Lodi del corpo maschile / Apriamo il dibattito, ovvero la tenzone

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Ricevo poco fa questa lettera, che pubblico con il permesso dell’autore:

Caro Giulio, avevo appena finito di scrivere (faticosamente) questo sonettino quando mi sono accorto che tu stesso avevi aperta una discussione dai contenuti non del tutto dissimili. Allora ci ho pensato un po’; poi mi sono detto: “Mal che vada, non servirà a nulla e non farà male a nessuno”. Perciò t’invio il sonettino allegato, dandoti libertà di pubblicarlo o non pubblicarlo in vibrisse. A condizione, però, di non rivelare il mio nome: il barone dal quale dipende la mia carriera accademica è a sua volta poeta (pessimo, a mio giudizio), e si dice che tema la concorrenza. Le tue lettrici e i tuoi lettori sappiano che ho trentadue anni; che sono uno storico della letteratura, comparatista di formazione; e che il mio campo di studi è la poesia per musica nell’Europa del Seicento (suono accettabilmente il liuto, com’è ovvio). Questo per dire che sono tutt’altro che alieno dal simpatizzare con le forme poetiche galanti.

Ecco il sonettino:

Voi che leggete qui in vibrisse lodi
ed arcilodi della maschia ciccia,
dall’alluce del piede alla salsiccia
e dall’orecchio destro ai linfonodi:

o non vi par che in tutti questi brodi
sempre vi sia una sillaba che impiccia
o qualche rima un po’ appicicaticcia,
e che la lingua a leggerli s’annodi?

Per far poesia non basta andare a capo:
ci vuole l’umiltà di chi trascrive
ciò che gli spira Amor, di sé dimentico.

Invece qui mi par che non dimentichino
sé stesse, queste autrici: come dive
sfilan davanti al pubblico priapo.

A voler fare le cose come si deve, al sonetto dell’anonimo critico (è uno storico, ma qui fa il critico: quindi critico lo chiamo qui) bisognerebbe rispondere “per le rime”, ossia usando le stesse rime; come facevano i nostri cari poeti del Dugento e del Trecento. Ma ‘sto disgraziato ha scelto rime impossibili, in -iccio e in -apo, che per reggerle bisognerebbe essere Alighieri o Leporeo – o perlomeno lettristi. Perciò dispenserei dall’obbligo chi volesse rispondere. Certo che se qualcuna ci riesce, almeno parzialmente…

(Ma si può anche rispondere in prosa, direi).

Intanto, qui la risposta di Alessandra Celano (co-coordinatrice delle Lodi del corpo maschile):

O critico che critica le Lodi
e di presunte esibizion s’impiccia,
vorrei dirle – e per quanto un poco alticcia
non temo che la lingua mia s’annodi –

qualcosa, ricorrendo a urbani modi
senza dar fuoco, no, ad alcuna miccia,
e spezzare una lancia (un po’ molliccia…)
per questo comitato di rapsodi.

“Per far poesia non basta andare a capo”:
è verissimo quello che lei scrive.
Ma si può mai sperar che un rompicapo

di sillabe e di accenti e di sinèresi
possa sortire effetti à la Priàpo?
Più facile che stimoli la diùresi.

Chi volesse rispondere al critico (o ad Alessandra) può intervenire nei commenti. Questo articolo rimarrà in prima pagina per alcuni giorni.

41 Risposte to “Lodi del corpo maschile / Apriamo il dibattito, ovvero la tenzone”

  1. Cristina Venneri Says:

    Critico è già, lei che scioglie i nodi
    della capigliatura che s’arriccia
    ‘nanzi alla rima direi anche posticcia
    che vede coinvolte le suddette lodi.

    Per rispettare del torneo i modi,
    considerata la mole massiccia,
    il mio sonetto è rimasto in graticcia
    né andrà sul palco in fin che lo s’inchiodi.

    E nell’attesa di venirne a capo
    – ché le terzine fanno le cattive –
    sciolgo le nocche in uno stile identico

    e per far sì che sia tenuto autentico
    faccio che il mio terreno sia proclive:
    lode sia fatta all’infelice “capo”.

  2. dm Says:

    Vado di prosa. Senza la rosa. C’è un impiccio anche culturale. Mi spiego:
    Molte delle autrici delle lodi stanno adoperando tutto un arsenale amoroso secolare, tradizionalmente scomodato per le donne o per la Donna, per lodare il corpo di un uomo, oggi, al tempo delle Femen e delle fimmine ribelli e delle “meteorine trombate“. Non avvertite una dissonanza cognitiva? Non è necessario solo ribaltare i piani, bisogna pure camminare a testa in giù!

    Pars construens: dimentichiamo il birignao del cascamorto. Mettiamo in piedi un linguaggio non dico nuovo, non dico sperimentale ma almeno che sappia di vero, visto che a quanto pare il vero è difficile metterlo nel verso (e si finisce per “fare il verso”, come qualcuno diceva).
    Tenendo ferme le regole (forme chiuse, etc) perché non prendere spunto dal linguaggio pubblicitario, ad esempio, in modo critico, ovviamente?
    Mostriamogli (a quelli lì!) che le donne sanno lodare a modo proprio.

  3. Nadia Bertolani Says:

    Io sto con Alessandra da Celano
    che, pur dichiarandosi un po’ alticcia,
    risponde per le rime in forma spiccia
    all’egotista rimator sovrano

    che, col ditino alzato, anche se invano,
    si prodiga in censure e il naso arriccia
    e tenta di fermare chi pasticcia
    con le rime e gli a capo in modo strano,

    ché solo lui col liuto può rimare,
    essendo professore laureato,
    imperocché sol lui sa come fare

    essendo detentor del gonfalone
    – ché mal pensare non è mai reato –
    invano provocato alla tenzone.

  4. Mariella Says:

    Sior critico, il difetto sta nel manico
    (o nell’approccio, se vuol dirlo fine):
    perché lei pensa che sia nostro fine
    sollecitare dei lettori il manico.

    Chissenefrega! Sia men manicheo,
    mio caro: le carezze sopraffine,
    da scaricar ’na botta di endorfine,
    le pretendiam dal nostro cicisbeo.

    Qui di esibirci non c’importa punto,
    ma di giocare invece, in contrappunto
    all’ostinata volontà del maschio

    che vuole averci vergini e puttane,
    madonne e troie, demo-cul-cristiane:
    e, se ci vede libere, dà in astio.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Amico mio, ti dico: ma sei ciucco?
    Non ti rispondo, guarda, neanche per le
    rime. Mi hai scritte tante e tali perle
    che neanche un accademico bacucco.

    Del tuo ragionamento è questo il succo:
    che le poesie non è il poeta a scriverle
    ma un tale “Amor” che gliele detta – e sberle
    se sbaglia a scrivere. Ma questo è un trucco!

    È un trucco, derivante da un’ideo-
    logia che fa dell’arte il luogo in cui
    nel transeunte appare l’assoluto.

    Sull’Hegel, caro mio, io non ci sputo.
    All’Hegel, caro mio, non dico pfui!
    Io all’Hegel, caro mio, fo marameo.

    E sii meno stentoreo:
    accetta che c’è un’arte un po’ dappoco,
    che la facciamo noi, e è solo un gioco.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Daniele (dm): vedi ad esempio, in vibrisse, i post della serie La donna ideale.

    Poi: d’accordo sulla pars destruens. (Per capirci meglio, saresti in grado di fare qualche esempio tra i nostri testi? Anche solo due o tre. Un paio in positivo e un paio in negativo).

    Sulla pars construens: sospetto che una buona competenza nell’ “arsenale amoroso secolare, tradizionalmente scomodato per le donne o per la Donna” possa essere utile per mettere in piedi “un linguaggio non dico nuovo, non dico sperimentale ma almeno che sappia di vero”.

  7. dm Says:

    Giulio, ricordo bene le tue ricerche della donna ideale…
    Quanto alla “pars destruens”, so indicarti una delle composizioni in cui tutto ciò che lamento non avviene, e visto che delle foto si sviluppano i negativi… (questo!)
    Infine, mi scrivi

    sospetto che una buona competenza nell’ “arsenale amoroso secolare, tradizionalmente scomodato per le donne o per la Donna” possa essere utile per mettere in piedi “un linguaggio non dico nuovo, non dico sperimentale ma almeno che sappia di vero”.

    .
    Possibile. Però io sono un lettore e che mi importa delle competenze? Voglio fatti, non parole… 🙂

  8. GattoMur Says:

    Par che tu debba ingoiar ovi sodi,
    pubblicar parole scritte alla spiccia,
    far qualche cosa che il naso s’arriccia,
    pria che al senato accademico approdi.

    Il tuo baron è un colosso di Rodi?
    E allora saltalo, e accendi la miccia.
    Strappati l’inamidata camicia,
    fa’ anche tu come questi rapsodi.

    Forse non Dante, ma almeno un Lapo
    è quel che ispira chi qui versi scrive,
    per tacer d’altri poeti viventi.

    Togliti tue accademiche lenti,
    goditi queste calure estive:
    Ciro non c’è, è rimasto il satrapo.

  9. lidia Says:

    Qui non è il paese di Ben godi,
    o Mio Poeta, che da sol bisticcia
    e dice solo quello che l’impiccia
    quasi che di poesia fosser frodi.

    Pare che la sua critica ci inchiodi,
    (e neanche mi piace accender miccia)
    come quei versi fossero paniccia,
    non uno scoglio lascia per gli approdi.

    Nessuna vuole darle un grattacapo,
    ma troppo Amor ci rende improduttive,
    meglio ci sta un esibizionistico

    modo di poetar non accademico
    per onorar il delizioso leitmotive
    che ci fu indicato. Punto e a capo.

  10. Elena Says:

    Caro dottore, è certo che tu godi
    a provocare e accendere la miccia
    credendo questo basti a fare breccia
    nell’animo di quelle che tu rodi.

    È vero che ci sono modi e modi
    di piegare una rima quando impiccia,
    di stendere anche il verso, se s’arriccia,
    pure se non hai in casa il Centochiodi,

    ma sai bene che al centro di un a capo
    s’infilano talvolta fiamme vive.
    Il computo sarà anche un fatto algebrico,

    ma l’arte per le donne è gesto ostetrico:
    se al Dittator rispondono evasive,
    sarà perché il dettare è troppo sciapo.

  11. Morena Silingardi Says:

    Dice il maschio: “Così non va, rapsodi,
    peggio di stare a un Festival d’Ariccia,
    si accetta spesso una rima posticcia,
    ma qui non siamo a a un défilé di lodi!

    Non dir che è colpa nostra se non godi
    rispondo a te col pelo che si arriccia
    (raddrizza dici tu? Bé, io sono spiccia!),
    noi questo sappiam fare! E tu, e i tuoi prodi?

    Chi crede che il nostro rimar sia sciapo,
    o se ne esce esortando: “Suvvia, prive
    di intenso amore non siate: da capo!”

    Chi crede questo (ho perso ora il capo!)
    sappia che l’ironia ben ci descrive:
    lui pensi a sé e al suo da far col capo!

  12. Morena Silingardi Says:

    Dico ciò che da un po’ ho sulla lingua,
    perché si gira intorno alla questione:
    adesso che è iniziata la tenzone
    facciamolo, che il fuoco non si estingua!

    Ecco Il sasso, ma non nascondo mano,
    l’argomento interessa forse assai,
    altrimenti io sarò messa nei guai
    e accusata di fare sol baccano.

    Io penso che dell’uomo qui si lodi
    di tutto un po’, ma non soltanto quello
    che in modo spiccio vien chiamato uccello.

    Invece in questo secolo, miei prodi,,
    c’è ancora chi ogni giorno si fa bello
    di amare tette e culi, non cervello!

    Di porre la domanda è mia premura:
    che sia la nostra ironia che fa paura?

  13. Gaspara Stampa Says:

    Io assimiglio il mio signor al cielo
    meco sovente. Il suo bel viso è ’l sole;
    gli occhi, le stelle, e ’l suon de le parole
    è l’armonia, che fa ’l signor di Delo.

    Le tempeste, le piogge, i tuoni e ’l gelo
    son i suoi sdegni, quando irar si suole;
    le bonacce e ’l sereno è quando vuole
    squarciar de l’ire sue benigno il velo.

    La primavera e ’l germogliar de’ fiori
    è quando ei fa fiorir la mia speranza,
    promettendo tenermi in questo stato.

    L’orrido verno è poi, quando cangiato
    minaccia di mutar pensieri e stanza,
    spogliata me de’ miei più ricchi onori.

  14. Alessandra Says:

    Caro Di-Emme che, sia pur con modi
    garbati, è già da un pezzo che bisticcia
    con quelle forme chiuse e poi scalpiccia
    e a più riprese stronca quelle Lodi,

    non ci aspettiamo certo che si accodi,
    e però un po’ la pelle mi si aggriccia
    quando vedo che un maschio s’incapriccia
    ad insegnare a noi gli snodi e i nodi

    della cultura maschilista: l’apo-
    logeta di Femen che qua ci scrive,
    ci spiega che dobbiamo noi “mostrare

    a quelli lì” che sappiamo lodare
    a modo nostro, e che siamo retrive
    se il solito arsenale usiam daccapo.

    Quell’arsenale, quell’armamentario,
    caro Di-Emme, qui lo sbeffeggiamo.
    Per me era chiaro, e a lei pare il contrario.

  15. Alessandra Says:

    (in tutto questo, il primo verso del sonetto del critico (“Voi che leggete qui in vibrisse lodi”) continua a farmi pensare a questa cosa)

  16. Morena Silingardi Says:

    Mi si permetta un’autocitazione:
    “Quando ti leggo gongolo: l’ho detto!”.
    Giulio fece col verso mio un sonetto,
    lo faccio anche io, per congratulazione!

    Dice la Celano, con poche storie,
    Di-Emme lascia stare, ti ripeti!
    Non stare sempre a dire di quei poeti
    ché solo in testa hai tu le loro glorie!

    Facci gli esempi, tira fuori i nomi,
    “fate così o colà, mi si perdoni”,
    ma mai che tu ci sveli dei cognomi!

    Ben ha risposto la mia coordinatrice:
    forse non ha capito quel qualcuno
    che ha tanto da ridire ma non dice!

  17. laramammi Says:

    Non si rima per i propri comòdi!
    La parola bizzosa non si accoccia,
    docile come una vecchia babbuccia:
    e non si ripiglia con due elettròdi.

    Non è come giocare a Monopodi,
    tiri il dado, o tiri la boccia:
    “Questa può andare, è quasi belloccia!”.
    Si rischia di far la figura degli idiodi.

    Ma non chiuder le parole col ‘tapo’.
    In fin dei conti, noi non siamo dive:
    forse il risultato è, anzi, comìco!

    “Ma come!? M’arrapo solo col lirìco!”.
    Spiace deludere le aspettative:
    stasera no, mi duole molto il capo.

  18. dm Says:

    Oh belle donne! Oh! oh belle forme!
    chiuse da veli come si dovrebbe
    se no predoni seguon vostre orme
    e ve le ruban come si potrebbe!

    Non destate l’uccel o can che dorme
    che di sicuro, be’, vi si farebbe
    e da gran fame, più che gran, enorme
    fuite così, dacché Caino crebbe…

    Dico: perché non snudare le dette
    forme, tenére così bene il metro
    così che sappian di luce di tette

    di stelle di clitoride di vetro
    con su lumaca, faccian le vedette
    così del vero, sia naso o didietro?

  19. rosaria lo russo Says:

    Voi che fiutate giustamente ch’odi
    la penna saputella che s’impiccia
    i vostri modi chiusi e un po’ alla spiccia,
    disimpigliar in voi dovreste certi nodi.

    Dico cioé che giocare alle lodi
    del maschio avendo un maschio per capoccia
    che detta regole, promuove o vi boccia
    bacchettando chi sbaglia certi modi

    non par gioco talvolta, caro capo
    ma ossesso pigolar d’oche giulive:
    specchio di te per te ogni lor plico.

    Un aderir di femmine al narcissico
    superlui che sorveglia lei che scrive.
    Perché da sola non ne venga a capo?

  20. Morena Silingardi Says:

    Ma cosa è il vero? E cosa è il diletto?
    Tu sai cos’è per te, non per me certo!
    Temo forse i predoni del deserto,
    ma non per loro io copro il mio culetto!

    Ci inviti, per tenere bene il metro,
    a snudare le forme, a farci audaci,
    Noi preferiamo dire: siam capaci
    di non essere sorprese dalla retro-

    guardia di chi crede che sia didietro
    la miglior rima da baciare con il metro:
    Questo, detto fra noi, per me è retrò!

    La chiudo qua, non voglio dir di più,
    ma sappi che antiquato forse sei tu
    pensando “Meglio merda che pupù!”

  21. Alessandra Says:

    “Non destate l’uccel o can che dorme”:
    perché “l’uccel”? “Uccello” scriverebbe
    chi avesse a cuore il vero e anche le forme
    endecasillabe, e funzionerebbe!

    Caro Di-Emme, debole nel metro
    la vedo un po’: vediam di sistemare
    le cose, ché tra un naso ed un didietro
    s’è un poco ingarbugliato il verseggiare.

  22. dm Says:

    Non son poeta io, ragazze.
    Non nella forma sta l’invito,
    nel contenuto. Se abbellito
    pur lo volete, dico pazze!

    (E “can” reclama non “uccello”:
    ma “uccel”, più buffo men bello.)

    ma sappi che antiquato forse sei tu
    pensando “Meglio merda che pupù!”

    Il fatto é far “merda” ci vuol stile,
    a far “pupù” ci basta un baciapile

  23. Paolo Gallina Says:

    Amor per la tenzone in cor s’alligna,
    Jacopo ed il Notaro in rima docet
    risponder sine rima calcar, licet
    turbato il sonno eterno a Piero Vigna

    Allo sfilar di dive ma s’indigna
    il critico severo, nega il placet
    di obliar Amor ché spira, scilicet
    come coprire il campo di gramigna

    Sollecitando un poco mio sapere
    leggevo divertito il verseggiare
    della donna che sa cos’è il piacere

    giocare con parole le più care
    lodare per il gusto, non dovere
    senza briglia lasciatele sfogare

  24. Mariella Says:

    “Lasciàtele sfogare”? Ebben, Gallina,
    se nomen omen, tu ce l’hai ‘zeccato.
    “Lasciàtela sfogare!”: un recintato
    spazio perché giochi la bambina.

    “Lasciàtela sfogare”: poverina,
    dopo lo sfogo tornerà al dettato.
    “Lasciatela sfogare”, e poi il creato
    ritroverà la forma sua pristìna.

    Eh no! Col cazzo! (ovvero: se è permesso
    dirlo a chi appartiene all’altro sesso).
    Quel che vogliamo non è un Carnevale.

    Daniele, tu hai ragione: l’arsenale
    dovrà saltare in aria, e poco male
    sarà. Quello che uccide è il compromesso.

    {Sonetto con due endecasillabi acefali, ovvero decasillabi con accento in prima – prima che qualcuno s’alzi a questionare}.

  25. Giulio Mozzi Says:

    Perbacco, siamo giunti al parapiglia:
    “Tu, tiè questo sonetto!”. “E tu, quest’altro!”.
    “Il mio ci ha i versi giusti!”. “Il mio è più scaltro
    nel gioco delle rime!”. “Il tuo s’impiglia!”.

    E via così. Ciascuno l’altro striglia,
    e con gran lena e gusto. A me, peraltro,
    verrebbe a questo punto da dir d’altro:
    ché il criticastro ci ha avuta la pariglia.

    L’ha avuta, sì, ma credo che buon viso
    farà a cattiva sorte: il poveretto,
    ahimè, non habet corpus, e il sonetto

    l’ho scritto io, così, per gioco e riso.
    Mi son permesso un piccol trabocchetto:
    ma lo sapete, son birichinetto.

    Ma fosse solo quella,
    la mia birichinata, solo quella…
    Eh sì, ve lo confesso: la Mariella

  26. dm Says:

    Giulio, il problema è che ti frega la distrazione. Ci lasci l’impronta digitale (come disse qualcun altro in una circostanza analoga) e scrivi, ad esempio “mi sono accorto che tu stesso avevi aperta una discussione”. Ora, avevo due ipotesi nel mazzo: un tuo stretto ammiratore, stretto al punto di sacrificare la giovane età ad una forma mozziana che nella penna d’un altro è solo retrodatata; oppure tu stesso. 😀

  27. Cristina Venneri Says:

    In questo incalcolabile trambusto,
    dal quale ormai non più ci si ragguaglia,
    una constatazione non si sbaglia
    e che presto sia detta mi par giusto:

    non fare mai dell’uomo un mezzo-busto,
    che dalla cinta in giù, se lo si taglia,
    lui come un ciucco mesto presto raglia
    e s’inserisce a mo’ di bell’imbusto.

    Si è detto: “solo donne” e si rispetti,
    ma questa sua esclusione non l’accetta
    e pur d’essere incluso s’intromette

    disposto a farsi crescere le tette
    o a tagliarsi il membro con l’accetta
    ché è uomo l’inventore dei sonetti.

    A questi miei versetti
    aggiungo anche la coda avendo letto
    ch’è stato tutto un gioco del genietto

    e avendo in lui rispetto
    riveriscol’ con uno stuol di baci
    poiché ha tirato fuori dei rapaci.

  28. Giulio Mozzi Says:

    Daniele: lascia le impronte chi le vuol lasciare. Vedi anche le “Note dell’autrice” in calce ai testi di Mariella, l’inserimento nei suoi testi (rigorosamente a sproposito) di citazioni da Petrarca, Cielo d’Alcamo, perfin Manzoni (il cielo ci perdoni) eccetera. Né ho fatto tentativi di far sì che lei versificasse diversamente da me.

  29. Morena Silingardi Says:

    Di primo mattino spesso lascio impronte di virgole e punti sparsi a casaccio per via delle sinapsi intorpidite, meglio quindi non argomentare in versi, visto che è già difficile farlo in prosa. Cosa ne penso? Se mi fermassi al massimo della sintesi la risposta sarebbe “Embè?”, ma non ne ho la capacità, per cui puntualizzo oltre, spero non troppo.
    A posteriori, di dire “lo sapevo” sono capaci tutti, ma che il ritratto del giovane critico fosse perfetto all’uopo è un pensiero che mi è passato per la mente. D’altra parte, credo lo si sia notato, mi divertono un sacco le tenzoni: l’idea di non risponder per le rime, quella sì non mi ha neppure sfiorato!
    Discorso diverso vale per Mariella, non a caso Prestante: è vero, Giulio non ha fatto proprio nulla per non istillare qualche dubbio, perché troppo esperta e “fuori discussione” mi è sempre apparsa,
    La questione che però più di ogni altra mi insospettiva (e questa mi chiedo se fosse invece traccia inconsapevole) era quel velo di astiosità e/o sufficienza che la valente autrice ostentava nei confronti del Mozzi stesso, massimamente rivelato in un commento alla canzone dedicata al piede; copio e incollo:

    “il traboccare della frase dalla fronte nella sirima, con stop sintattico dopo la chiave, è inelegante”. Mozzi, valeva la pena di scrivere ‘sta roba qua solo per sentirsi rivolgere una frase del genere. La sua capacità di applicarsi ingegnosamente al futile mi lascia senza fiato…”,

    chi avrebbe osato tanto, senza paura di inutilmente ferire?
    Comunque, in un giallo, i colpevoli non si autoaccusano a pochi giorni dal misfatto, per cui non è certo questo il tema interessante da dibattere: non siamo né sulla scena di un crimine, né dobbiamo indagare le intime ragioni per cui Giulio Mozzi ha deciso di gabbarci: non ci vedo nessuna malevolenza o derisione offensiva, se invece così fosse, sarebbero problemi suoi prima che di chiunque altro!
    La questione di fondo è: che figura ci abbiamo fatto noi con le nostre risposte e perché anche Di-Emme è guardato a vista da un po’ di tempo?
    Presto detto: siamo stanche che qualcuno si prenda la briga di indicarci la via “in quanto donne”, mentre invece siamo capaci, e ben venga, di accettare che qualcuno ci insegni quello che non sappiamo fare bene (parlo per me, ovviamente), e se è maschio non importa affatto.
    Questa è la risposta che mi preme dare, soprattutto, a @rosaria lo russo che ha intavolato un argomento di somma importanza: questo gioco ci ha relegato nella parte di “oche giulive”?
    Premesso che il solo pensiero mi fa rabbrividire, consapevole di essermi esposta spesso e volentieri definendomi addirittura una groupie di Giulio Mozzi, ci tengo a proclamare quanto segue: accetto di essere trattata (maltratta, a volte) come una scolaretta da lui perché tale mi sento e sono nella realtà (stiamo parlando di far versi e solo di quello, non di altro), ma il fatto che sia uomo è del tutto ininfluente, nel bene e nel male (e meno male, anche!).
    Che poi Giulio Mozzi sia a volte ruvido come carta vetrata (citazione di un’amica che non nomino, per introdurre l’anonimo donna!) e altre invece l’uomo più disponibile della terra, credo che chiunque passi di qui lo possa verificare molto facilmente, ma che posso farci io, se non tentare di prendermela il giusto quando mi striglia?
    Insomma, di difetti ne ho veramente tanti, ma baciapile e oca giuliva mai, lo giuro! Se poi così appaio, pazienza: io mi diverto e imparo, cos’altro volere di più?

  30. Giulio Mozzi Says:

    In realtà, non avendo la minima idea di come sarebbe andata la faccenda, avevo inventato Mariella come eventuale “riempitivo” (se fossero mancate Lodi) e come “apripista” nell’uso delle forme chiuse (non a caso s’è fatta due o tre sonetti, una ballata, una canzone, un’ode, una sestina, una canzone pseudoprovenzale, un’imitazione – pessima – del D’Annunzio…).
    E, sinceramente, speravo che qualcuno dei maschioni etero che piuttosto protervamente si sono proposti – facesse almeno lo sforzo di inventarsi (è così di moda! siamo nell’internet, nel mondo delle identità mutanti!) un’identità fittizia. Cosa che, mi sembra, non è successa.

  31. Paolo Gallina Says:

    Visto che come scrive la Morena tu sei ruvido come carta vetrata forse i maschioni etero han preso paura e temendo la tua intemerata non si son proposti neppure nascosti da identità fittizie. E poi in clima di omofobia disposti all’outing e al linciaggio credo nessun ci sia.
    Quando hai aperto la tenzone ecco saltar fuori anche il maschione!

  32. Nadia Bertolani Says:

    L’avevo detto io che c’era da divertirsi!

    Con sollievo confesso
    che sono stata a un passo
    dal riesumare femministi slogan.
    Poi mi sono fermata… e meno male!
    La plurale tenzone
    altro non era
    che singolar finzione.

    Ma chi è lo sconfitto e chi il vincitore? Buona poesia a tutte quante (solo le autenticamente femmine!)

  33. dm Says:

    Ah, ma Giulio, con Mariella mi avevi fregato. Meno male che son fidanzato e non son finito a far proposte indecenti. Il fascino femminile mi attenua ogni sospetto. Comunque, tutto questo è stato molto divertente. Oltretutto alla vigilia di ferragosto, quando ancora mi trovo barricato in casa, libri da leggere già finiti oppure messi da parte per noia, come posso non ringraziarti? Ah e come farei senza vibrisse…? Chi sono, un gatto, un coniglio o che…

  34. rosaria lo russo Says:

    WoW! Divertente!
    Peró il problema di fondo sollevato da DM, i cui dubbi condivido, resta, e anzi ingrossa 9eh eh) nella meraviglia dell’accapiglia e parapiglia!

  35. silvia cassioli Says:

    Inquietante questa cosa delle identità fittizie. Quasi non ci dormivo.
    E la Morena Silingardi? E la Nadia Bertolani? E io stessa?

  36. rosaria lo russo Says:

    Morena: dicci se sei corpo fittizio! Il nome par fittizio…
    ps pseudocriptocitazione dantesca (da Purgatorio, a proposito del tenzonatore Forese).
    Silvia: per caritá: ci sei giá dentro fino al collo coi Madrigali, e con Le Figure! oppure, insisiti insisiti che ti esce il capolavoro pilifero!
    nadia: il tuo nome par di femmina normodotata.
    Io: femmina fui e l’accettai in ritardo. ma molto mi posi la questione della singolar tenzone delle differenze psicocorporee, tanto da teorizzare che Madonna (Midons, Sigora, Domina, la Lei della lirica occidentale) fusse un Trans. Perció un po’partecipo un po’ deploro all’arcadia del gioco, che potrebbe lanciar fumo negli occhi e imbambolare con le rime tanto da dimenticare che un modo nostro, un controcanone femminile aut transgender ancora non é codificato,. e poco anche attestato, con grave ritardo conoscitivo. Ché per me poesia piú che gioco é conoscenza. piú che abilitá (che ne ho davvero pochissima) é ricerca di qualche veritá.

  37. Morena Silingardi Says:

    Cara Rosaria, questo sarà veramente un ferragosto da ricordare, in parte anche per la tua richiesta: non avrei mai immaginato di essere scambiata per “corpo fittizio”! Scusa tanto, ogni dubbio è più che legittimo, ma essendo io in sovrappeso e pettoruta, quinta e ultima figlia di padre desideroso di figlio maschio fin dal primogenito, donna ciarliera al limite del caciarone, spesso presente in gruppi di femmine per varie finalità assortite (al punto di rischiare la sovraesposizione!), in fondo sono fiera di averti fatto dubitare del contrario.
    Il nome così è, e in fondo non mi dispiace, perché, se fossi stata il maschio desiderato da mio padre, mi sarei chiamata Omobono o Tazio: questo mi ha sempre assicurato lui, forse per rassicurarmi sulla mia sorte fausta di semplice Morena.
    A proposito delle tue osservazioni in parte condivisibili sul controcanone femminile, mi limito a sottolineare degli ottimi segnali: ho appena navigato nell’adorabile blog di Silvia Cassioli, ho pubblicato il suo ritratto di Mariella Prestante, ho azionato la motosega e ascoltato la marcia nuziale…
    Bene, per me questo è “lo specifico” femminile: la capacità tutta nostra (meglio SOLO nostra?) di trasformare il gioco in poesia e anche il contrario, perché no? La ricerca di qualche verità, come dici tu, passa attraverso mille sentieri, sta a noi collegarli tra loro.

    Quando la carissima Nadia Bertolani scrive:
    “Con sollievo confesso
    che sono stata a un passo
    dal riesumare femministi slogan.”, coglie quel senso del limite che può diventare la nostra vera forza, non il contrario. Non abbiamo sempre bisogno di esibire i muscoli, ci pare poco?
    Sai che cosa un po’ mi insospettiva dell’amica Mariella Prestante? A volte la trovavo poco femminile! Non so se riesco a spiegarmi, ma di nuovo utilizzo un suo intervento per spiegarmi. Lo potete trovare anche più in alto:

    Mariella Dice:
    13 agosto 2013 alle 22:36
    “Lasciàtele sfogare”? Ebben, Gallina,
    se nomen omen, tu ce l’hai ‘zeccato.
    “Lasciàtela sfogare!”: un recintato
    spazio perché giochi la bambina.

    “Lasciàtela sfogare”: poverina,
    dopo lo sfogo tornerà al dettato.
    “Lasciatela sfogare”, e poi il creato
    ritroverà la forma sua pristìna.

    Eh no! Col cazzo! (ovvero: se è permesso
    dirlo a chi appartiene all’altro sesso).
    Quel che vogliamo non è un Carnevale.

    Daniele, tu hai ragione: l’arsenale
    dovrà saltare in aria, e poco male
    sarà. Quello che uccide è il compromesso.

    {Sonetto con due endecasillabi acefali, ovvero decasillabi con accento in prima – prima che qualcuno s’alzi a questionare}.

    Io credo che una donna, se avesse scritto questa sacrosanta risposta, avrebbe evitato la nota finale. Il perché e il percome non li spiego, altrimenti Giulio-Mariella si appropria di troppe conoscenze! (resto comunque a disposizione per eventuali chiarimenti)

  38. rosaria lo russo Says:

    Ciao Morena! Piacere di conoscerti un po’di persona! naturalmente scherzavo, tanto per stare al gioco, sulla raritá del tuo nome, certo se ti chiamavi Omobono!!! Ahhahahahah, in questo contesto poi… Mi piace molto questa iniziativa delle lodi del corpo maschile, mi piace talmente tanto che credo non si debba limitare ad essere un gioco-passatempo ma tentare di diventare, appunto, una possibilitá di ricerca dello specifico femminile, che poi é un gran guazzabuglio da definire, sempre che ci sia, e la Silvia e Giulio ben lo dimostrano con le loro maestrie. Sará che ci ho dedicato tanto studio sia poetico che di poetica che critico negli Anni Novanta, ora son passata ad altro, sará che il patriarchismo, chiamo stilnobbismo patriarchista l’immane peso della divertente letteratura italiana, nostra croce 3 delizia, ecco, per tutto questo e in estrema sintesi, credo sia da prendere sul serio l’idea di staccarsi dalle forme chiuse e dall’imitazione tranne quando non portino effettivamente un buon risultato poetico. Per me, ripeto, conta piú il vero che il bello, sempre fermo restando che una poesia é veramente riuscita quando é vera ;é bella e suona come solo lei puó suonare, che sia in forma aperta o chiusa.
    Un saluto a tutti e auguri di buon Ferragosto e buona festa dell’assunta! Almeno lei, ché le donne prima di essere assunte devono ; a) sperare di non morire ammazzate dai partner, b) sperare che non ci sia un maschio davanti alei nella fila, perché anche se meno bravo di lei verrá assunto in tal caso lui. Insomma, gente, il femminismo ha fatto errori enormi, soprattutto quello di non stabilizzare una mentalitá nuova. che é quanto mai urgente. una mentalitá nuova di vera differenza e vero scambio.

  39. lidia Says:

    Morena, ma davvero hai rischiato di chiamarti Omobono? Anch’io ho fatto un giro sul bellissimo blog di Silvia, ma non ho ascoltato la marcia nuziale, né azionato la motosega, ci tornerò. Concordo sulla tua risposta alla questione di fondo, nel senso che mi risento se qualcuno vuole impormi un modo di pensare o di amare, ma sono avida di insegnamenti, da qualunque parte arrivino. Sulla questione femminile dico che la strada è ancora lunga, ma i limiti sono tutti dentro di noi, come per tante altre cose.

  40. RobySan Says:

    Liutista misterioso: quell’endecasillabo bisdrucciolo ben difficilmente ti sarà perdonato. Per penitenza, o liutista, tre ore a studiar la fichetta: dlin.dlan dlin-dlan dlin-dlan!

  41. Nadia Bertolani Says:

    Amiche carissime, nell’augurarmi che abbiate trascorso un Ferragosto gaudioso, vi lascio qui a suggello della nostra comune avventura un dilemma che mi assilla e non mi farà dormire: a me femmina normodotata non l’ha mai detto nessuno. 😦

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