Appunti su alcuni romanzi cattolici

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di Demetrio Paolin

2256068Mi è capitato di leggere due romanzi molto diversi tra di loro, che mi hanno riportato a rivedere e approfondire le tesi che avevo sostenuto in questo articolo di un anno fa a proposito del romanzo cattolico. I libri in questione sono Il Dio che fa la mia vendetta (Gallucci Editore) di Federico Platania e Gesù. Un racconto sempre nuovo (Piemme) di Davide Rondoni.

I due testi sono interessanti proprio perché si può individuare in loro quella doppia tendenza del cosiddetto romanzo cattolico, che evidenziavo in quello scritto: ovvero da una parte il tentativo di ri-scrittura delle Scritture e dall’altra la possibilità di calare il credo della fede cattolica nel tempo presente e di vedere in che modo reagisce.

Provo a dire qualcosa di più sui libri. (Piccola avvertenza come sempre questi sono appunti, e come tali sono bisognosi di integrazioni e altro; anche essi come altri pubblicati su vibrisse e non solo sono parte di una riflessione più ampia che vorrei prima o poi mettere a fuoco).

Il romanzo di Platania ha, per me, una impostazione dostoevskijana. È, infatti, il racconto di una colpa, di un castigo e di una redenzione. Nello stesso tempo questa idea di fondo caratterizza anche i personaggi, alcune volte già nel nome. Prendiamo Ivan il ragazzo, ricco e da un passato discutibile che commette un involontario omicidio. Il suo personaggio ci riporta all’Ivan dei fratelli Karamazov, soprattutto perché figura di quel “nichilismo”, di quella disperazione sorda che nel personaggio di Platania si trasmuta nella totale assenza di futuro ben simboleggiata dai mobili ancora tutti inscatolati nella grande villa. C’è, poi, Tommaso che conduce una vita da impiegato comunale, privo di qualsiasi affetto o relazione, che non sia con la madre minorata da un ictus e i video pornografici su internet. In lui, nel suo rancore e nel suo desiderio di vendetta senza un vero fine, che non sia dimostrare lo schifo che ogni uomo è, vediamo perfettamente delineato l’omuncolo del sottosuolo. C’è Giovanni, l’uomo a cui viene ucciso il padre. In lui si rivedono i tratti di Dimitri, uno dei tre fratelli Karamazov, quello che forse alla fine lontano dagli eccessi di ribellione di Ivan e di mistica di Alëša decide che il mondo è così come è e non ci si può far nulla se non vivere la vita che ti viene data. Il personaggio di Platania condivide con Dimitri questo atteggiamento economico, se per “economia” intendiamo, traslando l’etimo della parola, una serie di regole su come occupare uno spazio nel mondo. C’è Don Riccardo, che ricorda Alëša dei Karamazov proprio perché come lui vive una sorta di lotta interiore (quella con la sua dipendenza dai videogame), ma che alla fine gli permetterà di trovare una nuova ragione di fede. Infine Giulia che come la Sonia di Delitto e castigo è la portatrice del miracolo e della grazia.

Il romanzo, come si evince da questo breve excursus sui personaggi, ha l’ambizione di voler andare al nodo centrale della fede cristiana ovvero alla resurrezione di dio e, quindi, alla possibilità tramite quell’evento che ognuno venga salvato. Il passaggio – la semplificazione è brutale – è dal dio vendicativo dell’antico testamento (quello a cui fa riferimento il titolo) al dio dell’amore del nuovo. Ma se l’autore lo trattasse in questo modo non ci allontaneremmo di molto dalla lezione che i bambini imparano al catechismo. In realtà questo passaggio dalla vendetta alla misericordia non è per nulla pacificante. Anzi chiudendo il libro di Platania, non esente da alcuni difetti, soprattutto un finale troppo accelerato, si comprende come la redenzione è una forma di violenza, che esige un tributo. In questo senso il dio dell’antico e il dio del nuovo testamento non sono così difformi, entrambi per siglare un patto di pace e alleanza esigono un sacrificio, ma paradossalmente il dio dell’antico ferma Abramo prima che sacrifichi il suo figlio, mentre il dio del nuovo assiste impotente (indifferente?) al sacrificio del suo figlio prima e a quello di Giulia poi.

Il libro di Rondoni invece riprende appunto il tema della ri-scrittura delle Scritture, un genere (termine semplificatorio) che ha avuto alcuni esempi di alterna qualità, ma comunque interessanti come La Gloria di Berto, Davide di Coccioli, Per amore solo per amore di Pasquale Festa Campanile o Il quinto evangelio di Pomilio. Rondoni si misura con la storia di Gesù (uso il termine storia e non vita, perché potrebbe confondersi con una delle tante Vite di Gesù, mentre in Gesù. Un racconto sempre nuovo è assente qualsiasi ipotesi apologetica o agiografica, ma anche qualsiasi intento storiografico scientifico), e compie una scelta diversa, perché si fa lui stesso narratore onnisciente. Proprio per questo tentativo che è diverso da chi opta per punti di vista diversi o marginali (l’apostolo traditore, il padre putativo etc etc) mi pare che il termine di confronto di Rondoni non stia tanto con la narrativa ma più con le opere filmiche e pittoriche. L’impressione è che l’opera più vicina a questo libro sia il Gesù di Nazareth di Zeffirelli. Questo in parte è dovuto allo stile di Rondoni che è molto curato, poetico a volte spinto all’eccesso, il che produce un effetto di maniera molto simile alla fotografia del celebre film. Gesù. Un racconto sempre nuovo non sceglie quindi l’ipotesi “pornografica” di Mel Gibson, cioè l’aderenza al testo così totale da riprodurre sullo schermo/pagina ciò che si dice sia realmente successo; né predilige l’ipotesi pasoliniana e politica del Vangelo secondo Matteo.

Il libro di Rondoni non aggiunge nulla alla figura del Cristo così come esce dai Vangeli, non ci turba appunto come fa Gibson né ci interroga come in Pasolini; risulta una bella storia e raccontata anche bene con momenti forti, che sembrano, però, esercizi di bello stile. Qualcosa di simile accade quando si guarda un quadro in un autore manierista e un Caravaggio. I soggetti sono medesimi, eppure dal quadro di Caravaggio si esce cambiati, come se il pittore fosse riuscito a portare chi guarda in una terra nuova e incognita, facendo in modo che una scena vista migliaia di volte (si pensi ad esempio alla conversione di Saulo) diventi altro.

A questa modificazione della percezione, che non avviene nel testo di Rondoni, mentre in Platania in parte accade, è legato il tema del “vero” e/o della “verità”. I due autori e i loro libri fanno i conti, come abbiamo visto in modi differenti, con una fede, che privatamente e pubblicamente – nelle loro opere – praticano. Mi pare che questi due romanzi mettano al centro un problema che se vogliamo è “ottocentesco”, ma che non è per nulla risolto o pacificato, ovvero se l’opera di finzione possa essere “latrice” di vero. Questa tensione presente nel “fingere per dire la verità” è il sintomo di una nevrosi tutta italiana della narrativa che ha il suo fulcro, guarda caso, nell’autore cattolico per eccellenza: Alessandro Manzoni. Credo insomma che il discorso sul romanzo cattolico debba spostarsi proprio su un terreno diverso e domandarsi se sia possibile fare un’opera di verità che sia anche un’opera di bellezza (per parafrasare Keats) o se forse si debba scegliere una delle due alternative.

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14 Risposte to “Appunti su alcuni romanzi cattolici”

  1. Magda Guia Cervesato Says:

    Ciao Demetrio, bello tornare a leggerti qui. Premessa la non lettura dei due libri da cui prendi le mosse per questa riflessione, sulla questione della relazione tra opera di finzione e ‘verità’ posso pensare a essa con una bizzarra metafora: il ‘tutto’ come certe conversazione tra narcisisti in cui quel tutto appare perfettamente sensato e coerente tranne che per un’ infinitesimale sensazione di non senso, una sottilissima percezione che il discorso fili, la logica pure e tuttavia rimane un frammento di stridore con quel tutto perfettamente ragionevole. Posso vedere le cose, tutte le cose, come leggermente sbilenche, sebbene formalmente dritte; un tutto manipolabile e manipolante, in cui è quel ‘leggermente’ a renderci umani abili sabotatori di noi stessi (‘In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo’ – S. Paolo). Posto dunque questo mio sbilenco ragionamento, oltre alla convinzione di qualcuno secondo cui – a spanne – ‘nessuno può dire solo la verità, nemmeno il più grande dei mentitori, ma in quel che dice c’è del vero, tocca ascoltarlo, e proprio in quello sforzo sta l’Amore’, direi che l’opera di finzione può decisamente essere ‘latrice’ del vero. Riguardo al tuo paragrafo finale invece, e congruamente con quest’ ode al ‘fingere per dire la verità’, non capisco bene cosa tu intenda con necessità di scelta tra bellezza e verità (che, detto tra noi, mi è sempre parso slogan un pò troppo da t-shirt per essere vero 🙂 per il romanzo cattolico?. Dal tuo testo deduco che ‘bellezza’ qui stia per foriera di modificazione della percezione altrui versus grazioso esercizio stilistico, e non conoscendo i due libri non posso entrarCi o meno, Ma per ‘bellezza’ (anche in questo senso) io credo possa valere il simmetrico concetto di ‘percezione oscillante’ valido per il ‘vero’ di cui sopra.

  2. marco Says:

    “Beauty comes from the fair and fit, Augustine says.”
    “I don’t follow.”
    “In other words, it’s a kind of byproduct of the elegance with which an object meets its purpose. A work whose purpose is to be beautiful gets trapped in circularity. It can’t ever succeed in that goal. Beauty can only be arrived at while meeting some real need. So what’s the point? What’s the thing writing is supposed to do, the aim it’s after that along the way produces its beauty?”
    “You don’t think the need for beauty is a real need?”
    “Sure we need it,” she said. “But it already exists without us. ‘Two things fill the mind with ever new and increasing wonder and awe. The starry heavens above me and the moral law within me.’”

    Christopher Beha, What Happened to Sophie Wilder

    “Il bello discende dal giusto e dall’adatto, dice Agostino”.
    “Non ti seguo”.
    “In altre parole, è una specie di sottoprodotto dell’eleganza con cui un oggetto assolve alla propria finalità. Un opera il cui proposito è essere bella finisce intrappolata in un circolo vizioso. Non potrà mai raggiungere il suo scopo. La bellezza può essere raggiunta solamente quando viene soddisfatto un bisogno reale. Qual’è il punto allora? Che cos’è questa cosa che la scrittura dovrebbe fare, l’obiettivo verso cui tendere che lungo il percorso crea la bellezza?”
    “Non pensi che il bisogno di bellezza sia un bisogno reale?”
    “Certo che lo è,” disse lei. “Ma la bellezza non ha bisogno di noi per esistere. ‘Due cose riempiono la mente con meraviglia e stupore sempre nuovi e crescenti. Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.'”

    Traduzione mia, veloce. Non so se faccio un buon servizio al libro da cui è tratto, un bel romanzo (cattolico, probabilmente) uscito l’anno scorso negli USA – non vorrei si pensasse sia un lungo dialogo socratico con citazioni di Agostino e Kant – ma mi sembrava apposito.
    Per come sono descritti, invece, i romanzi di Rondoni e Platania non mi attirano per nulla.

  3. Un romanzo di impostazione dostoevskiana | Federico Platania Says:

    […] Su Vibrisse, Demetrio Paolin analizza il mio ultimo romanzo Il Dio che fa la mia vendetta. […]

  4. demetrio Says:

    Provo a chiarire un po’ di cose se riesco. Il discorso sulla bellezza e la verità. In primo luogo, parto dal commento di Marco, la bellezza che descrive Agostino è un canone a noi lontano perché mi pare modellata più sulla “ordo” tipica della arte retorica; ovvero la bellezza è una sorta di eleganza delle parole che però sono messe al servizio di un discorso; Agostino, a quanto ricordo ma è passato troppo tempo da quegli studi, allarga questo discorso facendo della bellezza la “disposizione” del creato. Questa ipotesi agostiniana funziona ancora oggi? Non so. Prendiamo certi tipi di pittura: Bacon è bello o brutto, e Burri, o le performance della Abramovic in che modo rispettano le regole agostiniane dell’ “ordo” e della “dispositio”?
    Ci sono due libri che sto leggendo e che in un certo senso e su cui vorrei ragionare prima o po: il primo è L’apparire del Bello di Curti (Bollati e Bolinghieri editore) e l’altro è La nevrosi di Manzoni di D’Angelo (il mulino). Porto due esempi Leopardi in A Silvia dice: “All’apparir del vero/ tu, misera, cadesti…”. Silvia, ora semplifico, rappresenta per Leopardi la bellezza, la poesia e la giovinezza: appena nell’orizzonte della poesia appare il “vero” lei cade e muore. Non vi pare una immagine significativa?
    E Manzoni quando nel Discorso sopra il romanzo storico dice che infine compito dello scrittore è la verità e che quindi non la poesia, non il romanzo, ma la storia e la storiografia sono necessarie e importanti. E ricordiamoci che sempre Manzoni nel carme in memoria di Carlo imbonati parla di “santo vero”.
    Noi, come autori, scrittori, critici o anche semplici lettori, abbiamo questo tipo di cultura alle spalle, e su questo ecco io credo che sia importante interrogarsi.

    d.

  5. andrea barbieri Says:

    “Bacon è bello o brutto, e Burri?”

    Spero tu stia parlando della loro faccia.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, Demetrio domanda se e come le opere di Bacon o Burri o Abramovic rispettino le regole agostiniane dell’ “ordo” e della “dispositio”. Non sta compiendo il sacrilegio di mettere in dubbio la bellezza delle opere di B, B e A.

  7. demetrio Says:

    Andrea come diceva Giulio io mi ponevo dei dubbi su tre autori che ad esempio io amo moltissimo e le cui opere trovo “belle”, ma se dovessi il perché sono belle non userei la terminologia che usa Agostino. Ecco mi chiedevo questo e cercavo di ragionarci.

    d.

  8. enrico ernst Says:

    gentile Demetrio. Si tratterebbe forse di intendersi sul termine “verità”, e in second’ordine sul termine “bellezza”. Vediamo.
    Occorre forse considerare la verità in un modo “basic” e “semplice” oltre le seduzioni della filosofia, della teologia, lasciando stare cioè il “disvelamento” (aletheia) dei greci, ripresa da Heidegger, o il Verum integrale, o la critica alla metafisica ecc.
    Consideriamo la verità come ciò che è intersoggettivamente verificabile (realà fattuale) oltre il “recinto ideale” dell’opera (letteraria poetica). Romanzi come “Gomorra” o come “Resistere non serve a niente” di Siti, possono giustificare un discrimine tra realtà fattuale e realtà d’invenzione, o finzionale. Esempio. A un certo punto Siti dice che il personaggio che si chiama come lui, Walter Siti, ha pubblicato “Molti Paradisi”. Ora, noi possiamo dire che storicamente un tale che si chiama Walter Siti ha pubblicato pure lui un romanzo, ma si intitola “Troppi Paradisi”. Possiamo dire quindi che lo scrittore, qui, usa una “verità anfibia”. Un mix di piccola bugia e di verità. Che tra l’altro fa sorridere. Altri elementi, in Saviano e in Siti, possono ricadere sotto lo stesso vaglio: si possono dire “veri” o “finzionali” (letterari)? Con strumenti che eccedono l’opera noi possiamo a buon diritto rispondere alla domanda con un sì, con un no, con un distinguo.

    Decidere se quel segmento d’opera (al limite coincidente con l’opera stessa) sia vero o meno, c’entra qualcosa con la bellezza, con la sua bellezza? Mi verrebbe da dire: no. O decisamente no. Abbassando due volte il termine “bellezza”: ciò che soggettivamente mi piace, mi tocca, mi entusiasma ecc. e ciò che piace al “grande mondo” (per esempio, dei lettori in genere: il libro vende, o dei critici: il libro ottiene ottime/pessime critiche sulla stampa ecc.). Si noti che nel secondo caso, il giudizio sulla bellezza dell’opera potrebbe essere “agonico”, discutibile, discusso, contrastato: al pubblico piace, e se ne ciba; la critica stronca ecc.
    Quello che si può aggiungere è che personalmente questa riduzione del concetto di bellezza, per quanto mi riguarda, esaurisce fino a un certo punto quello che io credo sia, la bellezza. Si veda una bella discussione di Vibrisse sul sublime. Ecco il sublime, la bellezza, questo fenomeno che fa sì che un uomo, una donna tocchino con la loro opera la profondità , e quasi l’essenza fragile e potente dell’umano, facendo vibrare corde importanti nell’animo del singolo e della collettività dei “fruitori”. Un fenomeno che scuote le fondamenta stesse della prospettiva umana. E, come affermi tu, Demetrio, icon una sorta di capacità trasformativa. Narcisismi e manierismi, così come intensioni troppo scopertamente commerciali e per così dire “senz’anima” (prodotti) sembrerebbero privi di questa impalpabile qualità. Va da sé che se “saliamo” di questo grado forse anche il termine “verità” si modifica, per assumere il colorito di una singolare, coraggiosa autenticità di vedute. Perdona, Demetrio, la lunghezza dell’esposizione.

  9. andrea barbieri Says:

    Demetrio, non c’è bisogno di una teoria che ci dica se un’opera è bella o brutta, possiamo dirlo noi.

  10. demetrio Says:

    e andrea questa tua posizione è a sua volta “teorica”, tipo la teoria della percezione soggettiva.

    d.

  11. dm Says:

    Teorica è la “posizione”, mentre può anche non esserlo la ricezione dell’opera. E questo è tutto.

  12. andrea barbieri Says:

    Demetrio, come scrive dm il problema è la ricezione. Hai presente quei mini teatri che si formano nei musei con la guida a spiegare la bellezza dell’opera come estensione di qualche presunta norma compositiva, percettiva, religiosa, politica eccetera; a quel punto il pubblico vede solo la guida, cioè la norma, mentre il dipinto è retrocesso a elemento scenico.
    Quindi suggerisco, per esempio, di farsi un giro per gli Ex essiccatoi di Città di Castello che sono la nostra Rothko Chapel coi grandi quadri di Burri, lasciando le teorie all’ingresso come le scarpe nelle case giapponesi.

  13. Magda Guia Cervesato Says:

    Leggendovi ripenso a parole di Valter Binaghi sull’argomento nella mia disarmante incapacità a non ripensarle un poco ogni giorno: l’unica via d’uscita dall’antinomia fiction-realtà, da un non-vero e non-falso nel senso di verità storica, rimane quella del vero dal punto di vista del simbolo, quello che annuncia qualcosa arrivando dove è pronto che arrivi nello scatto di una risonanza. @Demetrio, mi piace qui ricordare come Valter introdusse questo concetto a seguito di un tuo testo e discorso su verità/finzione: con la possibilità di una ‘mossa del cavallo’ rispetto al concentrarsi sull’essere o non essere. L’interlocuzione tra io e l’altro, insomma, l’inevitabile cambiamento del testo al cambio dell’interlocutore (in riferimento qui alla serietà dello scrittore, non all’estetica per cui qualcosa è magari bellissima ma futile, e all’idea di necessità come idea di percezione in cui non si sta contrabbandando un’ideologia ma scrivendo il grado zero di qualcosa); una verità che proprio perchè non si sa cosa vede è aperta a tutto, non risiedendo ma dimorando nella verità. Mi è venuto in mente questo discorso anche oggi leggendo la critica di un giornalista (M. Matzuzzi su Il Foglio, 2/10/13) ai contenuti delle supposte intemperanze mediatiche di Papa Francesco e riassunte nel suo articolo con una conclusione che intendeva essere giudizio negativo mentre io trovo positivo: “Bergoglio non parla di Verità assolute e come tali incontrovertibili, affida al primato della coscienza la capacità di discernere ciò che giusto da ciò che non lo è”. L’autore, in tutta la sua (per me invidiabile) autorevolezza in campo teologico, teme che questa semplicità espressiva da parte del Papa non possa portare che alla percezione generale di un misero ‘invito alla misericordia’. Io invece percepisco il suo (del giornalista) timore come quello di uomo travolto da una ragione tanto ipertrofica da mangiarsi quel salto d’intuito che egli non intravede, e per cui la sua lettura della parola papale non può che rimanere al punto che indica come altrui limite certo. Per me la sua parola è dunque futile ombra dell’idea mentre la semplicità che Francesco esprime nell’alludere ad altro è l’Idea. Ma ognuno scruta dai buchi della serratura che può. [@Giulio. Non ho virgolettato ciò che di Valter andrebbe virgolettato, ovverosia quasi tutto, perchè tratto da appunti sparsi].

  14. Note di lettura: “Il Dio che fa la mia vendetta” di Federico Platania. | vibrisse, bollettino Says:

    […] un recente intervento di Demetrio Paolin apparso un po’ più di un mese fa proprio qui su Vibrisse, bollettino: “… il dio dell’antico e il dio del nuovo testamento non sono così […]

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