1993

by

di giuliomozzi

[Questo pezzetto è, appunto, del 1993. La fotografia è del 1992].

Roberto ha preso qualche giorno di ferie tra Natale e Capodanno. Sta a casa in ozio. Un pomeriggio decide di mettere in ordine le carte. Il tavolo dello studio è tutto un mucchio. Compera in cartoleria delle scatole di cartone: una per le lettere di Sergio, una per quelle di Lucia, una per bollette e tasse, una per gli articoli che ritaglia dai giornali, e così via. Almeno metà delle carte sono da buttare via. Roberto riempie un sacco nero, esce a buttarlo nel cassonetto, comincia a riempirne un altro.
A un certo punto trova una poesia. La legge: «Si muore anche a vent’anni e non c’è più rimedio / per quelli che da vivi ti ricordano e a cui manchi / nel giorno e nella notte ti ritrovano / per baci inesistenti e per parole / che sono state dette e si ripetono / per sempre e non rimane altro / che questo e sono sogni e sono niente.» Sotto la poesia c’è la data: 28 marzo 1992.
Roberto sa bene che gli succede, una o due volte all’anno, di scrivere una poesia. Lo fa senza un’intenzione precisa. Naturalmente non pensa che le sue siano grandi poesie, però è contento che ogni tanto i pensieri e le immaginazioni si condensino, quasi da soli, in qualche riga. Il più delle volte le poesie vengono a causa del pensiero di una persona lontana: così Roberto ha l’abitudine di ricopiarle a macchina, metterle in in busta e spedirle alla persona che gli era venuta nel pensiero. Dopo la spedizione viene la dimenticanza. La corrispondenza che Roberto tiene con i suoi amici è fatta di cose molto ordinarie: il racconto dei giorni, le piccole avventure dei sentimenti. Nelle poesie, invece, a Roberto sembra che gli succeda di dire cose straordinarie, non nel senso di particolarmente importanti o intelligenti, ma semplicemente nel senso di fuori dell’ordinario: cose che solo nel preciso momento in cui, senza averne l’intenzione, Roberto comincia a scrivere una poesia, hanno veramente un senso e una realtà. Dette in un altro momento, quelle stesse parole sarebbero vuote o forse addirittura sbagliate.
E’ per questo che me le dimentico, pensa Roberto. Smette di riordinare, si guarda le mani nere di polvere, va a lavarsi in cucina e mette su il caffè. Lentamente si ricorda. Era morta, in quei giorni, una ragazza che lui non conosceva nemmeno. Era un poco amica di suo fratello. Un incidente d’auto. Roberto era rimasto impressionato (il ricordo viene a stento, riluttante) perché in quei giorni soffriva per la mancanza di una persona che aveva creduto di amare e dalla quale si era separato qualche mese prima. Probabilmente la separazione era stata la cosa giusta, ma in quei giorni Roberto si sentiva come se quella persona fosse stata morta. La desiderava, ma non poteva raggiungerla. Diceva a sé stesso: il mio non è stato amore, è stato attaccamento, bisogno, dipendenza. Lo tormentava un pensiero: forse sono stato amato.
Il caffè gorgoglia, Roberto spegne il fuoco senza badarci, non se lo versa nemmeno. Gli viene in mente che rileggendo quella poesia sta facendo la stessa cosa che fa quando guarda nell’album le sue fotografie da bambino, quasi tutte scattate da suo padre, e cerca di trovare nei tratti e nelle espressioni infantili i segnali della persona che lui è adesso. Non ci riesce mai, rimane sempre com l’impressione di essere una persona che vive dentro il corpo di un’altra persona che non c’è più.
Allora smette di leggere e pensa che il centro di tutto è la parola «niente» che c’è in fondo alla poesia. Di che cosa parliamo quando parliamo di quello che siamo stati, di quello che abbiamo perduto, di quello che abbiamo avuto in sogno, di quello che saremo domani, di quello che desideriamo per il nostro futuro? Di niente. Solo la speranza ci soccorre.

10 Risposte to “1993”

  1. Andrea D'Onofrio Says:

    E’ un pezzetto bellissimo.

  2. Nadia Bertolani Says:

    Una pagina densa: la condivido in pieno, tutta, tranne la frase conclusiva… Sarà l’età che qualcuno (forse Celine?) definisce “traditora”, ma quando gli anni sono quasi tutti alle spalle che ci sarà mai da sperare? “Oisive jeunnesse/ a tout asservie,/ par délicatesse/ J’ai perdu ma vie.”

  3. Mario D. Says:

    sì, e credo che Giulio Mozzi sia passato per questo niente viva questo niente e solo per questo è così limpidamente semplicemente naturalmente inesorabilmente tante cose ininterrottamente

  4. icalamari Says:

    Nadia,
    credo che la poesia del tipo di cui si parla qui, esprima un desiderio frustrato. E il desiderio si alimenta di speranza, un attaccamento istintivo alla vita la alimenta, anche quando si sa che non c’è più niente da sperare.
    Forse non è esperienza comune a tutti, ma mi pare -sbaglierò- che lo sia nel caso del nostro caro autore.
    Di questo bel racconto mi colpisce l’abitudine a spedire lettere, la normalità del silenzio, della riflessione nella solitudine.
    Roba d’altri tempi.

  5. Magda Guia Cervesato Says:

    La speranza passata per quel niente (Mario D.) è diversa dalla speranza ferma al palo della frustrazione (icalamari). Nel senso che la speranza sempre speranza si chiama, ma la prima ha fatto più strada..
    Almeno così mi pare di sentire leggendo 1993, oltre che (o a causa di?) per esperienza personale nelle relazioni: quando le cose possono andare, vanno per sottrazione; non aggiunte. Le cose possono andare quando subentra una sorta di sapere cosa mi piace del ‘noi’ mentre il cosa non mi piace, pur rimanendo ben presente, ci si scioglie dentro (so che è banale, che è un concetto leggibile nei manuali per la felicità di coppia, ma io sono arrivata a provare a metterlo in pratica con notevole difficoltà).
    In pratica: le cose possono andare quando mi chiedo ‘che altro c’è da fare se non esserci?’ e non so esattamente a che punto della domanda metterci un’interpunzione.
    O meglio quando non ci ragiono troppo sopra, su quel punto.

  6. Mario D. Says:

    sì Magda. La questione per così dire non è esistenziale (vedi Nadia Bertolami) ma ontologica, che riguarda l’essere della vita. E’ il niente che fonda la speranza (l’aprirsi) perchè cone dici tu solo dopo il niente ci può chiedere che altro c’è da fare se non esserci (senza se e senza ma). Sono passaggi che si riscontrano nella vita di grandi santi che fondano la loro fede e la loro operosità sulla esperienza del buio del nulla (San Juan de la Cruz, Madre Teresa …)

  7. Mario D. Says:

    dopo il ci manca il si : ci si può chiedere, e poi : che Giulio Mozzi allora tra le altre cose sia anche un grande santo? E fin dal 93 …

  8. Mario D. Says:

    la cui cattiveria ne è prova e conferma?

  9. blogdibarbara Says:

    OT (ma anche no): sei preciso sputato a Orlando Bloom!

  10. Giulio Mozzi Says:

    No, santo no. Al massimo santolo, qualche volta.

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