  16. LFK Says:

    @Giulio: secondo me sta tutto nella convinzione che lo stile non si debba imparare ma che sia una cosa prettamente personale. Questo è il riassunto di quanto detto prima.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Ma, LFK, io ricevo molte richieste di fare corsi di questo tipo. E’ il contrasto tra questo e la scarsità di iscritti che mi fa venire dei dubbi. Forse interpreto male la richiesta.

  18. Sabbry' Says:

    Per me invece la questione costi e logistica è fondamentale. Dopo una settimana di trottola impazzita non ho la forza di mettermi su un treno e farmi 200 e passa km. Se uno ci pensa lo stile è sì personale, ma fatto di tante variabili, sfumature che fanno la differenza eccome! E’ vero che dove mettere la virgola grammaticamente te lo insegnano a scuola e puoi trovare un’intera enciclopedia anche sul sito dell’Accademia della Crusca, però il contesto del discorso, la poesia che vuoi trasmettere anche nelle pause non sono cose che s’imparano con manualetti e confrontarsi direttamente con persone esperte non ha prezzo. Però se poi non hai soldi per i pomodori…

  19. Antonella Says:

    Probabilmente (ma faccio proprio un discorso generale cercando di rispondere alla tua domanda) perché il Corso fondamentale di narrazione pare più “pratico”. Nonostante non si possa prescindere da virgole e semantica.
    Inoltre, gli elenchi che hai usato nel programma del Corso fondamentale di narrazione, secondo me, aiutano a dare un taglio più schematico, il quale a sua volta potrebbe essere recepito come più “utile” e immediato.
    Infine c’è il fatto che nel Corso fondamentale di narrazione si possa lavorare sui nuclei drammatici proposti dai partecipanti.
    Ma il corso introduttivo allo stile è “introduttivo”, dirai tu.
    Giustissimo. E’ come dire che non si possono trasgredire le regole se prima non le si conosce: ma non tutti hanno realmente questa percezione.

  20. RobySan Says:

    Tutt’un tratto mi sovviene che una proffia di Lettere mi disse un giorno (a long long time ago), commentando un mio tema: “tu scrivi come parli”. Ora, proprio ora, la cosa ha preso a tormentarmi: era un elogio o una stroncatura? E il mio elaborato controcommento fu un soliloquio o uno sproloquio? O amaro sapore del passato che torna e mi costringe a pensare che forse dovrei riprendere qualche studio, rileggere qualche testo, rettificare il detto e lo scritto con lettere di scuse indirizzate a coloro i quali subirono il tedio delle mie inadeguatezze letterarie e letterali. Tutto ciò, per non ripetere gli errori d’un tempo, solo dopo aver frequentato un corso di affinamento stilistico (of course). Ma la lontananza. La lontananza, sai, è come il vento che scompagina le sudate carte che tu pensavi d’aver messe via ordinate e sicure. E come il vento che s’ode stormire tra le fronde scompagina i tuoi pensieri, così la lontananza scompagina le più ferme risoluzioni: non s’andrà a Padova (oh, cara) né a Trento né a San Francesco al Campo che pure è a un tiro di Garand[*] da casa mia (e non dubito che un corso potrebbe tenersi pure lì: c’è un vasto locale, sempre libero – chissà perché -, tra il fondo della pista dell’aeroporto e il camposanto), ma a me sembra lontana. Così, tra l’impellenza del contingente e la scadenza della rata (e qualche altro problema che qui non si nota per non appesantir la lettura con meste elencazioni che apparirebbero autocommiserative), s’annega il mio desiderio di stile. Non avrò miglior fabbro e il passato seguiterà a perseguitarmi anche in futuro (“là, proprio là, prima di scrivere ‘sternuto’ avresti dovuto mettere un aggettivo adeguato, per esempio: dilavante”. E via di questo passo…).

    Il pomodoro, invece, non ha nulla da rimproverarsi o su cui rimuginare: il suo passato è generalmente ottimo.

    [*]: mica uno schioppo qualsiasi!

  21. matteobarbiero Says:

    Buongiorno Giulio,
    io i corsi con te li farei tutti anche se si chiamassero: Rgagdhs e ratata pepe; insegnante Giulio Mozzi.
    Credo, leggendo anche tra le righe di alcune risposte, che ci siano alcuni problemi… il costo, che nel mio caso va programmato bene in casa, passare per il consiglio di amministrazione, del quale certo faccio parte anch’io, sperando che all’ultimo momento non salti il ponte del dentista. (Il costo a mio parere è giusto, ma in una botta sola io i soldi non li avrei).
    Di solito ai tuoi corsi non ci sono ragazzini. Io con famiglia e lavorando il sabato e la domenica dei weekend così vicini non potrei mai farli…mia figlia mi chiederebbe: “Ma tu chi sei che non ti ho mai visto?”
    La parola stile è un po’ strana. Difficilmente identificabile si ha quasi la sensazione riguardi qualcosa di molto personale di un essere narrante… anche se leggendo il programma si intuiva che è “solo” questione di strumenti e pratica, e, come sempre, saper leggere il lavoro degli altri.

    Matteo

  22. metropolis99 Says:

    Perché sembrano lezioni di grammatica… e la grammatica applicata è una rottura di coglioni

  23. Silvia Nieddu Says:

    Continua a proporre e non lasciarti sfinire da questo deserto! E’ un’illusione pensare di riempire le sale con questi argomenti, non trovi? Non è facile portare i lettori, nemmeno i più convinti, alla presentazione di un libro, della durata di 40 minuti, magari vicino a casa…immagino la difficoltà con corsi di questo genere!
    Vorremmo essere bravi lettori e discreti scrittori ma senza impegno, attenzione, cura, e anche un po di fatica…triste ma vero.
    Andiamo avanti!
    Perchè così poche iscrizioni? Credo che i motivi siano molteplici e non tutti ricondicibili al corso e ai suoi contenuti.
    I corsi a Milano funzionano meglio, certo, forse proprio perchè è Milano..i corsi sono mille, di ogni tipo, e mille sono le opportunità.
    Non conosco Padova, forse la mentalità è un’altra, e gli interessi sono spostati su altri campi…non lo so.
    I tuo corso è ben articolato, forse anche troppo e questo spaventa? Chissà…
    Avanti così, dai! Ogni zona è da raggiungere in modo diverso, non mollare!
    Buon lavoro!

    P.S. Abito a Carpi ma sono fioranese, mi associo a Morena Silingardi…speriamo di averti in zona prima o poi!

  24. Patrizia Patelli Says:

    Neanche i pomodori si vendono più. Nel mio Comune si riciclano anche gli avanzi dei piatti delle mense dei bambini, letteralmente parlando. Io non credo sia rilevante l’argomento del corso. Sempre più, anche nella rubrica La formazione della scrittrice (che è riuscita a pubblicare), passa in qualche modo l’idea della “predestinazione” Rilevante è l’orizzonte d’attesa del corso: mi aiuterà a pubblicare, a farmi conoscere, a conoscere qualcuno? Penso sia inutile scervellarsi sul programma tout court.

  25. Denis Larcher Says:

    Ciao! Spezzo una lancia a favore del Corso sullo Stile proposto da Giulio, in quanto lo sto’ frequentando in questo periodo a Trento. Innanzitutto mi dispiace sia l’unico che abbia raccolto proseliti (comunque sottolineo che siamo circa in 15-20 persone iscritte: a me pare un buon risultato!), ma posso assicurare che è sia interessante sia, soprattutto, utile. Purtroppo non ho frequentato altri corsi a tema “scrittura” prima di questo, per cui non ho termini di confronto per fare paragoni adeguati, però posso sicuramente affermare che si tratta di una bella esperienza formativa.
    Se dovessi sbilanciarmi sul perché, in termini concreti, un corso di scrittura a tema “stile” riscuota meno adesioni rispetto ad altri sempre inerenti lo scrivere, ipotizzerei che molti aspiranti scrittori, magari per ingenuità, spocchia o semplicemente per convinzione personale, ritengono che lo stile sia una cosa che nasca “spontaneamente” dalla penna dello scrittore e che quindi non vada studiata, inculcata, imitata o, magari, nemmeno insegnata.

  26. Rob3rto Says:

    Gli aspiranti scrittori si dividono in due grandi categorie: quelli che non sono mai contenti di ciò che scrivono e quelli che pensano di essere degli artisti incompresi. Un corso di stile è troppo per i primi e di troppo per i secondi. Probabilmente quelli che chiedono un corso di stile fanno parte della prima categoria. Allora bisogna farsi furbi, modificare leggermente il programma, ma ciò che va modificato pesantemente è il titolo: Corso di narrazione e stile.

  27. Elianto Says:

    Caro Giulio,
    perché, chiedi, a questo corso non si iscrive nessuno?
    Be’, nel mio caso è la matematica, a rispondere: stipendio mensile = euro 719. Ore lavorate= 96. Ergo, retribuzione oraria= euro 7,4895833333.
    Il problema non è “questo” corso, ma QUALSIASI corso.
    È giusto che un professionista riceva un adeguato emolumento, per il lavoro svolto. I dieci euro l’ora da investire non sono una quota esosa in sé (prendi molto meno di una baby-sitter sottopagata), ma inarrivabile comunque, per molti di noi.
    Un’idea mi tenta, anzichenò: potrei provocarti scioccamente su Facebook, cavillando a vanvera su istruzione, materie scolastiche e studenti figli di papà, fino a sfinirti; tanto da indurti a offrire, all’ennesima Santa Tommasa dolosa, la frequentazione del corso aggratise! (ogni riferimento…)

    L’idea dei corsi via Skype, per i problemi di distanza, credo sarebbe una buona soluzione (e forse si riuscirebbe anche ad abbassare un po’ il costo d’accesso).

    Augh!

  28. Francesca Says:

    le ragioni del tipo prezzo, lontananza ecc fanno la differenza ma non credo sia tutto qui.

  29. Francesca Says:

    la maggior parte dei commenti però fa riferimento proprio a queste motivazioni, di tempo, denaro, famiglie da gestire, distanze da percorrere.

  30. maria rosa Says:

    Lo stile come anche la punteggiatura sono due aspetti rilevantissimi della scrittura in generale e di quella creativa in particolare. E’ questo che differenzia una scrittura funzionale da una scrittura letteraria (narrativa, poetica ecc.) . Noi qui a Cagliari durante il primo laboratorio che abbiamo realizzato con la docenza di Giulio, l’abbiamo capito molto bene. E infatti abbiamo già deciso all’unanimità che il secondo laboratorio verterà proprio su questa tematica. Quindi Giulio, preparati a tornare nell’isola. Al più presto decideremo insieme le date. Riguardo al fatto che lo stile è personale, che connota lo scrittore, che non deve essere inquinato da altri modelli ecc. il mio parere è totalmente diverso. A parte pochi talentuosi, per i quali madre natura ha profferito doni in abbondanza, tutti gli altri che si affacciano alla scrittura e che vogliono avere qualche possibilità di essere letti e di “interessare” il probabile lettore, devono, secondo me, confrontarsi con i grandi scrittori e rifletterne in una comunità di pratiche, quale, ad esempio, quella che ci propone Giulio nei suoi laboratori. Per quanto riguarda i costi, sì, è vero, in momenti di crisi, è duro dovere ritagliarsi dal proprio budget familiare una somma da spendere per una passione. Ma così vanno le cose. Questa società ci insegna che nulla è gratis, che tutto ha un prezzo. Bisogna solo distinguere quando il prezzo da pagare vale il ritorno che ne possiamo avere.

  31. enrico ernst Says:

    Caro Giulio, sì ecco gli elementi che mi pare di sottolineare: costi (troppo elevati, indubbiamente), calendario (fine-settimana “sottratti” alla famiglia, al lavoro, alla gita fuori porta), e una certa qual “freddezza” del programma… e su questo… penso che il tema principale di un laboratorio di scrittura creativa “di base” (ecco preferisco a “corso”: per diversi motivi) sia ancora quello della “inventio”, mi pare che lo stile sia uno step successivo: il tema, cioè, per un “laboratorio/corso avanzato”, magari seguito da un gruppo consolidatosi che ha già assaggiato il “pomodoro” (laboratorio/corso di base). Prima le passeggiate nei boschi e nei prati, mi pare, e poi il giardinaggio se mi si passa la metafora, prima il pomodoro, poi il sugo da chef…

  32. Valentina Mancosu Says:

    Ho già letto che qualcuno ha proposto un corso a Cagliari! Potrebbe prendere in considerazione l’idea di organizzare qualcosa anche in Sardegna ?
    In ogni caso io lo farei così com’è stato impostato,gli argomenti del programma sono molto interessanti e per i cinque weekend da seguire non penso sia un problema,se c’è una forte passione per tutto ciò che è scrivere non sono i cinque sabati e domeniche a ostacolare qualcuno!

  33. Enzo Says:

    Giorgio,
    probabilmente io ho ragione.
    Così, tout court, il corso è intrigante (anche una vacanza padovana, che io non conosco affatto), ma… L’argomento è interessante, il docente di più; ma c’è uno scoglio e molti qui lo hanno – sinceramente – evidenziato.
    Non sei d’accordo, eh?

  34. enrico ernst Says:

    Un consiglio che posso dare, qualcosa che spesso “muove” degli entusiasmi e un benefico effetto “tam tam” (ma non è assicurato): un incontro gratuito di presentazione del corso. Visto che poi, in questo caso, lo terresti dove abiti… Potrebbe anche essere un momento in cui fai la domanda aperta a un’utenza possibile, curiosa, magari non convinta al 100 per 100, titubante: quali vi sembrano i punti di forza e di debolezza di questo programma e di queste condizioni generali? Può essere che ti vengano a “trovare” comunque tre persone, ma il gioco può valere la candela…

  35. LFK Says:

    Compri i semi e li pianti. I corsi sono questo infondo. Però concordo. Se non c’è la base economica, non c’è la base economica.

  36. catenomarco Says:

    Magari perché al corso di scrittura creativa si iscrive chi spera in questo modo di diventare il nuovo Baricco imparando a fare libri di successo. A quelli di lettura e e di stile questo stimolo non è presente e chi magari apprezzerebbe causa Tasi vede la spesa dei 650 euro inadeguata al suo stremato conto corrente.

  37. Denis Larcher Says:

    Le motivazioni inerenti i costi, la distanza e il calendario sono riferibili genericamente a qualunque tipo di corso (anche non di scrittura); Giulio invece chiede pareri specificatamente a riguardo di quello sullo stile: in alcuni commenti ho l’impressione si stia andando un po’ fuori tema.

  38. Giulio Mozzi Says:

    Valentina Mancosu: ho fatto un corso a Cagliari proprio la settimana scorsa. Guarda qui. Scrivi all’indirizzo che trovi nel volantino e sarai informata delle prossime iniziative. Fulvio e Maria Rosa, che sono intervenuti in questa discussione, hanno partecipato (Maria Rosa ha organizzato, a dire il vero).

    A chi ha avuto la cortesia di rispondere alla domanda: ciò che riguarda qualunque corso (costi, viaggi, famiglia ecc.) non lo posso considerare, visto che altri corsi con altri contenuti hanno avuto (Trento è l’eccezione) un riscontro più che soddisfacente.

  39. Il fu GiusCo Says:

    Penso che un corso attragga perché “caldo” (viene trasmesso altro dalla pura tecnica) e perché consente un incontro con una persona / professionalità che si stima. L’idea dei corsi a distanza, tipo webinar o Google Hangouts, non è peregrina, ridurrebbe anche i costi. Se non si ha la forza tecnica per far da sé, ci sono piattaforme anche italiane che fanno questo discorso, per privati e per aziende, una abbastanza in voga è Docebo (www.docebo.com) di Claudio Erba. Magari potrebbe essere interessante un contatto con loro e proporre i suoi servizi, per Giulio? Saluti.

  40. Maria Luisa Mozzi Says:

    Giulio, un coso sullo stile in cui occorre sapere la grammatica, goderne, faticare nella revisione della propria scrittura spontanea e sulla sua manipolazione è per forza un corso per pochi. Quei pochi poi, immagino, vanno a cercare dei corsi così in istituzioni culturali diverse, per esempio le università, non in un posto che sembra un dopolavoro (lo dici tu, io non ci sono mai stata).
    La maggior parte delle persone che scrive lo fa per piacere, per vanità, per autocompiacimento. Il motivo per cui tanta gente scrive è da cercare, secondo me, anche solo nel fatto che ormai la scuola dell’obbligo nel nostro Paese c’è da tanto tempo e tutti sentono di avere qualcosa da dire e hanno gli strumenti rudimentali per farlo. Queste persone però forse non sono interessate ad un corso di stile, ma cercano un corso per farsi venire in mente delle storie o per conoscere degli editori o per confrontarsi semplicemente con altri. Come ho scritto sopra, penso che verrebbero ad un corso di stile solo se lo tenesse una persona famosa (nel senso di popolare).
    Dici: ma molti auspicano, mi chiedono un corso così. Certo. Anch’io mi dico ogni giorno che devo continuare i miei studi di filosofia medievale. Credi che lo faccia? No, perchè è difficile, non immediatamente gratificante, avrebbe bisogno di tempi lunghi e non manciate di minuti e, insomma, il ragionevole proposito può essere senza troppi rimpianti fagocitato dal quotidiano.
    Immagino che accada così anche a chi scrive. Dovrei essere più consapevole della mia scrittura, si dice lo scrittore per diletto. Dovrei maturare la mia capacità di giudizio, Ma occorre faticare per fare questo e la gratificazione può essere lontana o non esserci affatto. E allora lascio che le buone intenzione siano seppellite dai miei impegni e non ci penso più.

  41. carlo capone Says:

    Mi sono posto nei panni di chi volesse aderire al programma di questo corso, caro Giulio. Non mi hanno spaventato nè i costi, nè l’importanza degli argomenti (figurarsi sono tutti così affascinanti che non basterebbero settimane per approfondire); ma ciò che mi ha bloccato è stato il calendario: 5 we liberi da 9 ore l’una credo siano in pochi a poterselo permettere. Per una serie di intuibili motivi che è anche inutile d elencare (ma se vuoi lo faccio).
    Io a questo punto farei un sabato da 4 ore per 10 volte, insomma un corso spalmato su u trimestre. Mi sembra che, invece della full immersion che propone l’attuale calendario, un lasso di tal tempo lasci più spazio all’elaborazione dei concetti, a un maggiore periodo per vincere le reazioni al cambiamento di chi insiste nei propri errori (la mente ha i suoi tempi, lo sappiamo), insomma una maggiore opportunità per verificare limiti o eccellenze.

  42. Enzo Says:

    Gentile Denis,
    nell’esaminare un certo fenomeno credo che sia buona cosa compilare un planning. Un piano dà una visione d’insieme. E tra le possibili cause elencare tutti i punti che comunque convergono allo stesso compimento il fenomeno. Chiamali, se preferisci, ostacoli indiretti o generali.
    Capisco, e mi allineo in toto, alla tua spiegazione circa la natura del succitato corso; ma io, per un quadro completo, mi farei una tabellina scritta con tutti i punti. Giusto per correttezza alle tue perplessità.
    Giulio:
    Ma ora leggo ciò che ha scritto Giulio, quindi il mio è un suggerimento inutile

  43. RobySan Says:

    O Giulio, la domanda è seria ma non mi pare così chiara come credi: quanti corsi “sullo stile” hai già proposto? Per considerare Trento un’eccezione occorre che almeno cinque-sei-dieci altre proposte analoghe, in altri luoghi, siano fallite. Se è fallita solo a Padova e, addirittura, se le proposte sono state solo a Trento e Padova, allora non abbiamo le basi numeriche per parlare di insuccesso (né di successo).

    Ipotesi:

    chi già ha frequentato un corso “base” di narrazione ritiene di poter sviluppare da sé uno “stile” (o pensa di possederlo di già e ha frequentato il corso “base” per apprendere i rudimenti dell’arte e riuscire così a dar vita a questo stile “innato”: sì, c’è gente che cammina a testa in giù!)

    chi ha frequentato un corso “base” ha fatto un investimento che, nella gran parte dei casi, è senza ritorno economico (quindi, in termini crudamente monetari, ha fatto non un “investimento” ma una “spesa”) e non se la sente, almeno a breve termine, di farne ancora.

    c’è chi non ha affatto le idee chiare su cosa lo stile sia e si domanda perplesso come un corso possa effettivamente chiarirgliele

    c’è chi pensa di sapere perfettamente cosa lo stile è e si domanda perché mai dovrebbe perdere del tempo con un corso apposito

    c’è chi pensa che lo stile non abbia nulla a che fare con i contenuti della tua proposta di corso: punteggiatura? aggettivi e avverbi? ma che cavolo!

    c’è chi preferisce mantenere dello “stile” una definizione più vaga (per avere più carisma e sintomatico mistero) di quella che tu imposti con i capoversi del tuo programma

    Mo’ non mi viene in mente altro e inoltre sono quasi certo di non avere affatto risposto soddisfacentemente (esaurientemente? – esaustivamente?) né con bello stile.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: d’accordo. Questa mi pare una via buona per capire. (E: sì, qui siamo nell’ambito nei corsi “dopolavoristici”. Forse il problema è che il corso mira troppo in alto per una situazione del genere.).

    Carlo: un corso che preveda 4 ore per volta per 10 sabati mattina (o pomeriggio) costerebbe però molto di più (in proporzione alle ore).

    Roby: la presentazione del corso di Trento era identica a questa di Padova. Corsi sullo stile, con struttura analoga ma con una presentazione diversa (meno giocosa, più seriosa) ho provato a farli anni fa. Mai riuscito.

  45. Sabbry' Says:

    Ok, azzardo alcune teorie:
    – Curare lo stile viene considerato in qualche modo come un lavoro di editing che potrebbe essere fatto gratis da una casa editrice?
    – Si crede di più nel valore di una storia e, anche se scritta come parla Trapattoni, la trama è talmente irresistibile da far perdonare tutto?
    – Resistenza al cambiamento. Mi spiego: io scrivo così e mi piace, perchè dovrei cambiare, sforzarmi di rigirare una frase, usare in modo ardito un verbo o violentare una virgola per dare una nuova forma a un messaggio che a me va già bene? Perchè dovrei ispirarmi poi ad altri scrittori? Io sono io!
    – Padova è oggettivamente decentrata rispetto a Milano che offre molte più possibilità in termini di mezzi e alloggi (amici e parenti disposti ad ospitarti, per esempio). Mai provato a proporlo lì un corso di stile? Io ci verrei di corsa!
    Mi scuso se magari sono stata banale e ho ripetuto concetti già espressi da altri. Approvo in pieno il corso di narrazione e stile!

  46. enrico ernst Says:

    Scrivi Maria Rosa: “Lo stile come anche la punteggiatura sono due aspetti rilevantissimi della scrittura in generale e di quella creativa in particolare”, sacrosanto! Ma ti spingi un poco più in là, subito dopo: “E’ questo che differenzia una scrittura funzionale da una scrittura letteraria (narrativa, poetica ecc.)”. Ecco non sarei d’accordo. Mi pare una posizione “formalistica”. Con il voler estremizzare: se la letteratura è “bello stile”, o è “stile” tout court, beh che dobbiamo farcene, per la precisione? Un vestito da sera? A fronte dei jeans e maglietta della “scrittura funzionale”?

  47. gian marco griffi Says:

    Giulio, i corsi di stile son vecchi come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore (sto sicuramente citando qualcuno, ma non so chi).
    Devi provare invece con un corso di stiletto (perfetto per l’intaglio e la decorazione di frutta e verdura, ottimo per l’aragosta – lo stiletto, no il corso): fai mille persone; la gente ormai son tutti drogati marci di cucina e dello stile invece non san più cos’è (capisci: scriviam come parliamo, ad minchiam, come viene viene).
    Oppure noi aspiranti scrittori c’interessa un corso sul come scrivere un libro che vende 500mila copie, che ci frega del puntevirgola.

  48. gian marco griffi Says:

    PS: nel mio precedente commento ho usato un punto e virgola, ma mi sono subito pentito.

  49. dm Says:

    Allora, Giulio, secondo me gli scriventi interessati ad un corso di scrittura creativa sono, semplificando un po’, di tre tipi.
    C’è lo scrivente di minima esperienza che, iscrivendosi al corso, s’immagina che al termine sarà in possesso di tutti gli strumenti necessari per diventare uno scrittore.
    C’è lo scrivente di media esperienza che s’immagina di ricevere un addestramento su tutta quella cosa chiamata scrittura. Un pacchetto completo, diciamo.
    C’è lo scrivente sgamato che s’iscrive ad un corso di scrittura creativa per affilare certi tratti, per perfezionare gli aspetti di maggior debolezza.

    Secondo me i primi due tipi – per cui un insegnamento può e anzi deve essere completo – rappresentano la maggioranza dei potenziali partecipanti. D’altra parte, la logica del “pacchetto completo” è commercialmente molto in voga. Spesso si fanno acquisti proprio nell’ottica del “pacchetto completo”. Ovvero, spendo una certa cifra, destino risorse e tempo libero a questa cosa, ma alla fine imparo tutto, avrò il “pacchetto completo”. Ciò non significa illudersi che sia un insegnamento, diciamo, definitivo. Ma completo sì, magari, come dicono gli ingenui “a trecentosessanta gradi” (dimenticandosi di una dimensione). Il “pacchetto completo” secondo me è una promessa che commercialmente funziona molto bene in quest’ambito, e in generale quando è in ballo una grossa fetta di tempo libero… Scrivo ballo, e mi viene in mente: in molti si iscrivono ai corsi di salsa e merengue, perché si immaginano che poi, alla fine, potranno ballare più o meno bene col proprio partner o nella discoteca. Ma quanti si iscrivono a dei corsi di pasitos, e cioè, in qualche misura, di stile? (Fra l’altro, i pasitos sono punteggiatura in danza).

  50. Bernhard Says:

    Forse sarebbe più interessante invertire la prospettiva. Da come è presentato sembra che lo stile preesista agli scrittori mentre invece, in un certo senso, è il contrario (o almeno è un doppio legame). È strano parlare di punteggiatura e dire che né Omero né Virgilio punteggiavano no? Mary Poppins va bene, ma forse vorrei qualcosina di più (Kitano e il collo della bottiglia?)… parlo semplicemente da un punto di vista di presentazione del prodotto.
    Immagino che se qualcuno decida di fare questo corso lo faccia perché catturato dallo stile di qualcuno, Svevo, Fenoglio, per dire, non dalla bellezza di saper usare faccia invece di volto. Messo così lo stile sembra una macchina anonima che travolge tutto. Mentre (forse) è (anche) la capacità di produrre qualcosa di singolare, qualcosa che fronteggi la norma, (magari anche arrendendosi alla stessa norma).

    Insomma, a me personalmente un corso così mi sembra più noioso di un corso, magari, che inizi con, ad esempio: la punteggiatura in Céline (in che modo senza punteggiatura Viaggio al termine della notte non sarebbe esistito)… o qualcosa del genere.

  51. Giulio Mozzi Says:

    Gian Marco, i corsi di stile sono vecchi come i corsi di retorica: avranno duemilacinquecento anni o giù di lì.

    Bernhard: la posizione classicistica è che “lo stile preesiste agli autori”. La posizione romantica è “il contrario”. Ma i romantici hanno fatto fuori l’insegnamento della retorica: una “retorica romantica” è – dal punto di vista teorico – una cosa che può esistere tanto quanto il cerchio quadrato.

  52. Bernhard Says:

    Forse è per questo che non siamo né romantici né classicisti, siamo moderni.

    Sull’assenza di una retorica romantica, ad ogni modo, sarei più cauto. Non capisco bene se intendi la mancanza di un insegnamento della retorica, la mancanza di una consapevolezza tecnica, o la mancanza di una normatività più o meno rigida. Mi pare che per i romantici il problema sia come singolarizzare la norma, non come farne a meno. Ma immagino sia un’opinione come un’altra.
    (Un testo interessante è, ad esempio, questo: http://www.amazon.com/The-Rhetoric-Romanticism-Paul-Man/dp/0231055277)

    Il mio, ad ogni modo e forse paradossalmente, era un suggerimento meno teorico e quasi più di marketing.

  53. Maria Luisa Mozzi Says:

    Bernhard. Forse però si perderebbe lo stile giuliesco di vivere la cultura e di fare lezione.

  54. Sabbry' Says:

    Da un punto di vista di puro marketing si potrebbe magari pensare di proporre il corso di stile puntando sulle peculiarità di ogni potenziale partecipante (nulla è più interessante di se stessi).
    Frasi del tipo “Analizzeremo insieme il TUO stile evidenziando i suoi punti di forza e debolezza. Hai mai pensato che anche solo la posizione di una virgola o un sinonimo più calzante potrebbe fare la differenza per rendere più incisivo il messaggio?
    Spero di essermi spiegata, a quest’ora la maggior parte dei miei neuroni sono ancora in garage. Comunque il succo del suggerimento è puntare a mettere in luce che chi parteciperà avrà un’analisi specifica del suo stile e non solo nozioni generiche che dovrà poi elaborare da solo senza un feedback. Ovvio che poi bisognerà gestire le singole osservazioni in modo tale da mettere in luce elementi comuni e interessanti per tutti. Questo secondo me potrebbe fare la differenza.
    Buona giornata a tutti!

  55. enrico ernst Says:

    Cinica Sabbry… il marketing… ma in fondo non è una questione di marketing, forse è davvero più essenziale: lo stile riguarda esattamente una ricerca personale. Inesistenza dello Stile (con la maiuscola). Che poi. Mi sa che sempre tu parlavi dello “stile di Trapattoni” come esempio di perversità. Ora. Se uno parla/pensa come Trapattoni, perché dovrebbe scrivere (mettere le virgole) come Joyce? Mettersi cioè in panni “diversi” dai suoi? Non è meglio che lavori con il “trapattoni” che è in lui? essere un “trapattoni” libero, dispiegato… Questo è un fattore che si riscontra spesso: lo stile come maschera della voce “vera”. Galateo. Buone maniere. Fare piacere alla professoressa (al professore). Fare piacere a chi “conta”, ai Giudici. Non ripetere le stesse parole, usare i sinonimi… Eccola là: quando la primordinalità dello stile diventa una singolare forma di inautenticità (di paura?). Col che vale persino l’inverso: senza stile (un cero modo di “acconciarsi”), si dà scrittura? Direi di no, no…

  56. Sabbry' Says:

    Caro Enrico, premessa: anche con tutti i neuroni in pista non è che ho capito proprio tutto quello che stai cercando di dirmi, ma tranquillo, è un problema mio. Sono un’anima molto semplice. Torniamo a Adamo ed Eva: qui la domanda era “Come mai a questo corso non s’iscrive nessuno?”
    Risposta: si deve “vendere” meglio. Ogni cosa che noi acquistiamo (e il corso si paga, quindi è perfettamente assimilabile a un prodotto) risponde a un bisogno, altrimenti non ci interessa. Bene, allora dobbiamo partire da questo: a quali bisogni deve rispondere?
    Secondo me, visto che ti viene data la possibilità di interagire con persone molto esperte e competenti, una discriminante fondamentale è che tu possa trovare spazio per un confronto PERSONALE con il docente. Troverò risposte per il MIO STILE?
    Qualcuno si prenderà per un attimo carico dei miei dubbi e mi darà indicazioni concrete, leggendo quello che scrivo e dandomi il suo preziosissimo parere (se non stimi il docente tanto vale…).
    Non vorrei annoiarti e concludo qui, però credo che, in una cosa così viscerale come la scrittura, dove se ci metti l’anima alla fine il lettore ti conoscerà più a fondo del tuo psicoginecologo, una variabile fondamentale sia il fatto che tu vuoi trasmettere messaggi e qui il concetto diventa: sono comprensibile? Riesco a esprimere al meglio delle mie possibilità quello che voglio dire? Dove posso migliorare? Lo stile è anche questo in fondo e solo un’altra persona puo’ risponderti, meglio se un esperto.

  57. Giulio Mozzi Says:

    Sabbry: mi dài un’indicazione precisa, che s’incastra bene con le osservazioni di Bernhard. Grazie a entrambi.

  58. Giulio Mozzi Says:

    Bernhard: per fare presto mi sono spiegato poco.
    Che ci si possa chinare sulla letteratura romantica ed estrarne una retorica (o una famiglia di retoriche): nessun dubbio. (E infatti lo si fa). Intendevo dire che per un artista delle lettere romantico la retorica era cosa da abolire o, come diceva il Croce (la cui teoria estetica è romanticissima, mi pare), da conoscere per evitarla.

  59. Sabbry' Says:

    Caro Giulio, prego, non c’è di che, figurati e a presto…(non è una minaccia).

  60. Bernhard Says:

    Solo per il gusto della conversazione:

    Il fatto che qualcuno abbia ricostruito, a posteriori, una retorica significa che questa, in qualche modo, era già presente, no? C’è poi da dire che ci sono romantici e romantici (e a me poi sembra che “i romantici”, chiunque essi siano, predichino una cosa e poi ne razzolino un’altra, dal punto di vista prettamente stilistico sono quasi più classicisti del classico). Il classicista, in senso stresso, è poi un romantico inconsapevole (l’uso della tradizione retorica è cosi idiosincratico, così donchisciottesco, rispetto ai contemporanei, da essere un tratto tipicamente singolare e quindi, anticlassico).
    Mi sembra però che la sfida di un corso di scrittura incentrato sullo stile sia proprio di far quadre il cerchio. Dal momento che il linguaggio è sempre, bene o male, retorica, il problema mi sembra quello di produrre uno stile che tenga assieme una consapevolezza e uno slancio.

  61. Giulio Mozzi Says:

    Berhard: eh, ma dire a uno scrittore veramente romantico: “Guarda che anche tu ci hai una tua retorica”, è dargli una stilettata al cuore.
    Questo volevo dire.

  62. maria rosa Says:

    Enrico Ernst scrive:

    Ecco non sarei d’accordo. Mi pare una posizione “formalistica”. Con il voler estremizzare: se la letteratura è “bello stile”, o è “stile” tout court, beh che dobbiamo farcene, per la precisione? Un vestito da sera? A fronte dei jeans e maglietta della “scrittura funzionale”?

    Non si tratta di creare graduatorie (vestito da sera/jeans e maglietta) ma di “differenziare”. Mi spiego: la scrittura funzionale ha obiettivi comunicativi diversi rispetto a quella creativa. Sapere padroneggiare i due stili di scrittura è fondamentale per la comunicazione. E’ questo che fa la differenza per potere essere compresi bene nel primo caso ( se vogliamo dare informazioni, istruzioni, se vogliamo convincere…), e per suscitare emozioni e riflettere sui sentimenti, nel secondo. In quest’ultimo caso è importantissima la metacognizione delle parole che andiamo ad usare, poichè è esclusivamente a queste che affidiamo la possibilità di raggiungere il “cuore” del lettore.
    In alcuni scrittori di talento questa capacità diciamo che è innata, in altri invece richiede un esercizio e magari anche una conoscenza che può essere migliorata attraverso uno studio e un confronto sia con scrittori già acclarati che tra pari.
    In questo senso un corso sullo stile credo sia fondamentale almeno tanto quanto un corso sull’inventio. Sono d’accordo che prima ci si debba occupare del “piatto forte” cioè appunto della “storia” ma subito dopo bisogna occuparsii della forma che vogliamo dare alle nostre storie.
    Tutti abbiamo in testa delle storie che riteniamo interessanti, ma poche di queste diventano veramente interessanti per chi deve leggerle. Come te lo spieghi?

  63. enrico ernst Says:

    Grazie Sabbry per la risposta, grazie ai tuoi neuroni (lavorano bene, mi pare). Scrivi: “Secondo me, visto che ti viene data la possibilità di interagire con persone molto esperte e competenti, una discriminante fondamentale è che tu possa trovare spazio per un confronto PERSONALE con il docente. Troverò risposte per il MIO STILE?” Ecco, sì, quello che ti contestavo è il seguente: questo, dei bisogni, e di “questi” bisogni”, non è, non può/deve essere, della parte del docente, “puro marketing”. Per me che insegno scrittura creativa è sostanza pedagogica, oserei dire LA sostanza pedagogica. “TU (la tua voce, le tue visioni, il tuo stile), TU mi interessi”. In prima istanza, voglio lavorare con TE, non insegnarti delle “cose” (anche se ti insegnerò delle “cose”). Spero di essermi spiegato.

    Grazie anche ad Anna Maer. Mi permetti di dire qualcosina in più: certo, lo stile è fondamentale. E quando raccontiamo una storia ci occupiamo anche dello stile. E mi confermi, con la tua risposta, quello che dicevo più sopra: lo stile, però, “dopo”. A mio avviso tra l’altro, dopo la storia (oppure la visione, oppure il flusso di coscienza, oppure la rammemorazione: tutti “ingressi”) a mio parere ci possono anche essere degli step che precedono lo stile: per esempio, una riflessione sul narratore, o sul e sui punti di vista. Sull’approfondimento delle immagini, sulla descrittività. Per me, ha sempre avuto un grande richiamo una bella metafora di Nathalie Goldberg: prima attraversa la foresta, poi costruisci il giardino (nel molto amato “scrivere Zen”, che sostiene prima crea poi lavora sulla forma: opera la revisione). Mi pare a volte che se si parte subito con “animo da giardinieri” (era – forse è ancora, in parte – un mio problema, bada bene: quindi “parlo anche a me stesso”), si finisce nella trappola del formalismo o se vuoi del manierismo. Questo aspetto secondo me va tenuto in conto. Altra battuta, e credo forse concorderai: la poesia NON PUò ESSERE la metrica…

  64. enrico ernst Says:

    Mi scuso: la mia risposta, nel precedente commento, non era ad Anna Maer, ma a Maria Rosa. Perdona Maria Rosa…

  65. Sabbry' Says:

    Grazie a te Enrico. Hai centrato il punto molto meglio di come sia riuscita a fare io. Secondo me, e parlo dal punto di vista di un potenziale fruitore, se si riuscisse a comunicare efficacemente nel programma quello che dici, potrebbe fare la differenza.

  66. enrico ernst Says:

    una piccola aggiunta, Sabbry (sulla comunicazione siamo d’accordo), che mi aiuta a riflettere: insegnare è una cosa (contenuti, di cui il docente è detentore, lezione frontale, verifica dell’apprendimento), “cercare la voce” dell’allievo è un’altra. Questo secondo elemento, richiede due cose, dal punto di vista professionale, che la prima “funzione” non necessariamente contempla: esercizio/pratica dell’ascolto “compartecipante” (individualizzante) e, spesso, più tempo di attenzione a ciò che l’allievo produce in concreto (insomma, il docente, tendenzialmente, lavora di più!), spesso dosando o addirittura sospendendo il giudizio di merito, di valore. A volte anche più incertezza: lo sto aiutando a trovare la sua strada “verace”? o lo sto “spostando”? Cosa gli serve per migliorare, a lui proprio a lui, e non all’idea che ho di lui?

  67. Sabbry' Says:

    Caro Enrico, io non mi conosco da 42 anni! Sai quanti fantasmi ho addosso per illudermi di essere quello che vorrei…come fai a pensare in poche lezioni di riuscire a scindere un’idea da una persona reale che non sa neanche lei chi è fino in fondo.
    Noi cambiamo continuamente, è questo il bello della vita, scoprire cose sempre nuove, soprattutto su se stessi. Un libro mi piace se l’autore riesce a tradurre a parole un concetto che aleggiava dentro di me, nella mia anima, nel mio cuore e non riuscivo a dargli voce. Non sto imparando, scopro!
    Io mi porrei degli obiettivi più concreti. Non sta a te cercare la voce dell’allievo, tu devi dare gli strumenti per trovarla.

  68. Pensieri Oziosi Says:

    Giulio, nei corsi che la quindicina di iscritti la raggiungono, quanti sono i lettori di Vibrisse?

  69. dm Says:

    Forse non è compito dell’insegnante “cercare la voce”. E forse neppure è compito dell’allievo. La voce è, a un certo punto.
    Un’analogia edificante. Secondo i belcantisti il cantante dà il meglio di sé nel momento in cui smette di cantare. La “vera voce” si materializza a scapito delle intenzioni. Quando il cantante non canta, ma è cantato, allora dà il meglio di sé…
    Lo stesso accade per la voce scritta, secondo me. La voce più autentica viene fuori quando il Soggetto non parla, ma è parlato. Completamente. Il che, mi sa, è al confine con la psicosi.
    Sono riuscito a far dialogare i belcantisti coi lacaniani, in una discussione sulla scrittura creativa. Non c’è limite…

  70. Giulio Mozzi Says:

    P.O.: ci sono corsi più legati al territorio e corsi meno legati al territorio. Dipende da chi è il soggetto organizzatore (se è un’associazione, avrà degli associati; se è un’azienda, avrà dei clienti; se è una biblioteca, avrà degli utenti; ecc.) e da quali sono le sue relazioni con il territorio.
    In linea di massima, gli iscritti che provengono dal territorio hanno avuta notizia del corso dal soggetto organizzatore; quelli che vengono “da fuori” l’hanno avuta via “vibrisse”.
    Le attività della Bottega di narrazione (che è a Milano) vengono pubblicizzate dall’editore Laurana di Milano (che la organizza) e da me. Il 18 febbraio scorso mi sono messo a fare un po’ di conti e ho visto che il sito della Bottega di narrazione, a contare dalla sua creazione (maggio 2013), era stato raggiunto:

    – 5.451 volte via link in “vibrisse”,
    – 2.931 volte via link in Facebook,
    – 2.917 volte tramite motori di ricerca,
    – 1.076 volte via link da Laurana.it.

    Numeri molto piccoli, ovviamente: perché il sito della Bottega è al momento quasi solo un luogo dove mettere le cose e linkarle da altrove. Non sono in grado di sapere se le visite provenienti da Facebook arrivino dalla mia pagina, o da quella dell’editore o da quelle di amici e parenti (o da quella, neonata e per il momento non ancora molto gestita, della Bottega).

    In linea di massima, direi che i corsi della Bottega dipendono soprattutto dalla comunicazione via rete, della quale “vibrisse” è ancora il cardine (cosa che mi dispiace: sarei felice di diminuire il numero dei post intitolati “Pubblicità”; cerco di fare almeno delle inserzioni divertenti, ma anche la mia immaginazione ha un limite).

    Però, considerando che il sito dell’editore Laurana è sostanzialmente un sito-catalogo, mi pare interessante (nel senso che mi pare tanto, e ne sono contento) che il suo contributo alle visite del sito della Bottega sia un quinto di quello di “vibrisse”.

    Il corso sullo stile a Trento ha avuto in grande maggioranza iscritti raccolti dall’organizzatore, il Teatro Spazio 14. Ma anche il circolo Lanterna magica di Padova, organizzatore del corso andato (per ora) quasi deserto è bene piantato nel territorio: esiste dal 1993, vi si fanno attività di questo tipo fin dagli inizi, ha una sua newsletter piuttosto efficace, e così via.

  71. enrico ernst Says:

    Diciamo così Sabbry: per dare gli strumenti all’allievo perché trovi la sua voce (o meglio la raffini, la distilli, o anche la dispieghi e la liberi), io devo proporgli: stimoli, riflessioni, letture, analisi, “strumenti”, teorie, riflessioni, metodi, esercizi. Poi: devo ascoltarlo, leggerlo, cercare di comprendere come lavora, quali sono gli elementi del suo immaginare e del suo scrivere, dargli riscontro (insieme al gruppo) di ricezione, della sua “voce”: perché una voce – io credo – non è da trovare tout court, già c’è! dal primo istante! sarà grezza, poco consapevole dei suoi limiti e delle sue potenzialità ma c’è, dall’inizio (i tuoi commenti Sabbry hanno una “voce” precisa, tua, originale, non paragonabile a nessun altra: lessico, stile, modalità di pensiero, forma della frase, “carattere”, ritmo ecc.). Devo, anche, immaginare quali possano essere le “linee di evoluzione” del lavoro dell’allievo. Proprio così “immaginare”. Sarà pure un azzardo, ma ci tento: ti assicuro, non è qualcosa di astratto. Lui/lei scrive (secondo un “tema” che propongo, o con un metodo da me proposto), poi legge, a me, al gruppo degli allievi, noi diciamo quello che ci ha colpito, quello che abbiamo sentito, capito, colto del suo lavoro. Poi io mi dico, per esempio: ecco, quella direzione! fantastico! è intravista, è “in nuce” ma va perseguita! proviamo! (a volte “sbaglio” e devo guardare da altre parti…). Faccio un esempio, che riguarda anche in senso lato il tema dello “stile”. Capita di allievi paludatissimi nella scrittura “letteraria”, e geniali e liberi nella scrittura di mail. Allora mi chiedo: come mai? come posso portare quella freschezza da quel luogo a quell’altro… Sarà che, per quell’allievo, nella scrittura “letteraria” c’è qualche impiccio rispetto alla espansione della sua voce più “serena”, libera, più naturale? (Col che mi pare di avere interloquito anche con DM).

  72. dm Says:

    Giulio, a me le “pubblicità” inserite in vibrisse non mi paiono invasive. Sono gioconde, divertenti. Qualche volta nascono delle brevi discussioni fertili in coda nei commenti.

    Enrico Ernst, sono d’accordo. Non ho molta esperienza di apprendistato, ma credo che un insegnante che fa troppo (e lascia fare poco) non sia poi adatto al lavoro primo che gli spetta, togliere. E credo che l’affiorare della voce profonda dipenda da una relazione, e non azione senza rel…

  73. Sabbry' Says:

    “Paludatissimi” mi piace un sacco! Io sono paludatissima nelle scene d’amore.
    Grazie Enrico per il confronto, mi stai facendo riflettere su diversi concetti e credo che sia stato utile anche a Giulio che ha posto la domanda.
    Buon fine settimana
    S

  74. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Daniele (dm): anche questo articoletto, in calce al quale sono stati scritti finora una settantina di commenti, e che è stato visitato all’incirca millecinquecento volte, è una “pubblicità”…

  75. Maria Luisa Mozzi Says:

    …che è servita a fare iscrivere un numero congruo di utenti al corso di stile?

  76. Pensieri Oziosi Says:

    Interessante Giulio. Chiedilo comunque agli iscritti della Bottega come hanno fatto a trovarla. Anche con tutte le differenze del caso, magari qualche informazione in più su come far sapere ai potenziali interessati che il corso di stile esiste la si può avere.

  77. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: non lo so.

    P.O.: finora la stragrande maggioranza ha letto della Bottega in vibrisse. Una minoranza c’è arrivata per passaparola (es. per il suggerimento di chi già l’aveva frequentata, o aveva frequentato il Corso fondamentale ecc.).

  78. Pruffola Paola Says:

    […]Come mai a questo corso non s’iscrive nessuno?[…]
    […]Il costo è di 650 euro,[…]

    mio stipendio: 625€/mese………………

  79. Giulio Mozzi Says:

    Paola: questo non spiega perché altri corsi, con prezzi analoghi, abbiano fatto il pieno.

  80. Nessun iscritto | vibrisse, bollettino Says:

    […] il programma sia bellissimo (il problema si era già posto con il corso padovano sullo stile, andato deserto; mentre a Trento, con l’identico programma, s’era fatto il pieno). […]

  81. RobySan Says:

    Un’occhiata qui!

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