Note di lettura: “Il Dio che fa la mia vendetta” di Federico Platania.

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di Luigi Preziosi

platania_IlDioCheFaLaMiaVendettaUn’umanità disorientata, avara di disponibilità all’ascolto ed incapace di immaginare condizioni esistenziali diverse dalle proprie, esitante, perfino nelle persone più disponibili all’esplorazione dell’altro, nella ricerca di qualche cosa di comune per cui sia possibile sognare un’aggregazione solidale, popola l’ultimo romanzo di Federico Platania, Il Dio che fa la mia vendetta (Gallucci, € 15,00). Su di essa pare aleggiare una colpa collettiva, che non sminuisce certo le responsabilità individuali, individuate del resto con chirurgica accuratezza; rende, invece, plausibile lo smarrimento dei singoli, che, posti improvvisamente di fronte ad una vicenda drammatica, ne sono in buona parte, anche se in diversa misura, travolti. Tutto ha inizio con l’incidente stradale, nel quale Ivan, giovane dal passato turbolento, di ritorno da una festa investe con l’auto un uomo e lo uccide. Dell’omicidio è testimone Tommaso, che decide di non palesarsi per cogliere l’occasione di mettere in atto un suo sciagurato piano di riscatto. Nell’episodio intravede una possibilità di rivincita verso una sorte che da tempo gli si accanisce contro, costringendolo dentro un’esistenza rattrappita, compressa tra la penosa assistenza prestata alla madre invalida, un lavoro oscuro ed una totale assenza di relazioni personali. La sua vendetta contro il destino si dovrebbe consumare rivelando in via anonima ai familiari della vittima l’identità del pirata, figura in sé squallida ma che, nell’immaginazione deviata di Tommaso, possiede tutto ciò che questi desidera essere, ancor più di tutto ciò che desidera avere, per indurli a farsi giustizia da sé.

L’unico parente dell’ucciso è però il figlio Giovanni Pietra, dirigente di azienda e uomo dai rapporti familiari problematici, che srotola i suoi giorni in una condizione di parziale aridità affettiva, compensata da quell’euforia gelida che a volte un lavoro troppo coinvolgente riesce a confezionare. La consapevolezza dei limiti del suo modo di vivere si fa più opprimente con la morte del padre, che accentua i tratti di perplessa pensosità del suo carattere. E’ con esistenze come queste che si annoda il destino di Giulia, l’ultima assunta presso la società di Giovanni, ragazza dalla religiosità intensa ed inquieta, frequentatrice di un gruppo parrocchiale guidato da don Riccardo. Anche in questo ambiente, ognuno, come può, occulta parti di sé in certe zone oscure della coscienza, e allo stesso tempo si cimenta in generose rincorse verso riscatti esistenziali, certamente ancora possibili: Giulia sconta nella sofferta religiosità della giovinezza un’infanzia oscurata da un incidente che le ha compromesso l’uso di una mano, don Riccardo passa le notti stordendosi con i videogame, passatempo in sé innocuo, pur se rivelatore di un disagio intimo, e prossimo a debordare verso l’ossessione. La casuale intercettazione da parte di Giulia della mail di Tommaso che rivela a Giovanni il nome dell’assassino di suo padre è lo snodo narrativo della storia. Anche lei ha un piano, simmetrico e contrario rispetto a quello di Tommaso: ribaltarne il progetto di vendetta in un’occasione di perdono da parte di Giovanni e di redenzione da parte dell’assassino. Convince allora Giovanni ad incontrare Tommaso, ma l’epilogo, un po’ brusco, sarà ben diverso da come sperava.

L’intera vicenda ruota intorno ad una circostanza, la morte del padre di Giovanni, dalla quale deriva la maggior parte delle azioni dei protagonisti, e che forma l’occasione decisiva, per alcuni l’ultima, per pensare la propria relazione con il mondo ed agire di conseguenza. La circolarità della storia si riflette sulla struttura del testo, articolato su segmenti narrativi brevi: ne scaturiscono punti di vista diversi, con focalizzazioni multiple e a volte progressive sull’evento scatenante, a seconda delle sensibilità descritte. Platania può in questo modo agevolmente lavorare di cesello sui caratteri, che si manifestano con gradualità nel confronto individuale di ciascuno con lo stesso fatto. Facile sarebbe stato esaltarne le differenze, contrapponendole tout court: sono invece annotate con sobrietà, senza indulgere al luogo comune.

Due forzature consecutive del corso naturale degli eventi (posto che un corso naturale degli eventi esista, nei fatti degli uomini) indirizzano la storia verso una conclusione drammatica. Le scelte di Tommaso e Giulia sono sintesi e al tempo stesso conseguenze delle rispettive concezioni dell’esistenza: l’una accartocciata in una generalizzata rancorosa invidia verso il prossimo, l’altra adagiata su forme estreme di altruismo. E, tuttavia, almeno per quanto riguarda gli effetti, ne deriva un’equiparazione apparentemente scandalosa tra buone e cattive intenzioni. La parabola esistenziale di Giulia, in particolare, attiene ad un’idea di oltranza nel lasciarsi assorbire dalla propria fede, che genera una dismisura nell’attesa della realizzazione del Regno in terra, sia pure parziale ed imperfetta, nonché contenuta all’interno di un progetto salvifico puramente individuale. Il suo fervore, tutt’altro che inverosimile, è confessato nella maniera più piana: “ma io vorrei essere messa alla prova … e invece mi sembra che c’ho questa fede, ma poi non la uso mai…”. Ma quando questa fede viene usata, il miracolo non avviene, il perdono è paradossalmente soppiantato non dall’odio, ma dall’indifferenza e la redenzione non si realizza. Intuendo in lei un eccesso, don Riccardo le raccomanderà: “… dobbiamo fare, mica strafare … un po’ di umiltà, come al solito …”, sottintendendo che l’inconoscibilità del progetto divino (“… non la mia, ma la tua volontà …”) implica anche che la fede non possa essere misurata col metro di criteri puramente umani. Il dramma di Giulia dimostra allora l’indifferenza, se non il silenzio, di Dio, anche nei confronti di chi crede?

Sul tema del silenzio e dell’impotenza di Dio apre interessanti prospettive un recente intervento di Demetrio Paolin apparso un po’ più di un mese fa proprio su Vibrisse: “… il dio dell’antico e il dio del nuovo testamento non sono così difformi, entrambi per siglare un patto di pace e alleanza esigono un sacrificio, ma paradossalmente il dio dell’antico ferma Abramo prima che sacrifichi il suo figlio, mentre il dio del nuovo assiste impotente (indifferente?) al sacrificio del suo figlio prima e a quello di Giulia poi”. Ma al silenzio di Dio non è estranea, anzi spesso corrisponde, anche una certa nostra inadeguatezza a cogliere i segni della sua presenza: situazione altrettanto tragicamente caratteristica della contemporaneità, e che Platania assume come tipica del mondo che descrive, anche se con manifestazioni ed intensità assai diverse. Nel destino dei singoli protagonisti si riflette quel senso angosciante di distanza incommensurabile tra l’uomo e Dio che marchia il nostro attuale stare nel mondo, in forme oggi forse più comunemente avvertibili di quanto non sia avvenuto per le generazioni che ci hanno preceduto. Ed allora, nel dialogo sempre accidentato e quasi costantemente interrotto con il divino, in Il Dio che fa la mia vendetta non sono tanto le mancate risposte ad impressionare, quanto piuttosto le mancate domande, e le domande sbagliate.

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Una Risposta to “Note di lettura: “Il Dio che fa la mia vendetta” di Federico Platania.”

  1. Il Dio che fa la mia vendetta: le note di lettura di Luigi Preziosi | Federico Platania Says:

    […] Preziosi ha pubblicato su Vibrisse alcune note di lettura sul mio ultimo […]

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