Tre pezzi difficili, 3 (esortazioni)

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Valter Binaghi, Sullo stato del comune sentire

Guardiamo un vecchio film. Mentre Erica è semidistesa sulla chaise longue, il busto eretto, le ginocchia sollevate, le mani reclinate in grembo, Saulo è sul divano, il gomito sinistro affondato nel cuscino, il braccio teso, la palma aperta e la guancia appoggiata, in una posizione che ricorda vagamente quella del triclinio romano. Il canale digitale trasmette un film sentimentale, l’amore tardivo tra un goffo Dustin Hoffmann e una timida ma solare Emma Thompson.
Erica guarda il video, Saulo guarda Erica, nella stanza echeggiano le battute di dialogo degli attori ma è come se lui volesse interpretarne il senso spiandone l’effetto sul volto della moglie spettatrice.

A detta di coloro che li frequentano, quello di Saulo ed Erica è un matrimonio riuscito, quanto meno uno dei pochi che hanno resistito alla bufera di separazioni e divorzi che ha investito i nati negli anni cinquanta e sessanta, dopo i decenni di cattolica, contenuta ferocia delle loro famiglie d’origine. In effetti anche adesso Saulo, sbirciando non visto il profilo della moglie assorta nel film, è colto da un accesso di tenerezza che prova a far giungere fino a lei in un’immaginaria marea montante, un abbraccio invisibile che ne avvolge la figura ma che, come sempre, rifluisce senza esserne assorbito, come Saulo vorrebbe. Nei molti anni da che vivono insieme, hanno condiviso tutto e si sono raccontati fino all’estenuazione del lessico familiare, hanno cresciuto figli e selezionato occupazioni e amicizie, eppure Saulo sa che il suo amore non ha mai potuto raggiungere la nicchia di lei più riposta, il suo segreto dolore. E questo non perchè Erica l’abbia respinto (Dio sa se essa stessa avrebbe voluto essere raggiunta in quel luogo, e liberata da quell’oscurità che ne imprigiona l’antica innocenza), ma perchè quel luogo è confinato in un passato irraggiungibile. Il passato di bambina cresciuta in una sala degli specchi, che ne rimandavano la graziosa immagine, senza che una madre carnalmente partecipe ne risvegliasse con semplici carezze il corpo. Erica la bella, Erica l’artista, riempiva la stanza di disegni che tutti giudicavano meravigliosi, senza capire che a quei disegni essa chiedeva la conoscenza del suo essere corpo e cuore, non altrimenti svelati. Ecco, è in quella stanza di allora che Saulo dovrebbe entrare, strappare i disegni dal muro e prendere la bambina Erica tra le braccia, e rompere il sinistro imbroglio degli echi rimpallati tra i muri di quella solitudine con una parola umana, una domanda e un’offerta d’amore. Nei muri di quella stanza solitaria Erica costruì la sua strategia di sopravvivenza, un’accurata, educatissima cortesia che la difendesse per sempre dall’innocente strazio di un abbraccio vanamente proteso cui nessun corpo corrisponde. La stessa quieta disperazione che la donna Erica avvolge oggi, e che tutti scambiano per matura padronanza, l’abito di colori vivaci che non somiglia a un pigiama carcerario.
Per molti anni Saulo ha pensato di poter giungere là dove nessuno era mai giunto, e pronunciarvi la formula che scioglie l’incantesimo, prima di accorgersi che a sua volta non può percorrere l’intera distanza. Come un cane dalla catena lunghissima, cui è consentita l’esplorazione dell’intero giardino in un’illusione di libertà, Saulo a sua volta è saldamente ancorato a un piolo piantato molto tempo prima. Il giorno innominabile in cui sgusciò fuori dalle strettoie della legge, e fu colpito dalla folgore celeste da restarne tramortito, quando su di lui balenò lo spettro inguardabile della dannazione, e fu lui stesso a trascinarsi nella sua propria oscurità, incatenandosi al pilastro dell’obbedienza e del terrore, con un lucchetto di cui gettò via la chiave. Così, anche Saulo, per essere liberato e disponibile all’incendio dell’amore che redime le solitudini, dovrebbe essere raggiunto in quel momento del passato, che al presente però rimane interdetto, ben difeso dalla spada fiammeggiante di un angelo dalla dubbia natura.
Dustin Hoffmann è un pianista fallito, Emma Thmpson ha una madre paranoica. La scena finale è in un parco inglese, dove i due scelgono di rischiare un amore senile, l’ultima occasione del cuore.
Saulo ed Erica si sfiorano le labbra, prima che lei vada a dormire e lui, come al solito, legga un capitolo di un romanzo interminabile di Murakami Haruki. La speranza è in un riscatto dal dolore, non quello attuale che brucia, ma quello antico che ha causato amputazioni e ispessito la cute fino all’insensibilità. L’assoluto è un luogo che è tutti i luoghi, un tempo che è tutti i tempi, dove l’inaccessibile e l’irreparabile sono solo il brutto sogno di una notte ormai svanita, dove io e te cammineremo liberi e nudi, sotto lo sguardo di Dio.

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