Lodi del corpo maschile / Un madrigale trans

by

di Silvia Cassioli

[Vuoi partecipare alle Lodi del corpo maschile? Leggi qui. Per leggere tutte le Lodi del corpo maschile, guarda qui].

È giovane, e risoluta a farsi operare.
Non desiderava altro che questo,
di ricucire la sua piaga interiore
ricoprirsi di un fitto crine scuro
e avvicinarsi, in questo, al Cristo.
È la sua forma di voto sponsale
l’imitazione del padre via ormonale.

Tag:

51 Risposte to “Lodi del corpo maschile / Un madrigale trans”

  1. Lidia Says:

    Complimenti, Slvia. La chiusura, soprattutto, mi piace molto.

  2. silvia cassioli Says:

    Grazie, Lidia.
    L’idea è venuta da questo:

    PER LA MONACAZIONE DI SILVIA DELLA MARRA

    Al padre di lei, duca della Guardia

    Verginella innocente in bianco velo,
    miro pura donzella,
    tutta candida e bella,
    far de la sua beltà giudice il cielo;
    calca i fasti e le pompe e sembra umile,
    in sua tenera età, giglio d’aprile.

    Nel suo casto voler ferma ed immota,
    tronca il biondo tesoro
    e consacra quell’oro,
    Berenice novella, al ciel devota;
    e di Cristo imitando il regio crine,
    la sua tenera fronte orna di spine.

    Veste candida lana e bianco lino,
    che si ritorce in onda
    cosi pura e gioconda,
    che somiglia in candor terso armellino;
    e ben dovea chi di colomba ha il core,
    di colomba vestir l’almo candore.

    Che si trova in questa antologia di lirici marinisti:

    http://archive.org/stream/liricimarinistic00crocuoft/liricimarinistic00crocuoft_djvu.txt

  3. Morena Silingardi Says:

    Bella la lode e bella l’ispirazione. Brava Silvia Cassioli, le tue sintesi letterarie sono efficaci come Le Figure.

  4. rosaria64 Says:

    grande Silvia–rimembri-arcor

  5. Barbara Buoso Says:

    Mi piace, molto. Brava Silvia!

  6. Maurizio Paolucci Says:

    Mi piace Silvia…Bravissima!

  7. andrea barbieri Says:

    Uno, il titolo, che forse non è nemmeno di Silvia ma di Giulio.
    La parola “trans” sia come sostantivo che come aggettivo è usata nella lingua inglese dagli attivisti, per esempio la campagna “Stop Trans Pathologization”. In italiano le cose stanno diversamente, le associazioni tendono a usare come sostantivo o aggettivo “transessuale” oppure, – ma ha un significato più ampio – “transgender”. “Trans” è una parola che la stampa e il senso comune hanno reso stigmatizzante attribuendo alle persone transessuali un forte disvalore. Se al rispetto della dignità attraverso il lessico non badano prima di tutti gli scrittori, chi dovrebbe farlo?

    Due, la frase “È giovane, e risoluta a farsi operare.”
    Perché parlare di una persona transessuale concordando gli aggettivi secondo il sesso anagrafico? Quando ci rivolgiamo alle persone non controlliamo i cromosomi sessuali né esploriamo le mutande, guardiamo semplicemente il ruolo di genere. Se una persona vive nella società con un ruolo di genere corrispondente al sesso sociale maschile, significa che la sua identità di genere è maschile. Apostrofarla al femminile significa negare quell’identità di genere, dunque negare l’identità della persona. Purtroppo per i negazionisti, in Italia l’identità è un diritto fondamentale, e va rispettata. Quando dico che va rispettata non mi riferisco genericamente al mostrarsi educati. Certo, si spera sempre che basti l’educazione. Ma quando questa manca, va ricordato che c’è un obbligo giuridico chiamato “dovere di solidarietà sociale” (art. 2 Cost.). Questa non è una recente scoperta del diritto, ma un obbligo chiarito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 161 del 1985 esprimendosi proprio sulla legge 164/1982, cioè le “Norme in materia di rettificazione di attribuzioni di sesso”:

    “[…] sia assicurato a ciascuno il diritto di realizzare, nella vita di relazione, la propria identità sessuale, da ritenere aspetto e fattore di svolgimento della personalità. Correlativamente gli altri membri della collettività sono tenuti a riconoscerlo, per dovere di solidarietà sociale.”

    Come vedete la sentenza osserva che la negazione dell’identità di genere è un ostacolo allo svolgimento della personalità. Capite bene quanto questo atteggiamento sia contrario al principio personalista che ispira la nostra costituzione.

    Tre, la frase “l’imitazione del padre via ormonale”.
    Nonstante non esista eziologia dimostrata della transessualità, e nonostante il nuovo DSM 5 stabilisca chiaramente che non si tratta di un disturbo psichiatrico, ancora oggi non soltanto il senso comune, ma anche la pratica medica porta avanti, soprattutto in Italia, il retaggio della patologizzazione. In particolare si tende scorrettamente a impostare terapie psicologiche come se la transessualità dipendesse da traumi familiari rimossi. Quindi è bene attribuire alla persona transessuale il rispetto che si attribuisce a tutte le altre persone, evitando di stigmatizzarla con immaginarie e suggestive patologie di tipo psicoanalitico, come di qualsiasi altro tipo.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Il titolo è dell’autrice.

    “Trans” è una parola che la stampa e il senso comune hanno reso stigmatizzante attribuendo alle persone transessuali un forte disvalore.

    Esattamente come gay, giusto?

  9. rosaria lo russo Says:

    non saprei, da quel poco che mi risulta ai gay non da fastidio che si appellino gay, ai trans che si appellino trans. a firenze sono usati due termini (fra i molti, con maggior frequenza) spregiativi: buco per gay e travello per trans. conosco bene Silvia e so che non ha inteso manifestare disprezzo per i trans nel suo madrigale,e che la psicologizzazione basic é da intendersi ironicamente. ma sentiamo cosa ha da dire lei! parla, o Silvia!

  10. silvia cassioli Says:

    Non mi pare di essere stata irrispettosa nei confronti di nessuno, ma mi dispiace se qualcuno si è sentito offeso. Però il politicamente corretto non c’entra con la poesia. Non stiamo parlando di un articolo di giornale, né delle mie opinioni sui transgender o altro. Io penso che nella vita non si dovrebbe guardare al sesso nemmeno per compilare un passaporto, ma nella letteratura spesso c’è bisogno di guardare piú che nelle mutande: dentro. Detto questo, il madrigale esprime un punto di vista molto parziale e discutibilissimo. La questione del trans (“trans” e non “transessuale” per non spostare l’accento sul sessuale, non mi risultavano connotazioni di valore) qui è un pretesto per dire quanto faccia parte dell’amore il desiderio di travasare nell’altro, tutto qui. Di diventare l’altro. È un tema che mi sta a cuore in generale, e che in questo madrigale si declina nel tentativo di imitare un modello particolare (quello piú stereotipato di tutti: legge bene Rosaria). Che sia una modalità del desiderio femminile, il desiderio di diventare maschi? questa semmai la domanda: ma è una domanda che produce la situazione complessiva, non riguarda il personaggio in quanto transgender. Il tema è il rapporto con l’altro e la negazione di sé, che ciò avvenga nelle modalità di passaggio da F a M serve solo a connotare nel tempo questo desiderio, a scioglierlo in un esito specifico. Uno dei tanti, non un campione rappresentativo, e al di là del bene e del male.

  11. Morena Silingardi Says:

    Quando leggo risposte come quella di Silvia Cassioli, tanto bene argomentate quanto sincere, mi si allarga il cuore e penso sia possibile intendersi fra simili.

  12. rosaria lo russo Says:

    ben detto, Morena!

  13. dm Says:

    Mi pare proprio utile il commento di Andrea Barbieri, ed è quindi un merito ulteriore dell’autrice quello di aver provocato la discussione. Ovviamente è possibile una critica eticamente intransigente del testo poetico. Certo non può pretendere di esaurire il testo, e non mi pare lo scopo delle puntualizzazioni di Barbieri.

  14. andrea barbieri Says:

    Silvia Cassoli, il problema è che lei non ha idea di cosa sia la transessualità, nonostante questo ha ritenuto di poter scrivere quello che ha intitolato “madrigale trans”. Ne è uscito un madrigale di stereotipi sulla transessualità.
    A monte c’è l’idea bizzarra che si possa fare letteratura senza conoscere a fondo le soggettività che si rappresentano.

    Quanto alla sua ‘argomentazione’, leggere che la negazione linguistica dell’identità di genere è riducibile a una questione di politicamente corretto, mi provoca tristezza. Lei sostiene questo nonostante le abbia fatto notare che l’identità di genere in Italia è riconosciuta come diritto fondamentale della persona umana, e nonostante la sentenza della Corte Costituzionale citata spieghi perfettamente che la negazione colpisce la dignità di una persona nella sua possibilità di svilupparsi nella vita di relazione. Scusi ma cosa c’è di più sostanziale di un linguaggio che impedisce la vita di relazione?

    Provi a considerare queste critiche come un momento per imparare qualcosa per altre scritture, magari la spingerà ai gender studies. La questione, come accade spesso, non è di essere o no sinceri, essere o no transfobici, è più semplicemente di conoscenza, perché sono sicuro che lei non ha alcuna intenzione transfobica, anzi sarebbe portata all’accoglienza. Ma se non si conoscono le cose, purtroppo il linguaggio parla per noi, e vede che non parla bene perché sedimenta pregiudizi profondi.

    Ho anche pensato per qualche giorno se intervenire o no perché è sorprendente che in un ambiente chiuso alle questioni di gender come quello della letteratura italiana si parlasse di soggettività transessuale ponendola tranquillamente accanto a quella canonica, cioè cisgender.
    In fondo è una cosa significativa. Quindi ho aggiunto il mio intervento su ciò che non andava non perché avrei voluto cancellare, ma per integrare ciò che ha scritto in modo da permettere comunque una lettura informata e rispettosa.

    @ Mozzi. Non direi. ‘Gay’ non comporta la negazione dell’identità di genere, la negazione del diritto al nome, non è utilizzato come sinonimo di escort, non è associato all’uso di droga, eccetera. Sulla transessualità la costruzione dell’abiezione è massima.
    Provo a dare comunque un senso alla tua domanda, forse volevi dire che attraverso una riappropriazione la parola stigmatizzante può essere ribaltata di segno. Questo è successo sicuramente per esempio con ‘queer’, ma la riappropriazione avviene portando la parola fuori da stili di pensiero stigmatizzanti, in un contesto creativo e rispettoso dell’identità.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, volevo dire appunto ciò che hai capito. E mi pare che il tuo sia un discorso “stigmatizzante”; mentre quello di Silvia sia “creativo”.

    Silvia sostiene che il suo testo non parla di ciò di cui tu credi che parli; le tue osservazioni sarebbero quindi semplicemente fuori luogo. A me sembra che abbia ragione.

  16. silvia cassioli Says:

    Mettiamola così (per riprendere una domanda di Giulio): si può scrivere di una donna senza essere una donna, o di un transgender senza essere un transgender? Io dico di sì, altrimenti la letteratura sarebbe piuttosto noiosa (e di solito lo è, quando diventa settoriale). Lei pensa, Andrea, che io non sia abbastanza informata per parlare di transgender, può essere, non ho fatto studi specifici se non letture molto disordinate (Preciado, e poco altro). Però le assicuro che non avrei usato lo stesso linguaggio parlando in un altro contesto. Questo madrigale l’ho scritto per descrivere una parabola umana specifica, e ho avuto bisogno di farlo cosí, calcando su uno stereotipo. Penso che si possa parlare di stereotipi a qualsiasi genere si riferiscano, anche se mi rendo conto che per esempio in Italia siamo ancora talmente pieni di pregiudizi che si dovrebbe usare qualche cautela in piú nei confronti dei soggetti meno tutelati. Ma per l’appunto è proprio quel tipo di cautela che non si concilia con lo scrivere aperto. Lo scrivere aperto è un territorio allergico alle strettoie del “questo andrebbe detto così” o “questo nuoce o non nuoce alla causa”. Fra l’altro, io non so lei, ma a me piacciono degli autori a prescindere dalle loro idee. Anzi le dirò che di solito mi piacciono di piú quelli che politicamente sento più lontani. Questo non c’entra, ma comunque: spero di essermi spiegata. E in ogni caso, grazie per i vostri interventi.

  17. andrea barbieri Says:

    “si può scrivere di una donna senza essere una donna, o di un transgender senza essere un transgender?”

    Prima di rispondere alla tua domanda, Silvia, vediamo se è posta correttamente. A me pare di no, perché presuppone che scrivere di una donna (sott. cisgender) sia lo stesso che scrivere di una persona transgender.
    Perché non è così?
    Perché le persone transgender diversamente da quelle cisgender sono 1. invisibilizzate, 2. non riconosciute come soggettività (ovviamente sono due aspetti connessi). L’effetto è che sappiamo molto sulle persone cisgender di sesso opposto, e quasi nulla sulle persone transgender.

    Allora quando rispondo sì alla tua domanda devo aggiungere che nel caso delle persone transgender è preliminare un percorso per nulla scontato, laborioso, di conoscenza.

    Tu, se ho inteso bene, hai spiegato che il tuo testo (io ho parlato solo di quello, non delle tue opinioni che non mi interessano) è scritto con l’intenzione di utilizzare la transessualità ftm come “pretesto per dire quanto faccia parte dell’amore il desiderio di travasare nell’altro, tutto qui. Di diventare l’altro.”
    Insomma usi la transessualità come punto di vista. E’ una buona idea perché mette in scacco molte certezze rivelando gli aspetti di costruzione del gender.

    Che tu abbia voluto rappresentare la transessualità ftm è indubbio, si parla di “farsi operare”, di “ricoprirsi di un fitto crine scuro” che è l’effetto del testosterone, di “imitazione via ormonale”, oltre naturalmente a “trans” nel titolo, e al ‘ricucire la piaga che – mi pare – in questo contesto suggerisce a un livello più simbolico il rifiuto del proprio sesso percepito come ‘piaga’, e la riassegnazione chirurgica come ‘ricucitura’. Tutto questo è l’esteriorità di quella che in medicalese si chiama transessualità primaria.

    Tu però vuoi rappresentare il ‘divenire l’altro’ in un legame di amore (sott. l’altro sessuale che significa simbolicamente l’Altro tout court). Ma questo non c’entra nulla con la transessualità, perché la persona transessuale non sta diventando l’altro, sta diventando ciò che è. Diventare non è nemmeno la parola giusta. Sta riallineando il corpo alla propria identità di genere. Non è una differenza di lana caprina, è come ho detto sopra più volte questione di identità sessuale, di comprensione della realtà. Per questo va usato il femminile anche prima dell’eventuale operazione, cioè quando la persone è in termini tecnici (non medicalesi ma adottati dalla medicina) transgender. Era già un uomo! non era maschera, imitazione.

    Insomma a mio parere la transessualità non può diventare metafora di questo movimento psicologico che a te interessa narrare e che chiami travasare nell’altro, diventare l’altro. Non è la soggettività giusta, se tu l’hai scelta a mio parere è perché non la conosci.

    La mia critica non è un’ingiunzione che arriva dall’esterno della letteratura come potrebbe essere un debunk attivista. La critica viene da dentro, sto cercando di dire che per fare buona letteratura, e la buona letteratura è aperta (all’umano), bisogna conoscere con attenzione tutte le soggettività (“humani nihil a me alienum puto”). (E un antispecista potrebbe sottolineare, a ragione, quanto la mia apertura sia ancora limitata).

    Ho anche cercato di pensare, perché mi piace ciò che vuoi raccontare, se c’è un’altra soggettività che ha qualche corrispondenza col ‘travasare nell’altro, diventare l’altro’. Il suggerimento viene (inconsapevolmente?) da te quando hai detto che hai letto Beatriz Preciado. La sua soggettività non è transessuale ma queer. La sua attitudine verso il gender è esplorativa e creativa perché la sua identità di genere sfugge le polarizzazioni (la transessualità è comunque una polarizzazione perché si è o uomini o donne transessuali). Il drag king è stato uno dei linguaggi che ha adottato per farsi concretamente altro sessuale e simbolicamente l’Altro. Ecco mi viene da pensare che si poteva scrivere un Madrigale queer.

  18. andrea barbieri Says:

    Curioso… senza volerlo ho usato il tu. Va bene lo stesso spero.

  19. silvia cassioli Says:

    Andrea, grazie per il tu e per il tuo chiarimento. Penso che in questo tu abbia ragione, che la parola più giusta a descrivere la situazione sarebbe stata queer. Però la poesia certe volte ha bisogno di essere più superficiale, di pescare in un bacino più largo, insomma di avvantaggiarsi della polisemia. E infatti “trans” per me non era uguale a “transessuale” (non lo sarebbe nemmeno “queer”: ma si impara sempre qualcosa).

  20. dm Says:

    Ero al Cox18, uno storico centro sociale milanese, non ricordo più quando, credo un paio d’anni fa. Ero lì per ascoltare Antonio Moresco, degli altri scrittori che avevano letto in serata e avrebbero letto dopo di lui, m’importava non molto, avevo fatto un centinaio di chilometri in autostrada e stavo aspettando, appunto, che salisse sul palco. Accanto avevo un ragazzo che, non so più secondo quale criterio, aveva letto delle sue cose prima. Uno di quelli tremendamente ‘impegnati’ che s’impegnano poco ad ascoltare perché parlano troppo, e di qua e di là, la polizia il potere balle varie, i centri sociali ne sono pieni. Ecco, a un certo punto sale Antonio Moresco, pochi preamboli, inizia a leggere un brano da Canti del caos, in cui si menziona un pappone (“il domatore”) e al centro ci sono le vicende, come sempre incarnate nel linguaggio di Moresco, non verosimili insomma, di alcune prostitute. Che mi combina il giovane impegnato? Comincia un discorso, a voce alta a beneficio degli scagnozzi ma non solo, sulla presunta “infedeltà”, o una parola inappropriata di questo tipo, delle narrazioni di Moresco rispetto alla realtà. Perché la tratta delle prostitute si fa in un altro modo. E le prostitute “di colore” non vengono da quel Paese lì. Etc etc. E col suo impegno è riuscito a rovinarmi il momento, diciamo che si è impegnato assai. Poi ho scoperto che apparteneva ad una “fazione” intellettuale opposta a quella di Moresco, ma questo è un altro discorso.
    Mi è venuto in mente quest’episodio leggendo la discussione. E non è un’analogia: i commenti di Andrea Barbieri mi sono sempre molto utili per capire cose di cui so poco. Per aprirmi spazi di ricerca. E questo è uno di quei casi.

  21. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, la mia impressione è che tu non stia parlando del testo di Silvia Cassioli; e che dove ne parli, t’inganni.

    Ti ho già fatto notare che anche il termine “gay” nasce con connotazioni negative, ecc.

    Tu scrivi:

    Due, la frase “È giovane, e risoluta a farsi operare.”
    Perché parlare di una persona transessuale concordando gli aggettivi secondo il sesso anagrafico?

    Non è vero che Silvia Cassioli concorda gli aggettivi secondo il sesso anagrafico. Nel personaggio del “racconto” il sesso apparente coincide con il sesso anagrafico. Silvia Cassioli – coerentemente col fatto di raccontare in terza persona – nomina il personaggio secondo il sesso apparente.
    Sostenere che Silvia Cassioli concorda gli aggettivi secondo il sesso anagrafico è un mero espediente polemico. Sarebbe come se io sostenessi che Melville descrive il capitano Achab come privo di una gamba perché ha letto la lettera di dimissione dall’ospedale.

    Scrivi anche:

    la frase “l’imitazione del padre via ormonale”.
    Nonstante non esista eziologia dimostrata della transessualità, e nonostante il nuovo DSM 5 stabilisca chiaramente che non si tratta di un disturbo psichiatrico,…

    Ma il testo di Silvia Cassioli non accenna minimamente a disturbi psichiatrici. Desiderare di imitare qualcuno non è “disturbo psichiatrico”, né secondo il Dsm né secondo il buonsenso.

    In sostanza, Andrea: a me pare che tu reagisca a cose che nel testo di Silvia non ci sono. E che quindi il tuo discorso sia tanto ineccepibile quanto impertinente.

  22. andrea barbieri Says:

    Giulio, scrivi:
    “Nel personaggio del ‘racconto’ il sesso apparente coincide con il sesso anagrafico. Silvia Cassioli – coerentemente col fatto di raccontare in terza persona – nomina il personaggio secondo il sesso apparente.”

    Le interazioni sociali nell’ambito del genere non possono essere basate sul sesso apparente (il fenotipo) su cui si determina anche il sesso anagrafico (per forza coincidono!), perché se fosse così soltanto una minoranza estremamente esigua di persone transessuali potrebbe essere accolta nel genere cui sentono intimamente di appartenere. Infatti inevitabilmente qualche particolare del loro corpo tradirebbe il sesso anagrafico, e a quello verrebbero ricondotte nell’interazione sociale, dunque negando la loro soggettività. Esperienza che per una persona transessuale è psicologicamente devastante come si può facilmente immaginare. Quindi se una persona transessuale nonostante le terapie mostra ancora caratteri sessuali riferibili al sesso stabilito alla nascita, andrà comunque appellata secondo il genere elettivo. Questa è civiltà.

    A cosa bisogna riferirsi allora per capire qual è il genere elettivo?
    Abbiamo detto che il faro è l’identità di genere della persona. Questa è espressa nell’interazione sociale attraverso il “ruolo di genere”, mentre NON ci riferiremo all’apparenza sessuale altrimenti utilizzeremmo un criterio discriminatorio: la ‘passabilità, la capacità di ‘passare per’ f o m che ovviamente non è uguale per tutt* e non può essere un requisito di accettazione sociale. Il ruolo di genere viene espresso in tanti modi, il più comune sono gli indumenti, ma può essere persino un atto formale, per esempio: una persona invia una lettera alla propria azienda comunicando l’inizio della transizione e indicando il nome d’elezione. Gli altri sono tenuti a riconoscere il nuovo genere indipendentemente dalla “passabilità”. Naturalmente l’identità di genere viene espressa anche narrandola, comunicando la propria esperienza, le proprie aspirazioni, per esempio gli step della terapia ormonale e chirurgica eccetera.

    Poi scrivi:
    “Desiderare di imitare qualcuno non è ‘disturbo psichiatrico’, né secondo il Dsm né secondo il buonsenso.”
    Hai slittato il significato: non si parla semplicemente di imitare qualcuno, ma di imitare qualcuno assumendo ormoni sessuali, che fino al 2012 era un comportamento classificabile nel disturbo dell’identità di genere (DSM IV-TR) e che sicuramente è ancora considerato genericamente una ‘malattia mentale’, una ‘perversione’ dal senso comune.

    @ tutt*, vi ringrazio
    in particolare Silvia a cui ricordo che il 30 settembre scade il concorso Ilustrarte (ilustrarte.net, se non lo hai fatto dovresti mandare qualcosa perché mi sembrano tavole interessanti); e Daniele Muriano che mi ha tirato un po’ su il morale dicendo che questi interventi possono servire a qualcosa.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Dunque, Andrea, desiderare di imitare il padre “per via ormonale” non è disturbo psichiatrico secondo il Dsm: dici ciò che ho detto anch’io. Il “buonsenso” è tutt’altra cosa dal “senso comune”: il “senso comune”, oggi in Italia, a es., ritiene che le tasse siano una disgrazia; il “buonsenso” sa che le tasse servono a far funzionare i servizi pubblici eccetera.

    Ti sei mai domandato a quale genere appartenga io?

  24. andrea barbieri Says:

    Giulio il discorso della depatologizzazione è piuttosto complesso, in questo modo banalizzi un po’ troppo.
    Senso comune ha parecchi significati, prova ad avvicinarti al significato che intendo io, perché tra interlocutori ci vuole prima di tutto carità interpretativa.

    Ritengo sia impossibile parlare di gender con te, non fa parte della tua cultura e ti comporti come se questa lacuna potesse essere colmata con una competenza nella retorica. Naturalmente è una mia impressione, ma credo sia impossibile levarmela dalla testa. Sinceramente a me non pare che quello che ho scritto ti possa servire, nemmeno in futuro, perché è chiaro che propone un cambiamento radicale nella letteratura, e porta a leggere diversamente quello che è stato scritto finora. Qualche anno fa Buffoni su Nazione Indiana osservava: “Ma ci rendiamo conto che – quando l’università italiana si deciderà ad aprire ai Gender Studies – dovremo riscrivere interi capitoli di storia della letteratura?”.

    E tutto questo è ancora poco, perché continuano a mancare i disability studies, l’antispecismo e chissà che altro…

  25. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, scrivi:

    …Senso comune ha parecchi significati, prova ad avvicinarti al significato che intendo io, perché tra interlocutori ci vuole prima di tutto carità interpretativa.

    Eh, ho usato io per primo l’espressione “buonsenso”. Prova dunque tu ad avvicinarti al significato che intendo io, ecc., e soprattutto prova a non barattarla con l’espressione “senso comune” che ha tutt’altri significati.

    Ritengo sia impossibile parlare di gender con te, non fa parte della tua cultura e ti comporti come se questa lacuna potesse essere colmata con una competenza nella retorica. Naturalmente è una mia impressione, ma credo sia impossibile levarmela dalla testa.

    E siamo all’argomento ad hominem: come sempre, tu credi di risolvere la discussione con puri strumenti retorici. L’argomento è doppio: perché non solo “è impossibile parlare di gender con me” (argomento contro di me), ma è anche “impossibile levarti dalla testa” questa impressione (argomento, paradossalmente, in favore tuo).

    (Precisazione: i due capoversi precedenti sono – spero evidentemente – paròdici, tanto che a es. il mio “come sempre” è sua volta un argomento ad hominem; ciò non toglie che io consideri serie le argomentazioni che contengono).

    Ma io, qui, con te, Andrea, non sto “parlando di gender”. Sto parlando di testi (quello di Silvia Cassioli, i testi della discussione). Ho cominciato col notare che ciò che tu andavi dicendo era, secondo me, non pertinente rispetto al testo di Silvia Cassioli. Ho continuato cercando di farti notare come tu, nella discussione, talvolta proceda perdendo per strada la pertinenza ossia facendo dire all’interlocutore ciò che non ha detto (vedi lo scambio tra “buonsenso” e “senso comune” ecc.).

    Hai tralasciato di rispondere a una mia domanda, che qui ripeto: Ti sei mai domandato a quale genere appartenga io?

  26. Giulio Mozzi Says:

    Altro esempio, Andrea. Tu scrivi:

    Le interazioni sociali nell’ambito del genere non possono essere basate sul sesso apparente (il fenotipo) su cui si determina anche il sesso anagrafico (per forza coincidono!),…

    In questa frase ammetti che il “sesso anagrafico si determina sul sesso apparente (il fenotipo)”. L’uso della parola fenotipo è un po’ tirato per i capelli (Wikipedia: “l’insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un organismo vivente, quindi la sua morfologia, il suo sviluppo, le sue proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento”) o, a scelta, pressoché metaforico. Ma non è questo il punto.

    Il punto è: perché, Andrea, pur essendo consapevole che il “sesso anagrafico” è una mera iscrizione documentale del “sesso apparente”, in questa discussione tu preferisci usare l’espressione “sesso anagrafico”?

    Una cosa è – mi pare – certa: che parlare di “sesso anagrafico” (la cosa determinata) anziché di “sesso apparente” (la cosa determinante) è un espediente retorico.

    Parlare di “sesso anagrafico” è un po’ fare come il Metternich, quando disse (al Congresso di Vienna) che “Italia” era una “espressione geografica”. Perché le carte dell’anagrafe, come diceva detto il Bismarck dei trattati internazionali (ma qui non ritrovo la citazione, sempre che l’attribuzione tradizionale sia autentica) sono, appunto, semplici “pezzi di carta”.

    L’espressione “sesso apparente”, quindi, valorizza l’apparenza, ciò che si vede, ciò di cui abbiamo esperienza; “sesso anagrafico” svalorizza le medesime cose. Da notare, poi, che mentre l’apparenza è mutevole, l’esperienza può rivelarsi fallace, può arrricchirsi o approfondirsi, ecc., l’anagrafe è invece di per sé fissa e immutabile. Ovvero, dire a uno “tu ti basi sul sesso anagrafico” significa accusarlo di non dare valore all’esperienza, di non essere disposto al mutevole, di avere rigidità mentale, di basarsi su semplici pezzi di carta, di confondere la realtà con le espressioni geografiche.

    Questo per dirti, Andrea, che sentirmi accusare di abuso di retorica da parte di una persona che ne fa uso a piene mani – mi pare un po’ bizzarro. (Io non ti accuso di abuso di retorica. Mi limito, come in queste considerazioni, a cercar di mostrare come funziona la tua retorica).

  27. silvia cassioli Says:

    Infatti di che genere una persona è? Mi sa che il genere è una piccola parte di una persona, specie quando questa scrive (in senso artistico credo più che in sensi altri, ma chissà?). E dunque. vale la pena porre gli steccati giocosamente posti in questa ardita impresa delle lodi del corpo maschile? Si può, nell’ era cosiddetta genericamente postumana, non tener conto appunto di tutto il caos di cui la pedante ma illuminante specillazione di Andrea ci rende edotti? la mia risposta, e la natura sciocchinamente ironica e provocatoria dei miei interventi stava a inconsapevolmente dimostrarlo, è no. Non si può più ribaltare la frittata e lodare il maschio come i nostri padri letterati lodarono le femmine (e mi ricordo che in un mio saggio e anche in un poemetto usai la definizione paradossale di federico Sanguineti, filologo dantesco, autore dell’ edizione critica più recente della Commedia, secondo cui Beatrice più che una donna è un trans… o forse lo dedussi? La mia memoria è scarsa e fantasiosa). Sta di fatto che la donna cosiddetta angelicata è più maschio che femmina, più il frutto dello sguardo maschile che della realtà corpodesiderante delle femmine, e che quindi, certo che attraverso i gender studies (purchè fatti bene, e non ne ho letti molti fatti bene, infognati come sono dagli ingenui ideologismi della cultura universitaria americana e americaneggiante) si potrebbe e dovrebbe reinterpretare non solo alcuni autori, credo che franco Buffoni si riferisca a Penna, a Saba…, ma antropologicamente tutta l’ antropologia letteraria 8materia che non esiste mentre dovrebbe).
    Ho sempre pensato, per esempio, che la Yourcenar fosse molto più uomo che donna, leggendo i suoi romanzi.
    Giulio, caro! Tu potresti essere piuttosto una tastiera del pc? o un angelo paradisiaco? o una vecchia Olivetti? Sta di fatto che mi piace di più Il culto dei morti nell’ Italia contemporanea che l’ inesistenza metrica e citazionista di Mariella Prestante.
    Quanto a me, da guitta felice solo in guitteria, sono materia e spirito in perpetua metamorfosi matreica sperando di ridurmi, da sempre, quanto prima, in spirito (sempre che duri anche poi).

    Ahimè, sono Rosaria, e solo ora mi accorgo di avere scritto dalla pagina di Silvia Cassioli!… sarà un atto non mancato?

    CIAO A TUTTI DA, ROIPETO, IL CORPO DIGITANTE DI ROSARIA LO RUSSO 8per chiarezza, non per megalomania)

  28. Giulio Mozzi Says:

    L’articolo di Buffoni citato da Andrea è qui.

    Ne cito un frammeno un po’ più lungo di quello citato da Andrea:

    Chi ha fatto coming out ne conosce bene il prezzo in termini di rapporti sociali, lavorativi, famigliari. Questo prezzo diminuisce quanto più numerose sono le persone che compiono coming out.
    Ma ci rendiamo conto che – quando l’università italiana si deciderà ad aprire ai gender studies – dovremo riscrivere interi capitoli di storia della letteratura: da Pascoli a Palazzeschi a Montale, da Rebora a Gadda a Pavese…?
    E per i non letterati, non sarebbe tutto diverso e più onesto – per l’appunto – se Lucio Dalla e Roberto Bolle (per fare solo dei nomi) lo ammettessero apertamente e con orgoglio?
    Proprio così: onestà e orgoglio.
    Invece in Italia siamo al paradosso nel paradosso: negano di essere gay – o comunque si negano alla possibilità di essere onesti sul proprio orientamento sessuale – persino Renato Zero e Franco Zeffirelli.

    A me viene in mente che da un pezzo si discute se i sonetti di Shakespeare siano dedicati a un uomo o a una donna, a un uomo per mascherare una donna, ecc. ecc.: però i sonetti sono là, e sono belli comunque si risolva la questione.
    Ma il punto non è questo.
    Il punto è che tanta produzione letteraria (soprattutto poetica, credo) trova radice (almeno sul piano dei contenuti) nella patologizzazione forzata di desideri (non solo nell’ambito sessuale o del genere) ritenuti dalla società del tempo – e magari dallo stesso autore – inammissibili, appunto patologici eccetera.

    Che Proust abbia dato al Marcel del suo romanzo un’amante e non un amante – per fare un esempio patente – non è irrilevante. E’ possibile leggere (e godere) il romanzo senza saper nulla della cosa; non si può fare storia della letteratura (quindi storia delle società letterarie, storia degli orizzonti d’attesa del pubblico, storia dell’editoria eccetera) ignorando questa cosa.

  29. RobySan Says:

    “È giovane, e risoluta a farsi operare.”

    In questo verso la voce narrante parla in terza persona. Si riferisce al sesso apparente del soggetto (“risoluta”). Poiché il soggetto è “risoluto a farsi operare”, vuole dire che non è ancora stato operato. Anche se una terapia ormonale è già cominciata, non è affatto detto che i caratteri sessuali secondari coincidano con quelli che il soggetto vorrebbe avere (infatti, se non gli interessasse di “apparire esteriormente come appartenente all’altro genere” perché mai l’operazione e gli ormoni ecc.?). Quel che Andrea Barbieri mi pare chiedere (al di là delle questioni di retorica) è una voce narrante onnisciente: l’autore-voce narrante “deve sapere” che il soggetto intende-pensa-precepisce se stesso come “maschio” e soffre della distonia conseguente la sua apparenza esteriore “femminile” (cosa per la quale un non onnisciente che l’incontri direbbe: “buongiorno signorina”, senza pensare di avere detto chissà quale corbelleria). La voce narrante che “sa” dovrebbe quindi iniettare questa sua “conoscenza a priori delle cose” (a priori, perché altrimenti non sarebbe onnisciente) dicendo “È giovane, e risoluto a farsi operare” riferendosi così al genere quale è quello che per sé il soggetto percepisce e intende. Il sesso “anagrafico” proprio non capisco cosa c’entri: chi ha determinato il sesso anagrafico ha semplicemente fatto un’osservazione obiettiva (con le conoscenze e i mezzi tecnici a sua disposizione) all’atto della nascita (e che altro poteva fare? scientificamente proprio nulla: non c’è modo di sapere come un soggetto nato oggi percepirà se stesso tra vent’anni. Si potrà, al più, chiedere che i reparti di ostetricia degli ospedali e le anagrafi comunali non registrino alcuna indicazione relativa al genere e la lascino definire al soggetto stesso, non appena raggiunta la maggiore età o giù di lì): di conseguenza il sesso anagrafico coincide con quello apparente, almeno nella maggioranza dei casi (non vi è mai capitato di osservare che un bimbo, alle elementari, venga scambiato per una bambina o viceversa? succede. In questo caso, semplicemente, si corregge l’errore, senza la necessità di tirare una copia della Costituzione e un Trattato di Retorica sulle gengive di chi è andato errato). La voce narrante ha ammesso la propria “non onniscienza” riferendosi al soggetto secondo il sesso apparente, non quello anagrafico (esattamente come fa chiunque incontri chiunque altro). L’autrice ha poi commesso, almeno apparentemente, un errore fatale; “Non desiderava altro che questo”: qui l’imperfetto genera equivoco (“desiderava”, ma “desidera” ancora o no?). Il “desiderare” è relativo alla volontà di “farsi operare”, di “ricucire la piaga interiore” ecc. Allora se “desiderava” è già stato operato (il soggetto) e ciò che segue è già in atto (la trasformazione dell’apparenza di genere e la pacificazione, almeno parziale, tra ciò che sente di essere e ciò che al resto del mondo appare). Forse (e sottolineo “forse”) si sarebbe dovuto dire, semplicemente, “Non desidera altro che questo”. Proviamo a riscrivere in questo modo:

    È giovane, e risoluto a farsi operare.
    Non desidera altro che questo,
    di ricucire la sua piaga interiore
    ricoprirsi di un fitto crine scuro
    e avvicinarsi, in questo, al Cristo.
    È la sua forma di voto sponsale
    l’imitazione del padre via ormonale.

    Così la “transizione” non è ancora perfezionata e il madrigale è “trans” perché la voce narrante afferma ciò che è irriducibile desiderio del soggetto: traslare di genere a tutti gli effetti (percepibili). E’ compito e responsabilità del lettore quello di sceverare il fatto che è di un soggetto “femmina” che vuol diventare “maschio” (e che ha fatto un “voto” che ancora non è sciolto) che si sta parlando. Se invece scrivessimo:

    È giovane, e risoluta a farsi operare.
    Non desidera altro che questo,
    di ricucire la sua piaga interiore
    ricoprirsi di un fitto crine scuro
    e avvicinarsi, in questo, al Cristo.
    È la sua forma di voto sponsale
    l’imitazione del padre via ormonale.

    daremmo al lettore una visione immediatamente più percepibile della cosa, giacché la voce narrante esplicita la “visione” del soggetto come percepito dal sentire e dal vedere comune, cioè dall’apparenza. E il madrigale è ancora “trans”: il soggetto è transgender, la transizione di genere ancora NON è compiuta.

    L’autore ha il pieno diritto di decidere come la voce narrante che mette in campo debba esprimersi (anche di decidere se debba o meno essere “onnisciente”). Ha il pieno diritto di giocare con i tempi verbali. Ha il pieno diritto di trarre il lettore in inganno o di costringerlo a estreme acrobazie interpretative.

    Le mie “proposte di modifica” non hanno altro scopo se non quello di cercare di districare, in questa foresta, il mio stesso pensiero. Non ho alcuna pretesa di insegnare nulla a nessuno giacché non sono un letterato. Inoltre non ho alcuno strumento (conoscenza) per poter argomentare circa il fatto che una “gender transition” possa “compiersi”, cioè essere completa e percepita come tale dal soggetto, oppure no.

    Accidenti a voi: una notte insonne, m’è costato tutto questo!

  30. silvia cassioli Says:

    Osservazione molto interessante, RobySan. Ci avevo pensato a questo imperfetto. Ma è giusto che sia così, l’imperfetto serve ad alimentare l’ambiguità: il soggetto è sulla soglia, non è né di qua né di là, né tutto prima né tutto dopo, è a cavallo fra passato e presente. E grazie per aver chiarito il “risoluta” (al maschile non si sarebbe capito niente, e si sarebbe perso qualcosa a proposito della “piaga”).
    Sono Silvia davvero, scusate ma in questi giorni abbiamo un computer in comune, con Rosaria.

  31. silvia cassioli Says:

    … dico che non si sarebbe capito niente perché il titolo è una mia aggiunta successiva per Vibrisse.

  32. Giulio Mozzi Says:

    Roby, scrivi:

    …Anche se una terapia ormonale è già cominciata…

    Questo il testo non lo dice (né lo esclude).

    …Allora se “desiderava” è già stato operato (il soggetto)…

    Direi di no. Se dico: “Ho comperato un biglietto per un viaggio alle Maldive. Lo desideravo da tanto…”, non se ne può inferire che io abbia già compiuto il viaggio alle Maldive.

    Peraltro, se scrivessimo

    È giovane, e risoluto a farsi operare.

    avremmo la brutale assimilazione di una identità transessuale a un’identità maschile.

  33. dm Says:

    Sì ma, scusate, è vero che se l’autrice avesse avuto le premure (e le nozioni forse) a cui si fa cenno il testo poetico sarebbe stato più vicino, umanamente, alla situazione e al soggetto che tratta? Secondo me, sì. E com’è ovvio il realismo c’entra poco. Parola scivolosa per me, ma come altro dirlo: se la poesia può andare verso il bene è sensato dire che la critica e l’invito di Barbieri vadano in questa direzione (riconoscimento, considerazione, accoglienza, etc)? Secondo me, sì.
    Ecco cosa io traggo dalla discussione.

  34. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Daniele, il realismo è ormai considerato generalmente, nell’ambito della critica letteraria, come un effetto di stile. Quindi, come giustamente dici, c’entra poco.

    (Nella seconda metà del Seicento Despréaux scriveva: “Solo il vero è bello, solo il vero è amabile / perciò deve regnare ovunque, anche nella favola”. Manzoni riusò circa un paio di secoli dopo la formula “Solo il vero è bello”. Potremmo riusarla anche noi, tenendo conto che il “vero” è probabilmente una cosa per Despréaux, una per Manzoni, e molte per noi… Difficile sostenere che “solo il vero è amabile”, dopo “La verità ti fa male, lo so”).

    Credo che la poesia possa avere l’ambizione di andare verso il bello.

    Mi è difficile – per tutta la mia formazione – pensare che “bello”, “giusto”, “bene” ecc., essendo tutti predicati del dio, non siano in qualche modo (ma in quale modo? Questo è il problema…) sinonimi.

    La mia esperienza di lettore mi dice che vi sono opere alla prima lettura anche disgustose, che sembrano tendere a tutt’altro rispetto a ciò che mi pare “giusto” e “bene”, e che tuttavia al giusto e al bene sembrano – a lettura più approfondita – arrivare, magari quasi involontariamente. L’esempio canonico è quello dei romanzi maggiori di Céline.

    La mia impressione, come ho già cercato di dire, è che il discorso di Andrea Barbieri – dico discorso, e non “critica”, perché (ripeto) mi pare che ciò che Andrea dice abbia pochi appigli col testo di Silvia Cassioli – dimentichi (tra altre cose, ma è questa che qui m’importa) che una legge che stabilisce che cosa è legale e che cosa no, un testo medico di riferimento (autorevolissimo) che dice che cosa è sano e che cosa no, ecc., fanno un lavoro piuttosto diverso da quello dell’arte. Un discorso critico può dire, e magari anche aver ragione di dire, che una certa opera (o qualcosa di una certa opera) è illegale o insana o immorale eccetera. Ma ho l’impressione che tutto questo abbia poco che fare con la bellezza.

  35. RobySan Says:

    @Giulio:

    a) ho scritto “fosse” che poi ho corretto in “è”, avrei dovuto lasciare “fosse”.
    b) nel tuo esempio il soggetto l’ha comprato, il biglietto, e nel mio è stato operato proprio perché “lo desiderava tanto”
    c) non necessariamente: avremmo una assimilazione a ciò che il soggetto percepisce di sé e la voce narrante (onnisciente) affiderebbe al lettore l’arduo compito di “comprendere”. Cosa che ho scritto abbastanza chiaramente, credo.

    Infine concordo con te nel temere che questa serie di considerazioni non abbia molto a che fare con la bellezza, ma sarai d’accordo che non solo la bellezza conta.

    Vi lascio, ché stanotte voglio dormire.

  36. dm Says:

    Per me che sono uomo della strada col libro in mano, realismo è una parolaccia spesso usata da talenti di mezza tacca a corto di viscere. Ma come non scritto. Ovviamente son d’accordo con te, se il mascalzone scrive un capolavoro gli si perdona, in sede critica, il razzismo l’omofobia e quasi tutto, per lo meno così si dovrebbe fare per non passare per fessi (io che non son critico ma forse un po’ fesso sono misi da parte Le pelle di Malaparte disgustato dal campionario d’immoralità di quel venditore di sporcizie, ottimo scrittore.) Però qui la situazione è diversa. Non sono un bravo avvocato ma posso dire che quello di Barbieri a me pare più che un discorso sul testo un discorso all’autore, all’autrice pardon, che in sintesi è più o meno “senza nulla togliere alla bravura, guarda che se conoscessi più a fondo certe cose potresti anzi metterla a frutto per dire di più e più precisamente, da un punto di vista umano…” Insomma, mi sembra che la notazione riguardi, alla fin fine, il processo creativo alla base della scrittura di un testo come questo. Inoltre, non mi pare che la mascalzonaggine sia un elemento saliente dell’orizzonte creativo dell’autrice. Se ad esempio (un esempio che mi accredita ulteriormente quale uomo della strada) ai testi di Charles Bukowski si sottraessero determinati “difetti morali”, resterebbe poco. Non credo sia il caso della nostra autrice. Riporto: “La questione … è più semplicemente di conoscenza, perché sono sicuro che lei non ha alcuna intenzione transfobica, anzi sarebbe portata all’accoglienza.” Insomma, perché non mettere a frutto il talento e le buone intenzioni non solo per il bello ma anche in favore di una giusta causa (e la depurazione del linguaggio dagli automatismi comuni sembra proprio esserla)?
    Non ci perde di sicuro la bellezza.

  37. andrea barbieri Says:

    RobySan scrivi:
    “Il sesso ‘anagrafico’ proprio non capisco cosa c’entri: chi ha determinato il sesso anagrafico ha semplicemente fatto un’osservazione obiettiva (con le conoscenze e i mezzi tecnici a sua disposizione) all’atto della nascita (e che altro poteva fare? scientificamente proprio nulla: non c’è modo di sapere come un soggetto nato oggi percepirà se stesso tra vent’anni.”

    Giulio Mozzi ha la stessa perplessità:
    “Il punto è: perché, Andrea, pur essendo consapevole che il ‘sesso anagrafico’ è una mera iscrizione documentale del ‘sesso apparente’, in questa discussione tu preferisci usare l’espressione “sesso anagrafico”?

    E’ la domanda che mi posi leggendo per la prima volta la definizione di disforia di genere negli standard di cura di WPATH:
    “Gender dysphoria refers to discomfort or distress that is caused by a discrepancy between a person’s gender identity and that person’s sex assigned at birth (and the associated gender role and/or primary and secondary sex characteristics).”

    Perché hanno scritto che la discrepanza è tra l’identità di genere e il sesso assegnato alla nascita, invece di riferirsi direttamente ai caratteri sessuali (o apparenza sessuale o fenotipo)?
    Gli standard si basano sulla pratica clinica, quindi deve esserci un dato di realtà. Insomma concretamente il disagio trova la causa nell’assegnazione del sesso alla nascita a cui si connettono “l’associato ruolo di genere e/o ai caratteri sessuali primari e secondari”.
    Il sesso anagrafico è davvero soltanto una semplice iscrizione documentale?
    Oppure quell’iscrizione è un atto linguistico performativo che estende gli effetti pervasivamente su ogni aspetto dell’esistenza?

    La risposta è già nella definizione di disforia: al sesso anagrafico è associato un ruolo di genere. Quando si trasgredisce il comportamento che la società si aspetta, la sanzione sociale o giuridica si giustifica richiamando il sesso in cui l’individuo è nato: ricordati che sei uomo, che sei donna.
    Lo sguardo delle persone nel momento in cui scopre qualcosa di incongruente tra aspetto sessuale e ruolo di genere puntualizza che Tizia è nata uomo o Caio è nato donna, e passa al linguaggio negazionista dell’identità di genere.
    Ci sono anche episodi pazzeschi.
    Tribunale di Varese, Decreto 23 luglio 2010:
    “Dispone la rettificazione dell’atto di nascita di cui ai registri degli atti di nascita del Comune di …., Parte …. relativo a XX Andrea Sara, di sesso femminile, nata a …. il …. 2009. Si rettifichi l’atto come segue: invece di Andrea Sara il nome è: SARA Andrea; l’onomastico femminile “Sara” va anteposto al secondo nome Andrea. Ordina all’ufficiale dello Stato civile del Comune di …. di provvedere alla rettificazione disposta”

    A un’altra bambina sempre nel 2010 era stato cambiato il nome in “Giulia Andrea” dal tribunale di Pistoia. Il tribunale di Mantova aveva sostituito ad Andrea, Andrée.
    Tutto in base al D.P.R. n. 396/2000 secondo cui il nome deve corrispondere al sesso anagrafico. (Per fortuna nel 2012 la Cassazione ha messo un fermo a questo scempio in relazione al nome Andrea).
    Ma la stessa norma purtroppo priva del diritto al nome la persona transgender che vive stabilmente in un ruolo di genere elettivo pur non operata. Pensate a quanto deve essere devastante psicologicamente nelle piccole operazioni di tutti i giorni, non so una fila alle poste, essere riportata/o alle risultanze anagrafiche.

    Insomma scrivo ‘sesso anagrafico’ perché la realtà funziona così.

    [Questo è tutto quello che riesco a scrivere oggi, il tema di cosa indicare nell’atto di nascita è troppo complesso, ed è meglio aspettare quel che viene fuori dalla nuova legge tedesca che prevede l’intersessualità come terza opzione. Voglio finire le tavole per Ilustrarte non so quando potrò intervenire ancora.]

  38. andrea barbieri Says:

    Giulio, scrivi:

    La ‘brutale assimilazione’… Giulio ma che cazzo ne sai. E’ una vergogna che continui straparlare da uno stato di ignoranza assoluta.

  39. andrea barbieri Says:

    Si è cancellato questo testo testo dopo dal messaggio sopra, dopo “scrivi”:

    “Peraltro, se scrivessimo

    ‘È giovane, e risoluto a farsi operare.’

    avremmo la brutale assimilazione di una identità transessuale a un’identità maschile.”

  40. RobySan Says:

    @Andrea B.:

    ho anche scritto: “Si potrà, al più, chiedere che i reparti di ostetricia degli ospedali e le anagrafi comunali non registrino alcuna indicazione relativa al genere e la lascino definire al soggetto stesso, non appena raggiunta la maggiore età o giù di lì”

    L’identificazione di sesso e genere – piaccia o no – è ciò che di fatto sta nel sentire comune. E il “sentire comune” non è cosa che possa essere modificata per decreto.

    L’iscrizione all’anagrafe è un atto linguistico. Così come la dichiarazine dei redditi o un certificato di morte. Ma, all’interno di un qualsivoglia “contratto sociale”, siamo capaci di altro? e di meglio?

    A proposito delll’ultima asserzione di Giulio: vedi al punto c) del mio commento precedente questo. Rimane il fatto che al lettore verrebbe chiesto uno sforzo interpretativo ulteriore (il che a mio avviso, lo ripeto, è richiesta perfettamente lecita da parte dell’autore).

    Inoltre (e poi la smetto, lo giuro):

    credo che la tua attribuzione di “queer”, a questo contesto, sia fuorviante: il soggetto ha un’identità apparente (quella nella quale “il mondo” lo riconosce) che è precisa e stabile per chi la percepisce e dalla quale egli vuole muovere (traslare) per approdare a un’altra diversa, ma altrettanto precisa e stabile. Questo non è “queer”, mi pare.

  41. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, scrivi:

    Il sesso anagrafico è davvero soltanto una semplice iscrizione documentale?
    Oppure quell’iscrizione è un atto linguistico performativo che estende gli effetti pervasivamente su ogni aspetto dell’esistenza?

    Domanda (e obiezione) sensata. Le risposte sono: no, sì.

    Tuttavia, quando incontro una persona io ne vedo il corpo, ci parlo ecc.; non vedo il suo certificato di nascita.

    Scrivi anche:

    La ‘brutale assimilazione’… Giulio ma che cazzo ne sai. E’ una vergogna che continui straparlare da uno stato di ignoranza assoluta.

    Perché, invece di darmi dell’ignorante, non spieghi perché quello che dico in quella frase è sbagliato?

  42. andrea barbieri Says:

    @ Giulio Mozzi
    Penso di avere spiegato già tutto, ti invito a rileggere tutti i miei post con più calma.

    @ RobySan, probabilmente Mozzi ha sviato il mio pensiero. Lascia perdere il documento all’anagrafe, pensa all’atto di riconoscere il sesso del neonato, a come questo diventa il ‘vero’ sesso, e questo segni la ‘vera’ identità di genere, e il ‘vero’ ruolo di genere, e le ‘vere’ attitudini di quella creatura. Se identifichiamo sesso e genere, questo sarà per tutta la vita, perché la transizione è un’aggiustamento ma il corpo sessuato per tanti aspetti resta quello originario. Ecco perché occorre fare riferimento all’identità di genere espressa nel ruolo di genere.

    Non so cosa si dovrebbe scrivere all’anagrafe (‘f’, ‘m’, ‘altro’, oppure semplicemente nulla). E’ un argomento molto complesso, per risolverlo bisogna fare i conti con la società e sentire i diretti interessati.
    Ti faccio l’esempio della recente legge tedesca che riconosce la possibilità di non scrivere il sesso del neonato quando ha caratteristiche intersex. Dal mio punto di vista, evidentemente molto limitato, ho pensato che la legge spezzasse finalmente l’incanto del binarismo sessuale m-f, insomma l’idea che l’umanità è fatta soltanto di femmine e maschi, dunque fosse bene. Ma le associazioni intersex hanno ritenuto invece che la legge così sia stigmatizzante perché creerebbe di fatto un ‘terzo sesso’ con tutte le conseguenze sociali che questo può avere; e inutile perché non farebbe cessare le mutilazioni genitali degli infanti intersex (quella che chiamano chirurgia cosmetica). Effettivamente la traduzione giornalistica è stata ‘terzo sesso’ quindi le associazioni avevano ragione e io torto, nonostante la legge sicuramente attesti che il binarismo sessuale non è una classificazione soddisfacente. In altre società sarebbe diverso, esistono aree geografiche dove l’intersessualità è piuttosto frequente e ben accettata.

    Attenzione, non ho detto che questo madrigale va letto come storia queer. Il madrigale mette in scena indubbiamente la transessualità primaria, e come direbbe Mozzi il testo dice ciò che dice.
    Suggerivo invece di scrivere un altro testo usando l’identità queer come chiave per esprimere ciò che interessava all’autrice, cioè diventare l’altro per amore.
    Ne approfitto per aggiungere che inizialmente ho dovuto leggere il madrigale tre volte per capire a chi si riferisse. Sono abituato correttamente a leggere il maschile per gli ftm, trovare il femminile mi ha disorientato, pensavo fosse una persona mtf. Poi ho capito che era linguaggio negazionista dell’identità di genere. Insomma, scritto così è persino incomprensibile.

  43. Giulio Mozzi Says:

    Ah, Andrea, adesso ho capito. Non hai capito il testo di Silvia.

    La frase “avremmo la brutale assimilazione” ecc. è una frase evidentemente (ma non per te, mi par di capire) paradossale: con la quale indico il problema che tu ora illustri parlando dell’anagrafe tedesca.

    I generi della lingua italiana sono: femminile, maschile.

  44. andrea barbieri Says:

    Giulio, credo sarebbe una bella cosa che tu in questa occasione stessi ad ascoltare perché è evidente che non sai quello che dici, continui solo a confondere.

    A ogni modo queste brutte discussioni, brutte per me, che ho avuto su Vibrisse da due anni ogni volta che si affrontava qualcosa sul gender – ti giuro a ogni post mi sembrava di sturare un lavandino, con quella puzza che viene dai tubi, lo facevo, anche in questo momento, solo per senso del dovere – mi hanno fatto capire che c’era molto da fare, su me per imparare, su altri per alfabetizzare. Purtroppo penso che questo sia quasi impossibile con voi scrittori/intellettuali perché avete una corazza di idee larga e sclerotizzata. Non ci si fa nulla, vi manca la semplicità per comprendere l’altro per quel che è, ossia comprendere la sua dignità, e restituirla nelle storie. Quel che producete sicuramente immaginando di ‘scrivere libero’ è scrivere ingabbiato nel vostro habitus. L’unica dignità che sapete rappresentare è quella del vostro habitus. E la cosiddetta ‘bellezza’ che pensate di raggiungere va puntellata aggiungendo il pensiero: ha scritto senza sapere (o non voleva sapere) quindi bisogna interpretare per riportare la dignità che manca – sempre che sia possibile! Forse sarebbe più esatto dire che questa bellezza, visto che è una bellezza puntellata, non è nemmeno opera vostra. Quindi questo è solo allenamento per parlare meglio a chi ha buona volontà.

  45. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, tu sei convinto di comprendere me per quel che io sono?

  46. andrea barbieri Says:

    Giulio, lo lascio dire a te quello che sei. Per esempio una tua parte identitaria è la religione. Se parlassi come tu parli delle persone transessuali dovrei cercare di tenermi il più possibile in uno stato di ignoranza sul tuo modo di intendere la religione, e allo stesso tempo cercare di proiettare tutti i miei brillanti pregiudizi. Dovrei sicuramente dire: qui Giulio non sa nulla, anzi non vuole sapere, a causa della sua religione.
    Perché non lo dico? Perché il tuo modo di intendere la religione me lo racconti tu, io comprendo quello che mi dici. E comprendo che sarebbe una cazzata sostenere che tu qui non sai nulla perché saresti in qualche modo rintronato da dogmi religiosi. Anzi da quello che dici di te, penso che sia esattamente l’opposto, che le tue aperture, per esempio questa iniziativa di raccontare in versi un desiderio che non è usualmente raccontato, hanno dietro l’idea magnifica e misteriosa di creatura.
    Ora quello che mi fa arrabbiare è che tu hai fatto una grande confusione con tutti i tuoi interventi rendendo incomprensibile il principio che l’identità la raccontano le persone interessate. Se le persone transessuali chiedono di essere accolte nel sesso sociale d’elezione anche attraverso il linguaggio, questo diventa un dato sulla loro identità. Se chiedono di non essere patologizzate con strane eziologie psicoanalitiche perché l’identità di genere è qualcosa di innato, anche questo diventa un dato sulla loro identità. E quando la scrittrice lo scrittore rappresentano la transessualità dentro un discorso simbolico letterario, se fanno bene il loro lavoro, rispettano l’identità di quelle persone come una verità che è anche bellezza artistica.

  47. Giulio Mozzi Says:

    Scusa, Andrea, ma: se “l’identità la raccontano le persone interessate”, perché prima mi inviti a “comprendere l’altro per quel che è”?

    A me sembra contraddittorio.

  48. andrea barbieri Says:

    Non vedo contraddizione, io penso che la narrazione di sé da parte di un’altra persona sia un buon modo per arrivare a una verità sulla sua soggettività (o dignità se preferisci). Bisogna anche sottolineare che il mio discorso qui fin dall’inizio riguarda un aspetto particolare che si può chiamare ‘costituzione del soggetto’. Siccome giriamo in tondo forse il problema sta nei presupposti. Forse ritieni che basarsi sulla narrazione di sé porti tipo al… c’è gente che usa la parola ‘relativismo’, sinceramente non capisco in che senso la usano. Anzi mi pare ne abusino, e non capisco se la useresti anche tu. Purtroppo dai l’impressione di usare la retorica per dire il meno possibile, in modo da collocarti in una curiosa posizione di giudizio sui discorsi altrui invece che cercare la verità insieme al tuo interlocutore, cosa che imporrebbe di entrare nel merito e offrire un discorso senza ombre. Credo sia il tuo modo di dare qualcosa (una competenza). Ma così fingi di stare dentro la discussione, mentre guardi aspetti di coerenza dall’esterno, e io mi trovo senza un vero interlocutore. Comunque, per capirci sui presupposti, parli con una persona che è realista (il mio realismo si appoggia al senso comune – è la mia forma di ‘buonsenso’) e per quel che riguarda i valori, cognitivista, insomma non credo alla dicotomia fatto-valore. Sembra solo teoria, ma davanti ai fatti si tirano conclusioni diverse.

  49. rosaria lo russo Says:

    Purtroppo dai l’impressione di usare la retorica per dire il meno possibile, in modo da collocarti in una curiosa posizione di giudizio sui discorsi altrui invece che cercare la verità insieme al tuo interlocutore, cosa che imporrebbe di entrare nel merito e offrire un discorso senza ombre. Credo sia il tuo modo di dare qualcosa (una competenza). Ma così fingi di stare dentro la discussione, mentre guardi aspetti di coerenza dall’esterno, e io mi trovo senza un vero interlocutore.
    Dice cosí Andrea Barbieri. Dico cosí anche io, senza che ció abbia direttamente a che vedere con la questione sollevata dal madrigale trans, nella quale non entro, ma ho voluto sottoscrivere questa frase perché l’avrei voluta scrivere da molto tempo ma … Caro Giulio, ti temo. e questo impedisce una reale comunicazione. sembra sempre che tu giudichi dall’alto e che… almeno a me, mi giudichi male (intendo come poetessa e non certo per gli scherzi pubblicati in questa serie di Vibrisse, ma per altri interventi che credevo potessero essere causa di una comunicazione alla pari). In tali condizioni io mi inibisco e taccio, e se taccio per inibizione finisce che taccuio per sempre. e mi disp[iace perché ho amato alcuni tuoi libri.

  50. andrea barbieri Says:

    Ma Rosaria, Giulio Mozzi è una buonissima persona! è anche molto generoso come dimostra il fatto che è l’unico scrittore italiano che continua a interloquire in rete facendo comunità. E’ un po’ pedante, un po’ strano, ma ‘temerlo’ no dai 🙂

  51. dm Says:

    No, Giulio è temibile nel senso in cui intende Rosaria. Ma è anche l’unico interlocutore che io conosca in grado di distinguere sé dai propri argomenti, se attacchi pesantemente il suo discorso risponde prendendo le sue difese e non le proprie. Come dovrebbe essere normalmente, se la retorica venisse considerata per quello che è. Di fatto invece, nella rete come nel mondo, quando ci hai da ridire sull’argomento di qualcuno devi girarci attorno con infinite cautele; e a furia di ammorbidire, i discorsi come le relazioni perdono di profondità e spessore. E ti ritrovi in una pozzanghera di condivisione affettiva.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...