La formazione della scrittrice, 3 / Maria Grazia Calandrone

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di Maria Grazia Calandrone

[Questo è il terzo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Per ragioni pratiche ho cominciato invitando a scrivere delle scrittrici amiche. Ringrazio Maria Grazia per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

maria_grazia_calandronePotrei dire che credo al destino, poiché il racconto che mi accingo a fare non smentisce alcuna illusione, anzi, mi giustifica a essere allegramente sciocca, a coltivare il mito dell’idiota dostoevskiano e della sua bellezza, posta come un traguardo alla fine del mondo.

È cominciata così: la mia mamma adottiva era una professoressa di Lettere. Molto acuta, molto dedita, molto severa. Come spesso accade alle professoresse, aveva il vizio di svolgere ininterrottamente la propria attività. Anche in casa, specialmente nei dopocena. Non avevamo la televisione e bisognava pur passare il tempo. Ma, soprattutto, era lei stessa una scrittrice mancata. Le mancava il tempo, ma non la coerenza: palesava a ritmo costante cartelline ripiene di romanzi interrotti, nei quali la sua esperienza di insegnante era sempre sul bilico di venire travasata in racconto euforico. Prassi, lavoro, impegno. Ma covava, in un lato segreto della dispensa, quegli slanci dell’anima singolare verso l’anima tutta, declinati in versi nemmeno tanto ingenui, ma tenebrosi alquanto: meridionali, di un Sud normanno: una mischia pirandelliana di amori infelici e di abbandono e di morte irrisa. Un disperato e tragico sarcasmo. Che lavorava dentro, continuamente.

Lo scrittore reale, effettivo, il geniale autodidatta, era papà. Piccolo catalogo memorabile: la porta a vetri dello studio, dal quale proveniva il ticchettio quasi mai zitto della macchina da scrivere, i dattiloscritti rilegati di carta fina, bucherellata dalla foga delle battute, la grafia oblunga delle correzioni a penna, le rare pause infestate dall’odore delle sigarette che presto lo avrebbero ucciso, i libri a costa bianca sugli scaffali. Editori Riuniti: un mondo che aveva ancora a che fare con il mondo, la parola tridimensionale di chi si ostinava a dire il vero e, nonostante ciò, sperava. Memoria e slancio. Sconfitta e slancio. Desiderio che il mondo fosse un posto bello e, soprattutto, libero.

Ma il lavoro sporco e quotidiano con la figlia, come tocca alle madri, lo lavorò mia madre. Così, appena mi ebbe insegnato a scrivere (le lettere dell’alfabeto, intendo, poiché mi fece in casa un’assai approfondita primina, completa di corso d’inglese Fratelli Fabbri Editori e mi spedì in seconda a 5 anni e mezzo), appena mi vide in grado di mettere la penna sul foglio lasciandovi dei segni intellegibili, pretese che tenessi un diario quotidiano. Alla sera, ogni giorno. Un esercizio serio e severo, una soddisfazione da dare, un riconoscimento da ricevere, un voto. Nel doppio senso di esercizio di devozione e di attesa dell’altrui giudizio. Nell’unico senso dell’Altrui Supremo. Credo che la mia attività quotidiana di scrittrice sia nata lì, su quei fogli di agende scolastiche di anni ormai trascorsi, poiché da allora non ho più smesso. Giorno per giorno: parole che riportino su pagina il reale, allora come oggi. Trascrivere il mondo. Anche l’associazione fra realtà e parola dovette nascere in quei dopocena: così dolci, così faticosi.

La scelta della poesia venne più avanti, grazie sempre a un’insegnante – ma meno mia parente – del quinto ginnasio. Nessun commento, nessuna spiegazione, l’ho raccontato tante volte: una lettura vera (ripeto: vera) del Notturno di Alcmane, che schiuse il mondo nel quale avrei voluto abitare per sempre, mi lasciò intravvedere il sentimento del mondo che avrei voluto contribuire a edificare, che avrei voluto e voglio contribuire a fondare anch’io, a parole mie, per abitarlo. Confluire in quel destino parallelo e umano. La professoressa si chiamava (si chiama) Paola Moretti, è a sua volta un’autrice, di teatro. Scrive spesso della morte, sa leggere, è una persona pratica e pratica di misteri. Non la vedo da molto, ma non dimentico il mio debito.

Dunque al ginnasio incominciò l’allenamento vero. Appassionata di filosofia, scrivevo riflessioni su l’uomo: quello maiuscolo, collettivo, andando a capo, com’è costume degli adolescenti. Arrivai all’Università avendo nella mia tasca interiore Giannis Ritsos – incontrato per caso su una bancarella e immediatamente adottato come padre verbale – e Patti Smith: un demoniaco crocevia di urbe e alberi di fico sul mare, d’amore e dissoluzione, politica e ribellione. E tanta energia, tanto dolore, tanta rabbia da convertire.

Durante l’occupazione del Novanta, frequentai un seminario autogestito, condotto con generosità da Biancamaria Frabotta, la quale, sebbene fosse in congedo, si offrì di venire in aula un paio di volte a settimana, per onorare il suo amore verso la poesia e i suoi introversi, sovreccitati adepti. Leggevamo i contemporanei, posavamo con stupore comune i primi passi sulla terra contigua dove abitano i poeti vivi. Che imprevisto: essi dunque respirano. Cominciai a frequentare le letture, in modo ancora del tutto caotico e con una mai del tutto vinta timidezza. Per anni ho pensato angeli, creature dell’aria, queste persone di carne e ossa che sapevano trasportarmi con le loro parole nel mondo più reale del reale dove volevo costruire la mia casa. Naturalmente, la mia scrittura venne influenzata dall’impatto frontale con l’inattesa massa della Letteratura Moderna e Contemporanea: la selvaggia energia degli inizi venne provvisoriamente ingabbiata da una pericolosa consapevolezza della forma. Soprattutto Sereni, le sue toppe d’inesistenza, i suoi morti vivissimi, imitavano tanto la mia vita. Poi, avvenne l’incontro con l’immenso Caproni e il suo Il seme del piangere, che considero ancora il capolavoro della poesia italiana del Novecento. L’inimitabile leggerezza del suo dolore, il fuoco e il pianto fatti canzonetta, filastrocca, rima chiara. Quella mamma più bella del mondo, fidanzata perduta, quell’icona umanissima. Sotto la pressa di questi esempi giganteschi, cercavo malamente di tenere a freno anch’io, in nome di un equivocato buon gusto della misura, versi che si allungavano e sovrabbondavano, eccedevano in ogni direzione. E scrivevo e scrivevo, sulle ginocchia, al capezzale di una nonna allettata da anni, che amavo come una madre naturale, alla quale portavo la riconoscenza che si deve all’amore umano. Oppure scrivevo su una tavolaccia grafitata che poggiava su due pile di cassette della frutta: mia mamma, nel frattempo, era andata via di casa, portando con sé i mobili e lasciando alle mie cure la propria madre. Le notti erano continuamente interrotte dalle sue crisi di soffocamento, ma non importava quanto si dormisse, importava scrivere. Talvolta organizzavo letture danzanti nel mio salotto semivuoto (oh, se c’era spazio!) e la nonna amatissima, per i miei ospiti, era semplicemente La Nonna, un’entità liminare, una veglia costante che emetteva suoni misteriosi dietro una porta chiusa.

Quelli furono gli anni dell’apprendistato. Leggevo furiosamente, soprattutto gli autori che Biancamaria mi consigliava, o che prendevo dalla sua biblioteca: Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Boris Pasternak, Osip Mandel’stam, Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Milo De Angelis. Questi furono i primi maestri della mia scuola interiore. Le Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke arrivarono poco più tardi, durante un esame di Letteratura Comparata. Sono rimaste sul mio tavolo da allora.

Mi dedicai completamente alla poesia, per anni: mi esercitavo giorno e notte (l’ho detto) scrivevo, variavo e stracciavo. Una collega dell’Università, a mia insaputa, inviò alcuni miei inediti al premio Montale. Quando mi telefonò Maria Luisa Spaziani risposi sì, vabbè e, fra le risa, le intimai di smetterla. Un momento topico. Andai alla premiazione con le stampelle: ero stata investita (da un’Alfa blu con la striscia rossa del Corpo dei Carabinieri) e mia nonna, in mia assenza, era morta. L’universo si era modificato. Radicalmente. Conservo con discreta vergogna alcune foto, dove sfoggio una lunga gonna zingaresca, che copre un devastante fissatore esterno e una maglietta sportiva nera a mezza manica. Che figura del tutto fuori luogo. Dopo questa scomposta sovraesposizione anche ossea, tornai al chiuso. Ma. Cinque anni più tardi cominciai a ricevere la rivista Poesia. Non mi spiegavo il motivo, nessuno che io conoscessi mi aveva regalato l’abbonamento, dunque, dopo qualche mese, chiamai la redazione per autodenunciarmi di questo furto involontario. Mi rispose un simpatico ragazzo, Fabio Simonelli. L’anomalia del fenomeno lo coinvolse e improvvisammo una bella conversazione, durante la quale Simonelli mi chiese: scrivi? risposi: un po’. Mi disse: mandami qualcosa. Ubbidii. Si era in maggio. A dicembre ricevetti una telefonata. Poche parole: sono Crocetti, sto per venire a Roma, vorrei incontrarla. Stavolta, memore dell’errore, prestai fede. Mi presentai, nella hall dell’albergo dove mi aveva dato appuntamento, con una valigetta rossa, contenente numero 16 dattiloscritti inediti. Una cosa fantozziana. Mi guardò, sorrise, soprattutto con quei suoi occhi ironici tutti azzurri, mi disse mi dia quello che le sembra più bello. Va da sé, gli diedi l’ultimo, quello ancora caldo dell’acciaio della macchina da scrivere, Abitazione del mondo. Crocetti cominciò a leggere dall’indice: uno spettacolo disastroso, poiché la furia della mia continua composizione e ricomposizione non contemplava numerazione alcuna delle pagine, bensì una sequenza di titoli uniti e disgiunti e ri-uniti da un indecifrabile accavallarsi di parabole e frecce. In quel momento eravamo seduti al tavolo di un bar lì vicino. Io non compresi immediatamente l’entità del misfatto, ma il mio lettore dovette rassegnarsi sotto i miei occhi alla rovina di un metodo decennale, mi confidò più tardi. Ciò nonostante, mantenendosi misteriosamente bendisposto, aprì a caso all’interno del fascicolo e lesse, rilesse, gli vennero le lacrime, disse solo lo leggerò tutto stanotte, ma io la pubblico. Pochi mesi dopo vennero pubblicati alcuni estratti su “Poesia”, con una foto che il mio compagno di allora mi aveva scattato durante un magnifico viaggio nel tempo a Palermo. Mi sentivo metafisica, baciata dalla buona sorte. Sparii. Mi faccio spesso cose di questo genere. Misi al mondo un bambino, però, per confermarmi altrimenti. E, dopo oltre due anni dal nostro incontro, telefonai a Crocetti, il quale si mostrò, opportunamente, alquanto scontento di me. Gli dissi scusi, ma nel frattempo ho fatto un figlio. Rispose qualcosa come ah, vabbè, allora… Gli dissi: beh, visto che abbiamo aspettato tanto, mi piacerebbe esordire con il libro che scriverò per mio figlio. Non lo avevo nemmeno iniziato, ma Crocetti mi disse va bene. Mio figlio Arturo è nato all’inizio del 2001. Il libro che gli ho scritto e dedicato è uscito alla fine del 2003. S’intitola La scimmia randagia, perché vorrei che lui imitasse, sì, qualcosa di me, ma non la mia staticità, vorrei che se ne andasse felice per il mondo, che imparasse ad abbandonare un po’, per poi tornare. Io non sono mai stata brava ad andarmene.

Infatti, eccomi qui, a questa scrivania, ereditata da mio padre e reinserita nel mio appartamento dopo la morte di mia madre. E poi e poi. Al primo libro ne seguì un secondo. Ho dedicato uno dei volumi più ponderosi a mia figlia Anna, nata all’inizio del 2008. Mi ispira solo la vita, non scrivo mai se sono triste o arrabbiata. Talvolta scrivo quando ho tanto dolore e la scrittura naturalmente aumenta la sofferenza. Ma la trattiene e la fa comune. E poi e poi.

Nessun editore riuscirà mai a pubblicare tutto quel che scrivo, ma non ha importanza, io continuo a ubbidire. Il mio diario pian piano si è dilatato, aspira a essere un diario collettivo, un coro, una raccolta di voci che chiedono voce. L’io coatto dei diari infantili è stato abbandonato nell’adolescenza, quando mi interrogavo senza profitto sui destini umani. Con il tempo ho smesso il vezzo sterile di intervistare il destino, lo accolgo e basta, descrivo e basta, descrivo anche me stessa come esemplare umano all’interno dell’umano accadimento. Tutto qui. Mi uso al fine di raccontare il mondo, che è un altro mondo, dove siamo tutti un po’ più vicini. Frequento poco il così detto mondo letterario, rifuggo le fiere del libro, ma voglio tanto bene ad alcuni poeti, li vedo, mangiamo insieme, parliamo dei fatti nostri e mai di poesia. Quel che conta è lo sguardo, quello sguardo comune, che da millenni, ormai, non dice io.

Roma, 15 gennaio 2014

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33 Risposte to “La formazione della scrittrice, 3 / Maria Grazia Calandrone”

  1. Morena Silingardi Says:

    Sento tanta verità in questo che leggo, sento la predestinazione, quel forte sentire di non potere fare altro. Credo che molto sia riassunto nella frase finale: “Quel che conta è lo sguardo…”.
    Grazie per avere reso migliore il mio lunedì.

  2. sedcetta Says:

    Ho “percorso” questo racconto come fosse un sentiero ricco di meraviglie a ogni curva, a ogni anfratto. Grazie per averci donato questo pezzo di vita.

  3. Maria Grazia Calandrone Says:

    mi hai fatto venire un sorriso da qui a lì! grazie

  4. lidia Says:

    Invece a me è venuta la commozione per questo tuo racconto poeticamente umano. Per la premessa che contraddice tutto il resto.

  5. Nadia Bertolani Says:

    Una vita come esercizio continuo e intelligente. E poi e poi… Grazie.

  6. Andrea D'Onofrio Says:

    ” Frequento poco il così detto mondo letterario, rifuggo le fiere del libro, ma voglio tanto bene ad alcuni poeti, li vedo, mangiamo insieme, parliamo dei fatti nostri e mai di poesia.”

    Si ma non si possono leggere cose così, abbiate pazienza.

  7. Maria Grazia Calandrone Says:

    perché?

  8. Gloria Gaetano Says:

    @D’onofrio. E’ invece un documento molto bello e sincero. Unì’approfondimento del sè che scrive e perchè scrive.C’è un impulso interiore, una necessità che è della vera poeta, che sente l’urgenza e la spinta a scrivere. Entra in tutte le sue pieghe dell’animo, condivide con altri la sua vita, le sue gioie , le sue sofferenze, L’ho incontrata, vi assicuro, è grande poeta e donna di forte carisma. Le sue poesie sono splendide. E soprattutto non è mai banale, nè omologata, nè reclinata sul suo ego.
    Ciao, Maria Grazia, grazie di averci donato una parte di te.. Arrivederci.

  9. Andrea D'Onofrio Says:

    Scusa Marigrazia ma se vedere i poeti, mangiarci insieme e parlarci non è “frequentare il mondo letterario” allora non so cosa lo sia. Sembra una cosa scritta per darsi un immagine alternativa.

    Non ti nascondo che il tuo scritto non mi è piaciuto, magari è un limite mio.

    @Gloria Gaetano. Abbi pazienza, ma a me dell’impulso interiore, delle necessità insite nelle pieghe dell’animo, del carisma del poeta e della donna, delle poesie non omologate ne reclinate sull’ego, interessa assai poco. Sono un lettore e basta. Giudico solo questo scritto qui, che a me non è piaciuto.

  10. allorizzonte Says:

    Il poetare è un fluire inarrestabile fatto anche di cateratte e schiuma.
    Come tutti i fiumi, prima o poi sfocia.

  11. Antonio Devicienti Says:

    Un saluto ed un grazie da parte di un ammirato e commosso lettore di questo post e della poesia di Maria Grazia Calandrone (trovo per esempio “Sulla bocca di tutti” un libro d’inesauribile suggestione e spinta alla riflessione).

  12. Maria Grazia Calandrone Says:

    @ Andrea: trovo il tuo dispiacere assolutamente legittimo. una sola delucidazione: per “mondo letterario” intendo presentazioni (non ho mai presentato i miei libri, per causa d’imbarazzo) e altre occasioni pubbliche d’incontro

  13. Andrea D'Onofrio Says:

    @ Maria Grazia: capito. Grazie della risposta 🙂

  14. dm Says:

    Maria Grazia Calandrone, questo scritto suo è capace di annientare uno come me, per la bellezza, per la speranza, per l’inclusione nella bellezza e nella speranza.
    Grazie anche per avermi fatto recedere dall’assurda convinzione per cui i poeti quando scrivono in prosa, ma in prosa per modo di dire, non sono nelle mie corde.
    Annientato, ringrazio, ma è come dire ‘attuttato’ : >)

  15. Felice Muolo Says:

    Nulla da eccepire riguardo la bravura, sul resto, dopo aver scorso il corposo sito, ha ragione Andrea D’Onofrio.

  16. Sandra Says:

    Grazie per questa bella e sincera testimonianza. Potrebbe farne un romanzo . Ci ha mai pensato?

  17. Il fu GiusCo Says:

    Sto leggendo “Nuovi Poeti Italiani” 6, Einaudi, 2012, di cui Maria Grazia Calandrone è una voce di punta assieme a Giovanna Frene e Laura Pugno. Devo dire che pur riconoscendo la voce ed il suo spessore, non apprezzo lo sciamanesimo d’amore, che mi sembra *brutto* (Calandrone mi scuserà) e chiedo: a chi e a cosa serve scrivere ottima poesia d’amore, finanche originale, ma brutta? Sarebbe interessante il parere estetico di Giulio Mozzi, che ha di recente pubblicato poesia d’amore *votiva*, vicina al Salutz di Giovanni Giudici e quindi esperto del “ramo”. Saluti e buon lavoro.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Giuseppe, non ho idea di che cosa sia un “parere estetico”. Peraltro mi pare che, non appena entra in gioco un giudizio di valore, non si possa più discutere.
    Potremmo discutere, sì, e molto, per analizzare la voce, lo spessore eccetera della poesia di Maria Grazia; ma il giudizio di valore, che è sintetico, non vedo come potremmo discuterlo.
    Quinidi: certo, dal punto di vista spirituale serve a poco scrivere poesia brutta; ma a me non pare che la poesia di Maria Grazia sia brutta.

  19. Maria Grazia Calandrone Says:

    apro la mia giornata tra gratitudine e curiosità. gratitudine per chi ha lasciato qui le sue parole “belle” nei miei confronti, per rimanere nelle categorie semplici. la parola speranza è la parola indispensabile – e curiosità per la parola “brutto” riferita alla poesia. quando smetto la coroncina d’alloro e indosso gli occhiali da critico divido i dattiloscritti tra poesia e non-poesia. poesia brutta è un ossimoro a me incomprensibile. aiuto. e buona giornata,

  20. Il fu GiusCo Says:

    Mi scuso per la sintesi estrema. E’ come se la matrice pagana -e dunque sghemba- obliterasse la forma: una costruzione architettonicamente sbilenca ed ingegneristicamente funzionale (quindi valida, si autosostiene, meritoria), ma brutta, specie quella d’amore. Comunque è parere personale, evidentemente basato su un modo diverso di vedere queste cose. Non vorrei urtare la sensibilità di Calandrone, la cui voce è top 3 (con Frene e Pugno) nell’antologia e di assoluto rispetto. Diciamo che il suo tono non mi prende, sono troppo razionale. Saluti.

  21. Maria Grazia Calandrone Says:

    caro Giuseppe, chiunque si esponga, sotto qualsiasi anche minima forma, deve essere disponibile a venire urtato. comunque non lo sono, capisco quel che dici: non sono razionale nel mio dire d’amore, perché adopero amore e parola come mezzi e non come fini. per ora, almeno!

  22. Stefano Re Says:

    Come sempre grande. Ti leggo su Poesia e l’animo è proprio quello del poeta. Grazie.
    Stefano

  23. Maria Grazia Calandrone Says:

    vi partecipo la gioia di aver sbirciato nei blog di alcuni dei commentatori qui sopra, che non conoscevo. quante belle sorprese ci riserva ancora sorella vita! financo nel campo delle patrie lettere. grazie anche di questo a GM. e, naturalmente, ai sorprendenti.

  24. grazia fassio Says:

    Cara Maria Grazia, finalmente conosco la sua storia, come lei ha conosciuto la mia. Mi ha fatto piacere leggerla, la sento più vicina, più amica. Per gli accadimenti della vita, non ho la sua cultura, che, ora capisco, ha assorbito fin da piccina, in famiglia, ma la sento sorella nell’amore per la lettura e la scrittura, nell’ingordigia di tutto ciò che arricchisce lo spirito. Aggiungendo il suo talento naturale e la disponibilità verso gli altri. Ancora grazie! GRAZIA

  25. gian marco griffi Says:

    Sorella vita, ma li mortacci.
    Con Magrelli e De Angelis ho danzato spesso anch’io, ma ci pestavamo sempre i piedi.

  26. RobySan Says:

    E’ che lei, Griffi, ha il piedone contadino.

  27. gian marco griffi Says:

    Te credo, con tutta l’uva che mio nonno mi ha costretto a pigiare. E in quelle bigonce c’era pieno di ragni grossi come il palmo di una mano, cimici, forbicine e altre inutili creature urticanti, punzecchianti, striscianti. Minchia come odio la natura.

  28. Maria Grazia Calandrone Says:

    sorella vita: refrain di Pasternak il pilota di formula uno, quello che i ragni li schiacciava a pedali già quando lo chiamavano Borja

  29. Il fu GiusCo Says:

    Signora, mi ha fatto piacere aver avuto la possibilità di scambiare un’opinione con lei. Io non sono un insider ma piuttosto un lettore eccentrico da ormai 20 anni. Se ha visto la mia pagina, avrà capito che sto giusto leggendo Nuovi Poeti Italiani 6 e che non ho cattive intenzioni, ma solo un’ottica molto personale. Saluti di nuovo e buone cose. Giuseppe

  30. Giovanna Says:

    “il ticchettio quasi mai zitto della macchina da scrivere”,
    E’ proprio vero che oggi tutti possono essere scrittori, basta conoscere le persone giuste…
    Ah dimenticavo, anche per lei vale la teoria del : un’altra persona ha inviato i miei scritti a mia insaputa, ma anche :ho inviato i miei scritti ad uno sconosciuto che me li aveva chiesti via telefono… e poi.. udite udite sono stata chiamata da Crocetti.
    Ma si cose che capitano a tutti, tutti i giorni.

    Pensi che io passeggiavo per Perugia quando ho incontrato l’amministratore delegato della Perugina che mi ha assunta li per li come responsabile delle risorse umane.
    Davvero cose che succedono tutti i giorni !

  31. Giulio Mozzi Says:

    Eh sì: certe cose non càpitano a tutti. Dipenderà magari dalla bellezza o bruttezza di ciò che uno o una scrive, no?

  32. Maria Grazia Calandrone Says:

    purtroppo per l’anonima/o qui sopra le cose sono andate proprio così. se ha accesso alla Crocetti Editore s’informi. del resto, come ben sa chi non si firma, sarei davvero una cretina a fare nomi e cognomi dicendo il falso

  33. Giovanna Iorio Says:

    Mi sono bevuta questa pagina. E ora sono un po’ ubriaca. Più buona del vino buono. E tra le parole i chicchi d’uva. Grazie Maria Grazia.

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