La formazione della scrittrice, 8 / Giovanna Frene

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di Giovanna Frene

[Questo è l’ottavo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Giovanna per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

Il logos non ha nulla a che vedere, al principio, con la letteratura

giovanna-freneSe devo ripensare a come mi sono imbattuta nella poesia, e a come non sia più riuscita a liberarmi dal suo abbraccio, mi viene in mente uno tra i bellissimi Proverbi infernali di William Blake: “Improvement makes straight roads, but the crooked roads without Improvement are roads of Genius” [“Le migliorie raddrizzano le strade; ma le vie tortuose e prive di migliorie sono quelle del genio”, traduzione di G. Ungaretti]. Dico imbattuta, perché niente nel mio destino poteva neppure minimamente preludere a un mio coinvolgimento nella scrittura, figuriamoci in quella poetica. Questo me lo fece notare molto più tardi Zanzotto, il quale sottolineò per primo, con mia sorpresa, come fosse davvero notevole il mio essere stata in grado da sola, malgrado le mie origini, il luogo di nascita e la mia condizione sociale, di scoprire e far fiorire il mio talento. Dico questo con la serenità non di chi ha qualcosa di cui vantarsi – intendo né del talento, né della capacità di averlo fatto fruttare -, ma con lo stupore di avere visto venire verso di me la parola poetica nella sua incredibile gratuità. Questo stupore mi fa scrivere ancor oggi. Questa parola poetica, prettamente materna, mi ha sedotto nei modi e nei travestimenti più impensati, fino a rivelarsi come la mia vera vocazione.

La nonna paterna, classe 1895, con cui vivevamo in una casa risalente al XIII secolo nel suo nucleo originario (c’era anche il nonno, classe 1896, Cavaliere di Vittorio Veneto perché alpino sul Monte Grappa: a mio nonno fin da piccola non avevo il coraggio di chieder nulla della guerra, per il terrore che mi raccontasse di aver ucciso degli uomini, cosa per me inconcepibile), era analfabeta: scriveva solo il suo nome, insegnatole da mio nonno – un po’ come Carlo Magno, insomma. Non ebbe potuto studiare perché dovette allevare i suoi cinque fratelli minori, ma era una “veggente”, nel senso che davvero prevedeva il futuro, nella visione un po’ magica che aveva del mondo, e che io percepivo. Il giorno prima di morire si congedò da me molto serenamente. Questo stupore della nonna verso le cose, ho capito dopo, è lo stesso che si ritrova nell’atto poetico, ed è lo stesso che mi appartiene. Non c’erano molti libri in casa (faccenda a cui non ho più smesso di porre rimedio, da allora), ma grandissimi spazi naturali dove correre e giocare con mia sorella, maggiore di tre anni, ma anche dove passeggiare meditando sulla mia solitudine (faccenda che continuai anche nei primissimi anni universitari, leggendo per esempio tutto Nietzsche sotto i noccioli al principio del bosco di casa). Specialmente, da piccola amavo arrampicarmi sul grande cedro del Libano, piantato da mio nonno cinquant’anni prima, e stare a pensare da sola, a fianco della chiesetta di San Paolo, dove tutti i miei avi nel corso del secolo avevano suonato le campane, e dove le ho suonate anch’io, lasciando che la corda della grande campana mi trascinasse ogni volta verso il cielo – da cui il nome di “Tin-Dan” dato a un mio prozio, poi emigrato in America all’inizio del secolo scorso, e ivi sepolto. Tuttavia, avevo una mamma che negli anni della mia infanzia, nelle calde sere estive, metteva a dormire me e mia sorella, si stendeva in mezzo a noi nel letto matrimoniale e ci raccontava ogni sera una storia che si inventava al momento, spesso a sfondo religioso-moraleggiante (come compresi dopo), fino a che il crepuscolo non diventava buio ed era ora di dormire. Credo sia iniziata da lì non tanto la mia passione per la narrazione (non l’ho mai avuta), ma la mia passione per il dire qualcosa che rappresentasse alla fine qualcos’altro, quello che in altri termini, e da adulta, cerco di fare con la poesia di pensiero.

Sono stata un’alunna normale, forse a tratti anche con le idee non proprio chiare su quello che avrei fatto della mia vita, sia alle elementari che alle Medie. Però ricordo tre piccoli avvenimenti cruciali per la mia formazione umana (e, ho capito dopo, letteraria). Il primo. Quando avevo circa nove anni, durante le vacanze di Natale, andai a piedi nella piazza innevata del paese con mia madre e lei comperò nell’unica cartolibreria Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi. Ricordo ancora che tornando a casa quella sera ero tutta orgogliosa di mia madre per quella compera, tenendola per mano – orgogliosa senza sapere perché, peraltro; il libro non lo lessi tutto, ma presto vi affiancai di mio Tu passerai per il camino, di Vincenzo Pappalettera, letto di sera in camera, con la lucetta, mentre mia sorella già dormiva, nella solitudine della mia coscienza. Ero in quinta elementare: risale perciò ad allora la mia passione per la storia (così viva e centrale ora nella mia poesia), a cominciare da quella, nel senso greco, intesa come narrazione, per testimonianza, di ciò che si è visto. Chi ha letto nel mio ultimo libro di poesia, Il noto, il nuovo (Transeuropa 2011), un argomento scontato e lontano dalla mia vita (nazismo e Seconda Guerra mondiale), non sapeva certo questi remoti antefatti, né il fatto che i miei genitori, sposatisi relativamente avanti negli anni, avevano visto e patito durante le loro adolescenza e giovinezza gli spasimi della Seconda Guerra mondiale – perciò Il noto, il nuovo è un libro, come tutti i libri di poesia del resto, profondamente biografico. Tenevo per mano mia madre, che nell’altra aveva il libro nuovo e misterioso, ed ero felice, quella sera natalizia sulla strada del ritorno, sotto la neve, come quando a tre anni avevo contemplato dal basso della mia statura i mosaici verdeoroblu sopra le due arche della tomba Brion-Vega di Carlo Scarpa, a San Vito di Altivole, e il muschio sul cemento umido, senza capire cosa fossero – la percezione chiara della morte mi è apparsa stabilmente solo verso i 6-7 anni.

Circa nello stesso periodo, o forse un po’ prima, curiosando com’ero solita fare, per vivere anche un po’ della sua vita, nei cassetti di mia madre nella camera da letto dei miei, vi trovai un vecchio quadernetto, con la copertina rigida, scura, in similpelle di serpente, scritto da mia madre in tempo di guerra, ad Asolo, con le matite copiative viola e grigia; apertolo, vi lessi: annotazioni a caldo sugli avvenimenti convulsi degli ultimi mesi della guerra, con in controluce la paura di un’adolescente asolana, che si vedeva passare fuori casa le fiumane dell’esercito nazifascista o delle SS in ritirata, ma che era anche coraggiosa ad ascoltare Radio Londra di nascosto, in famiglia; ma vi lessi anche piccole poesie di stampo decadente, dedicate alla sua amata Asolo. Mia madre da giovane scriveva poesie, dunque, compatibilmente con i suoi studi interrotti troppo presto, alla quinta elementare, essendo nata in una famiglia non povera, ma essendo nata donna, nel 1927. Ancora oggi mia madre mi sa recitare a memoria le poesie di Leopardi, Giusti (adora la poesia Il grillo), Pascoli, con mia somma invidia.

Il terzo avvenimento importante fu la lettura in classe, in Terza Media, di Grandi speranze di Charles Dickens: fu una folgorazione. Ma più che lo strazio infinito provato durante la lettura della pagina sublime che conteneva l’inutile dichiarazione d’amore di Pip nei confronti dell’irremovibile Estella (vera ed inestimabile iniziazione sentimentale), rimasi colpita dalla vicenda di Miss Havisham, abbandonata dal futuro sposo sull’altare decenni prima e da allora reclusa nella sala del suo banchetto nuziale, vestita con l’abito da sposa. Questo incredibile prototipo di immobile staticità, come ho capito più tardi, era in realtà una formidabile icona di ciò che per me vuol dire essere poeta: la poesia comporta sempre un rapporto del tutto distorto con il tempo, spesso delle stasi e dei ritardi enormi rispetto ad esso, che sono poi quelli necessari per riflettere e scrivere. In questo senso, c’è davvero qualcosa di mostruoso nel tempo immobile della poesia.

All’inizio delle Superiori, poi, ricordo che non avevo particolare attrazione per la letteratura. Leggevo però molto per conto mio, tra l’altro molti gialli; a quindici anni mi hanno folgorata due libri in particolare: il De profundis di Oscar Wilde e 1984 di George Orwell. Era già tracciato il cammino esistenziale e poetico, assieme: l’omosessualità e la questione del Potere. Risale a questo periodo la morte del nonno paterno, e la stesura di un mio breve elogio funebre di stampo dickinsoniano (che allora leggevo per conto mio, e non solo nella bella traduzione della Campana), scritto in prosa, che non trovo più. Ma a scuola, perfino Dante sono riusciti a farmi trovare noioso, i miei docenti. Bisogna ricordare anche che io avevo iniziato a studiare musica, il flauto traverso, verso i 9 anni, e pensavo che sarebbe stata quella la mia vocazione. Disegnavo poi abbastanza bene, e fino all’ultimo pensavo che avrei fatto il Liceo Artistico, cosa che non fu. Insomma, niente dentro e fuori la scuola mi faceva convergere verso la letteratura e la scrittura. Certo, sentivo che il mio cuore batteva forte per Orazio, Tasso e Foscolo, ma non capivo perché. Invece, ebbi un formidabile professore di filosofia, Gianni Zen, durante l’ultimo anno e mezzo di scuola, che spalancò letteralmente la mia testa agli orizzonti del pensare; era di formazione neo-idealista, allievo a Padova di Giovanni Romano Bacchin, e devo dire che mi fece davvero appassionare a Hegel e Heidegger. Questa storia del pensiero pensate mi entusiasmava. Per certi versi, ora, mi ritengo un filosofo che scrive poesia perché gli manca solo la sistematicità.

Il salto di qualità avvenne a diciotto anni, quando superai l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, corso di Pittura, e mi trasferivo dunque per la maggior parte della settimana in Laguna, sede di infinite passeggiate, diurne e notturne, fatte alla scoperta della città. Da allora ho cominciato a scrivere regolarmente poesie, quasi senza accorgermene, spontaneamente. A iniziarmi alla bellezza dei giochi linguistici fu il mio professore di design, Ennio Ludovico Chiggio, noto artista e designer, facente parte del Gruppo T: durante le sue lezioni sulla teoria del design venni a contatto con la nuova teoria del postmoderno, ma specialmente il suo mirabolante uso del linguaggio, pieno di giochi linguistici e di difficoltà logico-sintattiche, divenne una droga per me. Non capivo niente, praticamente: ero confusa, terrorizzata, e attratta da un mondo per me nuovo. All’esame portai una tesina che lo imitava perfettamente, questo linguaggio, e presi trenta e lode. Così iniziai a scrivere versi, sulla base di questi principi linguistici, del tutto sperimentali: sono arrivata alle letture letterarie appena dopo, sulla spinta della necessità di orientarmi nel mio preciso tempo storico. In sostanza, per quattro anni mi trovai dunque a saccheggiare la più nota tra le storiche librerie veneziane, La Toletta (attiva ancor oggi), situata nel tragitto che da casa mi portava ogni mattina all’Accademia: ho letto di tutto – perché è noto che sono i libri stessi a venirci incontro, a sceglierci –, prosa, poesia, saggistica, ma ho amato principalmente la produzione straniera (inglese, americana, tedesca, francese, russa). La mia formazione poetica da sempre risente di testi eterogenei, spesso affatto di testi di poesia: intendo ancor oggi, visto che la mia formazione terminerà alla mia morte. Tuttavia, devo dire che la lettura di un libretto di poesia sperimentale di Peter Handke, Il mondo interno dell’esterno dell’interno, pubblicato da Feltrinelli, mi fece lo stesso effetto delle lezioni di design di Chiggio. A questo periodo di formazione concorsero in maniera determinante, poi, le lezioni di Storia della Musica, tenute dal professor Paolo Cossato, che seguii nei primi due anni dell’Accademia, che tenne due corsi monografici sulla Recherche di Marcel Proust, in rapporto alla musica del suo tempo – evento fondamentale per il mio affinamento estetico. In pratica, mentre studiavo pittura, mi formai parallelamente in ambito letterario. Un capitolo a parte, invece, meriterebbe il mio rapporto con la calcografia, visto che sono convinta che il segno calcografico e il segno della scrittura poetica si sono implementati a vicenda; non a caso scrivo ancora oggi a mano solo le mie poesie, tutto il resto con il pc. Faccio notare che risale al periodo veneziano anche la stesura, oltre che di testi poetici sparsi e assolutamente sperimentali, anche del poemetto Triade 1990 (ora in Stato apparente, Lietocolle 2004), prima forma davvero organizzata di pensiero poetico, e primo esempio della mia tendenza, netta già da allora, di creare in poesia strutture precise e chiuse. Credo di poter dire che la mia formazione nelle arti plastiche mi abbia lasciato in eredità una certa attenzione per le strutture formali, a vari livelli.

Non so perché, ma quasi tutte le mie letture poetiche di autori italiani nel tardo periodo veneziano sono invece riferibili alla biblioteca del mio paese, Crespano del Grappa (TV): la mia triade ideale era composta da (nell’ordine di lettura) Giorgio Caproni, Amelia Rosselli e Andrea Zanzotto, autori che ho scoperto da sola. In particolare, adoravo Il muro della terra e Il franco cacciatore di Caproni, e le Variazioni belliche e la Serie ospedaliera della Rosselli. Di Zanzotto parlerò dopo, perché in effetti lo lessi tutto a poco più di vent’anni, trovandovi da subito, per affinità elettiva e vicinanza geografica, il mio ideale di scrittura poetica. Per me, per esempio, Il Galateo in Bosco parlava in sostanza di tutto ciò che per pudore non avevo mai avuto il coraggio di chiedere a mio nonno, prima che morisse. Che cos’è la poesia, se non anche questo rispondere a un’interrogazione sul senso della vita degli altri, dell’Altro?

Una volta diplomata all’Accademia, mi iscrissi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova, città che io facevo coincidere con mia sorella, che a Padova aveva studiato e vi stava studiando Filosofia, e siccome mia sorella era entrata in convento quando io avevo diciotto anni, andare a Padova significava “ritrovare” mia sorella. Ormai scrivevo poesia a pieno ritmo. Non avevo molto le idee chiare su quali corsi universitari seguire, tanto è vero che sono stata capace di sostenere l’esame di Storia della Lingua senza frequentare il corso di Pier Vincenzo Mengaldo, però mio futuro maestro al Dottorato. A ben vedere, per certi versi l’esperienza di formazione padovana, più strutturante a livello letterario, mi lasciò però meno soddisfatta del previsto. Certo, il corso su Petrarca del professor Armando Balduino mi piacque moltissimo, assieme alle letture dei due volumi di Marco Santagata; mi piacevano anche le lezioni di Fernando Bandini sull’Orlando Furioso; ma non ne ebbi ricadute rilevanti sulla scrittura. (Tra parentesi, Bandini lesse per primo le mie poesie quando avevo ventidue anni, e devo dire che ancor oggi gli sono grata per la clemenza dimostrata. Senza il suo primo incoraggiamento forse non avrei continuato a scrivere – anche se devo dire che almeno due volte nella vita ho pensato seriamente di smettere di scrivere, e ogni volta la poesia, per vie del tutto casuali ed eterodosse, mi ha richiamata a sé. Non saprei come altro definire questa persistenza della poesia nella mia vita, nonostante tutto.) Forse sono sempre stata insofferente alle strade canoniche, sicché di nuovo trovai stimoli molto più interessanti nella vita cittadina padovana, essendo io divisa tra teatri, sale di concerto, librerie, mostre, biblioteche e cinema. Moltissimo cinema.

Faccio coincidere la mia esperienza padovana più che altro, dunque, con l’incontro che mi ha cambiato la vita e con l’inizio della mia amicizia con Andrea Zanzotto, iniziata nel maggio del 1994, giusto vent’anni fa; avevo venticinque anni. Successe che, una volta lette le mie poesie recenti, la mia terapeuta mi consigliò di mandarle a Zanzotto, quando io avevo già imboccato la strada della dismissione dall’impegno poetico. Poi una sera di tarda pirmavera, rientrando a casa a Padova, trovai registrata nella segreteria telefonica la voce di Zanzotto, che mi diceva di richiamarlo. Chiamai mia madre, che mi spiegò che Zanzotto mi aveva prima cercata a casa, e che le aveva detto di aver letto il manipolo di poesie che gli avevo mandato, e che già da quelle poche poesie si vedeva il mio valore, perché bastavano pochi testi per capire come uno scrive. Il giorno dopo chiamai Zanzotto, e così ci incontrammo la prima volta a Conegliano, in un bar vicino alla stazione ferroviaria, ai primi di maggio, nello stesso giorno in cui era in corso l’adunata nazionale del Corpo degli Alpini. Ecco com’è iniziato tutto l’aspetto pubblico della faccenda. Rispetto all’inizio strutturato della mia scrittura, io però ho pubblicato relativamente tardi i miei testi poetici, un po’ per paura, un po’ perché volevo essere sicura che non fossero banali: i primi inediti in rivista nel 1996, su Istmi, di Eugenio De Signoribus; il primo libro, Immagine di voce (Facchin 1999), a trent’anni, ma formato da testi scritti interamente tra i venti e i ventiquattro anni. Ho sempre fatto leggere tutti i miei testi poetici a Zanzotto, prima di pubblicarli, almeno fino ai primi anni del 2000 (grossomodo fino al 2002, cioè fino a quelli di Sara Laughs esclusi), per averne un giudizio preciso. A quegli anni risale la bellissima postfazione di Zanzotto a Datità (Manni 2001, ma pubblicato nel febbraio 2002, credo uno dei pochi libri recenti di poesia italiana ad aver subito una stroncatura con i fiocchi da un recensore, cosa di cui vado ancora fiera), e la lusinghiera recensione per Semicerchio del mio poemetto Spostamento (Lietocolle 2000). Devo ancora oggi ringraziare Giulio Mozzi perché di fatto è stato il mio primo recensore in assoluto, nelle pagine di Alias de Il manifesto, proprio di Immagine di voce, nel 1999. Da Andrea Zanzotto ho imparato tantissimo, credo sia quasi esiziale scriverlo qui, nelle nostre lunghe conversazioni dal vivo e, più spesso, via telefono o via lettera. Ho anche scritto la mia Tesi di Laurea sulla sua poesia giovanile. Poi me ne sono allontanata progressivamente, per ovvii motivi, verso le metà dello scorso decennio, circa da quando iniziai il mio Dottorato: ci si deve allontanare dal proprio maestro, a volte anche violentemente, cioè col silenzio, verso di lui, e verso la propria scrittura. Frutto di questo distacco fu Sara Laughs (D’If 2006), un libro esile ma molto sofferto. Succede che sulla propria strada creativa, per fortuna e per sfortuna, ci si schianti sui ripidi versanti di giganti poetici grandi come una montagna. Ebbene, ora so che quella montagna è definitivamente alle mie spalle. Proprio in senso dialettico hegeliano. È stata una dura battaglia, ma sono “uscita a riveder le stelle”. Come mi ha scritto recentemente un amico studioso, Stefano Brugnolo,

(…) ti volevo dire che insomma la tua è una voce, che sento una voce. Come accade quando si legge poesia ‘densa’, concentrata, distillata, come è la tua, uno non capisce subito ‘tutto’. Ma ecco anche se non capisco tutto, intuisco molto, e soprattutto non so ci sento proprio quella cosa che dici ad un certo punto, e cioè tipo la punta di un iceberg. Tu vedi bene solo la punta ma senti sotto tutta una profondità di pensieri, associazioni mentali, ragionamenti, sentimenti, ecc. Che è poi la ragione per cui mi piace così tanto Celan. E poi soprattutto c’è quel senso di flusso ininterrotto che ti tira dentro, tipo un po’ una droga. Non può non ricordarmi Zanzotto. E in effetti ecco nella tua poesia ce lo sento Zanzotto, ma però uno Zanzotto attraversato per sbucare poi a rivedere altre stelle.

Mi fermo, dunque, nella narrazione dettagliata, all’inizio della mia “carriera pubblica”. Solo per aggiungere questi pochi pensieri. La capacità dell’uomo di adattarsi alle situazioni, anche le più estreme, non è affatto positiva, perché per adeguarsi a queste situazioni, anche le più estreme, si sacrificano ogni volta gradi diversi della propria vita normale, e perché, in questo adeguamento, si modifica quella che è la normalità della propria vita. Ne sono un esempio i reduci delle guerre, o i sopravvissuti agli eccidi o alle catastrofi naturali, per certi versi espropriati della loro propria singola vita. Meglio sarebbe schiantare di colpo, come un albero sotto i colpi del vento, di fronte al primo pericolo, morire, insomma, come è naturale, non sostenere in nulla il dolore. Per questo, la poesia non è affatto, e non può esserlo, l’atto di elaborazione del lutto. È qualcosa di più, e di più tremendo. Per assurdo, è l’azzardo dell’eliminazione del lutto stesso, è la ricreazione, di sana pianta, della realtà. Un tentativo di arginare la vita nella sua corsa ad ostacoli verso l’inevitabile caduta all’ultimo ostacolo. È un atto, in somma, di onnipotenza. Del poeta, perché tale sono, nella Matria delle Lettere.

[Scritto in Padova, nei primi due giorni del mese di marzo, in una delle tante giornate piovose dell’anno monsonico 2014]

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55 Risposte to “La formazione della scrittrice, 8 / Giovanna Frene”

  1. antoniolamalfa Says:

    Questo è l’ottavo articolo, Giulio

  2. manu Says:

    ciao. quando e perche’ lo pseudonimo?

  3. Il fu GiusCo Says:

    Ringrazio per il contributo. In effetti, una delle voci top nell’antologia Nuovi Poeti Italiani n.6 e sono contento di non essere andato troppo lontano dal centro, quando ne ho commentato i versi, al buio, un mese fa. Scrivevo anche che è difficile che nasca una scuola da questa esperienza poetica, perché troppo singolare. Saluti e buon lavoro.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Antonio. Ho corretto.

  5. Giovanna Frene Says:

    Non è essenziale che nasca una scuola da una singola esperienza poetica. Lo pseudonimo è nato con la scrittura.

  6. Giovanna Rosadini Says:

    Brava Gio. Non posso non notare (vedi anche il mio prossimo contributo) come una qualche figura femminile, prevalentemente la materna, sia stata determinante per molte di noi, sorelle di penna. Come anche l’amica cara Maria Grazia sottolinea nel suo scritto, e per lei altrettanto determinante è stato, mi pare, l’incontro con Frabotta…). Particolarmente illuminante questo passaggio: “Dico questo con la serenità non di chi ha qualcosa di cui vantarsi – intendo né del talento, né della capacità di averlo fatto fruttare -, ma con lo stupore di avere visto venire verso di me la parola poetica nella sua incredibile gratuità. Questo stupore mi fa scrivere ancor oggi”. Vero anche per me, che ho sottolineato il travaso dal piacere della lettura a quello della scrittura, senza sottolineare come quest’ultima mi sia, letteralmente, venuta incontro (cercavo di evitare le questioni di destino, premonizione ecc., ma, alla fine, di questo si tratta, una misteriosa chiamata. E questo è all’origine, insieme all’esperienza della maternità, del mio (peraltro molto laico) sentimento religioso. Un abbraccio grato a Giulio e alle amiche che stanno partecipando a questa serie.

  7. anna maer Says:

    Cara Giovanna, lo stupore che non si può condividere, si scrive. Poesia. Rammento le mie ‘meraviglie’ che esprimevo entusiasta, fino allo stop della cara amica infastidita. Il silenzio raccolto nella scrittura, si trasforma in voce narrante. Ti seguo.

  8. Alvaro Giacometti Says:

    Veramente Zanzotto aveva qualcosa da dire sulla poesia della signorina Frene?

    Questa è veramente poesia?

  9. Giulio Mozzi Says:

    Alvaro: negare l’evidenza è cattiva pratica.

    Zanzotto ha scritto e pubblicato su Giovanna Frene (come è ricordato anche nell’articolo). Qualunque testo nel quale si vada a capo prima che sia finita la riga è “veramente poesia” (bella o brutta, è un’altra questione).

  10. alvaro Says:

    Non sono in sintonia con te.
    La poesia è una cosa seria e non è andare a capo prima che sia finita la riga

    Queste della scrittrice Giovanna non meritano di essere chiamate poesie, secondo il mio umile parere. Zanzotto si sbagliava o aveva già chiuso con la poesia
    buon fine settimana

  11. Giulio Mozzi Says:

    Alvaro, anche l’essere umano è una cosa seria.

    Eppure, se voglio sapere se quello che ho davanti a me è un essere umano devo controllare – e lo dice Platone, eh!, mica uno qualunque – se quello che ho davanti a me è o non è un bipede implume.

    (La fonte per Platone è nella vita scritta da Diogene Laerzio, capitolo II, paragrafo 40).

  12. Giovanna Rosadini Says:

    Concordo pienamente con Giulio. Quanto a Zanzotto, notoriamente e’ stato grande poeta, e critico, fino all’ultimo dei suoi giorni, e, notoriamente, non è stato l’unico a scrivere della poesia di Giovanna Frene. Buon we a tutti

  13. Pensieri Oziosi Says:

    Anche nel Politico mi sembra si accenni ai bipedi implumi.

  14. dm Says:

    Boh, non capisco come si possa umilmente dare all’ultimo Zanzotto del bollito.

  15. Giulio Mozzi Says:

    P.O.: secondo il “Chi l’ha detto?”, classico manuale Hoepli dovuto a Giuseppe Fumagalli, la cosa è riportata dal solo Diogene Laerzio:

    fumagalliPlatone

    Ma neanche il Fumagalli è infallibile.

  16. Giovanna Frene Says:

    Oh mio Dio, ma c’è ancora qualcuno che mi chiama “signorina”? 🙂

  17. Maria Luisa Mozzi Says:

    Non conoscevo Giovanna Frene, la conosco adesso attraverso questo suo testo autobiografico.

    Non voglio neanche rubare il posto a Giulio, sono sua ospite come gli altri.

    Non mi interessa particolarmente diventare missionaria di qualcosa, sarebbe molto noioso.

    Però, vi prego:

    – non disprezzate le persone che si presentano: hanno sicuramente faticato a crescere, costruirsi, decidere se e come parlare di sè;

    – non siate sbrigativi nel giudicare, anche solo per capire ci vuole un sacco di tempo;

    – NON TRATTATEMI MALE NONNO ZANZOTTO, che forse non si è spiegato in modo facile facile, ma sicuramente ha interpretato la vita e la parola in modo straordinario e struggente.

  18. alvaro Says:

    ma che state a dire!!!!!!!

  19. Giulio Mozzi Says:

    Alvaro (o Matteo, a scelta: visto che scrivete contemporaneamente dallo stesso pc): a che vi serve, fare ‘ste cose? :

  20. dm Says:

    Non sono fatti miei, in fin dei conti. Ma è proprio immorale venire a spalare disprezzo e altre deiezioni personali sotto a pezzi come questo. Per quanto forte possa essere il senso d’esclusione, che pure si avverte, e una certa sofferenza d’altro genere, che pure si avverte, commentare in questo modo è solo deplorevole.
    Andava detto.

  21. dm Says:

    [“pezzi come questo“]

  22. Giovanna Frene Says:

    …faccio notare che Toscanini diceva alla Callas che aveva una brutta voce 🙂

    Detto francamente, ormai alla mia età tristemente constato che chi spala merda sugli altri ci vive prima di tutto in mezzo

  23. alessandrocanzian Says:

    A me pare che ci sia “un’occasione mancata” in questa discussione. Il fatto che si parli di una poetica (prima che di una poesia) dice che la poetica e l’autore/autrice dietro alla poetica hanno qualcosa da dire. E l’aver qualcosa da dire porta anche a delle critiche. Passa sotto silenzio solo l’insignificante. Questo porta a un concetto che purtroppo da molto tempo abbiamo dimenticato: se una cosa non piace e ha fatto pensare al perchè non piace (nello specifico il fatto di andare a capo in relazione alla definizione di poesia) ecco allora quella cosa ha uno spessore e lo sta dicendo, anche se non piace. E la poesia può essere poesia anche se non piace. E se volessimo fare un atto di onestà intellettuale quanto critica non dovremmo tanto chiedere “cosa è poesia” quanto “perchè è poesia”. La diversificazione inoltre della voce, portata con orgoglio e perseveranza nonostante le avversità dalla cara Giovanna, non può che essere un motivo distintivo contro i soliti movimenti che spesso s’arenano nei “soliti ignoti”. Insomma “diversità”, “stimolo alla discussione”, “complessità”, “storia”, “riferimenti letterari specifici” non sono altro che sinonimi dell’unica parola descrittiva della poesia di Giovanna: “pensiero”. Un pensiero che fa pensare. Per cui ben venga la discussione. Ma per favore con argomentazioni che possano essere contraddette o condivise.

    Alessandro Canzian

  24. Alvaro (o Matteo) Says:

    Grazie per il Toscanini.
    Ma non riesco a capire come mai se qualcuno dice che il suo (di lei)lavoro (lavoro?) non piace, allora bisogna essere etichettati come ”merde”.
    A me piace la poesia e leggere poesia; se non mi piace mi piace dirlo.

    Poi basta con questo rifugio alle argomentazioni. Io amo la critica impressionistica

  25. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Alvaromatteo: il punto è che tu non hai detto che il lavoro di Giovanna Frene non ti piace.

  26. Giovanna Rosadini Says:

    Né, tanto meno, argomentato, appunto. facile, fare della “critica impressionista”, così… Noi, quanto meno, abbiamo avuto il coraggio di esporci, con la scrittura…

  27. dm Says:

    Criticaimpressionisticapperi. Commentare contemporaneamente due post, distillando cattiverie senza argomento e con due nickname diversi (nel caso dell’altro articolo, passandosi la palla da solo) è una cosa brutta. Non si fa. Una persona abbruttita e momentaneamente, suo malgrado, chiederebbe scusa, in qualche modo. Giusto per dimostrare di non essere una brutta persona.

  28. Giulio Mozzi Says:

    A me non interessa avere opinioni sulla persona che si firma Alvaro e/o Matteo. A me basta mostrare, se ne ho il tempo, come e perché i suoi discorsi non funzionano. Mostrare a chi ci legge, non certo a lui.

  29. dm Says:

    (Sinceramente a me non interessa avere delle opinioni negative su mio simile. Mi interessa esprimerle se penso che possano muovere il mio simile anche di un solo millimetro. La direzione è sempre la stessa. Ma forse qui è inopportuno.)

  30. Giovanna Frene Says:

    Vivere nella merda non vuol dire essere merde, ma sozzi d’animo si’. Questo è ciò che penso

  31. Giovanna Frene Says:

    E mi si perdoni il francesismo “merda”: preferisco Dante a Petrarca

  32. Matteo Says:

    Per chi vuole giustificazioni (non ha senso nemmeno darle,) abitiamo nella stessa casa e abbiamo opinioni diverse e condividiamo il nostro pc. Se avessimo voluto nasconderlo potevamo scrivere da i nostri pc portatili.
    Quindi, caro Giulio, non hai scoperto l’acqua calda. Stiamo leggendo tutti i post e vorremmo intervenire su tutti, è reato? ognuno con un propria idea.

    Ora parlo per me e solo per me:

    Carissima signorina Giovanna,
    con le sue risposte dimostra solamente quello che è: una pessima poetessa (e sono stato gentile con poetessa) e una persona ancora più brutta. Un poeta non avrebbe mai avuto questa maleducazione nelle risposte. Nemmeno il peggior Montale (che certo non brillava per simpatia) avrebbe risposto in questo modo.

    Ma naturalmente essendo questa una setta autopromozionale guai a chi vi tocca.

    devo argomentare:

    1. la signorina usa un linguaggio poetico ormai superato e estremamente abusato e quindi totalmente ingenuo. Qualcuno potrebbe addirittura pensare che forse la signorina non ha letto molta poesia. Leggetevi un bellissimo saggio di Valerio Magrelli in cui si parla proprio di questo: usare ancora immagini di gabbiani (per es. non che Giovanna abbia USATO PROPRIO QUESTE IMMAGINI) è ormai stonante in poesia.
    Esempio concreto: ”la schiuma che ingoia il mare” espressione totalmente ingenua.

    ora non posso continuare, ma continuerò dopo.

  33. Giovanna Frene Says:

    Il signor Matteo non conosce Braudel. Compartiamo tutti una buona dose di ignoranza. Siamo umani, d’altro canto. Lei non conosce la bontà dei poeti, dunque, da Montale in giù.. – In quanto a “brutta persona” e “maleducazione”, detto da voi due (ma il signor Alvaro non sa difendersi da solo? Perché ora mi scrive lei?) risulta a questo punto un vero complimento

  34. Matteo Says:

    ultima cosa; io non ho distillato nessuna cattiveria. Dire che una cosa non mi piace non significa essere cattivi.

    Da bambino giocavo nella Roma. Qualcuno mi disse: tu non potrai mai arrivare in alto perché non sai giocare a pallone. Cosa avrei dovuto dire? che distillava cattiverie o che forse era solamente il suo giudizio? avrei dovuto dire che vivevano nella ‘merda’ perché avevano osato dire che non sapevo giocare a pallone? a pallone pensavo di saper giocare perché ero nettamente più forte di tanti e perché alla Roma mi avevano preso e perché in quei tre anni giocai titolare tante volte. Ma la verità era quella però….a pallone non sapevo giocare.

  35. Giovanna Frene Says:

    Ma mi rendo conto che ho sbagliato a dare il destro alla vostra disonestà di fondo. E chiudo qui

  36. Matteo Says:

    adesso anche ignorante perché non mi piace la sua poesia. Perché reagite tutti cosi? visto che lei è tanto colta e scomoda Dante Petrarca e Braudel (se sapesse dirmi cosa disse sarei felice) mi spiega perché non riesce ad accettare le critiche?

  37. Matteo Says:

    e nel suo testo che qui si presenta, per il mio parere da scemo, si nota subito finzione ed egocentrismo e tanta poca modestia. Lei si sente un poeta è questo il vero problema. Ma tanto orami ha chiuso i contatti quindi non risponderà più……ce ne faremo una ragione

  38. manu Says:

    @matteo alvaro e chi per voi

    Da quando è uscita in vibrisse la sezione “la formazione della scrittrice” ho letto con interesse ogni pezzo. Ho anche tentato qualche domanda (a Tomassini, a Jarussi e a Frene). Veronica Tomassini ha risposto alle domande che le avevo posto. Roberta Pilar Jarussi ha scritto genericamente, e forse nemmeno a me, che tifa Roma. Giovanna Frene ha scritto lapidariamente su un commento successivo al mio in cui le chiedevo quando e perchè aveva iniziato ad usare uno pseudonimo, che lo pseudonimo è nato con la scrittura.

    Tempo fa scrissi una mail a Erri de Luca per chiedergli una .. diciamo consulenza, su una possibile traduzione. Lui mi rispose in modo circostanziato, con indicazioni utili non solo per la mia traduzione (ovviamente lui non mi conosce).

    Che considerazioni dovrei trarre? che Frene e Jarussi sono persone indegne? Una volta chiarito che il lavoro – in questo caso di Frene – non vi interessa, quanto andremo avanti a sentire frasi del tipo “un poeta non avrebbe mai avuto questa maleducazione nelle risposte”? Un poeta è educato e disponibile per definizione? Fate le vostre domande, ci impiegate un secondo, loro avranno tutta la vita per rispondere. Ma nulla vi è dovuto, signori. Nulla vi è dovuto.

    eccheppalle!

  39. Matteo Says:

    premettendo che non capisco il senso di quello che hai scritto. Io non ho fatto nessuna domanda. Mi sono sentito dare della ‘merda’ perché ho scritto che la poesia di Giovanna, per me e solo per me, non è poesia

  40. Il fu GiusCo Says:

    Matteo, sia gentile, non stiamo a tirar di fioretto: chi fa poesia ha spesso dei traumi più o meno consci da elaborare e, mettendoli a comune, accresce la conoscenza dei lettori. Nel caso di Frene, poi, i riconoscimenti di legittimità letteraria sono molti e da più parti, quindi forse questa è *poesia* e, sempre per voce di più parti, è poesia top 3 o top 4 nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 6. Se lei ha qualcosa da dire, l’ha già detta, bastava un commento invece che dieci. Fossi in Mozzi, cancellerei tutti i commenti non pertinenti, lasciandone uno in cui lei esprime il suo legittimo dissenso, in modo da permettere di continuare a commentare. E’ un’occasione rara questo topic perché Frene non è mai particolarmente aperta circa i suoi motivi poetici, quindi potrebbe risultare davvero utile a chi si avvicina per la prima volta alla sua scrittura. Saluti.

  41. Matteo Says:

    Va bene avete vinto voi; non scriverò più i miei cretini commenti.

    ultimissima: saprebbe dirmi chi sono stati i curatori dell’antologia Nuovi poeti Italiani? la risposta è presto detta.
    addio grandi poeti, editori finissimi e gente colta

  42. Il fu GiusCo Says:

    Ma guardi, Matteo, e qui chiudo, stiamo parlando dell’antologia Nuovi Poeti Italiani 6, non del Canone Occidentale. Le perplessità sui testi presenti in quel libro sono tante, Frene è comunque fra le migliori anche perché particolarmente eccentrica rispetto a gran parte delle co-antologizzate. Non è questione di essere cretini o finissimi. Per il resto, faccia come crede. Saluti.

  43. Matteo Says:

    in questo piena ragione; di quell’antologia è di gran lunga la migliore.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Che è un modo per dire che: se quelle di Giovanna Frene non meritano di essere chiamate poesie, figurarsi le altre. Giusto?

  45. Giovanna Frene Says:

    Pensavo, quando ho accettato di scrivere, che questa rubrica fosse una possibilità di esporre, la poesia, di esporsi, come poeta, nel senso celaniano, non un ulteriore luogo, così comune nei villaggi dei poeti, dove difendersi, oltretutto da chi non è obbligato in nessun modo ad essere lettore, tantomeno lettore concorde o partecipe.

  46. Matteo Says:

    Parlavo veramente. Non avrei commentato qualcuno che disprezzo. Forse non sono stato chiaro e non voglio che nessuno si difenda. Ripeto che ho solo detto che non mi piace la poesia di Giovanna, come ho anche detto che non credo di saper giocare a pallone ma ho giocato nella Roma fino alla primavera, forse non si è capito cosa intendevo.
    Quando dico che non è poesia è sempre in raffronto a certa poesia di cui parlo, non in assoluto..

  47. Giulio Mozzi Says:

    Giovanna: ma tu non hai nessun bisogno di difenderti. Gli interventi di Alvaromatteo e Matteoalvaro si squalificano da soli. Addirittura scrivono

    Stiamo leggendo tutti i post e vorremmo intervenire su tutti, è reato?,

    come se qualcuno stesse impedendo o volesse impedire loro qualcosa: il che palesemente non è.

  48. Matteo Says:

    La differenza tra me (Matteo) e te Giulio: in ogni tuo intervento (puoi rileggerlo) hai usato fin dal principio espressioni saccenti e presuntuose nei confronti di qualcuno che nemmeno conosci. Ma tanto figuriamoci, chiuso nel tuo umano egoismo, se mai potresti accorgerti.

  49. Matteo Says:

    Gent.ma Giovanna,
    ho visto adesso una sua intervista e lettura all’accademia di Brera e in un punto parla di non riuscire a staccarsi dall’idea che chi dice qualcosa sulla sua poesia è come se la dicesse a/di lei. Certamente in quel contesto intendeva qualcosa di alto e non certo un giudizio,a parere di tutti, mediocre come il mio, ma tengo a dire che per me la poesia e la persona che la scrive sono due cose completamente diverse.
    Il padre di mio nonno ha avuto la fortuna di frequentare un noto poeta Italiano di cui a me rimangono solamente le lettere che si scrivevano e qualche fotografia e leggendo la sua poesia viene fuori qualcosa che certo non rispecchiava il suo carattere. Questo per dire che la poesia e la letteratura è comunque per definizione finzioni e per quanto si metta QUALCOSA DI NOI rimane pur sempre finzione.

  50. Giulio Mozzi Says:

    Oh. E’ presuntuoso far notare che mettere in dubbio che Zanzotto abbia scritto su Giovanna Frene è mettere in dubbio un dato di fatto?

  51. Matteo Says:

    1. Non sono stato (per quanto tu non possa crederlo io e Alvaro non siamo le stessa persona)

    2. io leggo non che non sia vero che Zanzotto abbia scritto. Ma ci si domandava ironicamente il perché l’avesse fatto.

  52. Giulio Mozzi Says:

    E la risposta più ovvia, caro mio, è: Zanzotto l’ha fatto perché – avendo letto il lavoro di Giovanna – l’ha ritenuto degno di attenzione e sostegno.

    E’ così difficile pensare questo?

    E’ così difficile concedere un po’ di fiducia a Zanzotto?

    E’ così difficile fare l’ipotesi che, se su una questione di poesia Zanzotto e io siamo in disaccordo, forse lui ha ragione e io devo meditare?

  53. Matteo Says:

    Non è proprio come dici. Non vedo perché Zanzotto dovrebbe essere esentato dallo sbaglio.

    Comunque non voglio continuare con questa inutile (per colpa mia e di Alvaro) polemica (io avevo parlato di Gilda e non di Giovanna; che sono comunque in due categorie totalmente diverse)

    Oltretutto ho sempre apprezzato il tuo lavoro e la tua iniziale collaborazione con Dal Bianco (lui per me (per me) vero quasi poeta: non arrivo a poeta perché ancora manca qualcosina per la perfezione) e non vorrei discutere proprio con te.

    ho una perplessità però e mi piacerebbe discuterne con te senza polemica che non voglio fare (ripeto non voglio fare): perché dici di non essere e di non sentirti poeta e poi pubblichi poesie? non ti sembra un controsenso? domanda ragionevole e legittima.

  54. Giulio Mozzi Says:

    Matteo, ho scritto: “…forse lui ha ragione e io devo meditare”.

    Hai presente il significato della parola forse?

    Le polemiche sono inutili quando uno dice A e gli si risponde come se avesse detto Q (o, peggio, non-A).

    Quanto alla domanda ragionevole e legittima: io non sono e non mi sento un cuoco, e tuttavia cucino tutti i giorni.

    Nell’uso che si fa (che fai anche tu, mi pare) della parola “poeta”, è implicito un giudizio di valore (positivo): e non ho voglia di autogiudicarmi.

    Tuttavia, poiché scrivo testi in versi, e poiché ci sono stati degli editori che mi hanno chiesto di pubblicarli, volentieri ho acconsentito.

    Credo che non ci sia mai stata una mia “collaborazione” con Stefano Dal Bianco. Quando lui, Mario Benedetti e Fernando Marchiori facevano la rivista Scarto minimo (fine degli anni Ottanta), io ne risultavo “direttore responsabile”: ma solo perché la legge italiana impone (abbastanza assurdamente, secondo me) che anche una rivista di poesia abbia come direttore responsabile un giornalista. All’epoca ero iscritto all’Ordine, ero amico di Stefano (ci eravamo conosciuti da ragazzini all’oratorio), mi dichiarai disponibile a mettere il mio nome. Tutto qui.

    Da Stefano ho imparato molto, questo sì.

  55. Pensieri Oziosi Says:

    Io non so davvero dove vada a finire il tempo. Volevo fare una piccola aggiunta a proposito dei bipedi implumi cui si è accennato l’8 marzo ed è già passato quasi un mese!

    Nel Politico si accenna alla caratterizzazione degli esseri umani come bipedi implumi quando lo Straniero e Socrate (non quello, quell’altro più giovane) cercano di definire il dominio di applicazione dell’arte del comando regale mediante successive bisezioni. Se capisco bene, lo Straniero e Socrate Neotero, tentano un paio di strade per poi concludere che il modo che oggi chiameremmo più efficiente è quello di separare gli animali terrestri a due o quattro zampe ed i primi tra quelli “nudi” e quelli con penne [τῷ ψιλῷ καὶ τῷ πτεροφυεῖ τέμνειν].

    Online, l’unica versione in italiano che ho trovato è su Ousia.it. Il punto in questione è a pagina 8, nel secondo paragrafo dello Straniero.

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