La figura del cattivo

by

di giuliomozzi

Lo so, c’è chi condanna la pratica, sempre più diffusa, di mettere in testa o in coda ai romanzi un breve testo, da poche righe a una paginetta, di ringraziamenti. Io la trovo una cosa sana: sono molte (non tutte, ma forse la maggioranza) le opere letterarie che non nascono nella solitudine. Un amico con cui ne parlavo l’altro giorno mi diceva: “Eh, perché ormai la letteratura è industriale”. Ma: nel capitolo xi dei Promessi sposi Alessandro Manzoni, per illustrare un atteggiamento del Griso, cita un verso e poi spiega:

quel bel verso, chi volesse saper donde venga, è tratto da una diavoleria inedita di crociate e di lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel rumore; e io l’ho preso, perchè mi veniva in taglio; e dico dove, per non farmi bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che sia una mia astuzia per far sapere che l’autore di quella diavoleria ed io siamo come fratelli, e ch’io frugo a piacer mio ne’ suoi manoscritti.

Il verso viene dal poema di Tommaso Grossi I Lombardi alla prima crociata: la previsione di Manzoni fu felice, perché il poema diventò una delle opere più di successo di tutto l’Ottocento (Verdi, non essendo ancora stato inventato il cinema, si accontentò di farne un’opera). L’edizione delle opere complete di Tommaso Grossi apparsa a Napoli nel 1862 riporta questa dedica:

tommaso_Grossi_dedica

Siamo già alla letteratura industriale? Probabilmente no. Sicuramente non è ancora tempo di editoria industriale: si può sostenere con buone ragioni che l’editoria libraria sia diventata veramente un’industria solo dagli anni Cinquanta del Novecento in qua; e comunque anche nell’editoria industrializzata sussistono ancora ampi spazi “artigianali”.

La mia impressione è il contrario di ciò che diceva l’amico: secondo me la presenza dei ringraziamenti in capo o in coda alle opere letterarie è proprio la traccia di una dimensione non-industriale dell’editoria e della letteratura (ma l’amico direbbe: una traccia illusoria…). Certo, un po’ d’anni fa non si praticava tutto questo ringraziare l’editor e l’agente e lo scout eccetera (“Come fanno sempre gli anglosassoni”, osserva l’amico, “che sono molto più industrializzati di noi”: e non ci ha torto), ma forse – queste sono considerazioni impressionistiche – un po’ d’anni fa la società letteraria italiana era veramente un consorzio di congreghe, un aggregato di conventicole, così che di ciascuno tutti sapevano tutto, e quando appariva pubblicato il lavoro di Tizio o di Caia tutti l’avevano già occhieggiato nelle riviste, e comunque il posizionamento di Caia o di Tizio era già a tutti ben noto. Dove “tutti” significa: tutta la società letteraria.

sara_loffredi_felicita_altro_postoMa queste sono solo divagazioni di prima mattina. Il fatto è che ieri un corriere mi ha consegnato una copia di La felicità sta in un altro posto, di Sara Loffredi, appena uscito per Rizzoli; e io naturalmente, dopo una scorsa all’incipit (ah, ci hanno messa una prolessi: bene, bene…) sono andato a vedere i ringraziamenti. Perché, vi piaccia o non vi piaccia, di queste cose io ci campo: nei ringraziamenti si trovano spesso le tracce del mio lavoro (D.: “Mozzi, questo suo sarebbe dunque, per così dire, un articolo interessato?”. R.: “Sì”). E così trovo, nell’ordine: l’editor, la redattrice, l’agenzia letteraria; e poi tocca a me.

Grazie a Giulio Mozzi per le discussioni non sempre indolori ma indispensabili per trattare con onestà i personaggi di questa storia.

Ma come? “Non sempre indolori”? L’editor “per aver colto nel libro la sopravvivenza alla sorte, al passato e a se stessi che ne costituisce il senso profondo”, la redattrice “per amare Mariasole [la co-protagonista] almeno quanto la amo io”, le agenti “per avermi accolta in Ali facendomi sentire a casa”, Gabriele Dadati e i colleghi della Bottega di narrazione “per aver creduto in Caterina fin dal primo giorno”. Eccetera. Tutte cose carine.

E a me mi fanno sempre fare la figura del cattivo.

calimero-ingiustizia

25 Risposte to “La figura del cattivo”

  1. Gianni Dello Iacovo Says:

    Se tu avessi partecipato a qualche corso di narrazione sapresti che, molto spesso, un “buon cattivo” è quasi indispensabile per una bella storia. 😀

  2. Sara Says:

    Perch sei cattivo. Cattivissimo!

  3. Sara Says:

    Ma guai se tu non ci fossi. Bisogna dirlo dai, un po’ a fatica ma bisogna dirlo.

  4. sergiogarufi Says:

    io la penso all’opposto, tant’è che fra un paio di mesi uscirà per ISBN un’antologia che ho curato con carolina cutolo proprio su questo argomento, e s’intitolerà “grazie di esistere. fenomenologia dei ringraziamenti letterari”. in questo pezzo sull’unità, che è la sintesi del saggio introduttivo, spiego in modo un po’ più dettagliato il perché.

  5. RobySan Says:

    Il cattivo è fattivo.
    Certo, se non giulivo,
    ti fa sentire vivo.
    Ti smorza se fai il divo.
    Ti dà del lavativo
    solo se sei restivo
    a esser concettivo
    e inclini al conativo.

  6. Sara Loffredi Says:

    Giulio, ricordo più che bene l’episodio che mi ha spinto a scriverti quel ringraziamento. Era un venerdì, prima del weekend di bottega. Parlando di Caterina te ne esci con: “È un’egoista, non fa mai un gesto di bene gratuito”. Quasi cado dalla sedia. Ma come? La mia Caterina rimane coinvolta nel terremoto di Reggio del 1908, arriva a Napoli con le navi dei feriti, si ritrova a fare la prostituta… non ha una vita facile, cosa le si chiede, cosa si pretende da lei?
    “Va benissimo così, Sara” hai continuato tu, “non ti sto dicendo di cambiare nulla, è tuo il personaggio, è tua la storia. Ma ti spingo a essere il più possibile oggettiva, con lei. Non idealizzarla. Non vederla come non è. Sii onesta con te stessa e con lei”.
    Sono uscita da quella stanza con il magone e io non sono una con le lacrime in tasca. Però quel giorno è stato fondamentale perché ho iniziato a vedere Caterina come una persona reale, prendendo coscienza dei suoi limiti, delle sue meschinità. È stato come aprire gli occhi su una persona di cui sei innamorata: se il sentimento è vero, la conoscenza reale e non illusoria lo rinforza. Questo ha fatto bene a me ma, spero, soprattutto a lei.

  7. demetrio Says:

    Giulio senza il cattivo non c’è storia. (un po’ è il tuo ruolo. Io mi ricordo le nostre discussioni su Legione e sul romanzo che sto scrivendo e tu sai trovare il nodo che non tiene, ti concentri sull’episodio o sulla costruzione che non va e fai ripensare da capo l’intera storia; questo certamente è doloroso ma è ciò che fa diventare il libro migliore e come lo fai tu pochi.)

  8. Giulio Mozzi Says:

    Ho prenotato il libro, Sergio, visto che non è ancora uscito. L’argomento mi incuriosisce.

    Nel presente articoletto scherzoso accenno il mio punto di vista: secondo me i “ringraziamenti” servono al “posizionamento” dell’autore nel “campo letterario”: così come le pre- e postfazioni, le bandelle firmate, le lodi firmate riportate in quarta, eccetera.

    C’è però una differenza non trascurabile tra i “ringraziamenti” e quegli altri paratesti: i “ringraziamenti” sono autoriali e non editoriali. A un autore può capitare di trovarsi in quarta di copertina una frase di elogio che non gradisce (è capitato a me: la quarta di copertina di La felicità terrena recava una frase di Federico Fellini relativa però a Questo è il giardino; Fellini era appena morto, la cosa mi sembrava di cattivo gusto; chiesi che la frase non fosse messa, non mi si rispose nemmeno, e feci il libro successivo con un altro editore), ma si può legittimamente supporre che i “ringraziamenti” siano proprio quelli che vuole lui.

    Questo rende la cosa molto interessante dal punto di vista della sociologia della letteratura. Interessante potrebbe essere anche un po’ di comparazione, a es. con il mondo letterario anglosassone: dove i “ringraziamenti” mi sembrano assai più diffusi e mi pare abbiano una formalizzazione più definita.

    Il che introduce a un ragionamento sui “ringraziamenti” come genere letterario.

    Polemizzare contro i “ringraziamenti”, peraltro, è un’altra forma di posizionamento. E, certo, è anche la promozione (nel campo letterario) di un’altra idea di opera d’arte (e/o dell’operare artistico).

  9. Gianni Lombardi Says:

    Per quel che riguarda “il momento” in cui l’editoria è diventata industriale, forse non è così recente. Consiglio di leggere questo: http://www.amazon.it/Lalba-dei-libri-Venezia-Garzanti-ebook/dp/B006ZPR4KS/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1391769692&sr=8-1&keywords=libri+venezia

    e la biografia di Charles Dickens per una prospettiva sul commercio dei libri.

  10. Pierluigi Lupo Says:

    A me piace molto leggere i ringraziamenti, perché attraverso i ringraziamenti si capisce chi sta dietro al libro oltre all’autore e all’editor. Spesso c’è il nome di uno scrittore importante o un agente influente, insomma coloro che si sono mossi per far pubblicare il libro. Io sarei felice di poter ringraziare il mio benefattore.

  11. Andy Says:

    Le dediche, di solito all’inizio e non alla fine di un testo, rientrano in questa categoria, ne sono un sotto-insieme oppure semplicemente, si sviluppano in parallelo?

  12. sergiogarufi Says:

    Grazie di averlo già prenotato Giulio, ti metterò nei ringraziamenti 🙂
    Nel paratesto esistono diversi momenti dell’autore (dedica, note biografiche), però sicuramente i ringraziamenti sono la parte più estesa, e secondo me più sincera, totalmente al riparo da interventi esterni (tipo editor). Ora, senza svelare tutto ciò che ho scritto nel saggio, posso però anticiparti che la comparazione con la narrativa anglosassone è stata fatta, e ho notato parecchie differenze, come per esempio il fatto che loro in genere hanno un approccio più saggistico, documentaristico, in cui ringraziano amici, studiosi od esperti che li hanno illuminati su qualche aspetto che non padroneggiavano del tutto. E’ il caso dello storico se il romanzo è ambientato nel passato, o del chimico se il protagonista fa questo mestiere. Noi invece siamo (come da cliché) più sentimentali. La moglie che ci sopporta, i genitori che ci hanno incoraggiato ecc. In questo senso, i nostri ringraziamenti letterari somigliano più ai c.d. acceptanche speech, vale a dire i discorsi di accettazione di un premio, tipo l’oscar o il grammy, e questo a mio parere spiega che tipo di investimento emotivo grava sulla pubblicazione di un romanzo nel nostro paese. Un’altra comparazione possibile, che invitavo il lettore a fare, è quella fra racconto e ringraziamenti. Faccio l’esempio di un giallo molto truce, pieno di ammazzamenti e con uno stile crudissimo, che poi nei ringraziamenti diventa tipo trottolino amoroso tu-tu-tu ta-ta-ta-ta. Insomma, sarebbero molte le cose da dire, e le più belle le ha scritte Stefano Bartezzaghi, autore di una meravigliosa introduzione. Dal canto mio sono arrivato infine a formulare un teorema inoppugnabile, che ribalta l’usanza di giudicare un libro da comprare in base all’incipit. La mia teoria è che il valore di un’opera è inversamente proporzionale alla lunghezza dei suoi ringraziamenti. Chi cerca un capolavoro, cerchi fra gli ingrati :-).

  13. allorizzonte Says:

    Apparirò irriverente, ma a me viene spesso in mente la battuta di quel film, ‘Pulp fiction’, in cui mr. Wolf, al posto di un classico “non riposiamo sugli allori”, traduce “non è ancora arrivato il momento di farci i pompini a vicenda”.
    Ecco, irriverente ma pur sempre consapevole del bon ton.

  14. Carolina Cutolo Says:

    @ Giulio Mozzi: durante la fase di raccolta di ringraziamenti che ho fatto per il libro che sto curando con Garufi ho incontrato il tuo nome diverse volte e ti garantisco che non ne esci da cattivone, anzi, qualcuno ha affermato che senza di te il libro non lo avrebbe scritto 🙂

  15. Maria Grazia Todesco Says:

    Lagomaggiore. Per me la questione è semplice: trovo giusto ringraziare chi ha creduto in te, e ha concesso la sua fiducia per quello che hai fatto e scritto.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Pierluigi, scrivi:

    Spesso c’è il nome di uno scrittore importante o un agente influente, insomma coloro che si sono mossi per far pubblicare il libro. Io sarei felice di poter ringraziare il mio benefattore.

    Ma l’editor e l’agente non sono dei “benefattori”. Sono persone che fanno il loro mestiere e cercano di guadagnarci bene.

    L’epoca feudale è finita da un pezzo. Siamo nel capitalismo maturo.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Andy, il libro che devi leggere è: Gérard Genette, Seuils, ed. Seuil (o: Soglie, ed. Einaudi).

  18. Giulio Mozzi Says:

    A Gianni Lombardi: tra Aldo Manuzio e Angelo Rizzoli (il vecchio, fondatore della casa) vi è qualche differenza.

  19. frperinelli Says:

    Ma quanto ti piace la parte del cattivo? 🙂

  20. luigituveri Says:

    Giulio Mozzi è cattivo e se ne vanta, perché fa bene a esserlo.

  21. Giulio Mozzi Says:

    Ti dirò, Francesca: “fare la parte del cattivo” significa, in sostanza, compiere gesti che mettono le persone in crisi (come racconta qui sopra, nei commenti, anche Sara).
    E, be’, ogni volta mi tremano le gambe: perché posso sbagliare (e mi è capitato di sbagliare).

    (Invece, dire “No” a testi che mi sembrano impresentabili, eccetera, questo non è “fare la parte del cattivo”: questa è legittima difesa, mi pare).

  22. Carolina Cutolo Says:

    Secondo me è assurdo che un editor che non compiace gli autori passi per cattivo, il migliore editor che ho avuto quando qualcosa andava bene non diceva nulla, parlava del testo solo per segnalarmi quello che non funzionava, senza complimenti e senza crudeltà, asciutto, efficace. Adoravo lavorare in questo modo perché sapevo che non faceva giri di parole per indorare la pillola né mi nascondeva mai nulla: dritti al sodo e pedalare.

  23. Pierluigi Lupo Says:

    Giulio, non vorrei mai pubblicare per beneficenza. Benefattore, in effetti, fa pensare male. Posso cambiarla con credente?

  24. frperinelli Says:

    Ci credo, Giulio. ed è giusto che sia così.
    Mi ha fatto sorridere l’ironia alla Dickens (“è una cosa disdicevole, ma qualcuno deve pur farlo”) su un risvolto del tuo lavoro di cui sei, in casi come questo, sottilmente orgoglioso.

  25. Enzo Says:

    I ringrazimenti? Dovuti e corretti!
    Di Giulio Mozzi? …L’importante è parlarne!

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