Appunti presi al volo per un manuale di scrittura in versi ancora tutto da scrivere (e che probabilmente non scriverò mai)

by

di giuliomozzi

1. Perché un manuale di scrittura in versi? Perché la scrittura in versi esiste.

2. Gli usi sociali delle scritture in versi: per musica, per diletto e spasso, per egocentrismo, per l’arte.
Ad esempio: a Padova è d’uso, quando uno si laurea, appendere al muro il cosiddetto “papiro”: contenente una caricatura del laureato (spesso oscena) e una sorta di storia (oscenissima) della sua vita.
Ecco un’antologia di papiri.
Ed ecco un frammento abbastanza tipico di una di queste “vite in versi”:

Clicca sul ritaglio per l'intero papiro.

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Ora, per dirne una: su sedici versi, dodici rime grammaticali; e ben sei in -are. E non c’è un verso che sia un vero verso. E’ difficile con contenuti del genere, per carità, “fare poesia”: ma forse si potevano fare dei versi migliori, e con rime un po’ più varie…

3. Quindi si tratta di “scrivere in versi” e non di “fare poesia”.

4. Imparare a scrivere in versi non significa imparare a fare l’endecasillabo, il settenario, l’ottonario eccetera. Significa imparare che la tradizione (quella colta, quella popolare, quella pop – overo il popolar-industriale) ci consegnano dei modelli, delle forme; modelli e forme che sono strumenti per la comunicazione al pari della grammatica e della sintassi.
Per tornare all’esempio dei papiri: possiamo facilmente immaginare che una forma più accurata avrebbe creato una “tensione” tra la forma stessa e il contenuto osceno; col risultato, magari, di far diventare l’osceno un po’ più sorprendente e un po’ più divertente.

5. Almeno nella tradizione italiana, e ancor più nel tempo presente, la poesia si è dotata di una lingua propria, ben distinta da quella della prosa. Questa lingua va conosciuta. Ovviamente è tutt’altro che obbligatorio adeguarvisi. Nel Novecento quasi ogni poeta (dico quelli che troviamo nelle antologie) ha cercato di forgiarsi una lingua propria, fortemente individualizzata (arrivando a usare dialetti di comunità ristrettissime, magari in buona parte inventati…).

6. Ci sono i pittori della domenica e i pittori professionisti. Ci sono gli artisti che troviamo alla Biennale di Venezia e i pittori i cui quadri finiscono negli alberghi e nelle trattorie. Questi e quelli non fanno la stessa cosa. Ma questi e quelli hanno una cosa in comune: la tecnica; e alcuni modi d’invenzione (più o meno convenzionali, più o meno creativi ecc.).
La tecnica (comprensiva di alcune procedure d’invenzione) è l’unica cosa che si possa insegnare.
Nelle trattorie possiamo trovare quadri che impediscono la digestione e quadri che la favoriscono. Spesso i primi hanno tecnica rozza, i secondi tecnica più raffinata.

7. La poesia non è solo lirica. O quantomeno – nel tempo presente – non è solo lirica nel senso di espressione diretta e immediata di sentimenti dell’io. E, naturalmente, non è detto che l’io che parla nel testo in versi debba necessariamente identificarsi con l’io biografico di chi scrive.

8. La poesia in metro tradizionale si fa riconoscere come “poesia” proprio per il metro. Il metro contribuisce, per così dire, a formare un contesto che ci permette intanto di riconoscere il testo come “poesia” (a prescindere dal giudizio di valore), e poi ci aiuta a comprenderlo. La poesia in metro libero non ha questo vantaggio alle spalle: ogni poesia (o ogni gruppo di poesie ecc.) deve formare da sé, inventandolo, il proprio contesto.
Per questa ragione è bene che chi voglia scrivere in metro libero conosca bene, e sappia praticare, i metri tradizionali.
Mi viene in mente un amico pittore. Un giorno fece una mostra di quadri monocromi: tutti neri. A guardarli bene, si vedeva che non tutti i neri erano uguali; che le pennellate erano date diversamente in ciascun quadro; eccetera. In un angolo, l’amico aveva attaccato al muro con una puntina un disegno: un nudo maschile a matita. Tecnicamente impeccabile. “Che ci fa quel disegno lì?”, gli domandai. “Ce l’ho messo perché i visitatori non pensino che ho fatto i quadri neri perché non so fare altro).
Per la stessa ragione in un mio libro di testi molto informi, Il male naturale, inserii all’inizio un racconto tecnicamente raffinatissimo (secondo me, eh!: e magari altri non saranno d’accordo).

9. Leggere una bella canzone, a es. Il pescatore di De André. Mostrare un po’ di cose:
– che è un testo costruito su un altro testo (nei Vangeli, la storia della donna accusata di adulterio; l’ultima cena con lo spezzare del pane, o forse piuttosto la cena di Emmaus);
– che usa un metro popolare, il novenario, pochissimo usato nella poesia “alta” (con eccezioni, es. Pascoli, dove però l’uso di un metro popolare ha scopi preziosistici);
– come nella poesia popolare, la rima è spesso assonanza (pane: fame, ecc.), abbondano le ripetizioni (“Vennero in sella due gendarmi / vennero in sella con le armi”);
– come spesso nella poesia popolare, i versi coincidono con unità sintattiche, sono organizzati a coppie talvolta analoghe nella forma sintattica, eccetera.
Confrontare Il pescatore con, che so, Autogrill di Guccini: che funziona in tutt’altro modo: è in sostanza una variazione sulla Signorina Felicita di Gozzano; usa rime ricercate (e gioca con le rime), ecc.
Dal punto di vista del “genere letterario” (e non c’entra, ripeto, il giudizio di valore) la canzone di Guccini tende verso la “poesia alta”, quella di De André verso la “poesia popolare”.

10. Lavorare su elementi semplici:
– ripetizione,
– variazione,
– ritorno,
– opposizione,
– contrasto,
– sorpresa,
– ampliamento (amplificatio),
– concisione,
per arrivare a
– articolazione.

13 Risposte to “Appunti presi al volo per un manuale di scrittura in versi ancora tutto da scrivere (e che probabilmente non scriverò mai)”

  1. manu Says:

    titolo:
    come prendere la vita per il verso giusto

  2. Federico Platania Says:

    Pensa che quando ho letto il titolo ho creduto che “in versi” si riferisse a “manuale”, non a “scrittura”.

    Una cosa del tipo:

    Vuol la grammatica tradizionale
    che sian dieci le parti del discorso.
    C’è verbo e avverbio e poi c’è il sostantivo,
    articolo, preposizione e numerale,
    pronome, congiunzione ed aggettivo,
    e la sempre divertente interiezione.

    etc…

  3. Giulio Mozzi Says:

    Sei poeta? Non ti serve
    né manuale né rimario:
    basta l’intima tua verve
    a formar l’immaginario:

    ma se invece tal non sei,
    e far versi per te è un gioco,
    ‘sto consiglio ti darei:
    un manual non giova poco.

    E buonanotte al secchio, e anche a me.

  4. Alessandra Celano Says:

    anch’io avevo pensato, per un attimo, come Federico Platania. Oltretutto, “1. Perché un manuale di scrittura in versi?” è un perfetto endecasillabo.
    E comunque, Giulio, spero proprio che questo manuale lo scriverai.

  5. dm Says:

    (Di primo acchito pure io ho interpretato il titolo come Platania e Celano). Credo che potrebbe essere cosa buona e utile, questo manuale di scrittura in versi.

  6. monica Says:

    anch’io, come Federico e Alessandra e dm. quanti altri?

  7. Morena Silingardi Says:

    No, io no: mi è parso da subito un decalogo (ché Giulio ci ha abituati a fare stare tutto in dieci punti). Ovvio che io il manuale lo prenoterei da subito, un po’ come quando si compra una casa “sulla carta” dando fiducia al costruttore, anche perché i motivi per scriverlo li condivido in pieno.

    Non c’entra nulla, ma c’entra: voi la conoscete questa?

    Diceva l’oste al vino: “Tu mi diventi vecchio,
    ti voglio maritare con l’acqua del mio secchio”

    Rispose il vino all’oste: “Fai le partecipazioni:
    sposo l’Idrolitina del Cavalier Gazzoni!”

    (pare anche sia da attribuire a Luciano Folgore)

  8. Alessandra Celano Says:

    Moena, io me la ricordo.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Io ci facevo i campi scuola con la parrocchia.

  10. RobySan Says:

    E io che, nella frase “per musica, per diletto e spasso, per egocentrismo, per l’arte”, il “per diletto” l’ho letto come “per delitto“?
    Devo proprio cambiare gli occhiali.

    Molti poeti improvvisati tendono, per un non tanto velato e un po’ rabbioso senso di rivalsa, a scriver parodia; come il deficiente che crede di parodiare Dante ripetendo questi versi (vecchi come il cucco):

    Nel mezzo del cammin di nostra vita
    Mi ritrovai nel culo una matita
    Ahi, che dolor, che dolor, che dolor
    Era una Bic a dodici color

    Vagli a spiegare che la Commedia è scritta in terzine e non in quartine, che le rime non sono baciate, che una rima baciata di endecasillabi tronchi è un po’ triviale… niente! sei un secchione che non apprezza l’ironia (l’ironia?), che non vuoi che si tocchi ciò ch’è sacro, sei un puritano perché ti offende la parola “culo” (come se nella Commedia scarseggiasse la merda) e altre baggianate così. Hai un bel cercare di convincerlo che per parodiare Dante occorre saper scrivere, almeno decentemente, in terzine incatenate e che con gli endacasillabi tronchi (o sdruccioli) non si deve eccedere ecc. Niente da fare: quello continua imperterrito col suo “che dolor, che dolor, che dolor” che ti viene voglia di andare a cercare questa signora

    Si può aggiungere “per parodia” alle cause e alle ragioni dello scrivere in versi. Prenoto sin da ora una copia, con rilegatura pesante, per sporgere omaggio al babbione di cui sopra.

    P.S.: spero di non avere sbagliato a riportare il link (pure ‘sta volta)

  11. Rez Says:

    Scusi, Mozzi, forse non si è accorto delle bestemmie contenute nei rebus del “papiro” che si apre cliccando sull’immagine.

  12. Paolo Gallina Says:

    @RobySan
    ed elli avea del cul fatto trombetta
    (Inferno, Canto XXI)
    Non scarseggia la merda e ci sta pure il culo.

  13. RobySan Says:

    @Paolo Gallina: questo gesto, da parte di Malacoda, non ci può stupire.

    In effetti, nella Commedia, il “cul” è un hapax. La merda è nominata esplicitamente solo due volte e una volta sola l’unghie merdose. Non è che abbia esagerato, il Dante (per verificare si può vedere a http://www.intratext.com, che è una vera miniera). I parodisti, di solito, esagerano in modo monocorde.

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