Sostituti

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di giuliomozzi

Quando vide la fedeltà di Giobbe, il Signore decise di ricompensarlo. Lo tolse dunque dalla malattia e dalla miseria nelle quali era caduto; e gli diede nuovi armenti, nuovi servi, nuove mogli e nuovi figli.
Giobbe si aggirava tra i suoi nuovi beni e li guardava stupito.
“Non sei felice?”, gli domandò il Signore.
“No”.
“E come mai?”.
“Gli armenti, i servi, le mogli e i figli che avevo erano altri armenti, servi, mogli e figli. Quelli non li avrò più”.
“Ma ora hai nuovi armenti, nuovi servi, nuove mogli e nuovi figli!”.
“Certo. Nuovi. Altri. Quello che è perduto, è comunque perduto”.

9 Risposte to “Sostituti”

  1. marisasalabelle Says:

    L’ho sempre pensato anch’io. Va bene nuovi armenti, va bene anche nuovi servi, che a quell’epoca (e anche nella nostra, ahimé) non godevano di grande considerazione, ma nuove mogli e nuovi figli…

  2. marisasalabelle Says:

    Dio qualche volta fa venire i brividi

  3. manu Says:

    uè marisa, mica si può prendere tutto alla lettera… 🙂

  4. Giulio Mozzi Says:

    Eh, manu: “non prendere alla lettera” significa interpretare; e, storicamente, “interpretare” ha spesso significato depotenziare.
    Il tentativo che faccio talvolta – ad esempio in alcune di queste storiellette – è proprio di prendere alla lettera; e di fantasticarci su.
    La mia storiella non ha la dignità di un’interpretazione biblistica o teologica (né io ho studiato abbastanza da permettermi di competere con biblisti e teologi). Ma sono pur sempre un quasi esperto di manipolazione delle narrazioni.
    Così, suggerisce quantomeno una cosa:
    – l’autore dell’ultimo capitolo del Giobbe, che non è lo stesso autore delle parti precedenti, ha evidentemente tentato di inserire una chiusa consolatoria alla storia: uno “happy end”;
    – non si è accorto però che così seguiva un modello di “giustizia retributiva”: e proprio la giustizia retributiva viene demolita nel libro di Giobbe: ha quindi prodotto un’incoerenza ideologica e narrativa del testo;
    – e non si è accorto nemmeno che, condannando Giobbe a passare il resto della sua vita circondato da sostituti, gli faceva uno scherzo atroce.

    Per un’informazione di base sul libro di Giobbe, la voce di Wikipedia è accettabile.

  5. marisasalabelle Says:

    Non prendo alla lettera… cerco di capire ciò che dice il testo… Tra l’altro, ho studiato teologia. Sulla figura di Giobbe, è bellissimo l’omonimo romanzo di Joseph Roth.

  6. RobySan Says:

    Certo. Nuovi. Altri. Quello che è perduto, è comunque perduto

    Più o meno quel che disse mio figlio la prima volta che gli sfuggì di mano un palloncino (dopo il mio poco convincente tentativo consolatorio).

  7. manu Says:

    ho scritto marisa ma parlavo a me… non era un appunto alle conoscenze o non conoscenze altrui. mi scuso. saluti

  8. Alessandra Celano Says:

    RobySan, la stessa cosa è successa a mio figlio, proprio con un palloncino (rosso), fatalmente schiattato. A niente è servito regalargliene altri, nessuno è QUELLO, e anzi sembrerebbe che i sostituti, come per il povero Giobbe, non facciano che rinnovare crudelmente un dolore inconsolabile.
    Il fatto gli ha anche dato modo di imparare una parola nuova. Una volta mi ha chiesto: «Che significa nostalgia?», gli ho risposto che si prova nostalgia quando ci manca qualcosa che non c’è più e lui mi ha detto: «Allora anch’io provo nostalgia.» «Per cosa? Per la casa dove stavamo prima?» «No, per il palloncino rosso» (con gli occhi lucidi).

  9. RobySan Says:

    @Alessandra Celano: il fatto è che, appunto, l’uguaglianza non è l’identità. C’era un legame che si è consolidato tra il bimbo e il palloncino e che ha avuto un percorso che va dal desiderio del palloncino, all’ottenimento dello stesso, ai giochi fatti con quel palloncino che si è introiettato – con la sua capacità di volare, trattenuta dalla cordicella; legame che si è interrotto per una impercettibile sbadataggine: l’aver allenttato inavvertitamente la presa. E’ avvenuta una “separazione”, una perdita ineluttabile. Nel caso di mio figlio la cosa è stata vissuta come perdita ma anche come abbandono per causa sua, cosa cui i bimbi adottati sono sensibilissimi (indipendentemente dal tempo trascorso dall’abbandono per eccellenza: il loro). Giobbe forse non sente l’abbandono quanto la perdita e, soprattutto, patisce l’incomprensione delle ragioni. Il chiosatore che ha fatto una conclusione a “giustizia retributiva” non aveva altre armi: mica poteva far dire a Giobbe che le sue disgrazie altro non erano che lo svolgersi di una scommessa. Che figura ci avrebbe fatto, il padreterno, dopo tutto il pistolotto sul “dove eri tu mentre io ecc. ecc.”?

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