Note di lettura: “Sacrificio” di Giacomo Sartori.

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di Luigi Preziosi

SacrificioIl ritorno in libreria, per merito di Italic, a pochi anni dalla prima uscita presso PeQuod, di Sacrificio di Giacomo Sartori, può intendersi come implicita attestazione del suo valore, misurabile appunto su una sua particolare capacità di persistere nel tempo, certo non comune nell’attuale produzione narrativa. Il romanzo esplora miserie morali purtroppo durevoli nei nostri anni, nascoste nei recessi più segreti che ognuno a volte intuisce in sé, e forse ben più facilmente riconosce nella collettività di cui fa parte. Nessuno, infatti, può illudersi di essere immune da colpe, non fosse altro che di pura omissione, o, peggio, di mancata resistenza al male, nella deriva in cui questi nostri giorni paiono irreversibilmente trascinati. Di essa Sartori enuclea alcuni tra gli effetti che più ci depauperano della nostra umanità, esibendo una scrittura asciutta, controllata fino a lambire l’impersonalità, che, non prestandosi a qualsivoglia contiguità emotiva con i personaggi, si rivela particolarmente adatta a rappresentare il nulla delle loro esistenze.

Si tratta di una piccola comunità di giovani adulti, che dissipano il loro tempo senza prospettive nell’inverno di un paese nascosto tra le pieghe di una qualsiasi valle trentina, delimitata da monti su cui lo sguardo del lettore non è mai invitato a posarsi. Ciò che conta germina nel fondovalle, e si manifesta nell’intreccio di relazioni sterili, assorbite da lavori faticosi, impaniate in rancori familiari antichi e mai rimossi, allietate da serate impasticcate trascorse nel frastuono di una discoteca e mantenute vive dalla ricerca spasmodica dell’esperienza ad ogni costo. Una notte in cui la compagnia, Diego, Anna, Roberto, Frank, Katia, Marta e Andrea, esce a caccia di forti sensazioni accade l’evento che cambia il destino. A bordo dei loro fuoristrada, nel buio fitto di pioggia e di vento, squarciato dai fasci di luce bianca dei fari, tentano il guado di un torrente. Sopravvivenza estrema d’un residuo di adolescenza mai conclusa, o ennesimo sperpero di energie nel maldestro tentativo di esorcizzare la noia: l’azzardo per l’azzardo può avere spesso più di una ragione remota, ma quella notte si esprime tramite l’insano ascendente esercitato da Katia sui suoi amici per indurli all’impresa. Uno dei mezzi si rovescia e Andrea muore, per niente.

Il tempo non medica poi molto le ferite originate dal nulla se, da allora, l’insensatezza della sua morte intossica sempre più le esistenze dei ragazzi, esasperando debolezze e contraddizioni di ognuno. L’infatuazione antica di Marta per il cugino Diego si trasforma in un amore malato e senza speranza, e la ragazza si dibatte stancamente tra un desiderio incestuoso e una relazione priva di affetto per Frank, nata da una violenza fisica, consumata in fretta ed accettata supinamente, come una necessità o una malattia cronica ma non letale. Un’acquiescenza mortificante governa poi l’amore che per Katia prova Diego, perennemente disponibile a non vedere, a giustificare ciò che non si può accettare, ad una sottomissione che s’accontenta di miserevoli illusioni come contropartita. Altre giovani vite strozzate attorniano i protagonisti. Nessuna pare in grado di riscattarsi da un’abulia che vanifica prospettive di cambiamento, sfibra volontà ed erode progetti di riscatto: non c’è densità né profondità nei loro rapporti, condizionati come sono da una sorta di paresi emotiva che pare escludere ogni ipotesi di evoluzione. Nemmeno il matrimonio tra Diego e Katia propone rilevanti mutamenti. Piuttosto, accentua patologie dello spirito già da gran tempo presenti, seppure allo stato latente. L’epilogo della vicenda è drammatico quanto l’avvio: la storia si dipana all’interno di una spirale che impone ai ragazzi del gruppo comportamenti meccanicamente ripetitivi e li recinge irrevocabilmente all’interno di un destino che i crismi della predestinazione li possiede tutti.

Forse è proprio questa la declinazione più autenticamente contemporanea del genere tragico (a Sartori del resto particolarmente congeniale, avendolo già positivamente praticato, con modi diversi, in Cielo nero, storia rivisitata degli ultimi giorni di Galeazzo Ciano): non la grandiosità e neanche la banalità del male, ma la sua mescolanza inestricabile con il quotidiano, il subdolo  inquinamento dell’ordinarietà. Dov’è allora il confine tra la normalità e quella malvagità che gradatamente si espande nella mediocrità quotidiana, vissuta come se la contemplazione di orizzonti troppo angusti fosse l’unica possibilità di vita esistente? La desolazione spirituale in cui vive ciascuno dei protagonisti di Sacrificio è contagiosa, produce un immiserimento collettivo che ammorba i sentimenti più disinteressati. Anche l’amore, degradato a sostanza buona per colmare vuoti dell’anima, né più e né meno di alcol e droga, provoca una mortificante dipendenza.

Un male feriale avvelena i nostri giorni, occultato nel magma delle buone intenzioni, ma soprattutto indistinguibile nell’oceano di indifferenza che regola i nostri rapporti umani, un male che s’insinua in episodi della vita di ognuno con una lievità tale che solo con uno sforzo di volontà se ne scorge (appena) l’ombra. Sacrificio rende conto di come, di inconsapevolezza in inconsapevolezza, esso riesca a colmare i vuoti delle vite dei protagonisti come un cancro. Questo appunto il senso del tragico che Sartori evidenzia con acribia laica (non c’è ombra di redenzione né tantomeno di pentimento in Sacrificio). Ciò che nel presente sfigura le personalità di Frank, Katia, Diego e gli altri è già sigillato in una serie di fatti che non si possono riscattare: ci perde ciò che è irreparabilmente pietrificato nel passato, il dolore presente ne è solo l’ineluttabile conseguenza.

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