Lodi del corpo maschile / La mascella (sonetto rinterzato)

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di Morena Silingardi

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Mi piace la mascella volitiva,
di fascino non priva
per tante, ma forse poi sol me induce
a un preoccupante diventar lasciva:
certo voglia tardiva
dinnanzi ad un che può sembrare il duce!

Detta mascella è meglio sia abrasiva,
certo non sono schiva,
che barba velata abbia in controluce:
non sia da me lo stare in difensiva
mica è poi corrosiva,
lieve rossore al massimo produce!

Non so perché forte mandibola io ami:
questi son li velami!
Da mane a sera ancor io mi arrovello
per capir se un vitello
mi pare un uomo con codesti richiami.

Perché a me pare, è qui che viene il bello,
mi piaccian del vitello
i modi, quando rimastica strami.
Mi chiedo: ch’io declami
chi duce certo non è, bensì pischello?

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12 Risposte to “Lodi del corpo maschile / La mascella (sonetto rinterzato)”

  1. Nadia Bertolani Says:

    La mascella volitiva e ducesca è il massimo! Però mi sorge un dubbio: è una mia personale e immotivata impressione o veramente alcune lodi più che lodare irridono?

  2. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Nadia: questo è un gioco.

  3. Morena Silingardi Says:

    @Nadia, certo che non è una tua personale e immotivata impressione, non certo nel mio caso, almeno! O meglio, forse bisognerebbe capirci su cosa intendiamo per irrisione e su cosa e chi (e perché mi pare troppo!) si vuole irridere. Voglio dire: per me questo è un gioco, sono contenta che Giulio lo ricordi ogni tre per due, perché altrimenti mi sentirei davvero troppo goffa! Un gioco impegnativo e serio come sono in genere, i giochi che mi appassionano, ma non estenuante e serioso come certi giochi per finta. Io non riuscirei proprio a lodare il corpo in versi senza aggiungere un po’ di ironia nel mio poetare contando le sillabe e incastrando i settenari Non che non apprezzi chi invece non lo fa, tutt’altro! Semplicemente, a me piace prendere in giro, (benevolmente, sia chiaro), certi atteggiamenti enfatici e passionali miei prima che di altri.
    Non amo chi fa del corpo, proprio o di altri, maschile o femminile che sia, un intoccabile simulacro, non saprei trovare ispirazione se non potessi scherzare un po’ su questo (anche, eventualmente, non necessariamente).
    Grazie per aver gradito la mascella similducesca

  4. Giulio Mozzi Says:

    Non si dice “ogni due per tre”? O esistono usi diversi?

  5. Morena Silingardi Says:

    Troppo buffo il lapsus della casalinga che è in me. la mia mente ha totalmente sostituito il due per tre con le offerte 3X2 dei supermercati! Chiedo scusa, ma ho il sospetto che il 3X2 sbandierato in ogni dove rischi di diffondere l’effetto (lo dico per consolarmi, ovviamente!) 😀

  6. Morena Silingardi Says:

    Chiedo scusa per la mancanza o l’eccesso di punti: dovrò cambiare occhiali, vedo e non vedo (ancora non vedo nudo come Manfredi, almeno quello!).

  7. Nadia Bertolani Says:

    Sì, Morena, il mio commento era proprio dettato dal sollievo di constatare la leggerezza del gioco. (Le lodi al calore bianco mi intimoriscono… :D)

  8. Eireen Says:

    Comunque a me fa venire in mente il mascellone di Ridge. Spero la poetessa non se ne abbia a male. 🙂

  9. Giulio Mozzi Says:

    Quel verso tutto pieno di monosillabi, quasi impronunciabile:

    “per tante, ma forse poi sol me induce”

    potrebbe forse diventare un più pronunciabile

    “per tante, ma me sola forse induce”,

    eliminando così anche il “poi”, che è una patente zeppa.

    “Da mane a sera ancor io mi arrovello”

    potrebbe essere, più semplicemente e senza troncamento

    “Da mane a sera ancora mi arrovello”.

    L’ultimo verso è anch’esso un dodecasillabo.

  10. Morena Silingardi Says:

    Giulio, più che impronunciabile ora il verso mi sembra con zeppa patentissima (in cuor mio speravo non si vedesse così tanto, buttandola un po’ sul caotico!), per cui ben venga la tua lineare soluzione.
    Il troncamento ogni tanto lo uso per dare quel tocco di “scriviamo in versi” che temo manchi al mio linguaggio medio-basso, ma fa un po’ poetessa della domenica, ne convengo; buona la sostituzione.
    La lapidaria osservazione finale mi fa vergognare più di un ladro in chiesa: come uscirne? Prendo al volo il suggerimento di Eireen (un po’ me ne ero avuta a male, lo confesso! 😀 ) e, non senza difficoltà o qualche piccolo dispiacere, trovo la quadratura del cerchio: chiedo ufficialmente di sostituire l’ultimo verso con

    “sol chi somigli al buon Rìgge pischello?”.

    In questo modo tento disperatamente di:

    – mantenere i toni sulle sillabe 4 – 7 con cui a volte mi cimento;
    – riproporre il rovello di barba rada e vitello: forse mi piacciono semplicemente giovani?
    – sottolineare, con il voluto Rìgge, quella pronuncia popolare “alla romana” che mi capita a volte di sentire in giro;
    – rendere omaggio a mia sorella Mara: da decenni non perde una puntata di Beautiful, sopportando eroicamente il dileggio di noi familiari;
    – vendere l’anima al diavolo per ragioni metriche: non guardo Beautiful perché non ne sopporto le pause nei dialoghi e il pericoloso fanatismo che induce in mia sorella. Ridge non è affatto il mio tipo, né ora, che presumo sia vicino alla pensione, né tanto meno quando era pischello.

    Tutto questo, ditemi, è grave? 🙂

  11. Giulio Mozzi Says:

    Morena, scrivi:

    Il troncamento ogni tanto lo uso per dare quel tocco di “scriviamo in versi” che temo manchi al mio linguaggio medio-basso,

    Errore. Oggi, che il troncamento non è più di moda, o ha un effetto scherzoso-ironico o è una zeppa. Non c’è scampo.

    Quanto al dodecasillabo finale, se il “bensì” diventa “ma”…

    (E: no, non è grave – individualmente. Ma è grave se pensiamo che una volta – da qualche parte se ne rammaricava perfino il Contini – qualunque persona istruita era in grado di partorire composizioni in versi almeno decenti. Oggi facciamo fatica anche a fare un verso giusto o a trovare una rima).

  12. Morena Silingardi Says:

    Giuro che al “ma” al posto di “bensì” avevo pensato subito (dalle mie parti si direbbe: “non vengo giù con la piena”), ma il suono non mi piace per niente. Poi, come chiedere ora a mia sorella di rinunciare all’omaggio? Non ci penso neppure!

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