Masterpiece / Le emozioni, il coraggio e la paura

by

di Marisa Salabelle

[Ricevo e volentieri pubblico. gm]

Ho letto con molto interesse gli articoli dei partecipanti a Masterpiece pubblicati su vibrisse (Stefano Trucco, Pierluigi Lupo, Raffaella Silvestri); in particolare mi hanno colpito i commenti all’articolo di Raffaella, sui quali vorrei fare alcune osservazioni.

Ho notato che nella maggior parte di essi l’autrice del testo viene elogiata perché ha saputo suscitare delle emozioni nel lettore: è davvero impressionante notare come ricorrano, nei commenti, espressioni quali: “Sei davvero brava a trasmettere emozioni”; “C’è qualcosa di vivo che vibra ed emoziona in queste righe”; “Articolo stupendo, un vero assaggio delle emozioni…”; “Riesci a trasmettere forti emozioni”; “Nelle righe ho trovato tante emozioni”; “Bellissimo pezzo leggero ed emozionante”; “Un articolo che emoziona davvero”; “Brava! Mi hai trasmesso più emozioni tu in poche righe…”; “Le emozioni vissute sulla propria pelle…”; “Esprimere le proprie emozioni attraverso la scrittura e saperle trasmettere…”; “Devi continuare ad esprimere le tue emozioni ed a trasmetterle…”; “Il tuo articolo trasmette tanta emozione”.

I lettori di Raffaella, dunque, hanno apprezzato il testo in quanto ha saputo: a) esprimere emozioni; b) trasmettere emozioni.

Anche in altre occasioni (leggendo recensioni su vari blog e commenti in coda ad articoli culturali) ho potuto notare che la capacità, da parte di un autore, di esprimere e trasmettere emozioni è considerata da molti come una delle principali qualità di un testo. Un requisito cui molti lettori attribuiscono grande importanza è che quelle emozioni siano autentiche, vere, siano le emozioni che l’autore ha provato in prima persona. Anche nei commenti all’articolo di Raffaella: “Devi continuare ad esprimere le tue emozioni ed a trasmetterle…”; “Brava, perché hai saputo trasmettere le tue emozioni”.

Sembra quasi che i lettori non prendano in considerazione l’eventualità che l’autore possa creare, inventare, simulare stati d’animo che non prova in realtà: e comunque, se lo facesse, probabilmente deluderebbe le aspettative dei suoi fan.

Un altro punto su cui insistono molti dei commentatori è il binomio paura/coraggio. Questo dipende dal fatto che Raffaella, nel testo, parla della paura che ha provato quando si è cimentata nel racconto improvvisato sotto lo sguardo implacabile dei giurati. Nei commenti si leggono espressioni come: “Hai fatto bene a inseguire il tuo sogno, la paura fa parte di questo”; “Evviva la paura: fa parte del coraggio!”; “La paura ti porterà a essere vincente”; “Sicuramente non siete in molti ad avere questo coraggio di andare avanti contro tutto e tutti”; “Devi essere orgogliosa […] del tuo coraggio […] che […] ti permette di affrontare le tue paure”; “Le tue parole mi hanno fatto vedere la strada del coraggio per affrontare la paura”.

Leggendo queste frasi si può osservare che paura e coraggio vengono spesso abbinati come due facce di una stessa medaglia; che la paura (e di conseguenza il coraggio) di Raffaella vengono esaltati in modo estremo (in fin dei conti ha soltanto partecipato a un programma televisivo); che gli incoraggiamenti da parte dei fan sono rivolti sia a Raffaella (“meriti di andare avanti”; “vedrai che andrà benone”; “continua la tua scalata, gradino per gradino”) sia allo stesso autore del commento (“mi verrà paura di non essere all’altezza”; “l’occasione che mi è concessa è la prima e l’ultima”) che evidentemente immagina se stesso in una situazione analoga.

Sono presenti poi frasi che classificherei come luoghi comuni e che mi sembrano appartenere più all’immaginario americano che al nostro: ovvero, sono frasi che ho sentito spesso ripetere da personaggi di film e telefilm americani e che mi sembrano ben rappresentativi di un certo modo di pensare che evidentemente abbiamo in qualche modo interiorizzato anche noi: “Si ottiene sempre ciò che si desidera con tutto il nostro cuore”; “Hai fatto bene a inseguire il tuo sogno”; “Fidati del tuo istinto”.

Infine, c’è un ultimo aspetto che mi ha colpito ed è la facilità con cui viene attribuita a Raffaella la patente di artista e di grande scrittrice, da parte di coloro che hanno letto e apprezzato il suo articolo: “Non ci si può fermare al primo romanzo, per chi ama scrivere e sa scrivere come Te.”; “Chi scrive come hai scritto tu, non rimane al primo romanzo.”; “Se il fine di uno scrittore è quello di suscitare empatia, sei una grande scrittrice.”; “E se non è questo essere un artista, che cos’altro è?”

Questi elogi sperticati, è bene ricordarlo, si basano sulla lettura del testo che Raffaella ha pubblicato su vibrisse.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa analisi dei commenti? Sarebbe interessante che ne nascesse una bella discussione.

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35 Risposte to “Masterpiece / Le emozioni, il coraggio e la paura”

  1. umberto Says:

    le illusioni che servono a vivere.una serie impressionante di luoghi comuni senza nessun fondamento reale.ossia quel che vogliamo vedere e credere.

  2. umberto Says:

    Non c’è linguaggio senza inganno
    calvino.

  3. Nadia Bertolani Says:

    Nemico Lettore… tutto il resto è letteratura.

  4. Masterpiece | marisa salabelle Says:

    […] Se a qualcuno interessano i seguenti argomenti: Masterpiece, la scrittura, le emozioni, i giudizi dei lettori… sul suo blog Vibrisse, Giulio Mozzi ha gentilmente dato ospitalità a un mio articolo. Il link è https://vibrisse.wordpress.com/2014/01/22/masterpiece-le-emozioni-il-coraggio-e-la-paura/ […]

  5. Benedetta Says:

    Cara Marisa, mi piace come hai impostato la tua riflessione sui commenti ricevuti da Raffaella.
    Due, soprattutto, sono le cose che vorrei condividere: è vero, un bravo scrittore può simulare le emozioni che racconta. Anzi, forse è il suo compito, la letteratura non è solo auto-fiction.
    Ma, noi lettori, quelle emozioni le vogliamo provare davvero, leggendo. A noi piace sentire paura o gioia o dolore o incertezza in un testo, pur sapendo che non necessariamente lo scrittore le avrà provate, scrivendo. A mio parere, è questo il patto implicito tra lettore-scrittore quando si apre per la prima volta un libro. Se da un articolo o da un libro non provo alcuna emozione, mi sembra che l’autore abbia sprecato l’occasione che gli ho concesso, tradendo la mia fiducia. In quell’articolo, Raffaella quell’occasione non l’ha sprecata. Nel romanzo, vedremo.
    Infine, riguardo il binomio paura-coraggio, hai proprio ragione: a mio parere sono le due facce della stessa medaglia. Forse sono io che ogni giorno devo lottare contro una paura che non viene da fuori (come un programma televisivo), ma da dentro. Questo mi ha comunicato il pezzo di Raffaella Silvestri. Se, anche un giorno soltanto, vinco contro quella paura che ho dentro di me poi finisco per stupirmi del mio stesso coraggio.

  6. RobySan Says:

    Quali conclusioni possiamo trarre da questa analisi dei commenti?

    Che è meglio fare quattro chiacchiere con la magnolia in giardino.

  7. gian marco griffi Says:

    Io per emozionarmi guardo i supplementari di Germania-Italia a Dortmund, 4 luglio 2006.
    Provate anche voi.

  8. Il fu GiusCo Says:

    Credo che gli n commenti provengano da una, massimo due persone e che intacchino tanto la reputazione dell’articolista (qui su vibrisse ci sono lettori forti che potrebbero davvero voler comprare il suo libro) quanto la possibilità di dibattere serenamente il suo testo (perché un fake bombing di così basso livello ammazza la consecutio dei commentatori in carne e ossa).

  9. dm Says:

    In effetti, generalmente parlando, è vero anche che le emozioni sono un tabù nei discorsi seri attorno alla letteratura. Lo sono probabilmente perché quello sulle emozioni sarebbe un discorso assai poco persuasivo. Perché le emozioni, a sentirle suonare in un discorso, ti sembra proprio che l’enunciatore stia parlando di sé e di sé soltanto. In realtà qualsiasi discorso in cui si giocano gli esiti di una lettura è sempre, in gran parte legato al corpo, alla biologia, alla struttura e all’esercizio del leggente.

  10. enrico ernst Says:

    Già Marisa. Avevo nelle orecchie i commenti all’articolo di Raffaella e la retorica di parenti e amici di partecipanti a talent show o a reality di questi anni. Ecco, io pensavo: quelle mamme che dicevano: vai avanti, sei forte, sii quello che sei, non avere paura sei forte, i tuoi sogni, vai fino in fondo… io pensavo fossero artefatte, praticamente inventate, automi (spuntava qualche filo rosso e blu dalla nuca? Ecco perché cercavano di riprenderle solamente davanti…). Perché? Mi chiedereste. Pareva un copione. Sempre uguale sempre quello. Gli stessi occhi lucidi, e le gote arrossate (per l’emozione). Poi. “Vibrisse”. Ecco, sì, i fan. E dunque di nuovo quel mormorio di chi è “fuori” dalla stanza dove si provano le paure e le emozioni “forti”, dove si vince o si perde, dove è tutto oppure niente, il successo o l’oblio, quel mormorio riversato verso il “fantasma” (intendo dire: l’immagine, la scrittura, la silhouette) di chi è dentro, di chi è ri-preso, ri-creato, “montato” e “smontato”. Ora mi sono chiesto: un mio amico partecipa a Masterpiece (vedete? il meccanismo della immedesimazione! perfetto! funziona!) anch’io non gli dico, forse: vai, sei forte, mi hai emozionato? (e lo scrivo su un social). O forse gli dico: ma scusa te cosa c’entri con quel circo? Oppure non gli dico niente. Sdegnoso. O perplesso. Gli dico: raccontami dài. Ma che storia la televisione, questa grande produttrice di immaginario… ma che storia la televisione: mica ci avrai creduto vero? Che storia la televisione: i nuovi dèi, che atterrano nella polvere, o sollevano agli altari, che producono cantanti e scrittori, che ritrovano smarriti, che “raddrizzano” famiglie, che forza… che storia la televisione, forse gli direi… come ti senti a essere una persona e un personaggio di finzione? Un attore, investito dal desiderio e dalla passione, dal’immedesimazione calda, di tanti là fuori?

  11. Antonio Says:

    L’articolo mi sembra banale, un brutto temino di quarta liceo.
    Sulle emozioni possiamo fare lunghi discorsi senza venirne a capo.
    E’ come quello che sta succedendo intorno a “La ragazza con l’orecchino di perla”, dipinta da Vermeer, custodita al museo de L’Aia e che sarà esposta a Palazzo Fava (Bologna) dall’8 febbraio 25 maggio: già si parla di oltre quindicimila biglietti venduti in otto ore dall’apertura delle prenotazioni.
    Ci si fa prende dall’emozione senza un reale bisogno, per soffocare un’assenza non ben decifrata.
    In questo tempo arido cerchiamo l’ “emozione” con tormentato dolore.
    Scrive Benedetta:
    “A mio parere, è questo il patto implicito tra lettore-scrittore quando si apre per la prima volta un libro. Se da un articolo o da un libro non provo alcuna emozione, mi sembra che l’autore abbia sprecato l’occasione che gli ho concesso, tradendo la mia fiducia.”
    E’ proprio ciò che non vado cercando in un libro, almeno non affannosamente.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Giuseppe (Giusco), scrivi:

    …Credo che gli n commenti provengano da una, massimo due persone…,

    ma naturalmente non sei in grado di provare ciò che sostieni: la tua dunque è o un’ipotesi tutta da verificare, o una semplice maldicenza.
    Posso portare un elemento: quei commenti provengono da una quantità di IP diversi. E questo non è un elemento a favore della tua ipotesi.

    Enrico: ciò che racconti succede anche ai bordi dei campetti da calcio di periferia. I bimbi ci dànno dentro, e i genitori incitano. Cioè: non mi pare che tu stia descrivendo qualcosa di specificamente televisivo.

    Benedetta, scrivi:

    …un bravo scrittore può simulare le emozioni che racconta. Anzi, forse è il suo compito, la letteratura non è solo auto-fiction.

    Ciò che oggi viene chiamato “autofiction” è esattamente una simulazione (di eventi ecc., e quindi anche di emozioni, di sentimenti, di passioni e così via).
    La capacità di simulare non è una cosa propria del “bravo scrittore”. E’ il minimo indispensabile per raccontare decentemente una qualunque storia.
    Quanto alle emozioni, la letteratura del Novecento ha fatto il possibile per concentrarsi sulle, per così dire, emozioni linguistiche: cioè per definire e praticare la letteratura come mera arte del linguaggio. Ora questo trend sembra esaurito. A livello popolare, l’interruttore che fa accendere l’attenzione è: “Guarda che questa è una storia vera”, o almeno: “Questa è la storia di uno come te”.
    Ma in realtà un romanzo è un romanzo; ed è bello (o almeno “ben fatto”) se cattura la mia attenzione dal principio alla fine; a prescindere dalla corrispondenza di ciò che si racconta con la vita di chi l’ha scritto; a prescindere dall’autenticità o dalla simulazione delle emozioni.

    Antonio: è vero; l’articolo è in fondo banale; perché si sobbarca il poco divertente lavoro di indicare a tutti ciò che per alcuni è evidente. D’altra parte non pretende nulla più che indicare: e quindi va bene così. Indubbiamente sulle emozioni si può scrivere molto, ma dovrebbe esserti evidente che questo articolo non intende avviare una riflessione sulle emozioni.

  13. Laura Says:

    Devo dire che anche io sono rimasta abbastanza sorpresa dei vari commenti in merito alla competenza narrativa dei concorrenti di masterpiece che hanno raccontato qui la loro esperienza, e soprattutto dei paragoni tra le varie scritture che, in alcuni casi, sono stati fatti. Come se la gara si fosse riversata dal grande schermo a questo spazio. Come se scrivere un romanzo o un pezzo su un blog richiedesse le stesse abilità e noi lettori fossimo stati chiamati a giudicare, a dare valore. In realtà, questi sono solo diversi racconti di un’esperienza comune. Anche qui su, del resto, Antonio si affretta a commentare che l’articolo gli sembra un brutto temino di quarto liceo, ancora una volta un giudizio rispetto a un pezzo che ci chiamava solo a riflettere insieme…

  14. Antonio Says:

    Perdonate la mia “tarditudine” ma:

    Giulio, l’articolo di Marisa effettivamente non voleva stimolare una riflessione sul come un’opera possa emozionare. Però anche tu rispondendo a Benedetta ti soffermi sull’emozione.

    Laura, su cosa ci chiama a riflettere il brano di Raffaella (o di Marisa)? Scusami, ma non ho capito.

  15. Umberto Says:

    Il pezzo e il commento secondario successivo mi paiono freddi, senza vero reale, ma solo codificati per un consenso Light social.
    Poca o nessuna letteratura ma utile come personal branding. Su cui molti riflettono proprie paure ossessioni e speranze .

  16. Umberto Says:

    Il vero reale , alla changeaux o kandel, mi appare molto diverso. Già, sempre che sia definito reale, realismo, post modernismo. Utile la riflessione di siti sulla desiderio di più reale.

  17. Laura Says:

    Antonio, ci invita a riflettere sulle modalità di ricezione di un testo da parte dei lettori, a mio parere.

  18. gian marco griffi Says:

    Mi pare che si possa avanzare un giudizio molto migliore sui concorrenti di Masterpiece leggendo questi loro resoconti che non guardandoli in tv mentre vanno al mercato ortofrutticolo o parlano con una galeotta.
    Per divertirsi, con uno scrittore-concorrente, bisogna capire come scrive quando scrive a tavolino, come, perché e dove mette le virgole e i punti e virgola, che tipo di linguaggio sceglie di utilizzare; insomma: capire il modo in cui costruisce ciò che vuole esprimere e riflettere sul perché abbia deciso di raccontare una data storia con quel particolare linguaggio, con quei tempi, eccetera.
    Da telespettatore, non avendo letto i loro romanzi, non ho una sola idea di come scrivano i concorrenti di Masterpiece.
    E’ questa la principale pecca del programma.
    Ora, dai tre resocontini pubblicati su Vibrisse mi sono fatto un’idea leggermente (leggerissimamente) più articolata sul loro modo di scrivere.
    Inoltre, guardando Masterpiece ho imparato che il linguaggio è un optional, giacché è stato più volte ribadito che se anche uno scrive di merda (esagero) ma la storia è ‘pubblicabile’, il suo romanzo sarà bombato, dopato, da un massiccio editing et voilà, le jeux sont faits.
    Mi dispiace ma per me la letteratura non è questo, bensì il suo esatto contrario. E quando Giulio scrive che il trend della letteratura del ‘900 è esaurito mi piglia un groppo in gola.

  19. dm Says:

    Sì, ma i fratelli Policastro che hanno commentato sotto al pezzo di Raffella Silvestri…

  20. Giulio Mozzi Says:

    Antonio, nel rispondere a Benedetta ho parlato di emozioni perché non ho l’abitudine di rispondere fischi per fiaschi (e Benedetta avera parlato, appunto, di emozioni).

    Daniele: proprio in quella discussione è intervenuta anche mia sorella. La cosa più grave è che abbiamo espresse due opinioni identiche.

  21. dm Says:

    Capìto…

  22. marisasalabelle Says:

    Col mio articolo (mi pareva fosse chiaro) non intendevo valutare il pezzo di Raffaella e nemmeno giudicare le reazioni dei lettori, ma solo mettere in evidenza qualcosa che, leggendo, mi era saltato agli occhi, cioè il ricorrere di alcune espressioni nei commenti, la forte immedesimazione di molti di essi nell’autrice del testo, la tendenza a enfatizzare, creando una sorta di aura mitica intorno a Raffaella, alla sua esperienza a Masterpiece, alle sue doti umane e al suo talento di scrittrice. Doti e talento che certamente avrà, ma che un breve racconto o una performance televisiva non bastano, secondo me, a rendere così evidenti. Se coloro che hanno commentato sono gli amici di Raffaella, come sembra ipotizzare enrico ernst, è naturale che facciano il tifo per la loro amica e la esortino a non mollare, ad andare avanti eccetera; se invece sono solo degli spettatori di Masterpiece o dei lettori su vibrisse, tanto entusiasmo sorprende, fa pensare. Forse il dilagare dei talent show ci ha reso tutti dei fan, forse ci stiamo abituando a un modo di esprimerci eccessivo, entusiastico.
    Per quanto riguarda le emozioni, devo dire che nella mia esperienza di lettrice (e spettatrice) mi sono emozionata molte volte, ma che non è solo l’emozione né principalmente l’emozione che mi aspetto da un libro o da un film. Mi aspetto cose varie, diverse: che il libro sia interessante, che mi faccia pensare, che mi ponga delle domande, che metta in discussione le mie certezze… Questo però non vuol dire che io critichi chi desidera principalmente provare forti emozioni.

  23. dm Says:

    Marisa

    che non è solo l’emozione né principalmente l’emozione che mi aspetto da un libro o da un film.

    Condivido, da una narrazione credo ci si possa aspettare un’apertura e riguarda la conoscenza forse. Ma: ciò è pensabile senza la mediazione emotiva…?
    Emozione (dal Treccani gratuito): “Impressione viva, turbamento, eccitazione”.
    E’ cioè possibile accedere alla conoscenza in nuce (che non compenetra ancora il leggente) senza una mediazione emotiva di un qualche livello…?
    Senza impressioni vive, turbamento, eccitazione.
    Ecco, mi pare che questa riflessione latiti nei discorsi attorno alla letteratura (come scrivevo) soprattutto in rapporto alle esplorazioni dei romanzi, dei racconti, dei testi indefiniti della letteratura.
    Ciao.

    D

  24. marisasalabelle Says:

    dm: “impressione viva, turbamento, eccitazione”. Impressione viva, ok. Se un’opera non produce in me un’impressione viva, vuol dire che sapeva di poco. Ma è proprio sulle altre due accezioni che esprimo la mia perplessità. Perché devo chiedere a ogni libro che leggo, a ogni film che vedo, di produrre in me turbamento ed eccitazione? Potrebbe suscitarmi altre reazioni, ad esempio di tipo razionale.
    Una cosa, secondo me, è il coinvolgimento emotivo, che è necessario all’apprendimento e non solo a questo; un’altra cosa è l’insistenza sulle emozioni, la ricerca di emozioni sempre più forti: penso a un certo tipo di narrativa, ad esempio, che gioca sull’accumulo di elementi drammatici, sul lessico strabordante, sui meccanismi atti a “spremere la lacrimuccia”. Lo stesso potrebbe dirsi per un certo tipo di film o di prodotti televisivi. Personalmente sono diffidente nei confronti di molti prodotti di questo genere. Li trovo facili, ruffiani, commerciali. Non che sia un male, essere commerciali. Ma spesso la commercialità va a scapito della qualità. Non sempre. Ma spesso.

  25. dm Says:

    Scusa, Marisa, non provi turbamento leggendo Thomas Bernhard o, che so io, Friedrich Dürrenmatt? O, più spudoratamente, una eccitazione leggendo, che so, La nuova Justine? Quelle lì sono emozioni, e riguardano le accezioni che tu rifiuti. Poi naturalmente ci sono emozioni volgari inutili e semplificanti. Come ci sono libri inutili volgari semplificanti. Ma non è possibile trascurare le emozioni (ché c’è l’Amore e l’ammmore…) rifugiandosi dietro un presunto razionalismo che sterilizza tutti i batteri eh.

  26. marisasalabelle Says:

    Non rifiuto le emozioni, e l’ho detto in un precedente post. Certo che provo turbamento, o eccitazione, leggendo certi testi. Quello che contesto è il fatto che si chieda a un’opera d’arte di procurare solo emozioni, che si accentui esageratamente l’aspetto emozionale, anche tramite facili scorciatoie. Ma mi sa che, in fondo, stiamo dicendo la stessa cosa, con parole diverse.

  27. gian marco griffi Says:

    The waste land mi eccita. Un posto pulito, illuminato bene mi eccita. Essere e tempo mi eccita. Finale di partita mi eccita. Il gorgo mi eccita. Un po’ anche mi turba. “Le ore” mi eccitava, ma forse in maniera diversa rispetto a La Madonna dei filosofi.
    Ma, mi domando, questa è roba scritta per emozionare, eccitare? L’eccitazione e il turbamento possono scaturire anche dalla razionalità. O no?

  28. dm Says:

    A mio modo di vedere possono, purché non se ne parli : – )

  29. Stefania Says:

    @ gian marco: L’eccitazione e il turbamento possono scaturire anche dalla razionalità. O no?

    Sì, anche secondo me. Ogni volta che rileggo, o riascolto, ‘Le memorie di Adriano’ mi emoziono. Penso sia la percezione dell’intima perfezione di quella voce a emozionarmi. Ma è un’emozione quieta, un po’ come la definizione del vero amore di Ungaretti: una ‘quiete accesa’.

  30. Roberta Della Manna Says:

    Marisa, hai scritto un articolo che non posso che apprezzare, anche se ora non ho tempo per argomentare, spero di poterlo fare domattina.

  31. mauro b. Says:

    @ gian marco griffi

    non so se c’entra molto, ma conosci L’errore di Cartesio di Damasio? Si parla appunto della connessione fra emozioni e razionalità.

  32. marisasalabelle Says:

    Roberta, aspetto le tue argomentazioni con molta curiosità!

  33. gian marco griffi Says:

    L’errore di Cartesio l’ho conosciuto ora. Detto questo: mica c’ho niente contro le emozioni. La letteratura suscita innumerevoli emozioni; le opere che ho citato prima hanno suscitato in me le seguenti emozioni: angoscia, sgomento, stupore, confusione, allegria, amarezza. Ma tutte quelle opere sono andate oltre l’emozione; hanno acceso in me, tramite il linguaggio, un meccanismo di conoscenza, comprensione, godimento cerebrale e fisico.
    Mi pare che troppi lettori se ne catafottano dell’oltre e ricerchino solo la brada e dignitosissima emozione. E così troppi scrittori si sono adeguati. Gli editori forse anche.

  34. Roberta Della Manna Says:

    Premetto che ho come sempre poco tempo, inoltre sono molto timida per natura e probabilmente non riuscirò a scrivere tutto quel che vorrei e come vorrei.
    In ogni caso, negli ultimi due-tre anni, ho notato che chiunque per un motivo o per un altro partecipi a un programma televisivo acquisisce agli occhi degli altri un “quid” particolare, anche se fa il figurante a Canale 5. Vivo a Roma, e il caso vuole che conosca appunto qualcuno che fa proprio questo genere di lavoro, anzi un po’ di più, in quanto fa parte del “pubblico parlante” in una nota trasmissione televisiva. Ebbene, questa persona viene riconosciuta per strada, riceve molti complimenti, le vengono chiesti consigli, è trattata spesso con deferenza. Mi astengo dal dare giudizi sulla persona in questione, ma questo fenomeno mi lascia molto perplessa perchè lo ritengo del tutto immotivato.
    E’ come se apparire in televisione ti rendesse migliore, ed io penso che su questo tutti dovremmo porci qualche interrogativo, (darci delle risposte e correre ai ripari, lo metto tra parentesi perchè è un mio pensiero strettamente personale).
    Entriamo nello specifico di Masterpiece e dei suoi partecipanti che ci hanno raccontato le loro avventure televisive.
    Queste persone, al contrario del figurante, il “quid” ce l’hanno davvero, o almeno nel programma vengono descritti e presentati come se lo avessero. Il che, in questo momento storico, è esattamente la stessa cosa. Puoi avere il “quid”, se qualcuno in televisione ti dipinge come se lo avessi davvero.
    Masterpiece è un talent, ovvero un programma che agisce su due livelli: quello lineare e dichiarato, ovvero ricercare una persona che abbia scritto un romanzo davvero valido, e l’altro, che si basa sull’immedesimazione dello spettatore, che identificandosi in quelle persone che emergono dall’anonimato facendo magari la cosa che esso stesso sogna di fare da sempre, prova emozioni fortissime, eccitazione, speranza, senso di rivalsa, piacere.
    E anche il “contatto” con quel protagonista non può che provocare entusiasmo e consenso, a volte, sono sicura, anche a prescindere da cosa possa effettivamente raccontare. La cosa di cui sono assolutamente certa è che il novantotto per cento di quelli che “a caldo”, mentre sono all’interno del contenitore televisivo, suscitano ondate di approvazione, ben presto torneranno nell’anonimato originario.
    Infine, per quanto riguarda le emozioni che possono scaturire dalla lettura in generale: sono importanti, ma non basilari. Un bel libro non deve per forza emozionarmi, ma tenere viva la mia attenzione, spingermi a desiderare di non smettere di leggere, insegnandomi cose nuove e mostrandomi diversi punti di vista sul mondo, sull’essere, sul vivere, sul morire. L’emozione fondamentale che devo provare è il dispiacere quando arrivo all’ultima pagina e mi chiedo se troverò un altro libro altrettanto bello.

  35. annam11 Says:

    Condivido le tue riflessioni, per me l’emozione è totalmente soggettiva e non può essere usata come metro di giudizio, inoltre un brano (ma anche un film o una foto) può emozionare pur essendo molto banale, semplicemente perchè sfiora le corde giuste.

    Anna

    P.S.: Se mi posso permettere: dovresti alleggerire un po’ il tuo stile.

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