Dialoghetto retorico (sulla retorica)

by

di giuliomozzi

[Non ricordo più per quale occasione o quando scrissi questo dialoghetto. gm].

«Tieni, caro lettore».
«Uh, cos’è questo? Com’è grosso».
«È un manuale di retorica».
«Santo cielo, la retorica! Ma non era morta e sepolta?».
«Direi di no. È più viva che mai».
«Tu dici? Io sento dire che ormai viviamo nella civiltà delle immagini».
«Ah sì?».
«Sì. E che la scrittura è diventata un mezzo di comunicazione antiquato. Al massimo si usa per i messaggini».
«Noi che cosa stiamo facendo?».
«Eh?».
«Che cosa stiamo facendo, noi, in questo momento?».
«Be’, stiamo parlando».
«Cioè stiamo usando le parole».
«Sì».
«Esattamente come quando si scrive».
«Ho capito dove vuoi arrivare».
«Ecco, vedi. Questo è il punto. Come fai a dire che hai capito dove voglio arrivare?».

«Eh, perché ho intuito il filo del tuo ragionamento».
«E come hai fatto a intuire il filo del mio ragionamento?».
«Come ho fatto… Non lo so. L’ho intuito. Non era difficile».
«Allora te lo dico io, come hai fatto. Hai intuito il filo del mio ragionamento perché stavo facendo un ragionamento di un tipo che tu già conosci».
«E che tipo di ragionamento è?».
«Tu hai fatto un’affermazione di carattere generale – ossia che la scrittura sarebbe ormai un mezzo di comunicazione antiquato – e io ti ho presentato un esempio di scrittura – la parola parlata – a proposito del quale è arduo sostenere che sia un mezzo di comunicazione antiquato. Detto più astrattamente, ho invalidato una generalizzazione citando un caso particolare nel quale essa non è valida. E questo è un tipo di ragionamento che si usa spesso».
«Certo. Lo uso anch’io».
«Perché appartiene, diciamo così, alla nostra cultura. Lo condividiamo».
«Sì».
«Però a questo punto ammetterai che quando hai detto che avevi capito dove volevo arrivare, ti sbagliavi».
«A me pare che non mi sbagliavo. Siamo arrivati qui, infatti».
«E invece ti sbagliavi. Perché io non volevo solo invalidare la tua generalizzazione. Volevo fare un passo più in là».
«Quale passo?».
«Io ho usato deliberatamente un certo tipo di ragionamento; tu l’hai riconosciuto intuitivamente, ma senza saperlo descrivere in astratto. Quindi c’è una differenza tra te e me: io sono consapevole degli strumenti di ragionamento che opero, tu no».
«E questa consapevolezza sarebbe la retorica».
«Diciamo che la retorica è una tecnica, e che le tecniche si usano meglio se si è consapevoli».
«Ma scusa, tu quando parli sei sempre consapevole della tecnica di ragionamento che stai usando?».
«Grazie al cielo no. Però posso far affiorare questa consapevolezza come e quando voglio. Sempre. Cioè: quasi sempre, insomma. Non sono un mostro».
«Ah, meno male. Spero che tu tenga lontana questa consapevolezza, ad esempio, quando sussurri paroline dolci alla tua amata».
«Tutto il contrario. Quando sussurro paroline dolci alla mia amata ho ben presente il repertorio di figure retoriche del dolce stil novo, del romanticismo germanico…».
«Ho capito, sei un mostro. Però, tornando a bomba…».
«Che è una metonimia».
«Eh?».
«L’espressione tornare a bomba è una metonimia»
«Ah sì?».
«Sì. Hai presente il baseball?».
«Così così. Ma che c’entra?».
«C’entra. Sai che nel baseball ci sono le basi».
«Sì. E tutti corrono in circolo da una base all’altra».
«Più o meno. In antichi giochi anche italiani, antenati del baseball, la base – alla quale bisognava tornare, per vincere, dopo aver girato tutto il campo da gioco – era segnata sul terreno con una piastra metallica bombata. Da cui l’espressione tornare a bomba per dire: riprendere il filo del discorso, tornare lì da dove si era partiti».
«Parlare con te è pericoloso».
«No, al massimo è un po’ noioso. Torniamo a bomba».
«Siamo o non siamo nella civiltà delle immagini?».
«Non ne ho idea».
«Pensa solo a quanta televisione guardiamo tutti. A quante fotografie girano nell’internet, a quanti filmati…».
«Quando i tuoi amici ti invitano a guardare le filmine – perdonami, sono un tipo all’antica, le chiamo ancora così – del loro matrimonio o delle loro vacanze, tu sei contento?».
«No. Sono barbosissime».
«E perché sono barbosissime?».
«Perché sono dilettanti. Non sanno fare. La cosa più atroce è quando ti fanno vedere delle cose che dovrebbero essere buffe, ma ridono solo loro».
«E Paperissima, la guardi?».
«Qualche volta».
«E guardando i filmati mandati dalla gente a Paperissima, ti vien da ridere?».
«Ma sì. Quelli sono buffi».
«E qual è la differenza tra le filmine dei tuoi amici e quelle di Paperissima?».
«Ma, che a Paperissima selezionano».
«Giusto. Solo questo?».
«No. Fanno anche dei tagli, dei montaggi, immagino. Fanno in modo che le cose abbiano i loro tempi giusti. E poi le introducono, eccetera».
«Bene. E la differenza sostanziale, quindi, qual è?».
«Che loro sono dei professionisti».
«E in quanto sono dei professionisti, che cosa fanno?».
«Ho capito. Scrivono tutto».
«Appunto. Magari non scrivono veramente con parole scritte, ma ciò che fanno selezionando prima, montando e rimontando poi, inventando le battute per i conduttori, studiando i tempi e i contesti…».
«È come scrivere. Ha le stesse regole dello scrivere. Più o meno».
«Ti sei lasciato convincere facilmente».
«Ho pensato che se mi lasciavo convincere subito risparmiavo tempo. Tanto mi avresti convinto comunque».
«Dici?».
«Sì. Perché tu sei un professionista».
«Cioè sono consapevole degli strumenti che uso».
«Tu l’hai detto, uomo».
«E io te lo lascerò credere. Se ho dei punti deboli, tocca a te scoprirli».
«Sembra quasi che per te una discussione sia come una battaglia».
«Be’, un po’ sì. Posso accettare questa metafora. Ma il più delle volte è una battaglia incruenta. Un po’ come la battaglia navale, quella che si fa con le crocette e i quadratini».
«Una simulazione di battaglia».
«Ben detto. E allora, questo manuale di retorica, lo vuoi o no?».
«È così grosso…».

5 Risposte to “Dialoghetto retorico (sulla retorica)”

  1. fausta68 Says:

    Mi piace molto questa “battaglia”!

  2. Andrea D'Onofrio Says:

    Il lettore ricorda Mario Castellani (che, secondo me, è stato sottovalutatissimo).

  3. Marisa Says:

    La retorica è come il grasso nei cibi: troppa li rende indigesti, troppo poca li rende inconsistenti.

  4. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1981] – Parlo un po’ troppo spesso da solo. D’altra parte è l’unica occasione che ho per ascoltare cose interessanti. La conversazione altrui mi suona come un mostruoso coacervo di frasi fatte luoghi assolutamente comuni. Ogni frase che sento una voce dentro di me gli fa il verso ripetendo lo slogan il titolo di libro o di film il modo di dire su cui è costruita come banale variazione sul tema. C’è anche una forza attrattiva in questa retorica. Qualcosa ti spingerebbe a unirti al coro partecipare alla litania. Orrore. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 100

  5. Marisa Says:

    Se tu parlassi davvero solo per te stesso non pubblicheresti ciò che pensi. Se cerchi interlocutori, sia pure come “specchi” dei tuoi monologhi, vuol dire che qualcosa t’importa degli altri…

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