Descrizione a posteriori di intenzioni che a priori non è detto che ci fossero davvero, corroborate da impressioni di lettura per le quali ringrazio gli amici

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13 dicembre 2013, ore 19.30

13 dicembre 2013, ore 19.30

di giuliomozzi (con le impressioni di lettura di Andrea Cortellessa, Luca Tassinari, Stefano Dal Bianco, Daniele Muriano e un amico anonimo).

[Questa è la nota che chiude il libretto Dall’archivio. Una scelta di testi e una breve discussione su Dall’archivio si possono leggere in Le parole e le cose. gm]

Su richiesta dei curatori di questa collana (Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Laura Pugno), ecco qualche parola sulle intenzioni. Dico sulle intenzioni, perché poi il testo è là, e fa quel che vuole. E quanto io creda credibile un discorso sulle intenzioni fatto a posteriori, potete immaginarlo.

I pezzi raccolti in questo libretto non sono “lirici”, ovvero non esprimono direttamente miei sentimenti soggettivi. Se da qualche parte c’è un «io» (a es. nella Serie della figlia), è un «io» di quelli che i narratori inventano. Idem per l’occasionale «noi».

I pezzi raccolti in questo libretto sono, diciamo così, delle “fotografie a parole”: un microgenere letterario che per motivi scolastici frequento da alcuni anni. Ho visto (nell’immaginazione: e per me, come per tutti, guardare nell’immaginazione è come guardare la gente per la strada) e descrivo. Non è un esercizio tanto diverso da quello compiuto nei raccontini buffi raccolti in Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) (Mondadori 2009, poi Laurana 2013). Che quei raccontini buffi possano sembrare tutt’altra faccenda da queste storielle tragiche e mistiche qui: lo ammetto. Ma nell’immaginazione ci sono tante cose.

Quindi: questi pezzi – quelli tra loro che sembrano, diciamo così, neorealistici – non raccontano fatti accaduti a me o dei quali sono stato testimone o nei quali sono stato parte in causa. Se invece parliamo dei fantasmi che mi abitano, direi che anche questi pezzi, come tutto ciò che ho pubblicato, sono interamente autobiografici e, più che privati, esoterici. Ma questo è ovvio.

In uno scambio di lettere, avvenuto quando forse metà dei pezzi erano scritti, Andrea Cortellessa mi proponeva la formula: «lirismo simulato». Che ben mi sta. E in fondo, aggiungeva Andrea,

«questa tua mistificazione non fa che evidenziare quello scollamento noetico, o semplicemente psichico, che c’è sempre e costitutivamente fra il personaggio-io di ogni poesia lirica, e l’estensore anagrafico della stessa».

Non so bene che cosa possa essere uno «scollamento noetico», ma non è da me rifiutare una formula così ben composta.

di_certe_coseIl titolo di un libro di Nelo Risi, Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa (1970), mi è sempre sembrato utile a dirimere la questione di certi narratori – come narratore, benché un po’ asfittico, io sono tutto sommato riconosciuto – che di tanto in tanto si mettono ad andare a capo prima del tempo. Un amico che vuole nascondersi nell’anonimato (fellone!) mi ha detto che mentre i racconti dei miei primi libri sarebbero molto lirici, questi pezzi qui non lo sono per niente: io sarei lirico in prosa e antilirico in versi, a sentir lui.

Sulla forma di questi pezzi non ho molto da dire. Sono andato a capo prima del tempo. Mi sono trovato preso in alcune tensioni:
– l’attrazione (vedi la prima serie) verso strisce di endecasillabi isoritmici, seconda e sesta, magari mescolati a decasillabi di prima e quinta (cioè, diciamo, endecasillabi acefali);
– l’attrazione verso il madrigale e/o quella forma di “recitativo” che si trova nel teatro cinque-seicentesco (libera mescolanza di settenari ed endecasillabi, rime occasionali): in tempi più recenti, la poesia di Giorgio Caproni;
– il desiderio di far fuori entrambe le precedenti attrazioni;
– il desiderio di impedire ogni cantabilità (è la stessa cosa del precedente);
– l’attrazione per il costruire i versi non sul loro ritmo interno, ma sull’a capo (quindi sulle inarcature): che è roba da poetichese, purtroppo;
– il desiderio di fare dei testi gestuali: e non chiedetemi altro, perché più di questo non so dirvi: gestuali nel senso in cui, per dire, la prosa di Thomas Bernhard è (mi pare) gestuale;
– e forse altro che non ricordo.

D’altra parte, non sto in tensioni tanto diverse quando scrivo in prosa: il desiderio della frase ben fatta baruffa di continuo col desiderio di creare inciampi a chi legge, perché si ricordi che sta leggendo.

Quanto ai contenuti, mi pare che questi pezzi siano variazioni e ripetizioni («La ripetizione è una forma di variazione», Brian Eno) attorno a due sole scene: una materiale, ossia l’abbandono della vita; e una diciamo spirituale, ossia l’elevazione al cielo e/o la disseminazione del corpo morto.
Di certe fantasie sono debitore a un ciclo di romanzi di fantascienza scritti da un ecologo: Dune, di Frank Herbert.

Anatomia dei vermi della sabbia di Arrakis, noto anche come Dune

Anatomia dei vermi della sabbia di Arrakis, noto anche come Dune

Ho pubblicato i pezzi, man mano che li scrivevo, nel mio bollettino vibrisse, sotto la rubrica: «Dall’archivio privatissimo». Quasi sempre ho infilato in calce delle date fittizie: 1999, 2002, eccetera. L’espediente serviva solo – e mi pare sia bastato – a limitare le possibilità che i pezzi venissero scambiati per qualcosa di simile a un diario lirico. Qui non serve più, e tutte quelle date false sono sparite. Nel mettere insieme il libretto ho ritoccato, aggiunto, tolto eccetera.

Il titolo di lavoro del libretto era dunque: Dall’archivio privatissimo. Con Daniele Muriano ebbi in vibrisse, su questo, una utile discussione. Alla fine il titolo è rimasto quasi tal quale, poiché non s’è trovato di meglio. L’aggettivo è caduto perché è vero che un buon titolo deve dare un’informazione tanto precisa quanto fuorviante («Da questo archivio privatissimo, strano a dirsi, non mi è arrivato alcunché di privatissimo», mi scrisse l’amico Luca Tassinari al quale avevo sottoposto un testo quasi finale), ma non si può prendere in giro chi legge. Dall’archivio, dunque: e ciascuno darà alla parola «archivio» il senso e l’eco che preferirà. Per me, l’archivio è la vita: un accumulo di fatti, che la narrazione (non solo la narrazione) può disporre in un certo ordine.

Lo stesso Daniele, quando gli sottoposi il testo quasi finale, mi scrisse:

«Parto con una piccola disavventura che naturalmente c’entra con la lettura del tuo testo. Nei giorni scorsi, quando ho ricevuto l’email con cui mi chiedevi questa cosa, ero a Milano a casa della fidanzata. Visto che lei può stampare gratis all’università (dottorato) le ho chiesto per piacere di dare vita cartacea al tuo Dall’archivio. La sera stessa sono tornato che lei dormiva ma sul tavolo c’era il tuo libro, che ho letto, dall’inizio alla fine. Così credevo. Mi ha lasciato in uno stato di angoscia, e non esagero. Avevo anche bevuto un paio di Leffe con gli amici, ma non c’entra. Del tuo libro mi è rimasto un caos, un caos estetico ma terrificante. Ho fatto fatica ad addormentarmi.
«La mattina dopo, volendo appurare ricomincio dall’indice che prima non avevo letto. Mancano delle parti! Faccio presto ad accorgermi: la fidanzata ha stampato fronte e retro. Io stupido, ho letto solo fronte. Rileggo. Dall’inizio alla fine, finalmente. E tutto va a posto. Un senso di risoluzione, di chiusura, di pace si sostituisce all’angoscia ricordata. Morale? Non so bene, l’impressione è che la struttura, l’ordine e i titoli delle poesie tengano insieme un caos di modo che – passami quest’espres-sione – non diventi anche extratestuale. Provo a dirlo in un altro modo. Non maneggio con sapienza i concetti di bene e di male (posso dire che non mi appartengono). Mi ricordo però di un post pubblicato nel tuo blog. Era un dialogo tra te e Cortellessa [in realtà la conversazione era apparsa in Doppiozero. gm] Si domandava, forse con altre parole: quest’opera è senz’altro bella, ma è bene? Ecco, in questo caso io posso dire sì, è bene, e lo è per la sua compiutezza, o completezza. Anche se, considerando le singole parti (le serie, come le poesie) incompiutezza e incompletezza sembrerebbero le principali caratteristiche. E sono le più visibili, da un punto di vista formale.
«Ti dico una banalità: le parti ‘mancanti’ sono la nicchia in cui il lettore trova posto. Non troppo comoda, questa nicchia, e neanche troppo pericolosa.
«Ho riletto il testo molte volte. Per me che non ho strumenti critici molto raffinati, la rilettura resta la prova più affidabile: soprattutto in poesia, se il testo resiste alle riletture, se il significato non si spiega e si restringe ma si amplia, si divarica allora vuol dire che il testo è buono. Ovviamente secondo il lettore. Secondo me, in questo caso.
«Inoltre, all’ennesima rilettura il testo mi sembra compatto, monolitico: non mi capita quasi mai cioè di mettere in discussione la scelta di una singola parola. Vedi l’insieme in movimento. Solo in L’autobus arrivò mi sono fermato più volte sui versi “Lo / salvò dal canale / scaricatore uno jogger”. Quello “scaricatore” mi chiamava fuori dalla storia ad interrogarmi: scaricatore in che senso? Di scarico? È una scelta lessicale migliore esteticamente? Prima di scoprire con Google l’esistenza di un canale Scaricatore. Ignoranza mia. Mi son chiesto: perché allora non con la maiuscola nella poesia? Perché altera il ritmo, lo azzoppa, mi son risposto. E perché non con la maiuscola e in corsivo? Più brutto…
«Quanto al titolo, funziona. Tolto il privatissimo, l’archivio denota ora qualcosa di molto meno ‘fisico’, e più vago, sfumato».

L’amico Stefano Dal Bianco, che per me è un’autorità, dopo aver letto il medesimo testo quasi finale mi ha scritto:

«La lettura è stata veloce, troppo veloce, ma dato che non ho la testa non riesco a fare di meglio. È un libro piuttosto pazzoide, ma mi sembra possa andare. Tante cose non le ho capite, e ho la sensazione che non siano state scritte per essere capite. È una modalità che ti riconosco. L’effetto complessivo è di uno che vuole far credere che non gliene frega niente di ciò che fa, e ci riesce. Mi sembra la caratteristica dominante, il tono della cosa, e forse è proprio ciò che può giustificare la pubblicazione. Ciò che manca, forse, è il puntare a una cosa che sia una, e che risponda a un perché. Nel senso: va bene affidarsi esageratamente al non detto di molte evenienze, ma forse questo non detto sarebbe stato meglio che fosse stato sempre lo stesso, o appartenente allo stesso ordine. Diciamo che sono spunti, a volte produttivi a volte meno. Non ho consigli sulla forma, perché è quella e va bene».

«Uno che vuole far credere che non gliene frega niente di ciò che fa». Diversamente dallo «scollamento noetico» di cui sopra, qui capisco benissimo di che si tratta: e non è da me rifiutare un’affermazione che mi pare vera.

Qualche scusa sui piccoli furti. «Presente, viva» si fa notare fin troppo: è meno impertinente del celebre «Ma sedendo e stirando» del giovane Cesare Vivani, e spero si faccia perdonare. Il verbo «rifiorire» e il passato remoto sono nell’Isola di Giuseppe Ungaretti (che può essere considerata, si parva licet, il modello operante in tutta la Serie del passato remoto). C’è una «porta» che può essere solo Porta (Antonio). Il «fa’ un bel chiuso» viene dal «se Minne pur non siete / aprite il chiuso dove mi chiudete»: Giovanni Giudici, Salutz. E c’è dell’altro, poiché nessuno scrive in solitudine, ma ve lo risparmio. Volevo far sapere che qualche libro l’ho letto, tutto qui, e magari l’ho mandato un po’ a memoria: pur senza capirci, com’è mio solito.

Il significato di alcune parole un po’ astruse (anawim, iPod ecc.) può essere facilmente reperito nelle enciclopedie.

La serie della figlia è del febbraio 2011; gli altri pezzi sono dell’autunno 2012 / primavera 2013.

Oltre agli amici citati e ai curatori della collana ringrazio gli altri amici che hanno letto il testo quasi definitivo e mi hanno detto cose utili: Valter Binaghi, Giuseppe Caliceti, Alessandra Sarchi e Giorgio Vasta.

13 dicembre 2013, ore 18.22

13 dicembre 2013, ore 18.22

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