Ho un problema: sono finalista a Masterpiece

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Stefano_Trucco

Salve a tutti, mi chiamo Stefano Trucco e ho un problema: sto partecipando come concorrente a un programma televisivo, Masterpiece.
Forse ne avete sentito parlare, in genere piuttosto male: l’X Factor per scrittori esordienti. Forse vi è capitato di vederne una puntata malgrado la scomoda collocazione nel palinsesto, le 23 di domenica su Rai3; potreste perfino aver visto la mia, di puntata (ho vinto, nel caso). Giulio Mozzi mi ha chiesto se potevo raccontarne qualcosa [*] e io ho accettato, dato che gli devo la stroncatura più salutare della mia brevissima carriera.

Il motivo per cui una persona che ama scrivere e ancor più leggere e che non ha mai provato un particolare desiderio di apparire in tivù (anzi, proprio attiva avversione: quando vedo una troupe televisiva per strada che intervista i passanti faccio il giro largo per evitarla) si ritrova a fare il concorrente in un talent televisivo è presto detta: nessuno dei numerosi editori a cui avevo mandato il mio romanzo s’era degnato di rispondere.
Mi dicono che un tempo le case editrici comunicavano personalmente agli autori i perché e i percome dei loro rifiuti, tanto che oggi vengono periodicamente pubblicate raccolte di rifiuti a libri poi diventati famosissimi, raccolte che hanno finito per convincere migliaia di aspiranti scrittori che esista un complotto delle case editrici per impedire la pubblicazione di opere di genio, specie le loro, per cui ogni rifiuto diventa un titolo di merito. Si pubblicano solo mediocri e raccomandati, pensano, mentre noi veri talenti possiamo contare solo sulla posterità. Dovremmo andare all’estero, dicono, lì sì che si riconosce il vero talento.
In seguito, pare, le case editrici si limitavano a brevi lettere circolari in cui l’autore era informato che l’opera non corrispondeva alla linea editoriale della casa. Non proprio soddisfacente ma almeno uno si metteva il cuore in pace e smetteva di aspettare.

Oggi domina il silenzio-negazione, eccezionalmente frustrante.

Così, un anno dopo che avevo terminato di scrivere e riscrivere il mio romanzo, Fight Night, e l’avevo inviato a una dozzina di case editrici scelte con ragionevole cura l’assenza del sia pur minimo riscontro mi aveva discretamente depresso. Così che quando alcuni amici mi segnalarono gli spot con cui Rai3 chiedeva agli italiani di tirare fuori il loro romanzo dal cassetto e spedirlo a una nuova trasmissione televisiva ero nello stato d’animo adatto a provarci. Tanto un file inviato in più o in meno non avrebbe fatto differenza, no?
La cosa invece è piacevolmente degenerata.

Io non sono portato al complottismo. E credo di possedere un certo spirito critico e autocritico (forse Giulio potrebbe confermare…?). Il fatto che nessuno mi rispondesse non lo imputo a una qualche degenerazione dell’editoria italiana di questi tempi. Non penso che sia in corso una qualche congiura per istupidire gli italiani costringendoli a leggere Fabio Volo o le barzellette di Totti (l’esempio preferito degli aspiranti frustrati). So che le case editrici sono imprese che devono puntare al profitto ma sono anche convinto che sarebbero più che felici di pubblicare libri che vendano pur essendo belli. E poteva pure darsi che il mio libro fosse francamente orribile. Ma non credo e comunque mi sarebbe piaciuto sentirmi dire perché – non foss’altro che per poter migliorare. Il problema, credo, è che le linee di comunicazione fra autori ed editori siano diventate più difficili da percorrere in quanto intasate: da una parte una crescita esponenziale di testi, grazie soprattutto alle nuove tecnologie digitali (fra l’altro, ci pensate quanto sia fisicamente più leggero scrivere un libro con il computer piuttosto che a mano o con la vecchia macchina da scrivere?), dall’altra staff editoriali ridotti all’osso che, semplicemente, non ce la fanno. Ci saranno fattori più complessi o sottili ma la mia idea è che il nocciolo della questione sia questo. Dovevo trovare un modo di penetrare quella muraglia di testi.

In un saggio del 1946, Perché scrivo, George Orwell, lo scrittore impegnato per eccellenza, un uomo capace di rischiare di persona per portare la sua testimonianza, identificò quattro motivi – a parte il denaro – per cui si scrive, motivi che si trovano in ogni scrittore, in percentuali diverse, lui incluso. Sono l’entusiasmo estetico, l’impulso storico, lo scopo politico e il semplice egoismo.

Il desiderio di sembrare intelligente, di essere chiacchierato, di essere ricordato dopo la morte, di prendersi la propria rivincita sugli adulti da cui si è stati umiliati fin dall’infanzia etc etc. E’ ipocrita fingere che questo non sia un motivo e per giunta forte.

Ma facciamo un passo indietro (proprio adesso, che sembrava ci fosse un po’ di ritmo…). Sono di Genova, ho 51 anni e sono dipendente pubblico. Da sempre ho avuto un’unica ambizione, scrivere, e quello degli scrittori è sempre stato l’unico club a cui avessi mai voluto appartenere. Da giovane scrivevo molto e, temo, male. Scrivevo fantascienza perché era l’unica letteratura che mi interessasse (poi leggevo molto altro, soprattutto storia, ma per me i romanzi erano solo di fantascienza e al massimo l’occasionale giallo). Scrivevo imitazioni di Philip K. Dick (e Silverberg e Sheckley e Brunner e Ballard e Pohl e Disch e Bester e Leiber…) e che dimostravano, a quel che ricordo, una assoluta ignoranza della natura umana ed una estrema sicurezza nel diagnosticare e risolvere i massimi problemi mondiali. Beh, si comincia e poi si migliora.

Solo che non migliorai. Smisi. Cominciando a lavorare, verso la fine degli anni Ottanta, contrassi un blocco dello scrittore che durò poco più di vent’anni. Un blocco molto attivo e sensibile, credo. Ogni mattina mi svegliavo con l’idea di ‘oggi inizio il romanzo!’, poi passavo la mattinata a trovare scuse per rimandare al giorno dopo, alla settimana dopo, al mese dopo, a dopo le vacanze, a dopo l’esame, a dopo le elezioni, a dopo i Mondiali, a dopo le Olimpiadi. Magicamente, le trovavo sempre.

Ogni tanto, in realtà, iniziavo qualcosa ma dopo due, tre, dieci pagine mi dicevo ‘ma dove vai? Questa m**** non vale niente!’ e smettevo, sollevato di non dover fare tutta quella fatica. Ci sarebbe stata sicuramente un’occasione migliore, un giorno.

Però leggevo. Pur rimanendo fedele alla fantascienza cominciai a leggere romanzi-romanzi, classici o di moda al momento. Lessi libri di filosofia, di scienza (divulgazione, lo ammetto), di politica. Cominciai a leggere critica letteraria, più per lo stile che per altro (Edmund Wilson, Mario Praz, Giovanni Macchia, Cesare Garboli). Guardai un mucchio di film, anche andando a cercare quelli difficili. Insomma, mi documentavo. Perché tutto serviva al romanzo che immancabilmente stavo per scrivere. Di idee ne ho sempre avute: le idee sono facili, secondo me. Difficile, se non impossibile, era cominciare a scalare la montagna di una parola più un’altra parola, di una frase dopo l’altra frase, di un paragrafo dopo… insomma, avete capito. Il lavoro mi lasciava abbastanza tempo; sono single; la salute regge, grazie. Tutto era pronto eppure non succedeva niente. Dopo il 2000 cominciai a passare un mucchio di tempo su Internet: in un certo senso scrivevo ma, come il leggere, era una scusa per non scrivere sul serio. Intanto leggevo: piano piano riuscii a uscire dall’enclosure anglo-americana nella quale avevo pascolato tranquillo fino ad allora e scoprii il resto del mondo. Oggi alcuni dei miei scrittori classici preferiti sono francesi: Balzac e Simenon in testa, questi due mostri di prolificità, poi Stendhal e Alain e soprattutto quella meravigliosa epica dell’invidia e del risentimento che è il Journal dei fratelli Goncourt. Arrivai, buoni ultimi, a leggere anche romanzi italiani contemporanei. Perdevo tempo.

Non ricordo quale scrittore inglese disse una volta una cosa tipo “io non voglio scrivere; io voglio aver scritto”. Esatto.

Nel 2010, inaspettatamente arrivò un punto di rottura. Ancora mi chiedo cosa sia stato: di certo un trasloco in un appartamento più piccolo ma più confortevole. Forse l’ultima, minuscola ma decisiva spinta fu la lettura di Bartebly e compagnia di Enrique Vila-Matas, un libro sugli scrittori che non hanno scritto o scritto pochissimo o smesso di scrivere. Nel marzo del 2010 cominciai e non mi fermai più.

Alcuni amici, di quelli da sempre convinti che sarei potuto essere uno scrittore ma che ero troppo pigro per riuscirci, accettarono di leggere i capitoli man mano che li scrivevo, come un romanzo d’appendice. Alla fine, dopo un anno, avevo un romanzo finito, pure lungo, La lunga estate del ’99. Fantascienza, ovvio. Il romanzo che Giulio Mozzi mi stroncò brutalmente.

L’avevo anche spedito a una prestigiosa agenzia letteraria che per una cifra non piccola me lo lesse e mi inviò una dettagliata scheda di lettura, in buona parte positiva, ma non mi chiese il privilegio di rappresentarmi. Fra quella scheda e la stroncatura non ebbi dubbi su quale fosse la verità.

Sorprendendo tutti, me stesso per primo, cominciai un nuovo romanzo. Per la prima volta decisi di provare a scrivere qualcosa che non fosse fantascienza. Da sempre mi piace – mi ossessiona, piuttosto – guardare la gente che fa a botte su un ring – pugilato, kick boxing, muay thai, savate – e perciò scrissi di quello, pur non avendo mai praticato un’arte marziale nemmeno per scherzo. Inoltre mi misi in testa di utilizzare personaggi molto giovani e io di giovani in pratica non ne frequento. Insomma, malgrado l’aria formalmente realistica, un fantasy. Feci del mio meglio per organizzare una narrazione coerente, con personaggi a tutto tondo che servissero alla trama. Il capolavoro mancato di fantascienza era stato un ottimo allenamento (ma ci tornerò su, garantito).

Dopo un altro anno avevo un romanzo, che non interessò nessuno. Finché arrivò Masterpiece. Era agosto: inviai.
Oltre al romanzo dovevo rispondere a un questionario. Sinossi, poi i miei 5 autori, libri e film preferiti… difficile ma sono domande prevedibili… poi una serie di domande che sì, facevano venire in mente i reality show: descrivi te stesso, descrivi la tua famiglia, il tuo miglior pregio e peggior difetto, la tua esperienza più importante, il tuo più grande rimpianto… Ok, siamo in televisione. Il punto per me era chiaro: se accettavo di partecipare dovevo farlo senza riserve mentali, senza malintesi sentimenti di superiorità, senza borbottare a bassa voce ma perfettamente udibili frasi come ‘che vergogna! Ma guarda a cosa mi devo abbassare!’ – assolutamente no. Se vai, vai convinto. Preferisci rimanere dove sei? Nessuno ti torturerà: diamine, è Rai3, mica Rete4!
Non so se avete visto il film Reality di Matteo Garrone. E’ la storia di un pescivendolo napoletano che impazzisce mentre aspetta di essere chiamato a partecipare al Grande Fratello. Mi piacque, anche perché io per anni l’ho guardato, il Grande Fratello (per fortuna mi è passata). Ma non avevo mai avuto la benché minima tentazione di partecipare: semplicemente non ero il tipo che vuole partecipare e che viene preso a partecipare. Adesso avevo chiesto di partecipare a un programma tivù e, rapidamente, cominciai a sentirmi come il pescivendolo. Preoccupante.

Per fortuna arrivò una telefonata, seguita da una mail: ero convocato, un giorno di settembre, per un provino a Roma, negli studi di Via Nomentana. Ed eccomi, vestito un po’ meglio del solito, con il manoscritto cartaceo sotto il braccio, in compagnia di decine di altri aspiranti scrittori, di tutte le età, generi e provenienze possibili. Era una bella giornata e io ero lì a fare la coda, proprio come al Grande Fratello o X Factor. Evviva!

La Legge di Mozzi, se non sbaglio, recita: “Di 1000 manoscritti 100 sono leggibili, 10 interessanti e 1 da pubblicare”. Esattamente: di 4919 romanzi pervenuti vennero “provinati” circa 500 scrittori. Di questi ne vennero selezionati 72 e ora nella fase finale saremo in 12 – quasi al centimetro. Nel caso vogliate saperlo, il genere più presente è stato il fantasy, il meno la fantascienza; lo scrittore più giovane aveva 14 anni, il più anziano 91; due terzi erano i maschi, un terzo le donne.

Altri s’erano occupati della spietata scrematura dei testi; i provini, non rivelo certo nulla, dovevano stabilire la mia resa televisiva. E’ ingiusto, ammettiamolo, ma se un Calvino probabilmente non sarebbe stato preso (nelle rare interviste televisive pare soffra come se lo torturassero), un Balzac se la sarebbe cavata alla grande (ma su questo ci torneremo). Così mi trovai, per la prima volta in vita mia, a cinguettare volubilmente davanti all’obbiettivo di una macchina da presa, parlando di me, della mia famiglia, del mio lavoro e del mio romanzo. Sorpresa: ci riuscivo. Doppia sorpresa: a quanto pare “funzionavo”. Dopo un breve primo colloquio ce ne fu un secondo, più lungo, con gli autori del programma. Fra l’uno e l’altro, venni intervistato insieme ad altri aspiranti scrittori da un giornalista del Corriere della Sera (mi ritrovai sull’inserto del venerdì, Sette, con tanto di foto, una bella foto in cui avevo un’aria davvero autorevole). Tutto pareva essere andato talmente bene che tornai a Genova in stato di pericolosa sovreccitazione, parlando tutto il tempo con i compagni di scompartimento.

Così venni chiamato, qualche settimana dopo, a Torino, dove ha sede il programma, per partecipare alla fase eliminatoria della trasmissione, quella che poi è andata in onda in sei puntate. Il programma è rigorosamente registrato e – Gott sei Dank! – non c’è il televoto.

Eravamo in 12 – un campione d’Italia forse non rappresentativo ma certo vario. Un manager delle vendite di Treviso, un giovane libraio romano, un’attrice napoletana, un anziano dirigente pubblico primo traduttore italiano di Che Guevara, un’operaia di Piacenza, un operaio di Brescia (però nobile decaduto), un poeta epico 19enne di Guidonia… e un impiegato dell’Ufficio Decessi di Genova.

Non avevamo le idee chiare su cosa dovessimo fare. Di certo nessuno si aspettava che fossimo spietatamente decimati, così che al termine della giornata rimanemmo in 4, di 12 che eravamo.

Ma prima, l’emozione di essere truccati e pettinati, e la scelta dei vestiti. Sì, eravamo in televisione e tutto era bello e nuovo e divertente e interessante. Un po’ meno la mensa aziendale della Rai. Come ci disse un dipendente: ‘non è che sia cattivo, il cibo. E’ triste. Esci sazio ma depresso’. Pazienza.

Stavamo in una stanza grande e luminosa, con le poltrone di Fantozzi, a fraternizzare fra di noi e ad essere intervistati da Massimo Coppola, coach/presentatore del programma. Cominciai rapidamente a sbagliare tutte le risposte e a farmi salire la tensione.

Venivamo chiamati uno alla volta e nessuno tornava indietro (un effetto vagamente concentrazionario…). Poi toccò a me e venni portato davanti ai tre giudici – Giancarlo De Cataldo, Andrea De Carlo e Taiye Selasi – assisi dietro a un bancone in uno studio pieno di luci.

(parentesi polemica: molti hanno criticato la scelta di Taiye Selasi come giudice del programma, in parte perché non l’avevano mai sentita nominare – come la maggior parte dei vincitori del Nobel, per dire, specie i poeti – un po’ perché non è madrelingua italiana, innegabilmente. Posso dire che il suo romanzo d’esordio – La bellezza delle cose fragili – dovreste proprio leggerlo e che certi suoi piccoli incidenti con l’italiano sono più che compensati da un senso critico di prim’ordine. Nel mio caso, senza che l’avessi detto o scritto da nessuna parte, si accorse subito che avevo letto una gran quantità di umoristi inglesi)

Sbagliai tutto lo sbagliabile. Le brillanti battute, le acute considerazioni e i chiari concetti che avrei potuto esprimere in quel momento mi vennero in mente tutti dopo, quando era troppo tardi. Lessi ad alta voce un brano del romanzo – malissimo (ma chi legge ad alta voce, oggi?). Mi vennero le orecchie rosse. In compenso i tre giudici mi coprirono di complimenti quasi imbarazzanti. De Cataldo disse che se il mio romanzo aveva un difetto era quello di essere un po’ troppo ben costruito e ben scritto, così da dare a tratti una sensazione di artificiosità. Avrei potuto dire che la mia concezione del romanzo si basa proprio sull’artificio e la letteratura come menzogna ma persi il momento e non lo feci. Dissi altre cose che non funzionarono. Andrea De Carlo, che nel programma ha in qualche modo assunto il ruolo del cattivo, disse che spesso gli autori sono gli ultimi che riescano a far capire la bellezza della propria opera – vero. Ma alla fine tutti e tre mi diedero il via libera. Ero passato.

Mi portarono in una stanzetta che scoprii essere il confessionale e dovetti commentare a caldo. Sì, era proprio quel tipo di programma. Poi mi portarono in un’altra stanza dove avrei dovuto aspettare la fine delle audizioni e vi trovai il poeta 19enne e l’operaia di Piacenza, cui poi si aggiunsero il manager di Treviso e l’operaio di Brescia. Eravamo tutti su di giri, finché non arrivò uno della produzione a dirci che potevamo passare solo in quattro e che dovevamo tornare in studio per una nuova selezione.

A quel punto cominciai sul serio ad andare in pezzi.

Una pedana. In fila. Io l’ultimo a sinistra. Entrano i tre giudici. Abbiamo purtroppo il compito di etc etc. Si comincia da destra. Alessandro e Luca, un passo avanti. Voi passate. Margherita, tu passi. Rimaniamo io ed Emanuele Lantieri di Paratico, l’operaio di Brescia, una delle persone più simpatiche che io abbia mai conosciuto. E’ la fine. Quando mi vidi in trasmissione scoprii che strabuzzavo gli occhi come un pazzo. Non ho una mentalità vincente, l’ho sempre saputo. Per questo non mi ero mai messo in competizione. Va come deve andare, come ho potuto illudermi? Invece, passo io. Emanuele la prende benissimo, raggiante. Io invece esco dallo studio in uno stato pietoso. Confessionale confusionale. Esco nella pioggia, dove mi aspetta mia sorella Michela. Torno a Genova nella notte. Quando il fiume delle mie chiacchiere finalmente si esaurisce mia sorella riprende a leggere E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia. Appunto. Incredibilmente, tornato a casa, riesco a dormire. Il giorno dopo, ufficio.

Il peggio era passato. Il primo impatto assorbito, la fiducia cresceva. Per la prima volta, una specie di riconoscimento che non siamo dei perfetti illusi. Come disse Toso, il manager trevigiano: è la prova che questi cinque anni a rubare il tempo per scrivere non sono stati spesi per nulla.

Quando io, Alessandro Toso, Luca Maletta e Margherita Fiaccavento tornammo a Torino per registrare il resto della puntata il clima, almeno per me, era cambiato. Continuavamo ad essere tenuti all’oscuro di cosa avremmo dovuto fare ma sapevamo che dovevamo aspettarci di tutto e questo già di per sé contribuiva a rendere meno forte la tensione.

Per farla breve (sto lavorando sulla concisione, un problema abbastanza serio per me, anche se Mozzi mi ha chiesto di farla più lunga possibile), il resto del programma si articola su due prove, una decisiva e l’altra non proprio.
In ogni puntata i quattro finalisti, a coppie, vengono portati a visitare un posto – “prova immersiva” – sulla quale dovranno poi, in studio, scrivere in mezz’ora un breve testo su una traccia fornita dai giudici. Qualcuno ha trovato da ridire e in effetti, non tutti gli scrittori, anche grandi, sarebbero capaci di scrivere a comando e a tempo, come abbiamo fatto fino alle superiori. L’idea del racconto in mezz’ora sa di competenza, di praticità, di distacco professionale, tutte doti indubbiamente positive ma non necessariamente letterarie.

Ma a questo punto ci sta un’altra citazione (ho cercato di contenermi, finora, ma non è facile) di Gesualdo Bufalino, uno scrittore abbastanza eccentrico e non commerciale da garantirne la credibilità: “Che bellezza, mi chiedono un testo i cinque cartelle, di 60 battute per 25 righe… Non c’è niente di meglio di una costrizione per accendere la bravura e la voglia. Diffido di chi, per creare, vuole a disposizione un infinito spazio e un eterno tempo. Il più delle volte ne nascono sgorbi”.

(e poi serve anche a stabilire, grosso modo, se i concorrenti hanno effettivamente scritto i loro romanzi…)

Di solito due dei concorrenti sono portati in luoghi “hard” – carcere, istituto per ciechi, mercato generale, unità mobile che distribuisce siringhe – e due invece a vivere esperienze più “soft” – matrimonio napoletano, pullman di tifosi, mostra canina, balera. E castello sulle Alpi di notte in compagnia di una squadra di acchiappafantasmi – già. Voyager.

Delle esperienze mie e di Luca Maletta nella Fortezza Albertina di Vinadio è presto detto. A lui, il poeta di 19 anni, è capitato di tutto – oscure presenze, rumori, odori, luci –, a me niente. Del resto è noto che i fenomeni poltergeist sono attivati dalla sessualità adolescenziale. Quando io udii un rumore in fondo alle scale come di qualcuno che battesse con una bacchetta fra le aste metalliche della ringhiera non pensai immediatamente a un fantasma ma a qualcuno che battesse con una bacchetta fra le aste metalliche della ringhiera.

Tornati in studio, Maletta scrisse un racconto gotico-carcerario ispirato a Edgar Allan Poe e io uno impiegatizio-depresso ispirato a Henry James (vabbè… si fa quel che si può. Comunque i racconti di fantasmi di James sono fantastici). I tre giudici si dichiararono entusiasti di entrambi i racconti ma scelsero il mio.

Così passai alla seconda prova, l’elevator pitch. Si tratta di usare i 59 secondi che impiega l’ascensore della Mole Antoneliana ad arrivare in cima per presentare il proprio romanzo a uno scrittore famoso. Nel caso mio e di Alessandro Toso (anche lui simpaticissimo – ho conosciuto praticamente solo scrittori simpatici a Masterpiece), ci trovammo dinanzi Simonetta Agnello Hornby (in altre puntate furono presenti Elisabetta Sgarbi, Silvia Avallone, Walter Siti, Andrea Vitali e Antonio Pennacchi). Toso se la cavò decisamente meglio – è il suo lavoro, in fondo, fa il manager delle vendite – ma io riuscii a non farmi prendere dal panico di fronte allo sguardo impassibile della signora Agnello Hornby.

Da dire che l’elevator pitch non è una vera prova, dato che gli ospiti hanno già avuto in visione i romanzi. Però consente di parlare un po’ del nostro romanzo – una delle rare critiche sensate al programma è che si finisce per mettere l’accento più sugli autori che sulle opere, alle quali viene dedicato tutto sommato poco spazio. Ma vorrei ricordare che quelle viste finora sono state puntate eliminatorie: il programma vero e proprio è quello che andrà in onda a febbraio. Vedremo (ne so quanto voi, in effetti).

Masterpiece affronta per la prima volta una sfida, quella di rendere interessante non tanto la letteratura quanto la scrittura. Come si può rendere televisivamente una cosa intima e immobile – di solito si scrive da fermi – come la scrittura? Viene in mente una vecchia gag dei Monty Phyton in cui la narrativa diventa uno sport e assistiamo alla telecronaca di Thomas Hardy che scrive ‘The return of the native’… Insomma, è un tentativo e come tutti i tentativi è migliorabile.

Comunque l’autrice della Mennulara si dichiarò entusiasta del mio romanzo, come pure De Cataldo e Taiye Selasi. De Carlo preferì Toso ma con elogi anche per me. Ero in finale.

Quando finalmente mi vidi sullo schermo – un esperienza a un tempo esaltante e snervante – notai varie cose: che ero pesante, ma lo sapevo; che ho un modo di parlare pignolo, che enfatizza virgole e subordinate; che sembro spiritoso; che muovo troppo la faccia e la testa. Soprattutto, che sono assolutamente trasparente: le emozioni si mostrano con totale immediatezza. Mentre ricevevo i complimenti dei giudici annuivo felice e sembravo il gatto Isidoro che ha appena mangiato un canarino.

Riassumendo: l’obbiettivo che mi ero posto non era partecipare a un programma televisivo ma pubblicare un romanzo così da poter essere giudicato dal pubblico. Se per raggiungere questo legittimo obbiettivo devo passare attraverso la tivù ebbene sia. Non è la mia idea di divertimento (anche se mi sto divertendo parecchio) ma il fine, in questo caso, giustifica i mezzi. Gli scrupoli morali sarebbero seri, se ce ne fossero; quelli di gusto (per non dire snobismo) un po’ meno. Si fa quel si può. Del resto vengo da una famiglia che un tempo si sarebbe detta ‘proletaria’ e quindi considero queste cose con una certa praticità.

Il programma è stato molto criticato, a volte a ragione (tutto è migliorabile, l’ho detto), più spesso no. L’idea pare sia che il tocco del reality (o talent, perché distinguere?) corrompe tutto ciò che tocca, specie la letteratura. Le critiche del resto sono intercambiabili: dopo aver lamentato la deriva spettacolare della scrittura, ora si gongola del fatto che gli ascolti siano bassi, cioè che il programma non spettacolarizzi abbastanza la scrittura. Go figure. Inoltre si teme che l’eventuale successo del programma incoraggi la gente a scrivere e tutti sanno che in Italia si scrive e pubblica troppo. Sembra di capire che il privilegio dovrebbe essere riservato a persone con un certo tipo di educazione liberale e un certo gusto che se non ce l’hai non te lo si può spiegare. Può darsi. Comunque il fatto che in prima linea nelle critiche siano i candidati scartati (che stanno, pare, per pubblicare un’antologia) e quegli scrittori pubblicati senza che nessuno se ne accorgesse rende tali argomenti un po’, come dire, soffici.

Viene usato con un certo abbandono l’orrendo termine ‘casi umani’, anche da parte di persone ufficialmente colte e sensibili, riferendosi ad alcuni concorrenti del programma. Per ‘caso umano’ si intende di solito una persona che ha sofferto e che per questo, ci viene detto da questi critici, merita un certo disprezzo. Se si vuol dire che non è necessario aver sofferto per scrivere sono d’accordo; la mia idea di letteratura privilegia nettamente l’immaginazione rispetto all’esperienza (la Vita imita l’Arte, no?). Ma dire che chi ha sofferto non sarebbe in grado di scrivere e pure bene è un pregiudizio altrettanto sbagliato e pure più meschino. Del resto non è questo il punto: se la maggior parte dei concorrenti fosse stata composta di gente moderatamente felice dalle biografie noiose ci si sarebbe lamentati del fatto che manca il Sangue, manca la Passione, manca la Sofferenza, manca la Strada, manca la Vita… In più, la presenza di concorrenti non di madre lingua, come pure di Taiye Selasi, ha dato voce ai soliti commenti razzisti, che non diventano più divertenti con l’abitudine. Nella persona dell’on. Brunetta pure la politica ha detto la sua. Inutile dire che le critiche non sono, in genere, accompagnate da suggerimenti su come fare meglio.

Andare in tivù ad autopromuoversi può non avere nulla a che fare con lo scrivere ed il saper scrivere. D’accordo. Henry James era già famoso da trent’anni prima di decidersi a concedere un’intervista. Figurarsi Kafka o Walser.
Ma potremmo chiedere ad Aldo Busi, lo scrittore italiano che ha avuto con la televisione un rapporto fragoroso e discusso, fino alla partecipazione all’Isola dei Famosi. Busi, credo, voleva affermare la totale separazione del giudizio da dare sull’autore (ma come si permettono?) rispetto a quello da dare sull’opera ma temo sia riuscito solo a fornire ragioni moralistiche a molti per non leggerlo – chi va a fare il pagliaccio in tivù non è degno di essere letto, fosse pure l’autore di Suicidi dovuti.

Potremmo chiedere a Walter Siti, che ha dedicato buona parte del suo romanzo più noto, Troppi Paradisi, alla televisione ed ai reality senza condannarli o attribuire loro colpe che non hanno, fra le quali il presunto declino della letteratura seria in Italia.

Potremmo ricordare il giovane Simenon, che accetta di scrivere un romanzo chiuso in una gabbia nei grandi magazzini La Samaritaine di Parigi. Non se ne fece nulla ma non per colpa sua.

Ma prendiamo Balzac, autore canonico a tutti gli effetti. Lui non si sarebbe fatto certo problemi a partecipare, come concorrente o come giudice. Probabilmente avrebbe pure tentato di corrompere De Cataldo e sedurre la Selasi.
Il giovane Balzac entrò nel mondo violento della letteratura francese dell’Ottocento nel modo più basso possibile. Aveva poca scelta, forse, specie se come lui si desideravano soldi subito e donne di classe. Non esistevano editori “seri” o di “tendenza” ma pescicani che pubblicavano solo quel che erano sicuri di vendere; se no, diventavano editori a pagamento. I critici erano o venali o politicamente schierati. Ma Balzac era ambizioso: “Quel che Napoleone fece con la spada, io farò con la penna”.

Si lanciò a scrivere romanzi i romanzi alla moda del momento – storici alla Walter Scott, gotici alla Monk Lewis – sotto pseudonimi assurdi e importanti, Lord H’Roone, Horace de Saint Aubin, o direttamente “Lewis”. Un po’ come se uno scrittore emergente oggi scrivesse sotto pseudonimo libri alla Dan Brown o sfumature di grigio. Inoltre Balzac si scriveva le recensioni da solo. La maggior parte entusiastiche. Ogni tanto una negativa ma debole, così da potevi rispondere con argomenti schiaccianti. Poi frequentava i salotti per ingraziarsi gli “opinion-setters”, scriveva pamphlet politici truffaldini… insomma, tutto il possibile, senza farsi problemi, pur di farsi notare. I “morti di fama” di oggi al confronto sono dei piccoli perbenisti.

E io dovrei farmi dei problemi se partecipo a Masterpiece?

[*] E gli ho chiesto, in particolare, di raccontarla in lungo e in largo. Alla domanda “Quanto lungo vuoi il pezzo?”, ho risposto: “Il più possibile”. gm

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99 Risposte to “Ho un problema: sono finalista a Masterpiece”

  1. MariaGiovanna Luini Says:

    Interessante. Resto sulla mia posizione e non seguo Masterpiece di cui ignoro anche solo la sigla, ma solo perché non trovo che l’idea abbia particolare originalità. Lo scopo del programma è marketing e bene hanno fatto i partecipanti a esserci. Avrei fatto lo stesso nella situazione qui descritta, e l’uso della televisione come mezzo è eccellente.

  2. Matteo Barbiero Says:

    Se posso permettermi… Bravo Stefano. Lucido, ironico e intelligente. Io solitamente cerco di essere scevro di pregiudizi e commenti avventati e cerco più che altro di capire come funziona il meccanismo.
    Grazie a te e grazie a Giulio mi sembra una bella riflessione sincera.
    Io ho guardato la prima puntata e mi è stata più che sufficiente. Non era brutto e nemmeno bello semplicemente non mi interessava. Leggo e ascolto volentieri di scrittura e sull’atto dello scrivere ma il programma, almeno nella prima puntata, non mi aveva coinvolto. In bocca al lupo ed essendo io di quella specie rara che sono i librai sappi che ti leggerò e ti terrò sullo scaffale assieme alla fotocopia di questo articolo…

  3. chiara Says:

    Che bello! Grazie, a Stefano Trucco che l’ha scritto e a Giulio Mozzi che gli ha chiesto di farlo.

  4. monicawinters Says:

    Grazie. io ho seguito tutte le puntate di masterpiece in podcast e mi piace se ne scriva anche qui e in modo lungo e dettagliato (finora avevo letto solo commenti corti e sprezzanti su twitter). La prima parte del racconto, però, è la mia preferita.

  5. Vincenzo Della Mea Says:

    Io Masterpiece non l’ho mai visto (e non ho mai commentato a proposito): però a leggere questo resoconto, quantomeno mi viene voglia di leggere il o un romanzo di Trucco, perché mi pare scriva bene.

  6. Cristina Venneri Says:

    Caro Stefano,
    il talent letterario (uno dei pochi casi italiani di cui si vanta il primato mondiale) è discusso ma seguìto, il chè mi pare sufficiente per proclamarlo funzionante rispondendo alla logica di mercato del “purchè se ne parli”.
    Io (lo ammetto senza remore) sono uno di quegli individui/scrittori che si scandalizzò alla vista dello sponsor lanciato in estate, ma sono anche uno di quegli individui/scrittori che sta seguendo il programma, benchè sul web.
    Sarei curiosa, piuttosto, di conoscere il numero di spettatori che nulla hanno a che fare con la scrittura, ma su questo ho un certo pregiudizio. Se l’intento della trasmissione è di “portare la cultura in tv”, in opposizione a quanti ne lamentano l’assenza, personalmente (da scrittore) qualche riserva ce l’ho. Nonostante ciò la mia opinione da spettatore disinteressato è più flessibile considerato che la tv è una realtà onnipresente nella vita dell’essere umano medio, quindi tanto meglio proporre un talent show “culturale” che uno degradante.
    La chiave del successo dei nostri tempi è sicuramente quella di riuscire a fare diventare ogni cosa una moda e il fatto che anche la cultura debba adattarsi ai meccanismi dei tempi può apparire certo sconfortante, ma ciò non esclude che il risultato possa rivelarsi positivo e allora ben venga.
    Riguardo allo scrittore (quello vero) che azzardi mettersi in discussione in un simile contesto, la scelta potrebbe considerarsi coraggiosa, ma sullo scrittore (quello vero) che ambisca a farsi pubblicare a tutti i costi, non sono d’accordo.
    Io non credo alla teoria del complotto di cui sopra (ad altre, sì) e sono convinta che un’opera valida si faccia notare da sè e riesca a ottenere i meriti dovuti. Se i miei romanzi verranno continuamente stroncati lo accetterò entusiasticamente finchè ne vedrò circolare di degni e onorevoli. Tanti scrittori si persuadono di aver scritto un capolavoro, ma questo credo sia un atteggiamento sbagliato e sia più onesto sostenere la sopravvivenza della qualità letteraria.
    Questo discorso, chiaramente, è molto generico e non si riferisce certo a Stefano Trucco, di cui non ho letto nulla.
    Però mi sorge una curiosità: Fight Night era stato proposto al Mozzi?
    Buona fortuna.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Sì, Cristina, avevo letto “Fight night”. Trovandolo interessante ma non all’altezza. (Molto migliore comunque del precedente).

    Ovviamente posso sbagliarmi.

  8. manu Says:

    sono venuta a conoscenza dell’esistenza di masterpiece ascoltando un annuncio in radio mentre ero in macchina lo scorso agosto, e ricordo che mi sono permessa di inviare un messaggio a giulio mozzi per ‘sapere’ se per caso non fosse anche lui tra i selezionatori. la risposta arrivò forte e chiara, su cosa lui ne pensasse.

    ho guardato la prima puntata, ma anche la puntata dove tra gli altri era in gara stefano trucco. cioè… ho guardato un po’ .. ad esempio la lettura del pezzo derivato dalla cosiddetta ‘prova immersiva’ me la sono persa perchè dormivo (per me resistere davanti al televisore, e resistere a ora tarda, è quasi impossibile). Pensavo però fosse arrivato un programma dove si parlasse di scrittura, ma per quanto ho potuto vedere di scrittura si parla poco (certo, se dormo poi…).

    ma mi chiedo se è davvero ‘vero’ che un programma televisivo in cui attraversare gli scritti come in un laboratorio di scrittura sarebbe un fallimento. Ma io di queste cose non ne so. So che ero tra il pubblico di “Roland. Scritture emergenti” alle ultime due edizioni di pordenonelegge, in teatro. Per chi non conoscesse il progetto, si tratta di un’arena, come viene definita credo dai curatori – Vasta e Peano – in cui gli autori presentano a turno i loro scritti inediti che vengono analizzati da sei addetti ai lavori (tra cui g.mozzi). Mi chiedo se una cosa così non sarebbe possibile in televisione, in quanto ad ascolti, dico. Poi magari qualcosa in questa direzione succederà, se come dice stefano trucco, quelle andate in onda fino ad ora sono solo le selezioni. Io la curiosità ce l’ho, quando si parla di libri, ma lo mandassero in onda un po’ prima che diamine!

    di stefano trucco (non di come scrive, che alla fine non lo so) posso dire che ho pensato: questo qui se la ride. è lì ma non è lì. buono. e dopo aver letto quanto sopra, dico che mi piace la sua consapevolezza, cosa che mi ha fatto pensare alle solite righe di J. Cortazar da ‘il gioco del mondo’ : “Felice per lei che stava nella stanza, che aveva diritto di cittadinanza in tutto ciò che toccava e con cui conviveva, pesce nel fiume, foglia sull’albero, nuvola nel cielo, immagine nella poesia. Pesce, foglia, nuvola, immagine; esattamente questo…”

  9. Happy Says:

    grande Stefano!
    buona fortuna!

    (resoconto autobiografico divertentissimo… molto più interessante di parecchi scritti “seri-seri” e sussiegosi che si leggono spesso qui – non del gerente Mozzi, preciso ;-))

  10. lidia Says:

    Ciao Stefano, sei simpatico. Masterpiece è uno spettacolo e come tale va considerato, ma se questo può servire a far emergere qualche bravo autore ben venga. La vita è una lotteria, anch’io fui scelta per partecipare all’Eredità, dopo un esame orale telefonico, un esame scritto e un provino video, arrivai in trasmissione (allora il programma veniva trasmesso da Milano). Purtroppo non superai “la scossa” perché non conoscevo il Kamasutra (non è una battuta: volevano sapere di che colore era una certa tenda).
    In bocca al lupo.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Comunque, è certo che Masterpiece “tira”: i visitatori di “vibrisse”, in quatto ore e mezza, sono il doppio di quelli dell’intera giornata di ieri (vabbè, era giorno di festa).

  12. paciuko Says:

    A me interessavano i commenti dei giurati e l’atteggiamento degli autori. Volevo farmi un’idea di come erano le persone e scoprire che visione avevano della narrativa.
    I libri uno li trova in libreria o in biblioteca. Non era la televisione da leggere ma uno stimolo verso un’area solitamente ignorata. Non mi sono posto problemi da purista.
    Si parlava ad un pubblico, non ristretto, di come ci si esprima con la parola per rappresentare qualcosa. Masterpiece non si può criticare senza averlo visto.
    La TV fa pena in toto. Questo è l’unico programma della rai guardabile, per il resto andrebbe chiusa.

  13. Noemi De Lisi Says:

    Quando ho appreso l’esistenza di Masterpiece ero entusiasta. Ho pensato: “Finalmente tra i vari Xfactor e Masterchef, ne fanno uno sugli scrittori”, insomma, l’idea mi divertiva oltremodo. Per l’appunto, mi divertiva.

    Ho sempre preso Masterpiece per come va preso: un talent show. Ponendo l’accento sull’ultima parola, ho ritenuto superficiali le critiche che hanno mosso al programma. Deve fare divertire, deve intrattenere. E con grandi aspettative di gaudio ho seguito le prime tre puntate in diretta (tanto sono nottambula). Le mie aspettative non sono state deluse. Risolini che diventavano risate piene quando De Carlo lanciava i libri dietro agli autori e poi quando questi ultimi se ne lamentano nel “confessionale” e dichiarano: “Non capisco perché sono stata/o scartata/o, tutti i miei amici mi dicono che sono brava/o e che il romanzo è bello!” (E via con l’ilarità più sfrenata). Come si fa a resistere a un programma del genere?

    C’è chi va al cinema per distrarsi e divertirsi, guardando film che io giudico improponibili. Bene, se non voglio tradire quello in cui credo e andarmi a divertire guardando cinema spazzatura, lo faccio seguendo un programma televisivo: Masterpiece. Anche se “seguendo” non corrisponde a verità dato che dopo le suddette tre puntate per pigrizia o noia non l’ho più seguito. Ed ecco che proprio quando lo lascio perdere, leggo sui social network che tutti urlano al talento Trucco. Ho pensato: era ora (?) Mi sono ripromessa di andar a guardare la puntata di Trucco perché sono curiosissima e rimanderò ad allora qualsiasi pensiero o commento. Per il resto, il programma è show, è un’accozzaglia di stereotipi televisivi, è caccia al caso umano piuttosto che al caso letterario e così via.

    Ma la domanda che mi sorge spontanea è questa: Chi sarebbe disposto ad arrivare al successo editoriale e a una risonanza mediatica di una buona consistenza (perché di questo si tratta) tramite un talent show? Perché scegliere Masterpiece anziché il Premio Calvino?

  14. carlo capone Says:

    “Tornati in studio, Maletta scrisse un racconto gotico-carcerario ispirato a Edgar Allan Poe e io uno impiegatizio-depresso ispirato a Henry James”.

    Cioè, io una cosa che non capisco è perchè i principianti debbano ispirarsi a qualche autore per scrivere loro pezzi. Per carità, non è la regola, ma spesso ho visto fare così.
    No, sentite, voi dovete ispirarvi a voi stessi, punto e basta, se no è roba rifatta. Ma dico io, il bello e il sublime dello scrivere consiste proprio nel conferire la personale impronta a ciò che si compone, e questi vanno a scrivere ispirandosi a.
    Ma (tu aspirante) scrivi un “impiegatizio depresso” a come ti viene! senza pensare a questo e a quell’altro! solo così capirai chi sei veramente, ottenendo risposte certe ai tuoi dilemmi. Se no, sei un ispirante, più che un aspirante.
    Stefano, tu scrivi bene, ma scrivi bene e basta. Nella tua prosa non vedo l’X Factor, giusto per restare in tema. Dice: vabbè ma questo è un articolo, che c’entra il talento? no no, c’entra eccome, chi ha talento pure quando scrive una mail al commercialista si vede che ce l’ha (per dire).
    E poi: a me personalmente non me ne frega una cippa che hai letto questo e quell’altro, lo sciorinare la conoscenza dei testi di autori famosi non c’entra niente col saper scrivere diciamo in senso letterario. Ricordo sempre un editor Mondadori, giusto per fare dei nomi, che a una sua lezione a noi pischelli disse: “Avete preso appunti sui miei consigli di scrittura? bene, adesso scordateveli.”

  15. dm Says:

    Buona fortuna a Stefano Trucco, ma più che altro al libro per il quale ha deciso d’immergersi nel Televisivo. Detto questo, l’idea di produzione letteraria e, prima ancora, di scrittura che salta fuori dalla lettura del suo bel pezzo (non ho visto Masterpiece) mi fa semplicemente orrore. Già l’idea che si possa far spettacolo puntando le luci sul momento della creazione (sì scelgo di usare questa parola) è… non so come dire… ecco: nientificante. Per me, almeno. Ma poi tutto il meccanismo di selezione e di gioco, be’, quello ti fa venire la voglia di non uscire più di casa, se da grande – o da vecchio, – vorresti far lo scrittore o qualcosa del genere.
    Ecco.
    Ma sinceramente e col cuore, buona fortuna al libro e anche all’autore.

  16. luigituveri Says:

    Ho seguito poche puntate di Masterpiece. Non la prima, non quella con Stefano Trucco. Ne ho viste due. In una ha vinto un ragazzo slavo e nell’altra una ragazza dell’europa dell’est. Ho pensato, ma siamo così incapaci in tutto oramai noi italiani? Pure a scrivere. Mah… Questo a dir la verità non è che c’entri un granchè con il lungo scritto di Stefano Trucco. Parole ben scritte, vere e che apprezzo. Prima di tutto perchè mi riconosco in pieno, soprattutto in tutta la prima parte, visto che siamo quasi coetanei e che tutto quello che ha detto lo condivido in quanto parte della mia stessa vita. A parte che non sono single e che con tre figli il tempo è un qualcosa che non puoi governare. La seconda parte, quella della sua partecipazione, l’ho letta con una punta d’invidia. Certo. Perchè anch’io ho mandato la mia partecipazione a Masterpiece l’agosto scorso. Ho mandato un romanzo scritto alla bottega di narrazione, la prima, quella del 2011. Ma non mi hanno neppure chiamato per il primo provino. Nessuna email, nessuna telefonata, niente di niente. Come sempre. Stefano Trucco mi sei davvero simpatico. Farò il tifo per te, questo è certo. Nelle due puntate che ho seguito, lo squallore l’ha fatta da padrone. E parlo della carne viva. Dei concorrenti. Davvero impresentabili. La trasmissione, a mio parere, non è male. Per come è stata ideata non può che essere quella. Se devo darle un voto le assegno un 8e1/2. Ai concorrenti un 4 di stima. Ma Stefano Trucco mi ha colpito già prima di questo post. Ho letto qualcosa qua e là, da qualche parte e ho detto a Paola: “Han trovato il primo in gamba”. Ecco poi che Giulio ne parla bene e allora sono d’accordo ancora di più con me stesso. Di Giulio Mozzi mi fido. Anche se non ci capiamo fino in fondo. Però una volta ha scritto a Luca Masali delle cose bellissime e terribili su di me, per presentarmi a lui come autore folle di fantascienza, e quando rileggo le sua parole ancora oggi mi commuovo e mi diverto. Perchè ha detto “tutta la verità, niente altro che la verità” (che tra l’altro era una trasmissione televisiva degli anni settanta, credo in onda sulla svizzera italiana e che guardava mia nonna).
    Tiferò Truccoe avrò la scusa per seguire la seconsa fase di masterpiece con più interesse. (Nonostante quegli stronzi non mi abbiano chiamato. Fatti vostri, il mio romanzo è un capolavoro. Anzi, i miei romanzi lo sono. Non mi arrendo e non mi basta, cosa certa, essere dichiarato genio da postumo).

    Grazie per aver scritto roba come questa.

    “Nessuno dei numerosi editori a cui avevo mandato il mio romanzo s’era degnato di rispondere.Oggi domina il silenzio-negazione, eccezionalmente frustrante. ”
    “Le case editrici sono imprese che devono puntare al profitto ma sono anche convinto che sarebbero più che felici di pubblicare libri che vendano pur essendo belli.staff editoriali ridotti all’osso che, semplicemente, non ce la fanno.”
    “Scrivevo fantascienza perché era l’unica letteratura che mi interessasse (poi leggevo molto altro, soprattutto storia, ma per me i romanzi erano solo di fantascienza e al massimo l’occasionale giallo). Scrivevo imitazioni di Philip K. Dick (e Silverberg e Sheckley e Brunner e Ballard e Pohl e Disch e Bester e Leiber…)”
    “Inoltre Balzac si scriveva le recensioni da solo. La maggior parte entusiastiche. Ogni tanto una negativa ma debole, così da potevi rispondere con argomenti schiaccianti. Poi frequentava i salotti per ingraziarsi gli “opinion-setters”, scriveva pamphlet politici truffaldini… insomma, tutto il possibile, senza farsi problemi, pur di farsi notare. I “morti di fama” di oggi al confronto sono dei piccoli perbenisti.”

    Buona fortuna, Stefano.

  17. andreamaggi Says:

    Che polpettone!

  18. CatiaP Says:

    Quando leggiamo (e per arrivare in fondo a questo lunghissimo e noiosissimo post bisogna essere lettori forti) spesso è una singola frase a colpirci e a restarci in testa come una rivelazione.
    Nel mio caso si tratta di questa: “non mi chiese il privilegio di rappresentarmi”.
    Dice molto sulla mancanza di modestia e umiltà di tanti aspiranti scrittori. Mancanza che spesso viene tradotta su carta con risultati illeggibili e di pessima qualità.
    Mi auguro comunque che non sia il caso di questo signor Trucco, magari senza saperlo ci troviamo di fronte al novello Arthur C. Clarke o Philip K Dick anche se solo lui ne è consapevole (e ben dodici case editrici non se ne sono accorte…).

  19. Andrea Says:

    Lo confesso: seguo, quando posso, “Masterpiece” e ho incrociato la puntata alla quale ha partecipato, con successo, il nostro Stefano Trucco.
    Il romanzo non lo so, ma il racconto breve “paragotico” a me è piaciuto molto.
    In bocca al lupo.

  20. francesca farina Says:

    Fantastico. E un vero narratore…

  21. Cristina Venneri Says:

    Ciao Noemi,
    è certo una mossa azzardata, per uno scrittore, proporsi a un talent show, ma credo sia ben diversa dalla partecipazione a un Premio (anche perchè, in Italia, ai Premi autorevoli partecipano opere edite proposte da giurie inaccessibili).
    Mi è parso di capire che la maggior parte dei partecipanti a Masterpiece sia reduce stremata da tentativi di pubblicazione decennali e, tutto sommato, non si tratta che di un’ennesima proposta editoriale.
    La dinamica del reality show, in sostanza, è di aprire una finestra su ciò che generalmente avviene entro quattro mura, per cui ognuno di noi partecipa a un Masterpiece ogni volta che propone la propria opera a un Editore, con la differenza che nessuno se ne accorge.
    Come si può facilmente notare qui, invece, lo Stefano Trucco di turno ha già ottenuto una certa visibilità e, anche se non sarà decretato vincitore del programma (ma gli auguro il contrario), con buone probabilità potrebbe ricevere altre proposte editoriali (un po’ come Miss Italia e Sanremo, per intenderci). Ma questo non implica che l’eventuale risultato sia premeditato.
    Tendenzialmente il reality show non ha valenza negativa, ammenochè non vengano privilegiati criteri di selezione che esulino dalla qualità, per esempio se il nostro Stefano Trucco dovesse vincere in virtù del suo fascino estetico.
    Personalmente, tra l’altro, sto riscontrando una certa utilità e soddisfazione nel poter accedere ai giudizi critici nella valutazione di un testo da pubblicare e, a questo punto, aspetto di vedere su cosa si baserà il programma vero e proprio, dal momento che queste sono solo le selezioni.

  22. Noemi De Lisi Says:

    @Cristina Venneri, ho riportato l’esempio (estremo, lo riconosco) del Premio Calvino perché a differenza degli altri premi importanti, si occupa proprio di inedito! 🙂

    Comunque, tutto fa brodo… basta emergere “dal grande anonimato di tutti, del nulla.”

  23. Dinamo Seligneri Says:

    Il problema non è essere finalisti del programma o aver partecipato ad un talent per scrittori, il problema è che in sei puntate (compresa quella vinta da Trucco) non s’è sentita una pagina con un minimo di peso letterario.
    Trucco parla di Simenon e Balzac, ma io potrei ricordare anche Proust, Fante, Dostoevskij o Bolano che iniziò tardissimo a vedere qualche soldo dai suoi libri o Svevo che se non fosse stato per Joyce non l’avremmo mai letto… questi scrittori in alcuni momenti della loro carriera avranno pure fatto qualche magheggio e intrallazzo per sopravvivere ma dalla loro parte hanno dei capolavori della letteratura, non dei compitini da scuola di scrittura creativa. Qui sta il punto: cosa proponi. Non è disdicevole partecipare ad un talent (ha ragione Trucco quando dice che lo vede come un mezzo di praticità), il problema è partecipare con quei testi lì. Insomma, non mi ha minimamente meravigliato che fossero stati per la maggior parte scartati dagli editori. D’altronde è più facile vincere un programma televisivo che scrivere un buon romanzo… (ma se si scrive un buon romanzo, è più facile convincere un editore o vincere Masterpiece? mbò).

  24. ramona Says:

    Sono anche io una che ha tentato di partecipare a Masterpiece. Avevo dubbi sul fatto di essere una esordiente, ma ho tentato in molti modi di avere preventivamente dalla redazione risposta a una semplice domanda: aver pubblicato un ebook per un piccolo editore digitale (anche altre cose, ma sempre in antologie di AAVV), voleva dre essere un autore affermato? Nessuno mi ha mai risposto, così ci ho provato. E sono stata contattata con la famosa telefonata, che mi ha preso veramente in contropiede… avrei dovuto recarmi al provino da lì a pochi giorni. Oddio, e come facevo con il lavoro?! E se poi una volta lì mi avessero scartata perchè non ero esordiente? Che figura ci avrei fatto? Dovevo scoprirlo subito, e così finamente ho avuto la risposta che cercavo: no, non potevo partecipare. Se l’ebook aveva un codice ISBN (cosa che aveva) era a tutti gli effetti una pubblicazione, quindi niente da fare. Bene. Male.
    Mi sono risparmiata un inutile viaggio a Roma, ma sono rimasta con la curiosità di sapere se: 1) sarei mai stata scoperta, in caso non mi fossi autodenunciata; 2) il mio romanzo avrebbe superato la prova; 3) la prova TV l’avrei mai superata IO.
    Detto ciò, e con un filo di rimpianto impossibile da negare, la prima puntata di Masterpiece mi ha fatto restare male. Io non seguo i talent, in genere, ho seguito solo un po’ The Voice, dove i coach avevano belle maniere e anche gli esclusi non venivano mai offesi. Invece i modi talvolta teatralmente bruschi dei giurati mi hanno fatto inorridire. Forse era spettacolo, ma a me non è piaciuto. In seguito ho visto che non era sempre così, ma ciò non toglie che quando capitava lo trovavo sgradevole.
    Per il resto, a parte questo appunto non da poco, ho pensato che la trasmissione poteva essere una bella occasione per gli aspiranti scrittori, più o meno, nei miei pensieri, come un corso di scrittura (non dimentichiamo che ci sarà una seconda parte, e ancora non si sa come sarà), con la differenza che ci sarà un vincitore che avrà un premio importante. Io non l’ho demonizzata in anticipo, ma avrei voluto meno sgarberie nei confronti dei partecipanti. Che, va detto, a volte sono anche lodati. Proprio come nei corsi di scrittura.
    Io da Giulio Mozzi, nei suoi corsi, ho avuto sia utilissime stroncature che lodi emozionanti.
    Aggiungo una cosa sul romanzo che ho inviato: l’ho poi spedito alla signora Sgarbi in persona, su suo invito, dopo che le avevo chiesto un parere sulla mia prima selezione e sulla successiva esclusione perchè non esordiente. E’ stata gentlissima, LO HA LETTO e mi ha risposto in pochi giorni: scritto bene, ma non adatto a loro. Comunque una risposta gentile e personalizzata, che non tutti danno.
    E infine, ho dovuto ammirare la macchina organizzativa: in pochissimo tempo sono stati letti tutti quei testi, sono stati organizzati selezioni e provini e registrato le puntate, Io ero stata chiamata ai primi di settembre, e a novembre erano già in onda le prime puntate! Tanto di cappello.

    Auguri a Stefano: la puntata dov’era lui non le ho visto, ma lo seguirò nella prossima sfida.

  25. carlo capone Says:

    Il motivo per cui ho visto Masterpiece solo mezza volta è perchè di brani di romanzi ne ho ascoltati poco o niente. E si capisce, la televisione è immagine, gli autori del programma hanno pensato a privilegiare tale aspetto. Se no, per molti, ma non per il sottoscritto, sai che pizza? ma santa pace, mettili lì per non dico tanto ma 5 – 10 minuti e fagli leggere un capitolo di ‘sto benedetto romanzo, così da farci sentire appena appena coinvoltii. Guardate che seicento secondi di lettura fanno capire tante cose, in primis se i candidati sono capaci di leggere ad alta voce la roba loro, attribuzione essenziale di ogni decente scrittore. A me bastano, e scusate l’impudenza, per iniziare a capire come scrivono, come hanno lavorato la pagina, che voce anno [ voce di scrittura, è ovvio], se menano il torrone, se mi pigliano dentro, se mi fanno incazzare, se mi stanno facendo fesso, se posseggono asciuttezza e nello stesso tempo coloritura, se ci sanno fare coi dialoghi, e insomma tante cose. Invece no, le facce dei partecipanti e la strizza che vi si legge, le espressioni dei giurati, i responsi fatali, e avanti il prossimo. Di quanto valgano e cosa abbiano scritto, lo ripeto, nisba. Però largo spazio al carattere, le abitudini, i tic, gli hobby, insomma a ciò che è stata la lor vita fino all’ora fatale. Ho capito, ma la scrittura?

    Ora chi segue X Factor è messo in grado di elaborare una soddisfacente sua critica su testi, musica, interpretazione e persino sui giudizi della commissione. A MP invece che succede? niente, entrano, ascoltano stralunati e se ne escono. Senza che io ci abbia capito un’acca se questo è più bravo di quello.

    E perciò, voi responsabili del programma, se volete offrire un servizio decente, che si addica alle aspettative di chi alla narrativa ci tiene, nelle prossime fasi mutate noi spettatori da vedenti in udenti. Renderete un servizio alla nostra sensibilità letteraria e soprattutto a quelli come Stefano Trucco, al quel formulo i più fraterni auguri di vittoria.

  26. gian marco griffi Says:

    Io ho visto tutte le puntate di masterpiece.
    Il problema del programma è che non si può minimamente giudicare la capacità degli scrittori; bisogna fidarsi di de cataldo-de carlo-selasi.
    A xfactor almeno cantano, e posso giudicare come cantano (anche se non ho mai guardato xfactor).
    Al grande fratello sparano cazzate, trombano, vivono, e posso giudicare come vivono rinchiusi in quella casa lì.
    A masterpiece no, cosa giudichi se non hai idea di cosa abbiano scritto? Dove sta il divertimento del telespettatore amante della letteratura, o almeno della narrativa?
    Stesso discorso vale per masterchef, che non ho mai visto e che mi interessa zero.
    Ma per tornare a masterpiece.
    Della biografia dei concorrenti me ne frego. La parte in cui portano i concorrenti a fare l’esperienza è totalmente inutile, cioè io me ne frego. Il racconto che ne scaturisce è poco indicativo. Quello di Trucco, peraltro, mi pare sia stato il migliore. L’80% dei racconti scritti in studio era illeggibile.
    L’elevator pitch, altra cosa di cui me ne frego.
    Ma cosa minchia ho guardato a fare sei puntate di masterpiece?
    Non lo so.
    So che Trucco mi è immediatamente stato simpatico e ora mi è ancora più simpatico, so che io come lui ho fatto il pieno di silenzi editoriali e che a masterpiece non avrei fatto tre metri, gli auguro di pubblicare il suo fight night in centomila copie, ma più che altro gli auguro che poi qualcuno le compri.
    Augh.
    Ps: Taye Selasi è bona.

  27. Piero Giuliotti Says:

    A differenza di chi mi precede, io ho letto il manoscritto inedito di Stefano nel’estate 2012 trovandolo ben scritto e strutturato, interessante e vendibile. Per il rapporto che mi lega a Stefano conosco il retroterra culturale, il talento e lavoro che c’è dietro al libro. Sarò di parte (non mi nascondo, sono il cognato di Stefano), ma da buon lettore (non ho pretese maggiori) ho letto o cercato di leggere libri pubblicati, anche di autori famosi, ben più modesti! Detto questo sono d’accordo sulla difficoltà per il pubblico di farsi un’idea sul libro, ma credo che questo sia un limite d’origine del’idea di realizzare un talent sulla scrittura, più che del programma in sé ….comunque, con la testa ed il cuore, forza Stefano. Anche nel’articolo di cui sopra hai dimostrato le tue doti!

  28. Simone Says:

    Un talent sulla scrittura, perché no?

    Ne esistono già moltissimi sulla cucina, e credo che in qualche modo rappresentino una base per continuare a costruire una cultura del cibo e della cucina, già diffusa nel nostro Paese.

    Con la musica ha funzionato meno direi. Lo spettacolo molto artificioso e lo stile musicale forzatamente pop, non hanno aggiunto un gran ché a questo mondo.

    Sulla scrittura, direi che la base di partenza è talmente bassa in Italia che non può che fare bene. Mi sembra possa far trasparire e trasmettere la passione per i libri. Non solo di scriverli, ma soprattutto quella di leggerli, e sarebbe una gran cosa.

    PS: bravo Stefano. Sono capitato qui per caso e non sono riuscito a interrompere la lettura.

  29. Ileana Balterelli Says:

    Avete un’altra scelta che non state tenendo nella giusta considerazione: buttare gli apparecchi televisivi nella spazzatura (o, più ecologically correct, chiamare gli addetti per il ritiro e lo smaltimento di elettrodomestici).

  30. Giulio Mozzi Says:

    Questo di Stefano Trucco è in assoluto l’articolo più letto (nel giorno di pubblicazione) da quando vibrisse è sulla piattaforma WordPress: 4.480 visite da parte di 3.017 visitatori. Ecco l’istogramma degli ultimi venti giorni:

    giorni

    Ed ecco il dettaglio:

    visualizzazioni_visitatori

    Nella classifica Blog of the day (che classifica ovviamente solo i blog dell’universo WordPress), vibrisse ieri è salito al decimo posto (di solito sta dalle parti del diciottesimo):

    blog_of_the_day

    Nella classifica Post of the day, nella giornata di ieri l’articolo di Trucco si è piazzato al secondo posto in Italia. Non era mai successo, che io mi ricordi, per un articolo di vibrisse:

    post_of_the_day

    Conclusioni? Ipotesi: se vuoi suscitare interesse, parla di ciò che passa per la televisione.

  31. S. Says:

    Mozzi, a quanto pare, stronca tutti, mentre a me non ha nemmeno mandato una mail di “presa visione”.
    Questo essere ignorata del tutto da una parte mi deprime, dall’altra, chissà perché, mi fa venire in mente i Black Flag.

  32. aquanive Says:

    e queste classifiche non tengono conto degli “spin-off” che la condivisione di questo articolo ha generato in gruppi chiusi o semplicemente su altri wall su fb. Notevole. Ha incendiato un bel po’ gli animi. Io rimango della mia opinione: cronaca interessante e bisogna dirlo, Stefano Trucco sa scrivere.

  33. Marco Leone Says:

    Bell’articolo, ma perché scrivi obiettivo con due b?

  34. paciukop Says:

    La cosa sorprendente è che Trucco è sin troppo realista e la maggior parte dei suoi commentatori (meno me, ovviamente) hanno il tono da grandi letterati.
    Forse è qui la differenza sostanziale fra aspiranti scrittori e coloro che lo diventano.

  35. luigituveri Says:

    Si può scrivere in ambedue i modi: “variante fonetica non specializzata in due diversi significati” , questo dice La Crusca. Anche se “obbiettivo” è una forma più desueta e potrebbe essere scambiata per errore quando non lo è, in verità.

  36. paciuko Says:

    “Conclusioni? Ipotesi: se vuoi suscitare interesse, parla di ciò che passa per la televisione.”

    Negli altri mezzi non c’è sincronia, in rete p. es. ci si accorge del ritardo nella propagazione del segnale dello streaming. La tv è la consapevolezza che milioni di persone, nello stesso momento, fanno la stessa esperienza di visione. Oggi l’audience si è frantumata fra le centinaia di canali digitali e la rete. Il rituale salta.

  37. paciuko Says:

    N. B. “paciukop” ero sempre io, non mi sono accorto del disguido prima di premere invio.

    Dicevo che molti commentatori qui hanno un tono di superiorità e di sufficienza, mentre Trucco mi sembra estremamente realista. Credo che per diventare scrittori, occorra confrontarsi con i problemi espressivi e della scrittura in generale, facendosi venire, infine, l’ictus come Italo Calvino, dopo aver scritto Lezioni americane (a me sembra di sentire Benedetti Michelangeli al piano, quando leggo Le città invisibili).
    Occorre molta umiltà, al punto di prendere con divertimento anche un De Carlo che ti lancia dietro il manoscritto, eventualmente.
    Sognare di fare lo scrittore ha più a che fare con la trama del film “Billy il bugiardo”. 🙂

  38. "Un Balzac se la sarebbe cavata alla grande": Masterpiece provoca febbre, deliri e secchezza delle fauci | Refusi etc. Says:

    […] mattina Giulio Mozzi ha pubblicato su Vibrisse un bel pezzone scritto da Stefano Trucco, finalista di Masterpiece. Trucco racconta la propria esperienza con […]

  39. dm Says:

    Paciuko, non credo che Calvino si sia fatto venire l’ictus. Non so cosa lei intenda quando scrive “confrontarsi con i problemi espressivi e della scrittura in generale, facendosi venire, infine, l’ictus come Italo Calvino”. Non lo so. Ma so che questa postura non è quella di uno “estremamente realista”, ma ha a che fare con la mitizzazione della scrittura e dello scrittore. Se invece è una battuta non è all’altezza del discorso. E in generale, è inspiegabile l’attinenza tra umiltà e divertimento in reazione alle critiche. Un umile scrivente non potrebbe, proprio perché è umile, “prendere con divertimento anche un De Carlo che ti lancia dietro il manoscritto”. Infatti l’umiltà e l’impermeabilità alla critica stanno su universi diversissimi. Lo scrivente umile prende in considerazione la critica di uno scrittore noto e letto. Ma, come sempre, la nozione dell’umiltà è fraintesa in questi casi. Chi non si prende sul serio non è umile, in genere; è modesto. E se non si prende sul serio pure tra sé è probabile che sia modesto anche in quello che fa. Fortunato lui: gli autori modesti sono oggettini comodi, riempiono gli scaffali delle librerie e di casa, non ti spostano di un millimetro. Ora li cerca pure la TV, pensa un po’. Ma poi c’è gente livorosa che i modesti non li vuole in casa: nella mia libreria ci sta solo gente che ha materializzato un sogno di scrittura. E non erano sogni modesti.

  40. paciuko Says:

    L’umiltà intesa da me è nel riconoscere i risultati altrui in rapporto ai propri.

    L’umiltà è vedere i propri limiti eventualmente per superarli.
    L’ictus di Calvino era una immagine del perfezionista che soccombe nel cercare la perfezione.
    Nessuno si fa venire l’ictus, immagino.
    Uno cerca di scrivere bene, e nel farlo con impegno, si affatica e gli viene un ictus.
    La mente influenza il corpo (e viceversa).
    Un dispiacere può provocare un infarto.
    Scrivere pure. In questi giorni è capitato a bersani… anche se non scrivendo un capolavoro.

    “Confrontarsi con i problemi espressivi e della scrittura in generale” significava “cercare il modo giusto per dire quello che si vuole comunicare”.
    C’è un solo modo per dire le cose che si devono dire.

    Trucco è umile perché consapevole. Sospetta di aver scritto un buon romanzo, ma se non glielo confermano gli altri, non è la stessa cosa. La letteratura è un ambito condiviso.

    Non so dov’è l’asticella del discorso e quindi mi scuso se ci sono passato sotto. Ci si può divertire a scrivere, ma l’unico divertimento che poi conta è quello del lettore.

    Avendo letto De Carlo e, quindi, riconoscendogli una competenza, mi lanciasse dietro un mio manoscritto, penserei che ha delle ragioni (letterarie) per farlo che non so ancora. Che forse potrei capire oppure mai.

    Trucco ha spiegato la cornice che gli ha dato la possibilità di accedere ad un ambito molto selettivo (con criteri condividibili o no).

    Chi non si prende sul serio prende molto sul serio tutto quello che fa. Perché è sin troppo consapevole della cornice entro cui opera. Dà sempre il meglio ma non pretende di essere capito per forza, anche se ci prova con tutte le sue energie.

    Cosa è probabile? Non sono favorevole alle generalizzazioni, da quando ho capito le implicazioni del paradosso di Goodman.

    Se uno vuole fare la rivoluzione, il libri deve cominciare a lanciarli come sampietrini, e sarà meno “comodo”, se centrerà l’obbiettivo. Con due “b” fa anche più male.

    🙂

  41. Dinamo Seligneri Says:

    Ha ragione dm quando parla degli autori modesti che

    “sono oggettini comodi, riempiono gli scaffali delle librerie e di casa, non ti spostano di un millimetro. Ora li cerca pure la TV, pensa un po’”.

    Masterpiece è questo: mettere un contenuto televisivamente inedito (la presenza FISICA di autori e di scritture modeste, le scritture alla portata di tutti) dentro un format consumato ma che ancora attira consumatori: il talent. Sapevano che si rivolgevano ad un pubblico definito, sicuramente non grandissimo, l’hanno provinato su Rai 3 dove di solito si fanno alcuni esperimenti e dove si presume ci siano degli spettatori più aperti e alternativi, ma forse non si aspettavano che le cose partissero così male: nell’ultima puntata (l’unica in prima serata) s’è registrato il minimo storico di spettatori, poco più di 450 000… in sostanza, dall’inizio ne hanno gradualmente persi per strada un 250 000.
    Questo anche per dire che non è un programma televisivo che “tira” troppo come sostiene (forse scherzando?) Mozzi.
    Riusciranno i nostri eroi di Rai 3 e della Bompiani a vendere le 100 000 copie del vincitore di Masterpiece?

    @Giulio Mozzi

    Secondo me il boom di ieri vuole dire che se hai un blog letterario che ospita spesso scrittori inediti e che pubblicizza corsi di scrittura creativa e alcuni lavori nati là dentro e fai parlare uno dei finalisti del primo talent show dove gli scrittori inediti possono fare successo non puoi poi meravigliarti di fare un botto di visualizzazioni. Non è scontato che per larga parte il “tuo” pubblico più o meno affezionato o vicino sia una percentuale (ideale o reale) di quello di MasterPiece. Nel tuo piccolo ti rivolgi a una clientela mossa da identiche aspirazioni e ambizioni.

    @comunque

    Che uno come De Carlo tiri di sua spontanea volontà un libro dietro a un concorrente spinto da una specie di repulsa estetica la vedo proprio dura. Sospetto fortissimamente che sia un colpo da capione (l’hanno scritta gli autori del programma, secondo me eh)… come ce ne sono stati diversi in queste puntate. Insomma, per come la vedo io, c’è poco da starci a riflettere.

  42. stefano trucco Says:

    Ringrazio tutti per i complimenti e le critiche, sorprendentemente poche.
    Mi pare di essere riuscito a comunicare lo spirito con cui ho deciso di partecipare a Masterpiece, realistico ma allo stesso leggermente disperato, tanto da dovermi fare un po’ di violenza. È chiaro che ho un minimo di fiducia nelle mie capacità, se no non mi sarei certo preso il disturbo di spedire il manoscritto, ne’ al programma ne’ agli editori. Non è così per chiunque desideri scrivere? Se non mi avessero accettato non ne avrei fatto un dramma (solo un pochino, forse) e avrei provato un’altra strada dato che, lo ammetto, per me la pubblicazione è un obiettivo irrinunciabile e con pubblicazione intendo il sottopormi al giudizio del pubblico, quello di oggi come quello di domani, nella speranza che raccolga e capisca il messaggio che ho faticosamente infilato nella bottiglia.
    Parlando di me privilegio un tono basso e, appunto, ‘modesto’; ma il tono che uso per miei personaggi è ben diverso, come spero potrete rendervi conto da soli presto.
    (Memo to self: l’ironia, anche quella piuttosto ovvia, non sempre viaggia bene online – tipo ‘racconto alla Henry James’ e ‘il privilegio di rappresentarmi’, che qualcuno ha preso come arroganza. Pazienza)

  43. dm Says:

    Paciuko, è falso che l’affaticamento della mente o del corpo possa essere causa di ictus. (Documentazione ad esempio qui, alla voce Cause di ictus e qui alla voce Fattori di rischio e prevenzione).
    Non è vero, dal punto di vista di Calvino, che ci sia “un solo modo per dire le cose che si devono dire”.
    Poi, stranamente

    Avendo letto De Carlo e, quindi, riconoscendogli una competenza, mi lanciasse dietro un mio manoscritto, penserei che ha delle ragioni (letterarie) per farlo che non so ancora.

    Bene. Ma questo non ha nulla a che vedere col “divertimento”.
    Infine

    Chi non si prende sul serio prende molto sul serio tutto quello che fa.

    Affermazione che deve essere necessariamente falsa. O nelle nostre scuole non ci potrebbero essere alunni con voti al di sotto della sufficienza. E Nicole Minetti sarebbe un politico serio, e il Paese dei Balocchi sarebbe lì girato l’angolo.

  44. blogdibarbara Says:

    Non mi capita spesso di leggere post che superino le due schermate: magari comincio, ma poi mi annoio e li mollo; raramente quelli che superano le tre, quasi mai sopra le quattro. Qui sono 12 schermate, e ho letto tutto. E tutto di fila (col rischio di lasciar bruciare le cipolle). Perché questo tizio scrive proprio bene. Bella l’autoironia (“non mi chiese il privilegio di rappresentarmi”), accattivante la fluidità, denso il contenuto. E dato che non ho velleità letterarie e frustrazioni da scrittrice respinta, posso anche permettermi il lusso di non salire in cattedra sentenziare su noia e presunzione e chi più ne ha più ne metta.
    Bravo Stefano!

  45. olimpia Says:

    l’unica puntata a cui ho dato una sbirciatina è stata proprio quella di Stefano, di solito a quell’ora ronfo, e devo dire che mi è sembrato subito uno scrittore. Così, a naso. Condivido la sua scelta utilitaristica di partecipare, l’avrei fatta anche io ma ho una pubblicazione alle spalle, anche se non so se siano poi stati così rigorosi nell’applicare questo limite, così come non so se anche un’autopubblicazione fosse ostativa.Ringrazio Gulio per questa pubblicazione anche per la sua grande prova di umiltà che mi restituisce fiducia nello scritto che gli ho mandato e che non ha apprezzato e nel suo autore. Non è da tutti, ammettere anche solo la possibilità di sbagliarsi.

  46. paciuko Says:

    Se si soffre di ipertensione e ci si stanca, stressa o arrabbia, l’ictus è una seria eventualità.
    Sai quante ore dopo la morte del disegnatore Jacovitti è morta sua moglie?

    Dal mio punto di vista, c’è “un solo modo per dire le cose che si devono dire”, nel senso che le cose “che si devono”, che sono dentro l’autore, e che cerca il modo per dirle bene, richiedono la forma più adatta, quella che le esprime e le comunica. E il modo giusto è uno solo, quello “finale”, quello che gli sembra rappresentare quello che era dentro di lui, che voleva comunicare

    Intendevo il “divertimento” dello scrittore mentre scrive.

    “Chi non si prende sul serio prende molto sul serio tutto quello che fa” era riferito p. es. a chi comunica con gli altri, come in questo caso, e verifica che esistono fraintendimenti ed equivoci sistematici nella comunicazione. E accetta quest’aspetto della condizione umana come inevitabile. Non capisci tu, non mi spiego io, o è una questione di torto e ragione? E quanto tempo vogliamo ancora impiegare così? 😉
    La “donna politica” che citi non c’entra con la letteratura ma con altri ambiti. Insomma, mi riferivo a Bukowski, non c’entrava niente neanche Pasolini. 🙂

  47. dm Says:

    Sì, Paciuko. Ora è tutto chiaro, condivido.
    E Toma è la capitale d’Italia…

  48. paciuko Says:

    ehm?

    s.f.
    fam. Solo nella loc. Promettere Roma e toma, promettere mari e monti, promettere meraviglie, senza nessuna intenzione o sicurezza di mantenere quanto promesso

    😉

  49. dm Says:

    Qua.
    Quando arriva, mi faccia un fiasco.

  50. paciuko Says:

    Tutte le strade portano a Toma
    😉

  51. Magda Guia Cervesato Says:

    Il problema logora chi non ce l’ha, mi viene da rispondere ad alcuni commenti qui e in FB.
    In bocca al problema! Dico a Stefano.

    Ps. Alla stregua del Fattore-X e in quanto prodotto televisivo, difficilmente il nostro amato e seguitissimo (almeno qui dentro) Capolavoro può mostrare più fasi della creazione o creatività che dir si voglia. Là nel Fattore si evidenzia esclusivamente la capacità interpretativa, frutto finale della costruzione di un pezzo musicale (tanto che un cantautore col cavolo che ci andrebbe; non per snobismo, ma perchè sa di non avere chance di fronte a pigli da Crooner e tecnica canora). Qui si evidenziano un paio di minuti di lettura del manoscritto, operazione ultima e secondaria del lavoro di scrittura (ditemi come sarebbe possibile ovviare alla noia di un’inquadratura più lunga di cinque secondi su un individuo curvo alla scrivania). Ma a spettatori e giudici, come evidente dall’accesso di Stefano alle finali, quei minuti sono stati sufficienti a pensarne meglio che di altri concorrenti. E’ invitabile che il ‘personaggio’ sia ciò che emerge maggiormente in entrambe le trasmissioni. Mi sono sempre chiesta: cosa c’è di sbagliato nel ‘caso umano’? Ammesso e non concesso che si muova bene nella sua arte ed intento, chiaro. A parte che oggettivamente, chi non è a suo modo ‘caso umano’ nell’accezione dispregiativa in cui lo si colloca, è molto difficile preferisca sei ore di scrivania a un vivere divertito in presa diretta; ma anche senza le virgolette, di casi non umani dediti alla scrittura non mi è ancora giunta voce. Non serve essere pozzi di scienza per sapere che non la diremmo ‘vitale’, una scena priva di personaggi. ‘Che barba che noia’ piuttosto, ma l’han già usata e non mi viene di meglio. E quindi di cosa parliamo quando critichiamo il Capolavoro?

    PPs. Troppo lungo questo post? Si fa leggere e apprezzare nel tempo di cottura di un uovo sodo; da interessati all’argomento (tecnico e umano con-o-senza-le-virgolette), anche in quello di uno alla coque.

  52. dario Says:

    che verve, complimenti x il post, mai visto masterpiece ma se mi capiterà…colgierò l’occasione

  53. Giulio Mozzi Says:

    Magda, domandi:

    Mi sono sempre chiesta: cosa c’è di sbagliato nel ‘caso umano’?

    La mia risposta è: lo sfruttamento della persona per fare spettacolo. Nel caso in cui la persona “si muova bene nella sua arte ed intento”, si tratta di autosfruttamento.

  54. Magda Guia Cervesato Says:

    Giusto, il che mi stimola altre domande.

    Su sfruttamento: la TV, nel fare spettacolo, sfrutta la persona e ciò che della persona più attrae il pubblico. Tra un programma sullo scioglimento dei ghiacciai e uno sulle vicende sfortunate di un personaggio noto, pochi dubbi su quale raccoglierà più ascolti, pubblicità etc. Vedi anche sul blog la legge dei grandi numeri: se pubblicavi il pezzo di un esordiente non-Masterpiece, l’impennata nei contatti ovviamente non ci sarebbe stata. Ciò nonostante mi ostino: tra milioni di spettacolarizzazioni a carattere sfruttante ne capiterà ben una che in qualche misterioso modo ne eviterà altre!

    Su autosfruttamento: gli autori che hanno scritto opere – quelle rimaste nel tempo – *anche* sulla scorta di infelicità varie e modi di essere avariati (‘casi umani’, portatori di patologie etc., diciamo oggi) arrivando anche alle estreme conseguenze (non sto a fare nomi), si autosfruttavano per produrre letteratura? Se sì: è possibile stabilire una percentuale di autosfruttamento, o all’estremo opposto di redenzione, dell’uomo rispetto alla sua opera? E se sì: chi e come la stabilisce questa percentuale?

  55. paciuko Says:

    La tv privilegia il voyeurismo della condizione umana in tutte le salse.

    La ragione per cui uno decide di scrivere un romanzo può essere qualsiasi. Ci si può presentare sullo schermo piangendo o ridendo.
    A me, quello che interessava era come qualcuno, portatore di un mondo narrativo, si proponesse e lo argomentasse.

    Qualcuno scrive un libro e poi lo dice. Una giuria di esperti dice la sua in proposito. L’autore legge pochi righi, cerca di spiegare che voleva fare. La giuria dice che ha prodotto in realtà. Accetterà il giudizio? Se ne lamenterà? Qual è il suo modo di reagire ad una esperienza che mette in discussione una parte del suo vissuto su cui fonda l’identità?

    E’ chiaro che non si parla di libri. Ma di chi i romanzi li ha pubblicati e ora fa il giurato, e di chi vorrebbe pubblicarli e scopre le carte. Il disvelamento dei sogni e delle illusioni è il nocciolo del programma. L’autore vorrebbe fare la tal cosa e la “realtà sociale” gli dice come invece stiano le cose. Mica è giusto o sbagliato. E’ solo così. E ognuno reagisce al giudizio del mondo a modo suo.

    Come spettatore ho le mie preferenze. Non si può infierire su chi ha un vissuto problematico. E non si può pensare di selezionare eliminando i candidati che raccontano storie tragiche. C’è un ulteriore dilemma per la giuria circa l’atteggiamento da assumere nei loro riguardi. Riuscirà ad essere autentica? Come se la caverà? Manterrà… la sospensione dell’incredulità anche nello spettatore? 🙂

    Vedevo Coppola stupirsi di fronte ad una candidata operata da poco e in convalescenza. Pensavo che (allora) era stato fortunato per non aver nella vita assistito alle vicissitudini della malattia. Menomale. Insomma, non è piacevole, ma non è possibile avere l’autore asettico. O proporre, al massimo, solo i “Bukowski” ex alcolizzati, un po’ esotici un po’ folcloristici. Il mio giudizio ha come premessa la buona fede degli autori, che non volevano fare di certo la “tv del dolore”.

    Lo sfruttamento è continuo in tv. Ogni venti minuti gli spot interrompono qualsiasi discorso e spiegano, agli spettatori, cosa conti realmente nella vita.

  56. Giulio Mozzi Says:

    Magda, domandi:

    …gli autori che hanno scritto opere – quelle rimaste nel tempo – *anche* sulla scorta di infelicità varie e modi di essere avariati (‘casi umani’, portatori di patologie etc., diciamo oggi) arrivando anche alle estreme conseguenze (non sto a fare nomi), si autosfruttavano per produrre letteratura?

    La mia risposta è: no.
    Più precisamente: lì dove si produce bellezza, non c’è autosfruttamento (c’è casomai il potenziamento della persona); lì dove non si produce bellezza, c’è autosfruttamento.
    Se leggo Primo Levi non ho la sensazione di leggere uno che sfrutta la propria condizione di “caso umano” per ottenere qualcosa.
    Direi che la bellezza mi sembra coincidere con la serietà morale.
    Ovviamente c’è anche chi la bellezza non la cerca proprio; e non cerca nemmeno la serietà morale.

  57. carlocannella Says:

    Solo una curiosita’: qualcuno si e’ preso la briga di accertare, in Rai, che Stefano Crucco sia proprio quello Stefano Crucco di 51 anni, dipendente comunale a Genova, e non magari uno Giulio Mozzi o un Vitaliano Trevisan o un Demetrio Paolin sotto falso nome?

  58. GattoMur Says:

    Ma ‘sta cosa di Crucco-Trucco ha lo stesso valore di Roma-Toma?

  59. luciamarchitto Says:

    Cinque o sei anni fa vissi un’esperienza con la TV: c’era un programma che raccontava storie vere che decise di raccontare la storia di un’associazione di cui faccio parte. Quando vidi il filmato rimasi sconcertata: la persona che si occupava del bar fu cambiata con un’altra perchè non era un “soggetto televisivo”, chi aveva scritto qualcosa di interessante non lo si nominò, si fece leggere il testo a una persona che corrispondeva a un “soggetto televisivo” senza dire che non era l’autore del testo, anzi presentandola in modo che lo sembrasse… e così via. La trasmissione in questione piacque moltissimo a tutti, in effetti era costruita molto bene, tanto bene che quasi tutti quelli dell’assocazione si autoconvinsero che la persona che faceva la barista in televisione era la barista vera e si complimentarono con lei per il lavoro svolto, fu invitata di qua e di là, vennero amici e parenti a complimentarsi. La vera barista non so cosa ne pensasse, ma sicuramente se ne fece una ragione pensando che viveva in un mondo di accecati e continuò a fare caffè a tutti. Forse bestemmiò anche senza curarsene, in fondo viveva in un mondo di sordi, chi mai poteva sentirla? Beatamente spense la TV e si dedicò con passione a ciò che sempre aveva fatto.
    Così sarà per questo programma: un sacco di gente lo guarderà, un altro sacco non lo guarderà affatto, forse qualcuno pubblicherà anche il libro e speriamo che non sia sciacquato come il caffè della barista televisiva!
    Ma tanto anche se sarà sciacquato molti lo berranno lo stesso e saranno pure contenti.

  60. Roberta Says:

    Ho guardato il programma e mi l’ho trovato interessante, intelligente e ben fatto. Ho letto tutto quello che Lei ha scritto e l’ho trovato piacevole e interessante. Seguirò con piacere le nuove puntate. In bocca al lupo!

  61. virginialess Says:

    Crucco si esprime gradevolmente, specie nel presentare con ironia il suo romanzo. Che forse è pure interessante, chissà.
    Non sparerò anch’io su Masterpiece, di cui ho visto solo qualche stralcio (da 2a e 3a p., mi sembra), anche perché, data l’ora, mi sono addormentata sul divano.
    Intervengo però a realistica difesa del mezzo quanto a (speranza di) notorietà. Fuggevole, si sa, e di rado foriera di successo, ma, banalmente, meglio essere visti che nulla. E le possibilità di chi scrive sono pochine, mentre percorre altre più “nobili ” vie.
    Insomma, lo dico chiaro, se la selezione non fosse stata riservata agli esordienti assoluti, ci avrei senz’altro provato.
    Edotta da una piccola esperienza. Quando sono comparsa in TV quale blogger dedita a tutt’altro, alla scrittura si è appena accennato; e tuttavia la paginetta del mio libro ha avuto una bella impennata di visite.
    Qualcosa per Stefano verrà certo fuori… In bocca al lupo!

  62. dm Says:

    No, il Trucco che diventa Crucco è solo un altro Trucco…

  63. GattoMur Says:

    Viste la foto e la lunghezza del testo, e’ un barba-trucco.

  64. Magda Guia Cervesato Says:

    Giulio, dici:

    “lì dove si produce bellezza, non c’è autosfruttamento (c’è casomai il potenziamento della persona);… Direi che la bellezza mi sembra coincidere con la serietà morale”

    Serietà morale nell’intenzione e bellezza nel risultato tagliano la testa a tutti i tori.
    Mi viene da domandare: non è che, forse, neppure in assenza del secondo fattore (un risultato di bellezza che restituisca al mondo l’intuizione di un mondo ideale), ma tenendo ferma la presenza del primo (una volontà buona), si può parlare di autosfruttamento? Cioè, se il fervore dell’azione creativa è innanzitutto un lavoro per me stesso e non per il prodotto. Una ricerca del mio bene nella sofferenza, insomma, a prescindere dalla resa.

    Volendo trasporre il concetto dall’arte all’amicizia, è la stessa differenza che passa tra il rapporto con l’amico 1 trasudante lamento, sarcasmo e compiacimento per le proprie sfighe, incapace di filtri tra la sua e la tua esperienza; e quello con l’amico 2 che, pur non nascondendo le sue sfighe, ascolta le tue con occhi da sopravvissuto e sorrisi di (possibile) salvezza. Ma certo un’amicizia bella, con esiti positivi per entrambi, dipende da più fattori che non la sola intenzione di buona volontà di uno o di entrambi.

  65. Giulio Mozzi Says:

    Magda, proponi:

    Una ricerca del mio bene nella sofferenza, insomma, a prescindere dalla resa.

    Mi pare impossibile quell’ “a prescindere dalla resa”. Anche perché sospetto che “il fervore dell’azione creativa” debba essere non “un lavoro per me stesso”, e nemmeno “un lavoro per il prodotto”: bensì un lavoro per chi leggerà.

    Credo che producendo un’opera d’arte (ev. letteraria, ma non solo) brutta si possa avere della consolazione temporanea e fasulla; e che per avere un potenziamento della persona sia necessario produrre un’opera d’arte bella. (Di più: se la persona non è capace di autopotenziarsi, temo non produrrà un’opera d’arte bella).

    Magda, il mio archivio è pieno di romanzi orrendi nei quali persone seriamente sfortunate raccontano, con molta buona volontà, le loro sfortune. Sinceramente, dubito che quelle scritture abbiano davvero fatto del bene a chi le ha scritte.

  66. Cristina Venneri Says:

    Magda, senza andare troppo lontano: l’autosfruttamento si configura nel momento in cui si sfrutta, appunto, una qualsiasi personale evenienza per fini propri. Mi chiedo quale vantaggio possa trarre uno scrittore nel raccontare le proprie sventure. Intuisco, dalle tue risposte, che questi possa sperare ti ricavarne un certo “successo”, ma credo che esistano strade molto più immediate e semplici per chi ambisca a quello, per cui non credo che mostrare pubblicamente i risultati di una privata flagellazione sia una scelta praticabile tanto facilmente come ne stiamo parlando.
    Non si sottovaluti che il risultato (che nella produzione letteraria è praticamente tutto), parla da sè. Sempre.
    Io, l’autosfruttamento di cui parli, lo vedo più come pura ricerca/indagine all’interno dell’animo umano (che è strettamente collegato alla pratica della scrittura) e questa mi pare una operazione in cui l’ego poco s’intromette.

  67. dm Says:

    GattoMur: ma: un barba-trucco con l’extension (con commenti all’insegna della figura barbina)…

  68. GattoMur Says:

    Mah, è un po’ un enigma, per me. Roba da Appendice della Sfinge della Settimana Enigmistica. Se fosse un Bersaglio, sarebbe così:

    trucco – crucco – tedesco – pastore – pastone – bastone – carota – croata – crosta – mollica – pane – vino – marcellino – ammiano – ammaino – vela – vale – sale – zucca – zocca – Vasco – casco – cosca – sacco – stacco – stracco – strucco – trucco

    Nota, dm: da un trucco si parte e a un trucco, inevitabilmente, si approda.

  69. dm Says:

    Oh per Bacco, il bersaglio… Ma davanti al trucco-parrucco enigmistico io non so che fare, non so e non capisco, Ich kann nicht Italienisch sprechen! E faccio il Crucco (mica solo l’Indiano…) E’ un trucco da stranieri, questo, un trucco di chi si defila.
    Vado!

  70. Masterpiece, perché il primo talent della scrittura fa discutere - Scrivere, concorsi letterari, concorsi poesia - ilmiolibro - ilmioesordio - ilmiolibro 2013 Says:

    […] con la scrittura non si campa, forse sarebbe il caso ci prendere in considerazione l'idea che tentare di pubblicare un romanzo non è proprio un crimine contro l'umanità, e che i giurati, se proprio devono […]

  71. catenomarco Says:

    In questo periodo leggo molte di queste dispute anche su argomenti che sono lontani dalla scrittura. Non uso il termine letteratura perché non penso sia adatto. Immagino che gli esseri umani abbiano scritto da sempre. Oggi però con un pc puoi fare cose splendide graficamente: generare files che con estrema facilità girano ovunque in rete. Tra gli amici veri e quelli virtuali riesci anche ad avere molti lettori dei suddetti files. In genere se hai l’abitudine di leggere, questi amici probabilmente lo fanno anche loro ed i pareri entusiastici alla fine ti gasano: in fondo scrivi e metti in rete scritti anche per nutrire il tuo ego! I numeri in rete sono ingannevoli: io in alcuni mesi raggiungo 100-150 visite a settimana. Per carità poca cosa rispetto a Vibrisse, ma io in questo ambito non esisto: che ci fanno tutte queste persone con queste mie parole? E le leggono? E per non farmi mancare nulla posso anche mandare il tutto ad una stamperia che, pagando, mi invia un oggetto a forma di libro con le mie parole dentro. Fin qui mi sembra tutto tranquillo. In fondo c’è chi si dedica al modellismo, agli acquari, alle piante, alla cucina. Se io mi dedico alla scrittura che cambia? Nulla. Certo è chiaro che la tentazione di capire se le cose che hai scritto e che a te dicono delle cose valgono. Certo! E questo è il punto. Se io decidessi di far pagare un cent per ogni visita al mio blog avrei ancora le 100 visite? Un cent dico, più la fatica di prendere la carta di credito, fare la transazione e stare con il patema d’animo che me la clonino. Qualche dubbio mi viene, perché per superare la barriera di potenziale è necessario che quel file, quel libro, mi dica le cose che io voglio ascoltare. Io scelgo l’autore perché voglio raccontate delle storie in un certo modo: cerco la bellezza nel mio piccolo. E questa è altra cosa.
    Questo per dire che se il Sig. Trucco si diletta a scrivere e poi trova un modo per soddisfare il suo ego partecipando ad un talent televisivo, non credo ci sia qualcosa da eccepire. Ovviamente delle caratteristiche diverse dal solito le dovrà avere: sicuramente scrive in un italiano buono ed è capace di inventare storie con un senso. Mi pare già un passo gigante dal conteggio del numero dei fagioli nel barattolo o dai pacchi da aprire. Per vincere il Sig. Trucco è in grado di fare qualcosa che non tutti sanno fare. Ha anche la capacità di essere un personaggio, almeno per la televisione. Lo scambio è più che equo, promozione del Sig. Trucco, in cambio di ascolti. Anche Andrea De Carlo è in quel posto per fare promozione a se stesso e sfruttare quello che sa fare, scrivere, per lavorare. Mi sembra tutto congruente, non ho mai visto il programma, ma chiedere pure di fare cultura forse è troppo. Quella richiede altri spazi e modalità, dove magari non c’è posto per il Sig. Trucco e per molti di noi che ne stanno discutendo. Certo è che De Carlo io lo ho in libreria, mi ha raccontato delle storie molto belle, nelle quali ho trovato spesso bellezza adeguata al mio piccolo. Del Sig. Trucco probabilmente non avrò nulla tra gli scaffali. O magari sì, onestamente non ho letto nulla quindi la mia non è una valutazione. Spero comunque che si sia divertito in questa esperienza e soprattutto che a prescindere continui a scrivere di tutte le cose belle e meno belle ed anche brutte che, per fortuna, compongono la vita anche dei non scrittori.
    Chiedo scusa per la logorrea e ringrazio Giulio Mozzi per l’ospitalità.

  72. dm Says:

    Adesso con serietà.
    Stasera durante la cena mi è venuta a mente una frase che si trova in questo articolo, e in un commento di Stefano Trucco. Non sono ossessionato da Trucco (la prima volta che lo leggo) né da questo suo pezzo. E’ una frase che si sente spesso tra gli aspiranti e gli aspirati scrittori ma anche, a volte, tra gli spirati. Capita sulla bocca anche degli scrittori effettivi e specialmente quelli che molto vendono e poco piacciono ai critici. Ma non è stigmatizzante, è solo una cosa curiosa. Dunque, Stefano Crucco nel suo testo usa questa espressione “essere giudicato dal pubblico”. In un commento poco dopo, scrive:

    per me la pubblicazione è un obiettivo irrinunciabile e con pubblicazione intendo il sottopormi al giudizio del pubblico

    A me non è chiaro cosa significhi sottoporsi al giudizio del pubblico.
    Mi spiego. Il pubblico di uno scrittore esordiente è l’insieme dei lettori che ha letto il suo primo, unico libro.
    Un giudizio è qualche cosa di cui il giudicato deve aver notizia. Necessariamente. Se io mi sottopongo, diciamo, al giudizio di Caio, questo comporta, mi pare, che Caio è nella condizione di esprimermi il suo giudizio. O ad ogni modo di depositare il giudizio, di modo che, da qualche parte, questo risulti espresso. Un giudizio silente, di cui nessuno mai potrà avere notizia, indirettamente o meno, non è mica ungiudizio. Questo mi pare generalmente accettabile. E, in particolare, se si tratta di un giudizio a cui qualcuno si è sottoposto.
    Ora, per uno scrittore esordiente il sottoporsi al giudizio del pubblico è una cosa che confina con il paranormale, nella fattispecie: telepatia.
    Il pubblico, e cioè l’insieme dei lettori di un’opera, non può esprimersi. Possono esprimersi alcuni lettori facenti parte del pubblico, ma questi, ovviamente, non sono rappresentativi del pubblico.
    Le vendite è ancora più ovvio, non sono affatto rappresentative. Non perché il mercato non ci abbia la sua funzione, e un suo valore. Ma perché: gli acquirenti di un libro – specialmente se di un autore esordiente – non l’hanno letto, o hanno letto una parte del testo non significativa. Gli acquirenti di un libro esprimono un interesse fondato sulle informazioni avute da soggetti culturalmente accreditati (critici, come chiunque abbia delle competenze riconosciute pubblicamente) e da informazioni avute da semplici lettori, attraverso il cosiddetto passaparola.
    E’ evidente perciò che il pubblico non può fornire il proprio giudizio. Quindi mi pare abbia poco senso affermare di volersi sottoporre al giudizio del pubblico. Questo per quanto riguarda gli esordienti. Un po’ diverso è il discorso se lo scrittore già ha pubblicato dei libri. Alcuni dei lettori acquisteranno il libro nuovo in base alle impressioni avute dalla lettura del precedente, dei precedenti. Pure in questo caso, questi lettori “fidelizzati” non esauriscono il pubblico. Sono una parte di pubblico, peraltro non stimabile numericamente.
    Gli unici soggetti al cui giudizio un esordiente può sottoporsi sono i critici (intendendo, in senso allargato, i recensori e chiunque abbia una qualche autorità culturale), o, evidentemente con affidabilità minore, i singoli lettori.

    (Com’è ovvio, dei critici si possono verificare le competenze generiche e la preparazione in determinati ambiti, non, ad esempio, le qualità cognitive, affettive e, indefinibilmente, biologiche e corporee che fanno della persona leggente un buon lettore. Capita spesso di dover fare i conti con lettori forti e preparati e tuttavia senza alcun talento per la lettura, a volte rovinosamente mi pare. Questo è un altro capitolo.)

    Purtroppo sto per partire, non potrò leggere obiezioni risposte eventuali fino a mercoledì 15 gennaio.
    Ciao.

  73. dm Says:

    (No, non è possibile. Anch’io ho scritto “Crucco” nell’ultimo intervento. Pensavo di essermi autoimmunizzato dal refuso. Se è possibile correggere, ringrazio.)

  74. Magda Guia Cervesato Says:

    @Giulio
    “Mi pare impossibile quell’ ‘a prescindere dalla resa’. Anche perché sospetto che ‘il fervore dell’azione creativa’ debba essere non ‘un lavoro per me stesso’, e nemmeno ‘un lavoro per il prodotto’: bensì un lavoro per chi leggerà”
    A ‘per me stesso’ e ‘non per il prodotto’ avrei dovuto aggiungere ‘per chi leggerà’. Il mio raggio di riflessione era limitato dal concentrarmi sul pensiero intorno alla c.d. scrittura terapeutica; sicuramente diverso, anche per i motivi che esponi, da quello sulla scrittura diciamo creativa e concepita per l’altro, il lettore. Pensavo ai classici esempi di un Van Gogh o di un Artaud che dipingevano o scrivevano per uscire da situazioni di esclusione, esprimere la loro sottrazione a un mondo estraneo, recludendosi volontariamente in un mondo salvifico per mezzo della creazione di un altro a loro più sensato e necessario per sopravvivere.

    “Credo che producendo un’opera d’arte (ev. letteraria, ma non solo) brutta si possa avere della consolazione temporanea e fasulla; e che per avere un potenziamento della persona sia necessario produrre un’opera d’arte bella. (Di più: se la persona non è capace di autopotenziarsi, temo non produrrà un’opera d’arte bella)”
    Certo, autopotenziamento della persona e opera bella viaggiano a braccetto, un pò come coniugi (con prole) impegnati nel tagliare il nastro delle nozze d’oro. Condivido il concetto di ‘consolazione temporanea e fasulla’ dell’opera d’arte brutta: mi è capitato di dover riflettere circa l’effettiva utilità della scrittura in ambito terapeutico, avendo più volte tratto una sensazione di illusorietà nelle supposte virtù catartiche dell’espressione artistica, libera e bella a prescindere. Ho provato in alcune circostanze a sostenere l’inutilità, o addirituura la pericolosità, di tale esercizio creativo privo di ‘struttura’, osservando forti resistenze di fronte a un possibile crollo di questo mito dell’arte come panacea per ogni male e in qualsiasi forma essa venga proposta, seguita, sviluppata etc..: come una zolleta di zuccchero lanciata in aria sopra un branco di cavalli affamati; risultato: nessuno ne verrà sfamato, e capace che nell’accaparrarselo si azzoppino pure. Ma qui sfociamo nel discorso sulla scrittura di stampo vittimario, quella che, appunto, non si scolla dal suo stampino; e che mai approda al piatto di portata insieme ad altri dolcetti.

    “Il mio archivio è pieno di romanzi orrendi nei quali persone seriamente sfortunate raccontano, con molta buona volontà, le loro sfortune. Sinceramente, dubito che quelle scritture abbiano davvero fatto del bene a chi le ha scritte.
    Sì, immagino la mole di zuccherini intrisi di sangue rappreso e il numero di cavalli abbattuti a causa della zoppia, oltre che della denutrizione (e non certo della tua stroncatura).

    Poi avrei questo dubbio, quasi certamente irrisolvibile: data l’ impossibilità di sapere a priori se ciò che nasce informe dalla sfortuna si trasformerà in una bella regina o resterà matrigna, come proporre in pratica la nostra tesi (=no beauty no party) senza rischiar troppo di mancare l’intercettazione di eventuali potenzialità? Pongo l’esempio di un’istituzione terapeutica che si fregi dell’ offerta di laboratori artistici spacciati come cura; capita che essi siano poco più d’un parcheggio colorato, il paziente ridotto a usato sicuro nel cortile di una concessionaria abbandonata. A me viene da ridere, o piangere. Ciononostante mi chiedo: e se tra dieci vecchie carrette, data una mano di pietoso antiruggine, una torna a sgranchirsi le viti, zironzola per il parcheggio, scova un fantastico barile di pregiata vernice azzura, ci si tuffa dentro e riemerge splendente come il cielo che ha colorato di nuovo?

    Cristina Vanneri.
    “Io, l’autosfruttamento di cui parli, lo vedo più come pura ricerca/indagine all’interno dell’animo umano (che è strettamente collegato alla pratica della scrittura) e questa mi pare una operazione in cui l’ego poco s’intromette.”
    Sì, era in questa venatura dell’autosfruttamento che cercavo di affondare. Forse quel sostantivo risulta stridente accostato a cose come sofferenza e indagine dell’animo umano; o forse non ho reso chiaro il mio pensiero. Grazie per avermi dato modo di precisare, oltre che di pensare: ‘autosfruttarsi’ nel nostro discorso potrebbe dunque essere definito come l’utilizzo illecito (ma che significa riferito a se stessi?) di proprie caratteristiche (idee, capacità etc.., sane o malsane che siano) per un vantaggio personale (la pubblicazione di un’opera) sfruttando il proprio stato d’inferiorità/infermità. E’ dunque così vero che in quest’operazione “l’ego poco si intromette”, come tu dici?

    Riassumendo: giunti alla condivisa conclusione che serietà morale e bellezza sono le condizioni necessarie di un’opera d’arte, di un ‘bene’ che si propaga oltre l’artista, forse il termine ‘autosfruttamento’ per descrivere parte del processo di ricerca che contribuisce a crearla (pur non riassumendosi in esso) è fuorviante, data la sua accezione di assoluta negatività.

    (Mi scuso per la lunghezza, e con Stefano per la deriva OT rispetto al post. Nel frattempo, tra un commento e l’altro in questi giorni, sono andata a leggermi le due paginette di ‘Fight club’ disponibili sul sito Rai: pur non essendone stata abbagliata, rimango curiosa rispetto all’evoluzione e del programma e del suo testo)

  75. Giuseppe Cornacchia Says:

    Credo che il sig. Trucco faccia molto bene a godersi l’esperienza, dalla quale sicuramente la sua maniera di fare e vedere letteratura risulterà modificata. Dal punto di vista pratico, l’esposizione mediatica andrà capitalizzata nelle maniere opportune, che sono certo Masterpiece non mancherà di favorire. Ancora più terra terra, all’infinità di scrittori potenziali che cerca l’emersione occorre una miccia e l’una vale l’altra: chi la tv, chi la radio, chi internet, chi altri scrittori, chi i critici, chi un concorso. Buon 2014 a tutti.

  76. Cristina Venneri Says:

    Magda, è l’idea di pubblicazione come vantaggio personale che non condivido, o non riesco a comprendere.
    Chi ambisce a produrre Letteratura spera di accrescere un patrimonio culturale di pubblico dominio tramite il proprio contributo, per cui la pubblicazione si rivela propedeutica all’aspirazione.
    Il fatto che tantissimi validi autori vengano apprezzati solo post mortem significa che questi hanno dedicato/sacrificato la propria esistenza a un’attività senza poterne vedere (non godere) i risultati. L’eccezionalità dell’artista consiste nell’accettazione di una pratica che difficilmente ripagherà con vantaggi personali.
    Io credo, in sostanza, che nell’ambito della produzione artistica l’ego trovi la propria (ampia) collocazione nell’impulso creativo, non nelle aspettative.

  77. Cristina Venneri Says:

    Ps: credo sia “Fight night” il titolo corretto 😉

  78. Andy Says:

    @dm
    http://www.goodreads.com/book/show/18045631-this-is-the-garden?from_search=true

    Non è affrontare il giudizio del pubblico, questo?

    Stai abusando di corsivi, anyway.

  79. chicchina Says:

    Non seguo il programma,senza motivi particolari,ma spesso leggo manoscritti per eventuali pubblicazioni.credo di conoscere il mondo dell’editoria e per fortuna da qualche tempo ci sono parecchie iniziative di piccoli editori,piccoli perchè non riescono a trovare spazi,non per le loro capacità siano inferiori ad altri grandi ed affermati.La colpa è anche del lettore che cerca il prodotto più pubblicizzato,manco fosse u detersivo,o una crema da barba!
    Personalmente,avendo tempo,giro e curioso per librerie,per libri usati,per bancarelle e qualche volta trovo delle vere perle.,Seguo anche le pubblicazioni di blogger,spesso compro,recensisco sul mio modesto blog.Qualche volta arrivano al la seconda,terza,pubblicazione,altre volte,più spesso,si fermano all’opera prima.Ma tentare non nuoce a nessuno,e comunque scrivere è già un ottimo esercizio,anche per noi stessi.Auguri a Stefano e grazie a Giulio:passerò ancora a leggerti.

  80. Carmen Rusconi Says:

    Caro Trucco,
    trovo il tuo commento interessante e molto utile. Io sono una entusiasta di Masterpiece e quando ho visto la puntata in cui partecipavi tu, mi sei stato subito simpatico. Ho tifato per te per due motivi, benchè non abbia potuto capire molto del tuo libro e della tua scrittura da una semplice lettura in tv di poche righe. Però mi fido del mio intuito e del giudizio di giudici esperti. Il 1° motivo è per il fatto che sei un impiegato che si occupa di decessi, quindi presumo tu sia un Ufficiale di Stato Civile del Comune di Genova, se è così allora siamo colleghi perchè anch’io lo sono. Io non mi occupo solo di decessi, anche di nascite e soprattutto di matrimoni e di tutto quanto concerne, un lavoro che mi piace da pazzi soprattutto quando c’è da fare una ricerca, scoprire vite, esistenze ecc. Ma questa è altra storia, ammiravo il fatto che un collega fosse riuscito a scrivere un romanzo, cosa che non è da tutti e che comporta notevoli sacrifici. Il 2° motivo per cui mi sei molto piaciuto, è proprio la tua modestia o la tua timidezza o la tua non aggressività e presunzione. Essere modesti non significa non avere ambizioni, significa solo saper valutare i propri limiti, volendosi migliorare in continuazione. Ho visto molti concorrenti molto convinti e presuntuosi, aggressivi e provocatorii, nel tentativo di voler colpire l’attenzione a tutti i costi. Non è così che si raggiunge l’obiettivo, paga solo la qualità e come sempre, non la quantità. Tu sei una persona modesta che ha qualità e cultura, lo dimostri anche nel tuo articolo, dai un senso di affidabilità e di solidità alla tua scrittura. Questo ho capito, questa l’immagine che hai dato di te in televisione e non credo di sbagliarmi. Anch’io amo scrivere, mi riesce meglio che parlare e dare spiegazioni, anch’io ho avuto molte idee di scrittura, ho iniziato numerosi romanzi poi inevitabilmente abbandonati, ho partecipato a qualche corso di scrittura creativa con scarso successo. Mi piace comunque tuttora scrivere ma ho capito che non sarò mai una scrittrice in primo luogo perchè sono molto critica verso me stessa, riesco ad analizzarmi abbastanza. In secondo luogo perchè il tuo articolo mi ha dato dei suggerimenti preziosi: mi hanno colpito due tue considerazioni, quando dici che la tua concezione del romanzo si basa sull’artificio e la letteratura sulla menzogna, ovviamente avendo capacità di rendere con maestria l’artificio e credibile la menzogna. Questa tua considerazione mi ha illuminato sul perchè non riesco a scrivere, a terminare un lavoro, ad approvarlo: forse i mezzi non mi mancano ma è la mia indole che mi blocca, che blocca la fantasia, il progetto iniziale. La mia indole rifugge dalla menzogna e quindi da ogni artificiosità, è incapace di sostenerla, ama solo la trasparenza e ama rappresentare solo il vissuto reale. Può essere questa una virtù ma non lo è per la scrittura, la mia scrittura si blocca sempre di fronte ad una storia inventata, al suo sviluppo, ai personaggi che dovrebbero prendere vita per conto loro. Mi piace la storia, mi piacciono loro, ma poi non oso più, non li sopporto. Perchè? Perchè non sono reali e allora li elimino, dicendo che non ho vissuto abbastanza per sapere e scrivere di loro. E’ un mio difetto, non so fingere, amo la trasparenza assoluta, l’assoluta sincerità. Inoltre chi scrive ha bisogno di tanto tempo per leggere e per scrivere, uno spazio che per ragioni di vita quotidiana e di responsabilità io non ho più. I miei doveri sono così radicati che non ho tempo nemmeno per leggere, ho letto molto in gioventù ma ora non riesco quasi più. Quindi la mia cultura letteraria è molto limitata, o meglio non è aggiornata. Concludendo io ti ringrazio per l’illuminazione del tuo scritto, ripeto, non ho ancora letto niente di te, ma mi fido e attendo l’uscita del tuo libro che leggerò, perchè credo che sia tua la vittoria e lo spero molto. Con simpatia e fiducia. Andrà tutto bene!
    Carmen

  81. stefano trucco Says:

    @ dm
    STEFANO TRUCCO=FU SCONCERTATO
    A parte questo vorrei dire una cosa riguardo a sottoporsi al giudizio del pubblico.
    Un critico per me incredibilmente importante, Franco Ferrucci, definiva l’arte come creazione di modelli: ‘Io artista costruisco qualcosa che ha fondamentalmente il carattere di una proposta sul come guardare il mondo’. La realtà ‘è il grande terreno mediatore di un sistema di modelli’. E questa funzione, aggiungo io, si mette in opera con gli stessi strumenti dell’intrattenimento e della decorazione, in cui un romanzo giallo fa passare gradevolmente un pomeriggio e un quadro da tono a una parete.
    Il pubblico, per l’artista, è parte fondamentale di questa realtà mediatrice. Di pubblici io ne intendo tre:
    Il pubblico immediato che sente parlare e compra il romanzo e decide se gli piace o no;
    Il pubblico più ristretto che si occupa del giudizio articolato e della collocazione storico-museale-canonica;
    Il pubblico delle generazioni future, a cui l’opera riesce o non riesce a dire qualcosa.
    Il primo è quello che interessa all’editore ed anche all’autore in quanto persona che fa la spesa e paga il mutuo, ma è anche il primo grado di giudizio per stabilire se l’opera parla al suo tempo o meno; non dev’essere necessariamente grande ma deve esserci e il suo parere (oggi molto più esplicito e diretto di un tempo grazie alle tecnologie conta).
    Il secondo è quello più importante per quanto riguarda la preservazione dell’opera. A parte taluni successi popolari talmente vasti da rendersi indipendenti dall’autore e dal suo tempo il giudizio dei competenti (anche sedicenti) è importante nello stabilire se un’opera magari poco vendute sia ancora in commercio fra un secolo e una di cui tutti parlano muoia col suo autore ed i suoi primi lettori. Inoltre sono abbastanza vecchio per essere affezionato a un sistema di critici che recensiscono e autori che vengono raggruppati in correnti nei manuali scolastici.
    Il terzo è quello invocato dai poeti classici che si preoccupavano molto di durare nei secoli o, più recentemente, da Cyril Connolly per cui un libro è valso la pena se dura almeno dieci anni. Il giudizio di questo terzo pubblico non è necessariamente migliore di quello dei primi due ma è più importante, secondo me.
    Comunque resta essenziale riuscire a pubblicare, nel senso più ampio del termine, per sottoporsi a questi tre gradi di giudizio.

  82. Paola Lena Says:

    Certo Stefano, che hai proprio un bel problema!! 🙂
    Mi è piaciuto il tuo articolo-racconto, mi piace la tua sincerità, ma non capisco perché ti ostini ad offendere chi critica la trasmissione. E visto che io sono una di quelle che la critica l’ha fatta solo DOPO aver visto la prima puntata delle eliminatorie, non ci sto a farmi chiamare rosicona. Io da Masterpiece mi aspettavo una specie di “scuola di scrittura”, mi aspettavo un dialogo rispettoso tra giudici e concorrenti, mi aspettavo un programma stile “vecchiaRAITRE” (ma che fine ha fatto???). Speravo in un programma rivoluzionario e moderno, non il solito reality. Magari tutto questo accadrà a febbraio. In quel caso mi ricrederò e non avrò remore a dichiararlo. Ma il buongiorno, ahimé, si vede dal mattino (quindi non nutro più grandi speranze)
    Per quanto riguarda te, invece.. anche se abbiamo opinioni contrastanti, anche se non ho letto nulla di tuo (e tu nulla di mio) io credo che vincerai tu. E non mi dispiacerà affatto, dovessi anche scoprire che era già tutto deciso, dovessi anche venire a sapere che eri stato già scelto dalla Bompiani. Non so perché, ma nonostante la tua spocchia e la tua alterigia (che riesci benissimo a dimostrare nei commenti che scrivi ma che assolutamente non traspare in televisione) mi sei simpatico. E caro. 🙂 Un abbraccio.

  83. Geronimo Says:

    “…gli autori sono gli ultimi che riescano a far capire la bellezza della propria opera… “, complimenti per l’italiano

  84. dm Says:

    Andy: sì certo. e anch’io, infatti, mi sto confrontando con il sistema solare adesso, per iscritto!
    : – )

    Stefano Trucco, condivido, è un’utile suddivisione del pubblico. Resta da capire come faccia il “pubblico immediato” ad esprimere il suo giudizio.
    Non è una questione logica. Ma retorica.
    Come quando (Giulio docet) si leggono nei giornali affermazioni tipo “la Rete” ha deciso, “la Rete si è espressa”. Ci si domanda, perché mai quattro gatti, e non posso essere più di quattro messi a confronto con la Rete, perché mai quattro gatti diventano la rete del gattile?

  85. Masterpiece / La scrittura immediata (un’altra persona che ha il problema di essere finalista) | vibrisse, bollettino Says:

    […] e volentieri pubblico. Anche Raffaella Silvestri, come Stefano Trucco (e diversamente da Pierluigi Lupo, è finalista a Masterpiece. […]

  86. Masterpiece / Le emozioni, il coraggio e la paura | vibrisse, bollettino Says:

    […] letto con molto interesse gli articoli dei partecipanti a Masterpiece pubblicati su vibrisse (Stefano Trucco, Pierluigi Lupo, Raffaella Silvestri) ; in particolare mi hanno colpito i commenti all’articolo […]

  87. emma Says:

    ho smesso di leggere a “sarei potuto essere”.

  88. E poi dicono che i manuali non servono a niente | vibrisse, bollettino Says:

    […] commento apparve in calce a questo articolo qui. Quanto al misterioso Stefano, è lui. […]

  89. VISUALE @photo Jean Françoise Says:

    Uno scempio. Lei, in pasto signor Trucco di manigoldi e piloti della letteratura tv. Si faccia eliminare. E’ una vittoria perdere; questo è solo il belletto di Daisy Miller prima d’incontrare Winterbourne? Ma James era Henry.

  90. Masterpiece | vibrisse, bollettino Says:

    […] che Stefano Trucco, già ospite di vibrisse, è arrivato – secondo il suo desiderio – terzo. Mentre […]

  91. Fazland Says:

    Buongiorno a tutti, qualcuno sa a quando è prevista la pubblicazione di Fight Night (aldilà del premio del vincitore immagino sia in programma con qualche casa editrice)? Nel caso ci sono altri modi per acquistarlo / pre-ordinarlo? Grazie mille, un saluto
    Il team di http://www.fazland.com

  92. RobySan Says:

    aldilà… che ne sappiamo dell’aldilà?

  93. dm Says:

    In effetti è un periodo che l’aldilà vien fuori, da queste parti. RobySan, sei l’addetto all’aldilà? E’ un ruolo celeste…?

  94. Stefano Trucco Says:

    Presto. Abbiate fede.

  95. RobySan Says:

    No, dm, mi occupo di cose al di qua dell’aldilà. Al di là di ciò non ho potere alcuno.

  96. dm Says:

    Però io non sono affatto sicuro che il senso sia al di qua dell’aldilà. Cioè, non so neppure se c’è l’aldilà. Ma se esiste l’aldilà, il senso non può trovarsi solo al di qua.
    E scambiare l’al di là per l’aldilà può avvenire dappertutto, al di qua al di là altrove…
    Metafisica del linguaggio.

  97. I sogni son desideri… | La principessa sul pisello Says:

    […] foto dice tutto. Una sono io, con 5 libri già pubblicati, l’altro è Stefano Trucco, terzo classificato a “Masterpiece”, reality di Rai3, dedicato a scrittori esordienti. Ad […]

  98. Quotidiano “Avvenire”: intervista | L'officina della parola Says:

    […] il cui romanzo mi pare un buon esempio di letteratura semplificata; ma il terzo classificato: Stefano Trucco, che ha scritto un buon romanzo, Fight Night, in uscita per Bompiani in questi […]

  99. La formazione dello scrittore, 30 / Stefano Trucco | vibrisse, bollettino Says:

    […] di scrittore, anche se ne avevo parlato abbastanza a lungo (sì, lo so, troppo a lungo) in un articolo qui su vibrisse il gennaio scorso e quindi lascerò parecchie cose come già dette e altre come omesse del tutto. […]

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