Cos’altro c’è di basilare?

by

di Maria Luisa Mozzi

[A proposito di Un’associazione professionale per la didattica della scrittura?].

Insegno da 31 anni nelle patrie scuole medie. Insegno lettere.
In questi 31 anni mi sono domandata ogni giorno che cosa io debba insegnare ai miei scolari.
Mi dico che devo dare ai miei scolari delle basi su cui costruire. Devo insegnare la grammatica normativa?, mi domando. Sì, per forza, mi rispondo, perché altrimenti i miei ragazzi potrebbero commettere in futuro errori ortografici o morfosintattici e questo li dequalificherebbe, anche socialmente. E poi, se non conoscono la morfosintassi, come possono essere consapevoli del funzionamento e della struttura della frase e del testo? Tutto chiaro, dunque, devo insegnare la grammatica. E’ basilare.
Il problema è che molti ragazzi non ce la fanno. Non ce la fanno a studiare la grammatica sulla grammatica. Prima studi e poi fai l’esercizio, dico loro. E loro: ma se non ci capisco niente, come faccio a studiare? E se non ho capito e non ho studiato, come faccio a fare l’esercizio? Giusto, dico, non fa una piega. Se è così, bisogna cercare altre vie. Proviamo a chiudere la grammatica e ad aprire l’antologia. Leggiamo, guardiamo come sono fatte le frasi, dove sono piazzati i punti e le virgole, come sono scritte le parole. Tutto bene. E la prova INVALSI? Come faranno a farla questi ragazzi che hanno intuito alcune cose delle parole e della frase, ma non conoscono le categorie grammaticali? Fermi tutti, allora. Mettiamo via l’antologia e riprendiamo la grammatica…

Cos’altro c’è di basilare? Mi chiedo. Beh, i ragazzi devono uscire dalla scuola media sapendo distinguere un giallo da un testo informativo. E allora, nell’antologia e sui quotidiani, via a leggere e a categorizzare i testi. Mi accorgo però di due cose: sono pochissime e solo quelle di uso più comune le parole di cui tutti i ragazzi conoscono il significato; forse anche per questo, quando leggono, molti ragazzi si annoiano a morte. E allora? Allora fermi tutti. Chiudiamo l’antologia, chiudiamo anche la grammatica e prendiamo il quaderno e il dizionario. Propongo esercizi di lessico (cosa vuol dire? Prova a capire dal contesto. Non ci riesci? No. Usa il dizionario. Posso usare la LIM? Puoi usare la LIM). Bene. E per vincere la noia, cosa posso fare? Stupiscili, mi dico. Coinvolgili. Allora anch’io penso alla LIM. Preparo un testo breve ma dentro una presentazione che li faccia lavorare (osservare, descrivere, pensare) per poi confrontarsi con un testo di un Autore. Bello, prof. Ma… che cos’è questa cosa che ho fatto? Mi domando. E’ un pasticcio. Non è più insegnare italiano. E’ inventare trucchetti perché un po’ tutti i ragazzi arrivino almeno a leggere una piccola cosa bella e a conoscerne l’autore. E’ insegnare italiano? No, non è insegnare italiano.

E la scrittura? La collega organizza un concorso in cui bisogna scrivere una poesia. Metti delle regole, le dico. No, mi dice lei, qualsiasi cosa va bene purché scrivano. Purtroppo questo non lo dice solo a me, ma anche ai ragazzi in classe. Ma allora, prof, scriviamo quello che vogliamo? Mi chiedono. Sì, ragazzi, mi tocca dire, scrivete pure quello che volete…

* * *

Rimedi?
Ne ho in testa qualcuno.
Ma imporrebbero di separare i ragazzi invece di mescolarli, come avviene adesso nella scuola pubblica di base.
Non sono sicura che sarebbe una cosa ben fatta.

E allora?
I “buchi” negli apprendimenti di base i ragazzi non li chiuderanno alle superiori, dove l’insegnamento, tradizionalmente, è soprattutto di storia della letteratura.
Qualche insegnante illuminato sfrutta bene il biennio e ottiene qualcosa anche per la scrittura, ma la maggior parte dei docenti del biennio insegna solo metodi aridi di analisi stilistica di testi letterari.

All’università si potrebbe insegnare a scrivere. All’università si può separare, si può eliminare chi non ce la fa o non vuole. Servirebbero anche corsi base, all’università. Ci vorrebbero proprio. Non per creare scrittori. Per mettere semplicemente gli studenti in grado di scrivere.

Io ho imparato a scrivere da autodidatta. Ho imparato sul serio? Quanto sbaglio inconsapevolmente? Insegno stupidaggini ai miei alunni?
Quest’estate ho sbagliato un endecasillabo in un intervento di vibrisse, perchè incollando mi sono persa un pezzo. Ma, rileggendo, non me ne sono accorta! Quante volte non mi accorgo…?

Insegno italiano da 31 anni, ma forse non ho la cultura giusta per farlo.

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21 Risposte to “Cos’altro c’è di basilare?”

  1. dario Says:

    marshall mc luhan: capire i media. è una vecchia questione, vecchia ma anche nuova: risposta non v’è a tutte codeste tue domande; in un altro contesto economico sociale sì, forse sì, per forza sì… ti dico solo che paolo nori scrive su libero; tu mi dirai che cosa c’entra libero e che c’entra paolo nori… non c’entrano? e allora senti un po’…
    ricomincio d capire i media… parli di grammatica normativa… mi fai venire in mente la grammatica prescrittiva, che penso sia la stessa cosa o quasi… e il titolo di un libro… Fine della strada, di un certo john barth, fine della strada, appunto.

  2. GattoMur Says:

    Ciao, grazie per questa bella riflessione, di cui condivido molto (soprattutto lo scoramento che ogni tanto prende).
    Una cosa: non hai spiegato cosa intendi con quella proposta “bisognerebbe separare i ragazi invece che mescolarli”.
    Sulla grammatica: secondo me, la grammatica normativa (prescrittiva) non serve a niente, nemmeno a quello che dici tu (non fare errori ecc.). Ci sono altre forme di riflessione grammaticale che conviene praticare a scuola: il modello valenziale, ad esempio (cfr. Sabatini); gli “esperimenti grammaticali” di M.G. Lo Duca; ecc.
    Poi, forse, la tua visione delle superiori, benché in larga parte confermata nella realtà, è forse un tantino troppo esagerata in negativo.

  3. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ci sono un bel po’ di refusi in questo mio testo e me ne scuso.

    “Ma imporrebbero di separare i ragazzi invece di mescolarli” vuol dire questo. In ogni classe ci sono ragazzi che hanno motivazioni, abilità, capacità molto diverse. Se io potessi lavorare separatamente con i ragazzi motivati e bravi anche solo per un’ora a settimana, quei ragazzi forse imparerebbero a leggere e a scrivere meglio e più velocemente.
    Ma non mi sembra opportuno farlo. La scuola, oltre che istruire, forma, educa alla diversità, ad accogliere l’altro, a capirlo, ad aiutarlo, a non disprezzarlo mai e poi mai… Questo è più importante che sapere leggere e scrivere bene. Allora: meglio mescolare che dividere.

  4. virginialess Says:

    Nei patri licei non insegnavo lettere: evito di pronunciarmi sulle grammatiche e anche sulla congruità delle prove Invalsi.
    Messo da parte l’analfabetismo di ritorno, imputabile soprattutto a quel che accade dopo la scuola dell’obbligo, vorrei sottolineare la necessità di “produrre” studenti in grado di capire quel che leggono. Per esempio, all’inizio del terzo anno, un documento storico piuttosto semplice in lingua corrente. In una prova di valutazione opportunamente predisposta, i risultati dovrebbero disporsi secondo una curva a campana. Una classe troppo al disotto della media non può imparare quel che dovrebbe. Se gli studenti vanno comunque avanti, il livello complessivo scende, con quel che segue.
    Penso, invano e da tempo, che non tocchi ai singoli insegnanti (per quanto volenterosi e creativi) inventarsi come far saltare l’asticella del minimo risultato, ma neppure decidere di abbassarla.
    A quanto ne so (sbaglio?), una decente padronanza logico linguistica si ottiene mediante opportune tecniche, suggerite dai testi e altre fonti: da utilizzare in modo non pedissequo, s’intende. Dovrebbero più o meno funzionare; se così non è, gli addetti ai lavori ne denunciano il fallimento?

  5. enrico ernst Says:

    ciao Maria Luisa. Se c’è un insegnante che si mette in dubbio e mette in dubbio il suo lavoro, come fai tu, con l’intento che mostri, la passione che mostri, direi che c’è speranza. C’è speranza. Impossibile che anche gli studenti non capiscano: che tu sei alla ricerca, PER loro. Per la bellezza, anche, per l’espressione anche, per il loro futuro anche. Ricercare non è più importante che trovare? La domanda è retorica. Ho insegnato “poesia” alle elementari e alle medie inferiori. “Volevano” le regole, provavano le rime, ho preferito non introdurre conteggio di sillabe ma, chissà che non potesssero essere ricettivi… eppure, i testi più straordinari arrivavano dai dislessici, certe libertà solo loro se le concedevano; altro che Breton e i surrealisti… ed era esattamente così: l’importante era che scrivessero, che tentassero la strada della metafora, della fantasia, della elaborazione del sentimento e dell’emozione attraverso l’immagine. L’importante era che raccontassero, che gioissero di un testo prodotto da loro. Prodotto da loro!… comunque: grazie Maria Luisa! Le risposte sono nel vento…

  6. flaviovillani Says:

    Gli sforzi di molti insegnanti a volte sono commoventi. Traspare da questo scritto e da quanto vedo con i miei figli. Quello che spaventa è la voragine che sta alle spalle di molti di questi ragazzi. Quale lessico imparano a casa? Purtroppo non c’è vocabolario che tenga per certe situazioni di degrado linguistico. E l’oggetto che troneggia nella sala, piatto e ad alta definizione, è, credo, spesso il colpevole.

  7. maria rosa Says:

    Sì, molto spesso lo è. L’oggetto che troneggia nella sala, lo è, ma non è il solo. Anzi. A volte mi chiedo quante frasi di senso compiuto ogni ragazzo/a ha modo di sentire in famiglia. Quanti ragionamenti logici sono in grado di fare i genitori. Quanto interesse da parte degli adulti ci sia nei confronti dei ragazzi e quanta disponibilità a starli a sentire, a discutere con loro. Se non c’è abitudine a parlare, a comunicare qualcosa, men che meno si potrà parlare di scrittura. Ma io chiedo a tutti coloro che non sono insegnanti: ma avete mai assistito ai discorsi che fanno i ragazzi , che so, all’entrata e all’uscita dalla scuola? O anche in consessi diversi, in altri luoghi preposti all’incontro, tipo i centri commerciali? Avete mai ascoltato cosa dicono? Non dicono niente, parlano per luoghi comuni, e mentre fanno finta di parlare messaggiano con i telefonini.Sono queste le forme della comunicazione. A scuola gli insegnanti durano moltissima fatica per insegnare loro a parlare, a formulare una frase di senso compiuto o a farli discutere su un tema senza che succeda una rissa. Altro che grammatica! Eppure il compito della scuola è quello di educare alla lettura e alla scrittura oltre che alla socializzazione. Forse si dovrebbero trovare altre strategie, partendo dal parlato prima di tutto, ma non è detto che funzionino. I docenti non possono crocifiggersi tutti i giorni perchè gli alunni non imparano abbastanza.
    Certo ci sono insegnanti veramente appassionati di letteratura che attraverso racconti, letture mirate, poesie, riescono ad appassionare gli studenti. Ma a noi interessa la massa.Io penso sinceramente che dovremmo accontentarci di obiettivi più “funzionali” : sapere leggere e comprendere una ricetta di cucina, interpretare un cartello di divieto, leggere la posologia di un farmaco, capire un avviso in bacheca, leggere una mappa.Cominciamo da questo. Sarebbe già un buon risultato.

  8. Maria Luisa Mozzi Says:

    Capisco che il mio “pezzo” di maniera porti fuori strada, ma l’argomento della conversazione nel contesto delle ultime chiacchiere su Vibrisse penso che sia: che cosa dovrebbe insegnare la scuola pubblica sulla scrittura? Che cosa potrebbero proporre dei corsi di scrittura all’interno dell’università? Che cosa propongono quelli che già ci sono? Che cosa potrebbero insegnare i corsi privati di cosiddetta scrittura creativa? E’ opportuna una associazione degli insegnanti di corsi privati di scrittura creativa (associazione nei termini descritti da Giulio)?
    Cercare di capire come mai i buoni vecchi modi di insegnare l’italiano alle scuole medie non funzionino più aprirebbe a orizzonti troppo vasti.

  9. chiara Says:

    molto interessante, grazie.

  10. davide Says:

    maria rosa scrive :

    “”” Ma io chiedo a tutti coloro che non sono insegnanti: ma avete mai assistito ai discorsi che fanno i ragazzi , che so, all’entrata e all’uscita dalla scuola? O anche in consessi diversi, in altri luoghi preposti all’incontro, tipo i centri commerciali? Avete mai ascoltato cosa dicono? Non dicono niente, parlano per luoghi comuni, e mentre fanno finta di parlare messaggiano con i telefonini.Sono queste le forme della comunicazione. “”

    non credo sia così,e lo dico con cognizione di causa,avendo fatto l’educatore nella scuola pubblica via cooperative sociali per quasi due anni

  11. Magda Guia Cervesato Says:

    Ciao, interessanti le tue considerazioni, grazie. Per minima esperienza da insegnante elementare/media e per sostanziosa esperienza da madre di figli d’ogni ordine e grado, io non sarei tanto sicura che dividerli invece che mescolarli sia sempre la via giusta. Di fatto noto che questa separazione già avviene (quest’anno in Lombardia i tagli dovuti alla recente legge regionale hanno falcidiato progetti speciali e contratto orari scolastici persino al Liceo, ma nella seconda elementare di mia figlia è stata aggiunta un’insegnante ‘di sostegno’ onnipresente in classe; metà degli alunni segue maestra principale e regolare curriculum, metà annaspa dietro le semplificazioni veicolate dall’insegnante speciale); separazione che credo ormai inevitabile, date le marce differenti che dividono nettamente in due ogni classe (tra cd. disturbi d’apprendimento e stadi diversissimi di conoscenza della lingua italiana): che senso ha livellare al ribasso quelli che qualche strumento lo hanno, o costringere a una scarsissima comprensione chi quegli strumenti, e per motivi sempre più ‘pandemici’, non li ha? Specifico che io tra la prole ho entrambi gli estremi, più una via di mezzo; quindi non credo di esprimermi come oppositrice dell’educazione fondamentale alla diversità; la penso così perchè, continuando con il vecchio modello ‘anti-meritocratico’ – in questi tempi e in questa realtà – dubito si otterrà il meno peggio. Anzi. Naturalmente posso sbagliarmi.
    Quanto alle Università e ai corsi di scrittura, elementari o avanzati che siano, vedrei solo vantaggi nell’attivarceli; e nel farlo secondo la miglior selezione di valore possibile.
    Rispetto all”originale’ stile di comunicazione dei ragazzi, ondeggio tra il più disarmato scoraggiamento e un’incosciente fede nella parte di sensatezza contenuta in ogni (a noi) incomprensibile novità generazionale.

  12. marisasalabelle Says:

    Io i ragazzi li prendo in terza superiore. Istituto tecnico, quindi una scuola dove le materie umanistiche non sono prioritarie in sé e tantomeno nella percezione degli studenti (e degli insegnanti di materie tecniche). Ci sono ragazzi che scrivono discretamente, che capiscono le cose che leggono, che hanno un po’ di lessico. Ce ne sono altri che non padroneggiano la lingua scritta, che hanno difficoltà a esprimersi oralmente, che non sanno argomentare. Ragazzi a cui mancano le parole. Insegno letteratura. Insegno anche lingua. Insegno da 35 anni. E le domande che mi pongo sono ancora tante, anzi, in continuazione ne nascono di nuove. Serve la conoscenza della grammatica? Sì, è indispensabile per nominare le parti del discorso, per poter pronunciare la frase “il soggetto della subordinata implicita dev’essere lo stesso della reggente”, insomma per intendersi quando si parla di lingua. Io, la grammatica non la insegno: do per scontato che i ragazzi l’abbiano già studiata nella loro vita precedente, anche se so che spesso non è così. Provo a insegnare a scrivere: non è facile. Sono dell’idea che per scrivere bisogna leggere, e leggere tanto, e avere letto fin da bambini, cosa che non sempre si verifica nell’esistenza dei miei studenti. Tuttavia provo a insegnare a scrivere: in modo semplice, chiaro, corretto. Provo a insegnare ad argomentare: considero uno dei compiti fondamentali della scuola insegnare come si ragiona logicamente, come si trovano e si organizzano argomenti per sostenere le proprie tesi. So che non va tanto di moda, ma per quanto mi riguarda, penso che sia una delle cose più importanti che devo fare. E la letteratura? Leggo testi in classe, li faccio leggere ai ragazzi, faccio domande, offro interpretazioni… anch’io preparo slide per la LIM… e quante volte ho la sensazione, nettissima, di un distacco incolmabile, di una lontananza estrema tra Petrarca, Ariosto, Verga, Pascoli… e questi giovani che mi guardano allibiti, si distraggono, non provano il desiderio di immedesimarsi, di “entrare” nel testo, e mi confidano, scuotendo la testa: prof, I Malvoglia sono bruttissimi… Pascoli è uno sfigato… Leopardi, non ne parliamo neppure… era anche gobbo! Le ragioni? Tante, troppe, ci vorrebbe un altro post. Ma non si continui a dire, per favore, “se non li sai appassionare la colpa è tua”.

  13. davide Says:

    quoto marisa,sulla chiosa,ha completamente ragione

  14. virginialess Says:

    Sono d’accordo: piantiamola di colpevolizzarci dopo esserci fatti un …. così! L’ho scritto, mi sento meglio.
    Il distacco potrebbe essere colmato, almeno in parte, con periodici aggiornamenti dei programmi, che gli addetti dovrebbero con insistenza richiedere, utilizzando le strutture rappresentative disponibili e “inventandone” di adatte allo scopo.
    So che è in corso una riscrittura dei classici, suppongo (non è la mia materia) con testo a fronte, per es. il Decameron di Busi. Sarà utile? Ed è vietato limitare lo spazio, poniamo, di Verga per leggere autori contemporanei?
    Giova la scrittura creativa? Non so, andrebbe sperimentato.
    Sarebbe soddisfacente e formativo coinvolgere e appassionare al bello tutti gli studenti. L’importante è garantire almeno quella decente comprensione/padronanza della lingua necessaria per proseguire gli studi e svolgere le professioni.
    L’iniziativa di Ca’ Foscari, che mi stupì negli anni ’90, è ormai ordinaria amministrazione: un corso obbligatorio di italiano per studenti d’ingegneria, informatica se ben ricordo. Le esigue parti in lingua delle loro tesine erano piene di errori banali e, quanto a logica, carenti fino all’incomprensibilità.

  15. Eireen Says:

    Scrive M. L. Mozzi: “Preparo un testo breve ma dentro una presentazione che li faccia lavorare (osservare, descrivere, pensare) per poi confrontarsi con un testo di un Autore. Bello, prof. Ma …che cos’è questa cosa che ho fatto? Mi domando. E’ un pasticcio. Non è più insegnare italiano. E’ inventare trucchetti perchè un po’ tutti i ragazzi arrivino almeno a leggere una piccola cosa bella e a conoscerne l’autore. E’ insegnare italiano? No, non è insegnare italiano.”.

    Non sono un’insegnante di italiano e non ho a che vedere con la scuola italiana di oggi, ma ricordo ovviamente la scuola italiana di quando la frequentavo io, che oggi ho 39 anni. È questo un modo di insegnare italiano? Sí. Suonerò blasfema, ma trovo che insegnare italiano usando soltanto i classici della letteratura (certuni, lo devo dire, noiosissimI) o il manuale di grammatica non produca i risultati voluti. Come ci può essere coinvolgimento ed entusiasmo da parte dei ragazzi se – come alla mia epoca – li si obbliga quasi solo a leggere capitoli interi di classici-mattone che verranno successivamente scordati o addirittura rimossi? Che cosa hanno a che vedere le vicende dei Malavoglia – per dire – con le vicende che un ragazzo di oggi vive nella sua quotidianitá? Poco o nulla. Sì, quanto dico implica che se si vuole che i ragazzi imparino bisogna coinvolgerli tramite cose che conoscono, che sperimentano tutti i giorni. Facciamo allora leggere i Malavoglia (e ci mancherebbe! fondamentali!), ma ANCHE testi contemporanei, freschi, ben scritti e coinvolgenti. O rapportiamo i succitati Malavoglia ai tempi odierni. O usiamo espedienti come quelli descritti da Maria Luisa. Vedrai come imparano la grammatica e la letteratura! [Attenzione che non sto dicendo: “Alle ortiche Manzoni, avanti Fabio Volo”. A scanso di equivoci.]
    A titolo di esempio ricordo la mia prof. d’inglese delle medie, che oltre al programma previsto, ci faceva ascoltare le canzoni di Madonna per farci imparare meglio la lingua della perfida Albione. Ha funzionato? Parecchio. Alcune righe di quelle canzoni me le ricordo ancora oggi, 27 anni dopo. E dico tutto ciò da laureata in lingue e letterature straniere, quindi amante delle parole, della lingua, della sua struttura, del ben scrivere.

  16. marisasalabelle Says:

    Quello che dici, Eireen, è giusto in parte. Certo che l’insegnamento della letteratura, oggi, va contestualizzato, avvicinato il più possibile, ed io che sono una vecchia volpe dell’insegnamento ho al mio attivo tutta una serie di tattiche, accostamenti, sperimentazioni… Voglio dire che non sono una vecchia cariatide attaccata a un insegnamento vecchio stile. E tuttavia, lo scollamento rimane, e grande, in certi momenti si percepisce materialmente. Inoltre, devo confessare che io all’attualizzazione credo solo in parte: non è possibile riportare i Malavoglia ai tempi odierni, non c’è verso; i classici sono distanti e devono rimanere distanti, altrimenti li si tradisce, o si dà il via a operazioni di dubbia credibilità. Non tutto può diventare attuale e non è necessario che lo sia. Ma certo, ogni argomento può essere fonte di discussione. E’ semmai tutto l’ambaradan dell’insegnamento letterario che dovrebbe essere ripensato… o si potrebbe ripartire dal fatto che “la cultura”, “la letteratura”, “i classici” hanno un valore in sé, sono un regalo che la scuola fa agli studenti, non importa che siano “adattati ai giorni nostri”… forse il mio è un discorso utopistico…

  17. Eireen Says:

    Grazie Marisa, del chiarimento. Forse é vero che non si possono modernizzare i Malavoglia e neanche si deve. Era un’idea tra le tante, una proposta lanciata appunto da una persona “fuori dal giro” da parecchio, cioè io. Mi fa piacere sapere che ci sono insegnanti come te e non avevo idea che, nonostante ciò, lo scollamento rimanesse, come tu segnali. Ahimè, povera patria…
    Concordo comunque sul “E’ semmai tutto l’ambaradan dell’insegnamento letterario che dovrebbe essere ripensato…”.

  18. elianda8Elianda Says:

    Grazie Maria Luisa per le questioni che poni. Vorrei aggiungere la mia testimonianza nella ricerca di soluzioni nell’insegnamento della lingua italiana in classe e quello che considero basilare.
    Insegno da 33 anni. Ho anche insegnato nelle scuole superiori di primo grado (5 anni), nel triennio delle superiori e attualmente nel biennio, in un liceo artistico. Ho sempre considerato importante la scrittura per le possibilità che offre di ragionamento, espressività e verosomiglianza. In altri termini per scrivere testi argomentativi, espressivi e narrativi. Sono iscritta da 33 anni al GISCEL, gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica e posso assicurare che molti seminari nazionali, nonché saggi interessanti, quali approfondimenti di quei seminari, sono stati realizzati nell’ambito delle questioni che poni.
    Vedere http://www.giscel.it/?q=content/pubblicazioni.
    L’ultimo seminario tenuto a Padova nel 2011, aveva il il titolo: “Quale grammatica a scuola?”
    Questo non vuol dire che abbia risolto i problemi di cosa insegnare e come insegnare ai miei studenti a scrivere. So che in continuazione mi metto in discussione. So che ogni anno incontro studenti con un atteggiamento sempre più approssimativo nell’uso della lingua, sempre meno attenti alle sfumature di lessico e meno competenti in grammatica. E anche molti studenti di lingua madre non italiana. Per cui sempre più: periodi traballanti, con vagoni lunghi di secondarie, senza parlare dei periodi senza principale.
    Ho potuto anche lavorare in contesti privilegiati: autoselezione degli studenti più motivati, quelli che al pomeriggio decidono di frequentare un laboratorio di scrittura. E’ un’esperienza entusiasmante. Ma al mattino è proprio la diversità che rende, o credo renda, proficua la mia ricerca di un metodo d’insegnamento valido.
    Credo che la grammatica normativa non aiuti a crescere e a ragionare. Da anni, ma non si sa perché non ha preso piede, viene affermata la validità della grammatica valenziale. Il dizionario Sabatini/ Coletti è costruito su quel modello. E sarebbe molto comodo per tutti. Ma in Italia, purtroppo, – e lo scriverei con sei p- è ai primi posti la grammatica del Sensini, niente di più inutile, niente di più inefficace. Tale grammatica è rassicurante per il docente, simile a quella che lui ha imparato ai suoi tempi, non va oltre. Impone e basta. Ecco perché è difficile per lo studente come dici tu: “studiare la grammatica sulla grammatica. Prima studi e poi fai l’esercizio, dico loro. E loro: ma se non ci capisco niente, come faccio a studiare?”. Invece gli “Esperimenti grammaticali” proposti tanti anni fa da Maria Pia Loduca, (in nuova edizione con la casa editrice Carrocci), sulla lingua di ogni giorno, quella usata nei testi degli studenti, presente nella realtà di ogni giorno, gli esperimenti possono dare un aiuto valido per un insegnamento proficuo o almeno tendente alla efficacia.
    Non posso continuare, rischio di diventare noiosa, se non lo sono già stata. Dico solo di leggere la memorabile “Lettera sul ritorno alla grammatica” del professore Sabatini. Una miniera di indicazioni. Un elemento basilare.
    http://www.unipv.it/…/lettere/…/Lettera%20sulla%20gramm…‎

  19. maria rosa Says:

    Cito M.L. Mozzi

    Capisco che il mio “pezzo” di maniera porti fuori strada, ma l’argomento della conversazione nel contesto delle ultime chiacchiere su Vibrisse penso che sia: che cosa dovrebbe insegnare la scuola pubblica sulla scrittura? Che cosa potrebbero proporre dei corsi di scrittura all’interno dell’università? Che cosa propongono quelli che già ci sono? Che cosa potrebbero insegnare i corsi privati di cosiddetta scrittura creativa? E’ opportuna una associazione degli insegnanti di corsi privati di scrittura creativa?

    In effetti se è questa la questione da focalizzare (la discussione infatti ci sta portando molto lontano, anche perchè presumo qui ci siano molti insegnanti di italiano molto appassionati), io dico sì e no.
    Sì perchè sicuramente la scrittura inserita nel contesto curricolare ed extracurricolare, educa all’espressione corretta, all’apprendimento indiretto delle “regole grammaticali” che se poste come significative per la comprensione, acquistano una valenza per sè di necessità, altrimenti la comunicazione non funziona, Ma potrebbe non funzionare per tutti. E’ questo il problema di fondo. La scuola ha soprattutto l’obiettivo dell’educazione linguistica di tutti studenti “non uno di meno” come recitava una bella pubblicazione del Giscel di alcuni anni fa. E i testi letterari non possono essere i soli testi privilegiati per il raggiungimento di questo obiettivo, possono invece accompagnare l’esperienza della scrittura con riflessioni più mirate.Ma il problema dell’eduzione linguistica deve essere affrontato nella sua totalità, svecchiando anche certe impostazioni didattite che si fondano sull’insegnamento della grammatica normativa. Perchè gli insegnanti di italiano durano molta fatica ad introdurre nella loro prassi didattica metodi molto più funzionali ( è stata citata la grammatica valenziale)? Perchè fondamentalmente non li conoscono, non sono stati formatie non si formano autonomamente. Quindi è molto velleitario pensare a che in tempi brevi possano essere trasformate le forme della didattica senza interventi formativi efficaci.
    Tornando alla scrittura nel senso indicato da M.L. Mozzi personalmente sono favorevole, anzi favorevolissima, per averla sperimentata con efficacia, ma l’impatto con gli studenti è minimo, interessa un numero molto esiguo di studenti. Specie nella scuola media, di cui si faceva cenno nel post iniziale. Quindi la risposta è anche no, può non essere sempre efficace. Se escludiamo quelle forme di intervento praticate nelle scuole fino a qualche anno fa nei progetti extracurricolari. Ma quanta ricaduta possono avere nell’educazione linguistica complessiva di tutti gli studenti? La questione è molto complessa. Di per sè, io non escludo la scrittura anche creativa, come forma e strumento, ma bisogna saperla proporre anche a quei ragazzi che non “sanno ancora parlare” attraverso tecniche di didattica che presuppongono una conoscenza teorica forte.La situazione attuale è che anche all’università arrivano studenti che non sanno scrivere. Privi di conoscenze anche teoriche di morfosintassi. All’università presso alcune facoltà vengono già da tempo organizzati corsi di recupero, di lettura e di scrittura per sopperire a questa necessità. E’ sui risultati che mi interrogo.

  20. Maria Luisa Mozzi Says:

    Due cose per me importanti:
    1. tenere uniti i ragazzi in classe, mescolare etc., oppure dividerli in gruppi di livello non ha niente a che fare con la meritocrazia, che ha un suo giro di problemi che Vibrisse ha affrontato di recente. Uniti o divisi, i ragazzi possono/devono ricevere dall’insegnante e dai compagni l’aiuto giusto per loro e anche la valutazione giusta per loro. Non pensiamo sempre a lezioni frontali: ci sono modi diversi di lavorare in aula.
    2. Sfido chunque a capire la grammatica valenziale senza conoscere la morfologia tradizionale: non è possibile.

  21. dm Says:

    Secondo me quindi in base alla mia esperienza un po’ sbiadita, nella scuola dell’obbligo imparare a scrivere significa acquisire la consapevolezza del valore della scrittura. A quel punto metà del lavoro è già stato fatto. E si scampa al semianalfabetismo di andata e ritorno. Quando è chiaro che saper scrivere è un prerequisito per esserci, allora è possibile prendersi l’altra metà. In barba alle fascinazioni dei social network, che sono tra i luoghi di destinazione del ritorno. (Voi non so, io ho parecchi amici in facebook – ed effettivi nella vita – di comprovata abilità di scrittura, almeno nella media e cioè che hanno scritto ad esempio una tesi tutta da soli, e che scrivono le idee che anno, e d’idee ce nè x tutti nei lor profili; che cmq scrivere con tutti i crismi è cosa da perdigiorno e l’inportante è avere idee chiare e ci sia un pò di sostanza, e la velocità, la velocità è importante, fare foto al piatto di spagheti che stai mangiando e fà niente se mangi anche una t e sputi un accento di più. Ecco, forse quella cosa lì non l’hanno imparata. E ho il timore che non impareranno mai. Come per il pianoforte, è bene iniziare il prima possibile non tanto per poter acquisire una manualità in età acerba quanto per mettere i mattoni della forma mentale che verrà. Il valore delle cose fa parte della forma mentale. Per esempio io ho imparato a scrivere decentemente solo dopo i trent’anni, e devo molto, molto e non la tecnica, quella è una conseguenza, a tutti quelli che mi hanno trasmesso il valore della scrittura. Punto e a capo.)

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