“Gli anni spezzati”, alcuni appunti

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Emilio Solfrizzi nei panni di Luigi Calabresi

Emilio Solfrizzi nei panni di Luigi Calabresi

di Demetrio Paolin

Una cosa che colpisce immediatamente, vedendo anche pochi minuti della fiction andata in onda su Rai1 “Gli anni spezzati”, è che l’audio è fuori sincrono rispetto alle immagini. Ovviamente questo è un problema tecnico, dovuto credo alla post produzione della pellicola, ma per me ha un alto e un altro significato prettamente simbolico.

Il fuori sincro tra immagine e audio rappresenta benissimo tutta la difficoltà che la fiction ha di provare a dire la storia di quegli anni. È come se plasticamente gli autori, i registi e gli sceneggiatori lasciassero una spia della loro debolezza argomentativa e storica, come se chiedessero scusa di una rappresentazione così raffazzonata e poco credibile della nostra storia patria.

Nell’articolo di Raimo su Minima et Moralia c’è già una lunga e precisa disamina delle cose che non vanno in quella fiction, e quindi non mi dilungo su questi temi, ma vorrei provare a fare un discorso esclusivamente narratologico legato al discorso della vittima.

Nelle due puntate veniva tratteggiata la figura di Calabresi e veniva raccontato il suo omicidio a cui è stato affiancato il peersonaggio di Pinelli. La cosa che mi ha colpito rispetto a questa duplice rappresentazione è il modo semplificatorio, che ha in sé qualcosa di patetico, con cui sono state trattate entrambe le vicende.

La domanda che ci si dovrebbe porre nel momento in cui si scrive di vittime, in cui si decide di rappresentarle, è: cosa fa di una vittima una vittima? Come si definisce lo statuto di una vittima? Come si può discernere tra vittima e vittima?

Nella semplificazione del racconto operata dagli sceneggiatori, dai registi e dai consulenti la risposta a queste domande è stata quella più scontata: la vittima è un uomo buono, quindi è un santo.
Ora la patina agiografica, che è presente in maniera più o meno radicata nella memorialista delle vittime, è normale in quanto a scrivere quelle storie sono i parenti della stessa vittima (segnalo come unico caso in controtendenza il libro di Sabina Rossa sul padre Guido, dove veramente lo sforzo dell’autrice nel cercare di non essere agiografica si sente e dà al suo libro una carica e una forza particolare). Nel caso della fiction, però, il cortocircuito è dato dal fatto che nella vulgata la vittima è anche martire e come martire, etimologicamente, diviene testimone.
Quindi la narrazione che Gli Anni spezzati porta avanti è sostanzialmente stereotipica. Provo a fare un esempio per assurdo (presto capirete perché). Faccio due ipotesi narrative, discordanti, ma che essendo comunque “Gli Anni Spezzati” una fiction (e quindi per definizione un prodotto di finizione) possono starci.
1. Il commissario Calabresi ha preso parte collaborativamente all’omicidio di Pinelli.
2. Pinelli ha effettivamente compiuto il delitto per cui era stato arrestato.

Ora prendiamo per vere queste due ipotesi narrative, ma lasciamo immutata la loro fine . Ovvero Pinelli muore “cadendo” dalla finestra della Questura e Calabresi viene ucciso in un agguato terroristico.
La mia domanda è: sono vittime? Lo sono nonostante abbiamo compiuto qualcosa di sbagliato? La risposta è ovviamente sì, la impietosa e violenta fine di Calabresi e di Pinelli li rende comunque vittime, e questo a prescindere dalle loro colpe o dalla loro vita.

Dal punto di vista della narrazione, non creare santini, ma mostrare la complessità di un essere umano farebbe di queste storie la nostra epopea tragica. L’esempio è sempre lo stesso. Quando leggiamo la storia di Edipo, Sofocle non ci nasconde le sue debolezze e le sue colpe, ma nonostante questo alla fine ci rendiamo conto che Edipo è vittima.

In un certo senso dal punto di vista di chi racconta e scrive la storia di quegli anni dovrebbe fare una azione piuttosto semplice da punto di vista del racconto, ma complessa dal punto di vista politico. Negli anni del terrorismo alcuni intellettuali erano soliti dire “Né con le Br né con lo Stato”. Io dico che dal punto di vista narrativo è necessario essere sia con le Br che con lo Stato ovvero è necessario tenere insieme i due punti di vista. L’esempio è l’insuperato per me libro di Sciascia L’affaire Moro. La capacità dello scrittore siciliano è proprio quella di non perdere di vista l’umanità di Moro e dei suoi carcerieri, e di porgerceli in pagina in tutta la loro complessità di creature.

È questo il compito di uno scrittore e di un intellettuale o altrimenti si corre il rischio di presentare personaggi e storie di cartapesta, unidimensionali e senza nessuna profondità. C’è poi un altro tema, che qui sfioro appena, ma che certamente mi sembra interessante ovvero l’incapacità di questo sceneggiato di farsi anche storia; pecca ancora più grve se tutto fa pensare che la pellicola nasceva con l’intento principale didascalico e educativo di parlare alle generazioni che non c’erano di quello che è stato.

Si dirà, lo immagino, che è passato ancora poco tempo perché ciò che è accaduto allora in Italia si faccia storia, siamo ancora nell’ambito della cronaca. Ora da i fatti che sono accaduti a oggi incomincia a esserci un tempo abbastanza lungo e una mole ampia di memorialistica e studi. E comunque verrebbe da rispondere a chi dice questo che nel 1961 Hilberg scrisse La distruzione degli Ebrei d’Europa a sedici anni appena dalla fine della seconda guerra e non scrisse un testo “memorialistico”, ma un testo storico con fonti, dati e apparato scientifico.

Quindi la mancanza di uno sguardo storico o è semplice miopia oppure è viziata da un motivo ideologico; entrambe le ipotesi fanno de Gli Anni Spezzati un’altra occasione mancata per provare a dire un germe di vero su ciò che è successo all’Italia negli anni della sua giovinezza.

12 Risposte to ““Gli anni spezzati”, alcuni appunti”

  1. eziotarantino Says:

    Analisi perfetta.
    Ezio

  2. demetrio Says:

    Grazie Ezio.

  3. carlo Says:

    Non so come dire, è difficile. Ho guardato la prima puntata (la seconda non ce l’ho fatta), ma credo che la sceneggiatura è stata realizzata con un effetto-straniamento voluto, forse per far fuori definitivamente i testimoni (viventi) di quella temperie. Posso affermare, dopo aver visto la fiction, “io non c’ero”.

  4. marco Says:

    completamente d’accordo

  5. Cesare Says:

    La storia della guerra la scrivono i vincitori a loro esclusivo uso e consumo. Altrimenti la guerra finirebbe.

  6. Giacomo Vit Says:

    D’accordo, purtroppo si è persa un’importante occasione!

  7. RobySan Says:

    Sciatteria, piagnisteo e mediocri prestazioni attoriali. Nemmeno l’ombra della resa della tensione che in quei mesi e anni era presente a ogni angolo o piazza. Ridicola la semplificazione della “ragion di stato” che in tre battute costringe Calabresi a fare sbrigativamente ciò che – si suppone – lui avrebbe voluto fare con più ponderazione. Ciò che non va è la paura della contradditorietà dei personaggi, tutti presentati in modo eccessivamente semplificato. Come se si stesse parlando a dei bimbetti incapaci di discernere negli eccessi di complessità. Una pessima “ora di Storia”.

  8. adrianalibretti Says:

    Una fiction noiosa, sul serio finta, inguardabile. Infatti ho spento, nonostante fossi curiosa e ben disposta. Credo che le cause maggiori di tutto questo risiedano nella sceneggiatura, superficiale, agiografica, di maniera. Peccato.

  9. carlo capone Says:

    Sì, ma omettere la parte del discorso di Rumor in TV, in cui il Presidente del Consiglio ribadisce che non verranno assolutamente emanate leggi straordinarie, come invece si aspettavno o terorristi, è un oltraggio alla ricostruzione storica. Quella importante comunicazione ci fu, non è appannaggio di alcuna ricostruzione di parte.

    Da tanti particolari più o meno evidenti traspare la volontà di un disimpegno che rasenta l’ignavia. Dopo che venti anni fa la Rai pur trasmise La Notte della Repubblica di Zavoli. Tra le due messe in onda l’abisso.di un oblio cercato, o quantomeno il tentativo di una cronaca al sapor di fiction a uso e consumo della generazione del dopo muro. Generazione non solo in senso anagrafico..

  10. Antonio Says:

    Una “fiction a uso e consumo della generazione del dopo muro.”. Deluso ma non sorpreso. Questo deriva regola il nostro moderno vivere.

  11. Magda Guia Cervesato Says:

    Al nocciolo della questione, Demetrio: nelle tue considerazioni è l’essenza del problema.
    Non molto tempo fa scaricai da vibrisse il tuo lavoro sulle narrazioni degli anni di piombo, trovando interessante la chiave della difficoltà’ a raccontare in modo ‘diretto’, non ‘edulcorato’, la morte agita da parte dei brigatisti. Ti lascio un paio di sensazioni (che non aggiungono nulla, solo contribuiscono a confermare nella mia mente le tue considerazioni come davvero centrate e centrali) sulla scorta della mia pur superficiale conoscenza, negli ultimi anni, di alcuni protagonisti della rivol…ta, come la definì’ Renato Curcio in un’occasione: la sensazione che ne ho tratto è certamente di ‘scansamento’ dell’ argomento (comprensibile e anche legittimo: hanno pagato per le loro responsabilità’ e oggi portano avanti le loro idee con altri mezzi: i libri che pubblicano). Atteggiamento che si inserisce dunque appieno nel discorso del tuo “Una tragedia negata”. Ho però’ anche tratto la netta sensazione (da alcune loro considerazioni sull’oggettiva ‘non-purezza’ degli ambienti militanti) di un’ autocritica interiore molto ma molto più’ lucida e oggettiva rispetto a quella visione unica e semplificante che i loro odierni epigoni esprimono. Nei protagonisti e ideologhi originari della lotta di classe italiana ho sentito il riconoscimento (tardivo si dirà’, e in parte e’ vero, ma l’ esperienza di Moro torturato in attesa della morte, così’ come è magistralmente raccontata da Sciascia e riportata nel tuo libro, l’hanno vissuta a loro volta nei lunghi anni di reclusione, e, di questo sono certa, non è’ andata sprecata nella riflessione che sono andati sviluppando negli anni); in loro, dicevo, sento il riconoscimento profondo della parte ‘assurda’ e colpevole come di quella ‘buona’ ed eroica presente nell’esperienza di quegli anni. Proprio per questo trovo che la semplificazione e decontestualizzazione passata con il film Tv Rai sia ancora più stupida, oltre che dannosa e di ostacolo a un’ uscita dal trauma collettivo che prescinda da posizioni illusorie e ideologiche. Non so se hai letto (io no) il ‘Progetto memoria’ portato avanti fin dagli anni della prigione dalla casa editrice da loro fondata: cinque volumi, credo, in cui si ricostruisce tutta questa storia da fine ’60 agli ’80; a quanto si evince dalle sinossi, una ricostruzione dalla parte dei combattenti, anche in omaggio ai numerosi caduti tra le ‘loro’ fila. Trovo normale che, in mezzo a mistificazioni decennali così pesanti da entrambe le parti, i protagonisti si prendano la briga di raccontare dal di dentro, con conoscenze che solo loro possono testimoniare, gli anni di piombo. Così come esiste una letteratura da parte delle vittime e dei loro familiari, con la loro verità’ di storia, sofferenza, idee e umanità’: come dici tu, la parte delle vere vittime ultime. Quello che ancora pare difficile portare avanti, come ben dici, e’ un dialogo contestualizzante delle ragioni sociali, motivazioni personali e politiche che condussero a quella stagione come dentro un torrente in piena. Mia madre, che da sempre io conosco come filo-asburgica, cattolica e imprenditrice, quindi quanto di più lontano da spettri di marxismo, ieri sera guardando per caso insieme il secondo episodio de “Gli anni spezzati” sul rapimento Sossi commentava: ‘arrabbiata com’ero per le mie condizioni di povertà in quegli anni, se invece che a Rovereto avessi fatto l’Universita’ a Trento, venti chilometri più’ in la’ dove si formo’ il nucleo originario delle future BR, vi avrei aderito anch’io’. Ecco, mi chiedo, perché’ è’ così’ difficile ammettere cose cose così semplici invece di ricorrere alle semplificazioni? Perché’ e’ difficile ammettere che solo venti chilometri (quantunque all’epoca distanza non da poco) possano aver cambiato il corso di un’esistenza?

    Non posso non riportare le parole di Sciascia, pag.91 de “La tragedia negata”:
    ‘In una sua lettera Moro ad un certo punto dirà: “La pietà di chi mi recava la lettera (dei familiari, pubblicata dai giornali N.d.A.) ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna (da parte della D.C. nel non voler trattare, N.d.A)”. E direi che è il momento più alto, più cristianamente alto, toccato dalla tragedia’. .
    E poi quello seguente, da brividi e straordinario, sulla trasformazione di Moro, in cui tu scrivi presentandolo, ‘lo si vede sciogliersi, mutare pelle e forma, diventa altro per mostrarsi nella sua nudità più essenziale’:
    ‘Moro comincia, pirandellianamente, a sciogliersi dalla forma, poichè tragicamente è entrato nella vita. Da personaggio ad “uomo solo”, da “uomo solo” a creatura: i passaggi che Pirandello assegna all’unica possibile salvezza.’

    Ps. C’è da dire che ieri sera, ne ‘Il giudice’, in una scena è stata rappresentata la clemenza del carceriere di fronte al rifiuto di Sossi di inginocchiarsi davanti al simbolo BR con la stella a cinque punte: quel porgere al prigioniero una sedia per fargli la foto da mandare allo Stato, finendo per inginocchiarvisi lui nell’atto di scattare la polaroid, è un simbolico vicino al ‘momento più cristianamente alto toccato dalla tragedia’ di cui scrive Sciascia.

  12. demetrio Says:

    Grazie Magda e grazie a tutti coloro che sono intervenuti. E ovvio che l’analisi che ho condotto è stata fatta rispetto a un prodotto mediocre. Alcuni potrebbero obiettare ma perché semplicemente non dici “questo prodotto è brutto”?
    Il problema è che quando ti parla di anni ’70 la maggior parte dei prodotti culturali (film, libri et etc) sono o brutti o dei fallimenti. E a me viene da chiedermi perchè

    Una ipotesi di lavoro che mi affascina è quella di fare un lavoro di studio filologico tra i documenti redatti dalle Br (i comunicati, etc etc..) e metterli in cortocircuito con il Progetto Memoria di cui Magda accenna nel suo commento.

    ecco prima o poi lo farò

    grazie ancora

    d.

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