Tre pezzi difficili, 1 (esortazioni)

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Valter Binaghi, Lettera all’amico miscredente

morimondo5La prima volta che ti ho incontrato eri uno scolaro sporco e malvestito, l’abominio della maestra di terza elementare, quello che graffiava le pagine col pennino spuntato e regolarmente prendeva due in calligrafia. Te ne fottevi del bello scrivere, e succhiavi castagne secche fregate al cartolaio: mentre col mio sussiego di bravo figlio d’impiegati ti mettevo in guardia dalle spaventose reprimende della zitella, allargavi il tuo sorriso sgangherato:
– Dagli una spanna di cazzo e vedrai come si calma –
E così grazie, amico, per avere una prima volta sgomberato l’altare dall’idolo.
Nessun Dio nel candore pastorizzato della pagina di scuola, ma solo addestramento all’obbedienza, e il castigo dei sensi che mimava la virtù.

Ti ho incontrato più tardi, all’angolo della strada, mentre allungavi circospetto una banconota al ragazzino, a venti passi dalla farmacia: – Alcol a 95 gradi. Capito? Di che è per tua mamma, per fare il nocino – A te, nessuno nel paese serviva più nemmeno un bicchierino: eri il barbiere rovinato dal delirium che ha fatto uno sbrego alla guancia paffuta dell’assessore, ubriacone con un piede nella fossa, strafelice di esplodere nell’alto dei cieli come un’inutile cometa, obbrobrio del borghese che amministra i suoi giorni.
E così grazie ancora, per avermi insegnato che siamo figli del lusso e dello spreco: nessun Dio nella partita doppia, nell’economia pelosa dei buoni propositi, nel programma fariseo che affetta il paradiso giorno per giorno senza lacrime e senza gioia: solo uno sbirro cosmico a guardia di quei loro sudati risparmi.
E di nuovo sei venuto sulla mia strada, a scardinare le premesse di un’educazione scientifica mentre imparavo i segreti del motore e dell’accelerazione che ha nome Progresso: eri un bidello che masticava bestemmie, smerciavi panini al salame sottocosto agli studenti alla faccia dell’azienda incaricata dal Consiglio d’Istituto, e ogni giorno deridevi i miei sforzi: – Bella cosa la macchina, e il concerto dei pistoni, e le ruote come mandibole affamate di strada, ma chi guida? – dicevi – chi è che schiaccia il pedale, e decide dove si deve andare? Questa, caro mio, è la scienza che qui ti si nasconde! –
E di nuovo grazie, per avere infranto con una sassata lo specchio mentitore: nessun Dio nell’algido silenzio dei laboratori, nè davanti alle lenti del cannocchiale di Galileo, solo volontà di dominio, e lavori forzati per la natura stuprata.

E fosti sempre tu, sotto altre spoglie, a venirmi appresso nel corteo, quando cavalcavo l’onda della buona causa dietro uno striscione di quattro metri, e ben chiaro avevo in mente il bersaglio dell’odio sacrosanto, e la geografia del nuovo mondo che avremmo edificato una volta abbattuta la rocca del nemico di classe, ed eri questa volta l’anarchico barbuto che sibilava velenose apostrofi rubate a un filosofo tedesco impazzito a Torino.
– Che ne sarà – dicevi – del rivoluzionario di un tempo quando sarà giunto sul podio, e Attila legherà il cavallo, una volta nominato consigliere regionale? –
Grazie ancora, sgradevole amico: nessun Dio nel livore di un cuore risentito, niente santità nell’oppresso che è solo un oppressore mancato.
E ancora, ancora, mentre battezzavo coi più dolci nomi lo sfinimento e il riposo tra le braccia di lei, mi hai ricordato che quello è il tepore di una tana che contiene due solitudini, il silenzio ovattato che copre lo strepito del mondo là fuori.
– Basterete a voi stessi? – dicevi: – Forse si, ma solo a patto di essere l’uno per l’altro il carcere dei desideri, e lo sbirro che custodisce i nuovi sogni sotto chiave. –
Nessun Dio, nessun Dio tra le coltri e nella culla, nessun Dio che garantisce un patto tra le generazioni, e protegga il sangue dalla corruzione dei cuori.
E ancora adesso, mentre mi proclamo padre felice e compositore di trame, artigiano verboso prodigo di citazioni, proprio mentre mi accingo a celebrare l’ordine del mondo che si svela alla canizie (so il particolare e l’universale, lo yin e lo yang, conosco il posto di ogni cosa meglio del maggiordomo di Aristotele), tu vieni come un tarlo nella notte, l’insetto sconveniente sulla pagina già scritta, di nuovo a mettere zizzania tra i germogli di un sereno raccolto: – Faticosa regia, mosaico paziente, lodevole sforzo di una vita filosofale, che fa della sua pace l’ombelico del mondo, arruolato nel racket della pace interiore. Tutto questo tu chiami Dio: e se fosse soltanto la forma di un romanzo? –
Volentieri ti seguo ancora, molto deplorevole compagno, ben lontano da filosofi e preti di ogni risma se provano a benedire la pace presunta che esorcizza l’inquietudine del cuore, e volentieri me ne sto insieme a te su uno spuntone di roccia, senza acqua nè pascolo, l’alta solitudine battuta dal vento che pochi sopportano.
Dimmi che sei quello di sempre, lo spirito libero, che non hai fatto del rifiuto un catechismo, la meschina certezza ombelicale dell’ultimo uomo che fa di sè la misura del mondo, dimmi che andremo ancora insieme io e te, colui che afferma e colui che nega, gemelli indissolubili, scavatori dell’essere, portati dal turbine che ogni volta io provo a nominare e tu a mordere per sputare la moneta falsa: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo, finchè c’è un carcere da sfondare e un idolo da abbattere, finchè il muto richiamo ci sveglia nella notte, la febbre senza brividi, la demenza innocente, ancora e sempre, Dio.

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Una Risposta to “Tre pezzi difficili, 1 (esortazioni)”

  1. Ricordando Valter Binaghi : minima&moralia Says:

    […] Continua a lettere su vibrisse, bollettino […]

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