Creazioni, 1

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Valter Binaghi, Il mito Kanaji della creazione (1)

la-lunaAl principio il Creatore non sapeva affatto di essere un Creatore.
Non faceva che dormire dalla mattina alla sera, e mentre dormiva dal suo respiro usciva ogni sorta di cose alla rinfusa.
Oceani sconfinati, al fondo dei quali ribolliva un fuoco liquido, pesci enormi e guizzanti che appena nati erano già bolliti.
Montagne aguzze come zanne e uccelli talmente grossi e stupidi che passandovi sopra si ferivano.
Sulla terra, poi, si muovevano creature di ogni forma e dimensione, che si mangiavano l’un l’altra senza avere il tempo di riprodursi, così nello spazio di una notte tutto tornava deserto e silenzioso, e all’alba di nuovo veniva ripopolato dal pesante respiro del Dormiente. Anche gli alberi incommestibili, erano così privi di misura da schizzare troppo in fretta verso il cielo dove il sole ne bruciava le cime, oppure divenivano talmente alti da oscillare spaventosamente nel vento, finché si piegavano a terra esausti e si spezzavano con un secco crepitio, distruggendo ogni cosa sotto di loro.
Era un mondo senza memoria: non brutto a vedersi, ma forsennato e crudele, condannato ad estinguersi ogni sera e a rinascere il mattino dopo, senza che nessuno potesse trarre profitto dall’esperienza del giorno precedente e provare a migliorare un po’ le cose. Questo dovette pensare la Luna, che da lassù osservava ogni cosa.

Per questo decise di abbassarsi un po’ e di avvicinarsi al Creatore, che continuava a dormire con quel suo respiro inquieto. Così si accorse che il Creatore aveva un fallo sempre eretto, che vibrava come l’albero maestro di una nave in tempesta. Allora la Luna si alzò le vesti e andò ad accovacciarsi su di lui.
Il Creatore, senza svegliarsi, trasse un lungo sospiro, e mentre la luna dondolava su di lui affondò nel suo corpo del colore del latte, finché emise un ruggito spaventoso che però era un gemito di piacere, e mentre per la prima volta in vita sua godeva della femmina, finalmente si svegliò.
La Luna sopra di lui gli sorrise.
“Chi sei?” chiese il Creatore.
“Sono la Luna”
“E io chi sono?”
“Tu sei il Sole”
“E che faccio a questo mondo?”
“Ecco”, disse la Luna: “Prova un po’ di questo e lo saprai”
Gli diede una pipa caricandola di una mistura delle quattro erbe, ognuna sacra a uno dei punti cardinali, e gliela accese.
Il Creatore appena l’ebbe messa in bocca cominciò a tirare e il gusto gli piacque.
Quando espirò il fumo, le nuvolette che si alzavano nell’aria mostravano i suoi pensieri, ossia tutte le forme che aveva in serbo e prima o poi disordinatamente avrebbero popolato il mondo per distruggersi in breve tempo. Il Creatore continuava a fumare, e sopra di lui le nuvolette si addensavano, mostrando ciascuna il suo episodio, finchè il Creatore ne ebbe abbastanza.
“Sono io che faccio questo?” chiese.
“Proprio così”, rispose la Luna.
“Ma così non può continuare!” protestò il Creatore. “Troppo spreco e nulla di fatto”
“Senti che faremo. Ogni notte io verrò a trovarti, e spegnerò il tuo ardore. Le cose che saranno sopravvissute fino al tramonto, avranno tempo di nascondersi e proteggersi. Il giorno dopo, avranno da te nuovo calore e nuovo cibo. Che ne dici?”
Al Creatore piacque l’idea, e acconsentì.
Le cose cominciarono a cambiare. C’era sempre un gran baccano di giorno, molte creature tra le nuove generate erano troppo stupide per sopravvivere e molte venivano divorate ma altre riuscivano a cavarsela e la notte, protette dal buio, potevano riposare e riprodursi.
La Luna pensò che tutto questo era ancora lontano dalla perfezione, ma almeno adesso il mondo poteva avere una storia.

Come è come non è, il Creatore un giorno pensò di avere fatto abbastanza, e si ritirò in un punto così alto del Cielo che nessuno ne seppe più nulla.
Quanto al mondo, lasciò la Luna ad occuparsene.
Nel frattempo, tra tutte le creature che avevano popolato il pianeta (molte delle quali si erano estinte prima di raggiungere la maggiore età), i più furbi si rivelarono quei bipedi implumi che chiamano sè stessi Figli degli Uomini. Avevano raggiunto una certa signoria sul mondo, ma non è che andassero proprio d’amore e d’accordo, perché tra loro si erano manifestati caratteri molto diversi.
Nella loro perenne ricerca di cibo, alcuni avevano trovato sugosa la polpa dei frutti che pendevano dagli alberi, dei tuberi che si trovavano sollevando certe pianticelle, o dei funghi che crescevano a vista d’occhio dopo un paio di giorni di pioggia. Così si accamparono nelle terre basse e vi stavano talmente bene che provarono scarso interesse per l’esplorazione di altre parti del mondo. Divennero pacifici e sedentari, tendevano a ingrassare e avevano donne ben poppute e dai fianchi tondi, che si lasciavano ingravidare volentieri. La loro stirpe divenne presto la più numerosa su tutta la terra.
Altri, invece, disdegnando il cibo troppo dolce e acquoso fornito dagli alberi, preferirono inseguire le bestie dal sangue caldo, che però pian piano impararono a sfuggire i loro nemici nascondendosi sulle montagne. I mangiatori di carne li seguirono e finirono con lo stabilirsi nelle terre alte. Osservando il comportamento delle prede per catturarle, cominciarono ad imitarle. Così acquisirono la velocità del cervo e la forza d’urto del cinghiale, impararono a muoversi in silenzio come la lepre e ad artigliare la vittima come fa il lupo con l’agnello da latte. Dall’alto delle loro dimore rocciose, scrutavano la pianura come l’aquila, e per esercitarsi combattevano tra loro come i galli. Le loro donne erano altrettanto fiere e combattive, preferivano l’ebbrezza della caccia alla cura della prole, senza contare che quegli spostamenti continui non aiutavano la cura dei piccoli. Fatto sta che il popolo dei cacciatori era poco prolifico, e giunse a scendere nelle terre basse, per rapire donne e bambini al popolo pingue e pacifico che le abitava.
Ma c’era anche una terza stirpe tra i Figli degli Uomini. Questi non avevano speciale predilezione per nessun tipo di cibo e mangiavano quel che capitava, in compenso avevano scoperto che nella terra si aprivano crepacci e grotte, ed esplorandole avevano trovato il tesoro nascosto dei metalli. Di questo fecero la loro unica passione, e sottoterra finirono per vivere, divenendo col tempo sempre più minuti nei corpi ma anche sommamente astuti, in quell’oscura solitudine che faceva del pensiero l’unica compagnia. Con il rame impararono a costruire pentole e con il ferro le armi, e cominciarono a vendere le prime agli abitanti delle terre basse e le seconde ai cacciatori delle montagne, in cambio di cibo dell’una e dell’altra specie. In questo modo sopravvivevano, ed erano anche piuttosto longevi, ma c’erano ben poche donne che accettavano di seguirli in quella vita sotterranea. Prima o poi si sarebbero estinti, sennonché qualcuno di loro un giorno scoprì nella roccia una vena diversa da tutte le altre: il metallo lucente e incorruttibile, l’oro. Quando lo mostrarono alle genti di superficie, tutto cambiò. La cupidigia per l’oro spinse i padri a cedere le loro figlie agli abitatori delle grotte, e queste smisero di ribellarsi quando scoprirono che laggiù si trovavano anche gemme dai meravigliosi colori: il rubino, lo zaffiro, l’ametista e il lapislazzuli, che gareggiano in splendore coi fiori ma a differenza di questi non appassiscono e durano per sempre.
Ma quando ciò che non appassisce e non invecchia fu conosciuto dai Figli degli Uomini, la loro indole mutò. La ricerca del cibo e la cura della prole smisero di essere le loro occupazioni principali, e l’accumulo di ricchezze divenne, almeno per molti, una passione divorante: nessuno ne aveva mai abbastanza. Così, ben presto scoppiarono guerre feroci tra le tre stirpi, e anche odi e vendette tra le famiglie a causa delle eredità.
Un giorno la Luna si affacciò su quello che le era sempre sembrato un pacifico teatro, e vide una baraonda incredibile, una zuffa perpetua e sanguinosa.
Subito chiamò al suo cospetto gli anziani dei tre popoli.
“Così non può continuare”, disse: “Bisogna trovare una soluzione”
Parlò per primo il cacciatore delle terre alte. Aveva capelli ispidi e barba lunga, ed era vestito con una pelle d’orso. Portava una daga alla cintura e al collo un amuleto di denti di lupo. “La soluzione”, disse, “è riconoscere ciò che ha maggior valore e sottomettere a questo tutto il resto. E che cosa ha maggior valore di un corpo agile e sano, adatto alla caccia e alla difesa? Che le altre due stirpi accettino questo primato, e per la nostra protezione ci paghino con ciò che essi possiedono in abbondanza, vale a dire pane e metalli”
Parlò per seconda una donna delle terre basse. Aveva voce dolce e gentile, e si muoveva con grazia, quasi a passo di danza. Le facevano corteo i molti figli e figlie, e i figli dei figli. “La pace, l’abbondanza e la quiete. Ecco ciò che ha maggior valore. Noi le pratichiamo e per questo siamo il maggior numero tra i Figli degli Uomini. Gli altri due popoli riconoscano la nostra signoria e non avranno a pentirsene”
L’ultimo fu il nano delle caverne. Aveva occhi scintillanti d’arguzia, la schiena curva e la pelle bianchissima di chi non vede mai il sole. “E come scavereste i vostri tuberi e abbellireste le vostre case voi pacifici, e come colpireste le vostre prede voi guerrieri, senza il metallo che noi estraiamo con fatica dalle viscere della terra? Questo e non altro è il maggior valore, e noi che ne possediamo il segreto dovremmo regnare sul mondo”
La Luna pensò per giorni e giorni, fino a farsi venire il mal di testa.
Cresceva, fino a riempire il cielo col suo faccione luminoso quando le pareva di aver trovato una soluzione, poi però cominciava a vederne i lati oscuri e imprevedibili e allora calava nella stima di sé, vergognandosi al punto da ridursi a una stretta falce, quasi un mesto sorriso.
Alla fine le parve di capire che la soluzione stava proprio in questo mutamento.
Richiamò gli anziani e sentenziò:
“Dunque, a ciascuno le sue preferenze. Che ogni popolo viva come gli pare confinato nel suo regno: le terre basse, le montagne, le caverne. Ma poiché in parte avete bisogno gli uni degli altri, una volta al mese dovrete abbandonare le vostre dimore. In quei giorni le vostre donne avranno il tempo di purificare il sangue, e voi, dovendo rinunciare alla loro compagnia, v’incontrerete nelle terre di confine per fare mercato. Passati quei giorni, ognuno tornerà a casa sua”.
Così grazie alla Luna e alle Donne i Figli degli Uomini impararono a contare e fu inventato il Calendario, il cui nome segreto è : “Ciò che nella mutevolezza è fedele”.
La Luna si riaffacciò dopo qualche tempo e fu soddisfatta: “Pare che funzioni”, disse.
Ma si sbagliava. I Figli degli Uomini sono troppo curiosi per starsene ciascuno a casa propria, e anzichè contemplare la Luna che cresce e che cala, preferiscono alzare lo sguardo fino al Sole, che sembra governare tutto da lassù. Così, prima o poi qualcuno avrebbe concepito l’idea di imporre una sola Lingua e una sola Legge a tutta la terra, posando la prima pietra di una Torre destinata a crollare(2).

NOTE

1) I Kanaji sono una popolazione agricola dell’Africa sud-orientale, la loro organizzazione familiare è di tipo matrilineare. La narrazione che precede è un libero adattamento tratto dallo studio del Padre Johannes Fussli sulle tradizioni Kanaji originariamente pubblicato in “Archivi Missionari” (Roma 1921).
2) Nonostante quel che comunemente si crede, il mito della Torre di Babele non è un’esclusiva del Genesi. Se ne trovano varianti poco difformi nelle mitologie dell’Africa centrale e sud-occidentale (cfr. Raffaele Pettazzoni, Miti e leggende, vol I, Utet)

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8 Risposte to “Creazioni, 1”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Sono ancora capaci le donne di pensare, progettare, proporre, modificare, conciliare, controllare e amare il mondo come nel mito che hai raccontato?

  2. dm Says:

    Narrazione affascinante…

  3. valter binaghi Says:

    @Maria Luisa
    Se smettessero di dar retta alle femministe che pretendono di riscriverlo direi di si, eccome. Donne vere ne ho incontrate molte.

    @Daniele
    Ti ringrazio.

  4. Maria Luisa Mozzi Says:

    Valter, anch’io conosco donne vere, ma sono tutte vecchie, in là con gli anni.

    Fra le giovani colleghe e le giovani mamme dei miei scolari (non parlo di personaggi pubblici o in qualche modo speciali, non mi interessano in questo momento) trovo molto narcisismo, molta presunzione, moltissima voglia di potere, molta ignoranza, poca generosità sociale. Spesso un grande, ingiustificato, senso di onnipotenza.

    Spero che sia solo che questo tipo di donne càpitano tutte a me!

  5. valter binaghi Says:

    E’ difficile per tutti non identificare la massima intensità dello spirito con le psicologie più salubri della propria generazione. Generazione che, essendo anche la mia, ha prodotto anche molto del peggio che ci circonda. Bisogna avere fede nell’uomo, se non si riesce ad averla in Dio. Lo spirito è insopprimibile, a volte si nasconde o sembra che lo faccia perchè le chiacchiere di un sociale degradato lo coprono. Ma riemerge: la creazione non è come un bacino d’acqua che si può avvelenare fino ad ucciderne ogni vita. E’ come una polla sorgiva, che sgorga dal profondo del tempo. Proprio come il Dire Originario del mito, che rinnova ogni stanca incrostazione letteraria.

  6. Maria Luisa Mozzi Says:

    “E’ difficile per tutti non identificare la massima intensità dello spirito con le psicologie più salubri della propria generazione.”
    Vero. Ti ringrazio di avere messo in evidenza l’ingenuità e i limiti della mia affermazione con tanta prudenza e rispetto.

  7. di questi tempi Says:

    Non sono convinta siano le femministe a dare cattivi consigli alle donne. Ci sono interessi ben al di sopra, abili a strumentalizzare anche le femministe.
    Mi chiedo invece se la caduta non sia fisiologica come le fasi lunari, possiamo davvero cercare di evitarla?
    Occorrono grandi uomini e grandi donne per farlo, capaci di andare oltre alla piccola soddisfazione dei piaceri personali. Capaci di andare oltre alla presunzione. Capaci di umiltà e compassione. Capaci di amore.

  8. vbinaghi Says:

    Oltre l’ideologia, anche, che è l’antitesi della novità stupefacente dell’amore.

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