Creazioni, 16

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Valter Binaghi, L’Arca di Irene

Dopo la lunga camminata andammo in una di quelle trattorie valdostane, dove servono un piatto unico ma abbondante e saporoso, in quel caso capriolo in salmì con la polenta. “Per tutti”, dissi, “e un paio di bottiglie di Dolcetto o quel che avete di simile”
C’eravamo noi due (i nostri figli no, erano al campeggio), i Brambati col figlio minore che fa il liceo linguistico e i Pigazzi con la piccola Irene, di anni dieci.
Quando portarono lo spezzatino fumante Irene chiese che cos’era e, alla risposta della madre, disse con fermezza che lei no, il piccolo capriolo con le cornine appena spuntate, scannato per sollazzare le famigliole borghesi in gita domenicale non l’avrebbe neanche toccato. Assolutamente.
I genitori mi guardarono con occhi grandi e supplici come a dire: “Scrittore, fai il tuo mestiere, inventa due palle a buon mercato che se no questa ci rovina la domenica”.
Io, con la compunzione di un becchino, dissi alla piccola che no, il capriolo non era affatto un tenero cucciolo proditoriamente sacrificato, ma un vecchio quadrupede carico d’anni, figli e nipoti, per giunta ridotto all’immobilità dai reumatismi, e suicidatosi per la noia.
Irene ascoltò senza batter ciglio. Poi, senza nemmeno degnare la mia stronzata di un commento, citò a memoria da Genesi VI, 19: “Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro”
Recitò i versetti con tale solennità che intorno a noi a poco a poco si fece silenzio, il cicaleccio dei commensali si spense all’improvviso e perfino i camerieri rimasero lì, fermi al centro del salone, con i vassoi in mano.
Irene continuò: “Dio nessuno l’ha mai visto, si dice. Ma è solo perchè gli uomini sono ciechi. Infatti Dio è tutto intorno a noi, nelle forme viventi che popolano la terra. Non in una o alcune di esse, ma tutte insieme. Ogni animale infatti porta uno dei milioni di nomi di dio. L’elefante la grandezza, il leone la fierezza, la formica la pazienza, la farfalla la grazia. Il libro della natura è un libro sacro, forme viventi sono le sue lettere, nessuna è inutile, tutte sono necessarie per leggere il messaggio completo”
“Anche i bacherozzi?” chiese il Brambati Junior, liceale.
“Anche i bacherozzi” disse Irene.
Poi cominciò a recitare uno a uno tutti nomi, in ordine alfabetico, come aveva imparato sull’Enciclopedia degli Animali che le avevano regalato il Natale scorso, senza dimenticarne nemmeno uno:
“Acaro della frutta, Afide della rosa, Aié aié, Ape, Aquila, Aracnidi….”
Erano centinaia, forse migliaia. Nessuno osò interromperla, nel salone calava la penombra, dopo il tramonto nessuno accese le luci, lei continuava a recitare, tutti restavano immobili in ascolto perchè, meravigliosamente, ad ogni sua parola si accendeva sullo sfondo della mente silenziosa l’immagine evocata, ed era come se ognuno di noi vedesse quell’animale domestico, o parassita, o forma esotica, come la prima volta, e la processione risultava lenta e solenne, felicemente interminabile, e Irene recitava, imperterrita, e i più stanchi avevano appoggiato i gomiti al tavolo e il mento sulle mani giunte, e pendevano dalle sue labbra, e Irene sembrava proprio Gesù tra i Dottori nel Tempio.

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